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In Italia, e tutto il mondo, la ‘maggioranza silenziosa’ va a vedere cosa fa l’IDF, e come
“OLTRE UN MILIONE DI EURO INCASSATO IN DUE GIORNI E UNA RISPOSTA DEL PUBBLICO SUPERIORE ALLE ATTESE”. NEI CINEMA ITALIANI CONTINUERÀ A VENIRE PROIETTATO A OLTRANZA. Prevista per tre date, dal 28 al 30 settembre, la programmazione è stata prolungata da I Wonder Pictures, la casa distributrice del film in Italia, il cui fondatore, Andrea Romeo, ha annunciato: “Finché le sale lo vorranno, Naza continuerà a essere proiettato nei cinema”. “A modificare quelli che erano i piani del debutto sono stati senza dubbio i numeri – riferisce Marica Lancellotti su Movieplayer.it – Ma non solo quelli degli incassi (lunedì 28 settembre 451.872 euro, martedì 29 settembre ben 623.164 euro), perché naturalmente di pari passo è salito il numero degli spettatori: 60.467 il primo giorno, 83.163 nel secondo. 392 le strutture coinvolte, molte delle quali hanno già annunciato proiezioni almeno fino a domenica 4 ottobre”. “Molte proiezioni hanno registrato il tutto esaurito – precisa la redattrice del media specializzato, dedicato all’informazione sugli spettacoli e ‘all’esplorazione del mondo del cinema e delle serie TV’ – Secondo l’ANEC [Associazione Nazionale Esercenti Cinema], l’affluenza ha interessato soprattutto le sale di qualità e il circuito d’essai, ma con un pubblico più ampio e diversificato rispetto a quello abitualmente associato a questo segmento”. “Il risultato è arrivato inoltre in un giorno feriale e all’interno di una formula inconsueta per un documentario: un’uscita-evento di lunedì, martedì e mercoledì. Un elemento che ha contribuito a rendere il debutto particolarmente significativo per gli esercenti – riferisce la giornalista di Movieplayer.it – L’affluenza ha coinvolto spettatori di età diverse e persone già interessate al tema insieme a un pubblico arrivato al film attraverso la sua esposizione mediatica e il riconoscimento ottenuto a Venezia (il Premio Speciale della giuria). È proprio questo uno degli elementi più osservati dagli operatori: un documentario fortemente legato a un tema politico e contemporaneo è riuscito a trasformarsi in un appuntamento cinematografico capace di generare una domanda superiore alle aspettative iniziali”. Queste analisi degli esperti hanno confermato la mia impressione dopo che ieri sera sono andata a vedere Gaza al cinema più vicino a casa mia, un multisala di una cittadina di provincia… proverbialmente ‘assopita’, dove i drammi che martoriano il mondo intero non fanno clamore, hanno una risonanza ‘attutita’ dalla lontananza geografica e un eco ‘ovattato’ dalla distanza emotiva. Ieri sera la sala in cui al Cinelandia di Casale Monferrato veniva proiettato Naza era piena. Gli spettatori erano persone di ogni età: tanti, come me, ‘over 60′, molti adulti e parecchi giovani. Alcuni, come me, attivisti sempre o assiduamente presenti alle manifestazioni e iniziative organizzate dai gruppi locali, come la settimanale mezz’ora di silenzio per la pace e giustizia sociale e gli incontri a tema, tra cui la rassegna EireneFest / Un libro o due al mese per parlare di pace… La gente che ieri sera vedeva Naza era, per la maggior parte, una parte della ‘maggioranza silenziosa’ che non  protesta contro il genocidio dei palestinesi andando in piazza, o frequentando circoli e salotti. E quando il film è finito, mentre sullo schermo venivano proiettati i titoli di coda e nella sala si sono riaccese le luci, tutti sono rimasti fermi ammutoliti. Per qualche istante, forse un minuto, non si è sentito il solito brusio con cui gli amici si scambiano opinioni sul film appena visto e si mettono d’accordo su cosa fare dopo, in quale bar andare a bere qualcosa, come organizzarsi per la prossima uscita insieme, per una cena in compagnia o per una partita a calcetto. Piano piano, tutti si sono alzati e sono usciti dal cinema in silenzio, un silenzio ‘assordante’, perché espressivo di ciò che ciascuno aveva percepito e capito: Naza non ‘racconta’ una storia, non è una ‘narrazione’, perché quello che mostra è la realtà, aberrante, che si compie sotto gli occhi di tutti. Qualcuno recentemente ha criticato Naza asserendo che illustra fatti, crimini di guerra e contro l’umanità denunciati ormai già da anni con molte prove documentali, le testimonianze delle vittime, e che ‘dando voce’ ai carnefici, i militari israeliani protagonisti del film, faccia più spettacolo, e business, che altro. Dopo averlo visto, ritengo che Naza mostri ‘qualcosa’ che bisogna tutti vedere, e capire. E sono convinta che il suo ‘successo’ al festival di Venezia e nei cinema italiani e non solo – anche al festival ora in svolgimento a New York e nei cinema americani e alle rassegne e nei cinema di tutto il mondo… tranne che in Israele, dove è stato censurato – sia meritato, importante e necessario.   Maddalena Brunasti
October 1, 2026
Pressenza
Naza, tecniche di genocidio spiegate dagli esecutori
Non è un film. Nel documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, presentato a Venezia, le testimonianze agghiaccianti dell’intelligence israeliana. «È importante avere una distribuzione qui. L’Italia è tra i pochi Paesi in Europa che blocca le sanzioni», dicono i registi «Naza» è la parola con cui l’esercito israeliano indica le «vittime collaterali» a Gaza, intere famiglie palestinesi che possono essere uccise per colpire un obiettivo strategico, quasi sempre un miliziano di Hamas nella propria casa. Se poi è lì davvero, o se è il target giusto poco importa, e tantomeno è in questione la morte di innocenti. C’è anzi un numero di «Naza» permesso che si alza secondo il grado di importanza del nemico da colpire: per gli «junior» può essere venti, per le gerarchie anche illimitato. A spiegarlo con precisione sono i militari dell’intelligence israeliana, corpi speciali che da remoto hanno messo in pratica quella macchina dello sterminio capillare, costruita e rodata negli anni dallo stato di Israele grazie alla tecnologia, a cui oggi l’Intelligenza artificiale offre una strumentazione ancora più feroce. E che dopo l’attacco del 7 ottobre è stata portata a una piena realizzazione. «Naza» diventa infatti man mano che la guerra va avanti un concetto che dimentica gli obiettivi militari, i terroristi, Hamas, e indica invece la sola volontà di uccidere il numero più alto di palestinesi possibile: uccidere per uccidere con l’indifferenza di una totale disumanizzazione – «era come un videogame» dicono i militari dell’esercito di occupazione israeliano – che per alcuni è addirittura un «divertimento», l’eccitazione orgogliosa dello scopo di odio e vendetta raggiunti. Sembra un’allucinazione dell’orrore, è la realtà in atto. A RACCOGLIERE le parole di questi militari, uomini e donne sono Yuval Abraham e Rachel Szor, i due autori israeliani di No Other Land realizzato insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal. Naza, il documentario presentato ieri in concorso alla Mostra di Venezia sarà nelle nostre sale il 28-29-30 settembre: «È molto importante avere la distribuzione in Italia perché come ben sappiamo è uno dei pochi paesi in Europa insieme alla Germania che blocca le sanzioni contro Israele e anche la fine dell’accordo commerciale che c’è tra Stati Uniti e Israele», spiega Yuval Abraham. Naza lavora su una serie di testimonianze pubblicate già su Local Call, +972 Magazine (qui sul manifesto del 5 aprile 2024) e sul quotidiano inglese The Guardian, che ha prodotto il film insieme al regista Jonathan Glazer e a James Wilson. Ascoltarle però da chi ha compiuto queste azioni muta la nostra prospettiva. Per la prima volta non siamo cioè testimoni di quanto accade a Gaza, ma ci troviamo all’interno di un sistema del fascismo quotidiano che agghiaccia, ed è chi commette il genocidio a dirne il funzionamento senza rimorsi né particolari emozioni. Un momento di “Naza” Ci sono alcune parole ricorrenti nei racconti dei militari che rivendicano il loro status elitario e di sinistra. Una è «pulizia»: dovevamo pulire, ripetono. Così dopo avere ucciso a distanza, chi era sul campo bruciava le case in modo da cancellare qualsiasi traccia dei palestinesi, delle loro esistenze, della loro memoria. L’altra, ovviamente, è «uccidere». Ci dicono come sparavano alle persone che correvano verso il cibo, osservandole cadere in remoto, mentre le mani tracciano il disegno dei corpi che crollano. O spiegano quelle linee mai tracciate che i palestinesi senza saperne l’esistenza non dovevano superare. Un bambino che si è avvicinato è stato ucciso senza ragione, il corpo mangiato dai cani, ma Gaza dicono ancora «è piena di corpi». IL PROGRAMMA Lavender, tecnologia raffinata al servizio delle pulizia etnica, utilizza i telefoni dei palestinesi per entrare nelle loro vite prima di spezzarle, costruisce un algoritmo delle possibili connessioni o complicità dove il margine di errore è sempre molto largo. Dentro di esso anche frasi innocue assumono un diverso significato, se una bambina dice «papà è a casa» significa che è un terrorista e l’intera famiglia, forse il palazzo saranno rasi al suolo. Se chiede alla madre quando rientra, lo stesso. Gli archivi ci mostrano però che questa sorveglianza risale almeno al 1967, grazie al controllo di Israele su chi garantiva le infrastrutture a Gaza (come la telefonia) in una storia che ha sempre cancellato dalla Nakba in poi la presenza palestinese, a Tel Aviv ne è rimasta traccia solo in una casa. GLI INCONTRI sono girati di notte, un cartello iniziale ci dice che i volti e le voci delle persone intervistate sono stati modificati per proteggere l’anonimato. Abraham ascolta, pone domande. Intanto le finestre dei palazzi ci rimandano la vita nelle case di Tel Aviv: la tv con la propaganda sempre in onda, una mano che raccoglie le briciole della cena, una coppia su un divano, qualcuno che legge. In basso i locali sono pieni di gente, il traffico luminoso scorre sul lungomare, l’eco delle bombe arriva da lontano: «Il mio ruolo è tecnico, non è prevista una posizione morale» risponde uno dei militari a Abraham. E in questa frase affiora il senso del sentimento di un intero Paese, la stessa quieta indifferenza, la narrazione di un essere vittima in quello skyline che dista solo sessanta chilometri da Gaza e dal genocidio, al cui centro risiedono i palazzi dell’intelligence. Possibile? In strada si celebra la Giornata della memoria, la cineteca di Tel Aviv propone Shoah di Lanzmann. Il riferimento all’Olocausto e ai nazisti torna in diverse dichiarazioni dei soldati, del resto è un elemento fondante di quella società – insieme ai miti biblici – che Netanyahu ha strumentalizzato dal 7 ottobre con spudoratezza, quasi a legittimarvi il proprio agire, opponendo l’antisemitismo alle critiche alla sua politica. «PENSO ancora che i nazisti siano il male, ma io allora chi sono?» si chiede uno degli intervistati, un soldato. Ci vuole molto coraggio a porre come fa il film questi interrogativi alla società israeliana (e non solo). «Primo Levi ha parlato di disumanizzione, di un essere umano che diventa non umano. Ci sono tante differenze, naturalmente, tra l’Olocausto e quello che succede a Gaza, ma una cosa coerente in questi casi è la questione della responsabilità e della giustizia che è fondamentale per poter andare avanti. Rispettare la memoria dell’Olocausto significa rafforzare la nostra fiducia nei diritti umani e nell’empatia nei confronti delle altre persone» dice Abraham. E questo film le impone a chi distoglie lo sguardo, opponendosi a quella normalizzazione del genocidio con domande che si continuano a evitare. Cristina Piccino, da Il Manifesto ANBAMED
September 13, 2026
Pressenza