Tag - malapolizia

Francia, l’ossessione di Macron per Mélenchon
SCONTRI DEL 17 OTTOBRE. UN COMMISSARIO DEI SERVIZI DI INTELLIGENCE AFFERMA DI AVER RICEVUTO L’ORDINE DI PRENDERE DI MIRA IL PARTITO DI JEAN-LUC MÉLENCHON Pauline Graulle, Pascale Pascariello, David Perrotin, Camille Polloni, Ellen Salvi e Matthieu Suc per Mediapart «Non è assolutamente ciò che posso confermare». La frase risuona con grande forza. Ospite di TF1 lunedì 19 ottobre mattina, il procuratore della Repubblica di Parigi, Laure Beccuau, ha assicurato di non poter «assolutamente confermare» che gli autori delle violenze avvenute a Parigi sabato 17 ottobre siano «persone politicizzate verso l’estrema sinistra». Ovvero l’esatto contrario di quanto sostengono con forza da due giorni i principali esponenti del governo. Le persone poste in stato di fermo sono «nella grande maggioranza persone poco conosciute», «mantengono il silenzio e non avanzano rivendicazioni politiche», ha inoltre sottolineato la magistrata, precisando tuttavia che «non tutte le persone che hanno purtroppo commesso atti di vandalismo sono state fermate». Accusato di aver sottovalutato la mobilitazione di questo fine settimana e di aver sottodimensionato gli effettivi di polizia, il governo continua tuttavia a ripetere il contrario. Appena poche ore dopo questa dichiarazione prudente del procuratore di Parigi, il primo ministro, Sébastien Lecornu, ha di nuovo accusato «il movimento di estrema sinistra» di voler «organizzare un disordine […] profondo nel Paese fino alle elezioni presidenziali». In ogni sua dichiarazione dall’inizio della mobilitazione degli studenti delle scuole superiori, il potere esecutivo non smette di puntare il dito contro «l’estrema sinistra», ma anche contro La France insoumise (LFI) e i suoi rappresentanti eletti. «La partecipazione dei rappresentanti eletti di LFI a questi movimenti è irresponsabile», ha affermato il ministro dell’Interno, Laurent Nuñez, il 28 settembre. «Quando renderete conto del fatto che vi recate ai blocchi stradali degli studenti delle scuole superiori per incitarli a commettere atti di violenza?», ha chiesto ancora ai membri di LFI il 5 ottobre. Da questo fine settimana, con centinaia di negozi saccheggiati, edifici pubblici incendiati e atti di violenza commessi, questi attacchi si sono intensificati e le accuse sono diventate ben più precise. «Ciò che è certo è che su tutto il territorio nazionale sono stati individuati moltissimi militanti dell’estrema sinistra», ha affermato il ministro dell’Interno già sabato sera. C’erano anarchici autonomi, antifascisti, movimenti dell’estrema sinistra radicale, sindacati studenteschi che a volte non esitano a ricorrere alla violenza». Interrogato sulle dichiarazioni del procuratore di Parigi, il ministro dell’Interno mantiene la sua versione. «Laure Beccuau si esprime in ambito giudiziario, ci viene fatto sapere da Mediapart. Abbiamo sempre detto che la maggior parte delle persone fermate si è unita ai militanti di estrema sinistra, identificati dai servizi di intelligence. Gli estremisti di sinistra, abituati a questo tipo di eventi, hanno evitato di farsi individuare». Una versione ripresa dal ministro della Giustizia, Gérald Darmanin, il quale ha affermato su France 2 che «i facinorosi dell’estrema sinistra che vorranno destabilizzare le istituzioni» rappresentano una delle principali minacce per la Francia. «I servizi di intelligence francesi sono al top nella lotta al terrorismo islamista […], sono forti contro la criminalità organizzata, sono importanti contro le ingerenze straniere, ma evidentemente non sanno combattere adeguatamente l’estrema sinistra», ha aggiunto il ministro della Giustizia. ACCUSE SMENTITE DALLA REALTÀ SUL CAMPO Secondo le nostre informazioni, tuttavia, queste accuse di interferenze politiche sono contestate persino all’interno degli stessi servizi di intelligence. In uno scambio di corrispondenza datato 18 ottobre e consultato da Mediapart, un commissario dei servizi di intelligence territoriale (RT) non riesce a crederci: «Ci sono cose indicibili, ma quando ci viene chiesto testualmente di scrivere che è LFI a stare dietro al movimento, mentre oggettivamente è falso secondo l’opinione generale dei servizi di intelligence territoriale, è inevitabile che si tratti di decisioni politiche», si lamenta con i suoi colleghi. Interrogato su questo punto specifico, il Ministero dell’Interno nega di aver dato istruzioni in tal senso. A Mediapart, anche un responsabile nazionale di un’organizzazione sindacale di polizia si dice sorpreso dalle dichiarazioni del primo ministro volte a difendere le forze dell’ordine. «Per tutto il giorno hanno dovuto affrontare un’estrema sinistra particolarmente violenta, con una rete molto ben organizzata che ha cercato metodicamente di colpire i beni, le persone ma anche le istituzioni della Repubblica», ha affermato Sébastien Lecornu la sera del 17 ottobre. Ha poi puntato il dito direttamente contro il partito di Jean-Luc Mélenchon e la presenza tra le sue file del deputato Raphaël Arnault, ex leader della Jeune Garde. «Esiste una nebulosa di estrema sinistra in cui La France insoumise occupa un posto importante e in cui ci sono persone e gruppuscoli che perseguono chiaramente un programma di violenza». «Sono rimasto molto sorpreso da queste accuse rivolte a LFI, che sarebbe responsabile del caos di sabato e dei saccheggi», prosegue il dirigente sindacale. «Non vedo cosa c’entri LFI nella vicenda di questo fiasco», deplora. «È pericoloso politicizzare in questo modo un fallimento così grossolano e, soprattutto, non assumersene la piena responsabilità. Eppure, non nutro particolare simpatia per LFI, visti i continui attacchi contro le forze dell’ordine». D’altra parte, secondo lui, «l’estrema sinistra è minoritaria: rappresenterebbe, secondo le segnalazioni dal campo e le informazioni raccolte, il 20%, mentre il resto, l’80%, è costituito da saccheggiatori senza che si possa attribuire alcuna appartenenza politica a questi delinquenti». Il 15 ottobre, una nota informativa pubblicata in vista della giornata del 17 e consultata da Mediapart sottolineava proprio la presenza dell’«estrema sinistra» che avrebbe tentato di «sfruttare la rabbia degli studenti delle scuole superiori per creare un movimento in grado di mobilitare ampie fasce della popolazione» e citava diversi esponenti politici quali Fabien Roussel, Marine Tondelier o Jean-Luc Mélenchon. Ma a sostegno di questa nota, i servizi riportavano una semplice ricerca su fonti aperte. «La France insoumise ribadisce oggi ancora di più il proprio sostegno alle mobilitazioni del 17 ottobre annunciando sul sito del partito la presenza dei propri eletti, parlamentari nazionali ed europei», si legge in particolare. Invitata a prendere posizione, Marine Tondelier ha annunciato ieri in diretta su BFMTV che avrebbe partecipato alla mobilitazione del 17 ottobre». Per quanto riguarda «l’estrema sinistra», essa «dispone di una “riserva operativa” di 5.000 militanti in Francia, in grado di organizzare e condurre azioni offensive contro i simboli dello Stato, del capitalismo e del complesso militare-industriale», ricordava inoltre la nota. Un numero stabile da anni secondo le stime dei servizi, senza che questi abbiano stabilito un nesso formale con la mobilitazione delle ultime settimane. UNA NOTA CONTESTATA Secondo Intelligence Online, la Direzione nazionale dell’intelligence territoriale (DNRT) non ha inoltre smesso da molti mesi di «allertare l’esecutivo su un’imminente escalation». Secondo diversi «interlocutori» del capo della DNRT, Bertrand Chamoulaud, quest’ultimo ripeteva incessantemente che il movimento dei Gilet Gialli sarebbe riemerso, in una forma diversa e potenzialmente più violenta. Dall’inizio del movimento studentesco, è sempre la stessa solfa da parte del governo: i giovani sarebbero manipolati da LFI e dai «suoi rappresentanti dell’estrema sinistra», secondo le parole di Sébastien Lecornu. Per lanciare queste accuse, il primo ministro si è basato su una nota, contestata in seguito, della Direzione dei servizi di intelligence della prefettura di polizia di Parigi (DRPP), datata 28 settembre e resa nota da Le Monde. «Se il servizio di intelligence intravede il dominio di un’estrema sinistra in grado di guidare i blocchi, quanto emerso sembra piuttosto illustrare la volontà di alcune organizzazioni politiche o sindacali di cavalcare un movimento studentesco particolarmente frammentato e spontaneo, e quindi difficile da controllare», precisava il quotidiano. Basandosi sulla situazione di una ventina di licei della Seine-Saint-Denis, mentre oltre 1.000 istituti erano coinvolti nel movimento sociale in tutta la Francia, i servizi concludevano un po’ affrettatamente che la responsabilità fosse interamente dell’estrema sinistra. «Questa nota non ha alcun valore informativo», concorda con Mediapart un ex commissario della pubblica sicurezza. «Il governo è ossessionato dal voler screditare LFI e attaccare l’estrema sinistra e ha mobilitato molti servizi di polizia per scrivere queste sciocchezze. Lo si vede con questa nota della DRPP. » «Si sa chi è il responsabile, è tutta colpa di LFI. Non sono né membro né elettore di questo movimento, ma non bisogna comunque esagerare», concorda ancora un maggiore di polizia in servizio presso la Pubblica Sicurezza in Occitania. La confusione alimentata dall’esecutivo tra «l’estrema sinistra» e LFI suscita perplessità anche in alcuni prefetti. «C’erano attivisti dell’estrema sinistra nelle mobilitazioni di sabato, ma non erano la maggioranza», sostiene uno di loro. I teppisti sono comunque ragazzini. Se sono arrivati a questo punto, è perché prima abbiamo sbagliato un sacco di cose. A meno che i nostri ragazzi non siano passati in massa all’estrema sinistra, ma non credo…» E aggiunge: «Per me, attribuire la responsabilità a LFI non è il giusto approccio da parte del governo». Anche nelle città vittime di numerosi saccheggi e violenze urbane, gli eletti condividono questa constatazione. «Non è stata LFI ad andare a distruggere tutto questo fine settimana a Parigi, come ha ripetuto il sindaco [Emmanuel Grégoire, su France Inter, lunedì 19 ottobre – ndr], e non si può sospettare che voglia risparmiare LFI quando ha rifiutato di allearsi con loro per le elezioni comunali», afferma un eletto della città di Parigi. L’unica domanda che conta oggi è: perché questo fine settimana nella capitale non c’erano forze di polizia sufficienti?» Stessa constatazione a Marsiglia (Bouches-du-Rhône), dove è eletto il deputato di LFI Manuel Bompard. «A parte scattare qualche foto, LFI non è sufficientemente organizzata in città per orchestrare alcunché», afferma un sindaco di quartiere. «In questo caso, penso che LFI sia stata la prima a essere sopraffatta.» ALTRI ALLARMI IGNORATI È una costante sotto Emmanuel Macron denunciare la politicizzazione della contestazione social che non corrisponde affatto alla realtà. Nel 2019, Mediapart aveva rivelato al culmine della crisi del Gilet gialli che il presidente della Repubblica fu contraddetto dai suoi stessi servizi di di intelligence. Infatti, alla fine di gennaio 2019 il capo dello Stato aveva parlato di «40.000-50.000 militanti estremisti che vogliono la distruzione delle istituzioni» nelle manifestazioni dei «Gilet Gialli». All’epoca metteva in guardia contro queste violenze orchestrate dagli «estremisti», di destra e di sinistra, uniti in un’improbabile convergenza delle lotte. Ma i suoi stessi servizi di intelligence giungevano nello stesso momento a una conclusione opposta. Le correnti definite di «estrema destra» e di «estrema sinistra» erano «praticamente inesistenti all’interno dei cortei», si leggeva nelle note indirizzate… al presidente della Repubblica e all’allora ministro dell’Interno. Persino al culmine della loro mobilitazione, nelle prime settimane del movimento, i servizi contavano solo «alcune centinaia di individui» appartenenti alle due correnti. Si era già ben lontani dal contingente di «40-50.000 individui» evocato dal capo dello Stato. All’epoca, i servizi di intelligence territoriali avevano segnalato in anticipo i rischi, quali l’indignazione legata all’introduzione del limite di velocità massimo di 80 km/h su alcune arterie stradali, o il senso di emarginazione di una popolazione non particolarmente politicizzata. Già allora, l’esecutivo non li aveva ascoltati. The post Francia, l’ossessione di Macron per Mélenchon first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Francia, l’ossessione di Macron per Mélenchon sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 20, 2026
Popoff Quotidiano
Spagna, la censura sui poliziotti infiltrati colpisce la stampa. Attacco a El Salto
L’AEPD, EQUIVALENTE SPAGNOLO DEL GARANTE DELLA PRIVACY CHIEDE UNA SANZIONE PECUNIARIA A EL SALTO E LO OBBLIGA A CENSURARE LE INCHIESTE SUGLI AGENTI INFILTRATI FINO A RENDERLE INCOMPRENSIBILI La redazione de El Salto Diario, quotidiano cooperativo spagnolo L’Agenzia spagnola per la protezione dei dati (AEPD) ha comminato a El Salto una sanzione pecuniaria di 5.000 euro, oltre all’obbligo di censurare diversi articoli in cui veniva smascherata l’infiltrazione di agenti di polizia in movimenti politici e sociali. La decisione è stata presa dopo aver respinto le contestazioni in primo grado presentate dal media cooperativo, che è il quarto a essere sanzionato per gli stessi fatti. Quest’estate, sia La Directa che Vilaweb e Diari de Balears hanno ricevuto una sanzione simile dall’AEPD. Complessivamente ammontano a oltre 30.000 euro, una somma considerevole se si tiene conto del fatturato annuo di ciascuna testata. «Siamo sorpresi da questo provvedimento, che interpretiamo come una ritorsione per aver portato alla luce la pratica illegale dello spionaggio nei confronti della dissidenza politica», afferma Sara Plaza, giornalista del media cooperativo. Plaza avverte inoltre che questa sanzione «potrebbe rappresentare un freno alle nostre indagini sull’infiltrazione di agenti di polizia nei movimenti sociali che non svolgono attività criminali e ha gravi conseguenze per il diritto all’informazione e alla libertà di stampa». L’AEPD non mette in dubbio che le informazioni pubblicate siano attendibili e precise, ma impone ai media interessati di eliminare tutte le immagini (nonostante esse siano state elaborate per rendere difficile l’identificazione dei soggetti ritratti) in contrasto con le proprie raccomandazioni precedenti, le iniziali dei nomi reali dei funzionari di polizia interessati, anche in questo caso in contrasto con i suoi criteri abituali, le identità fittizie utilizzate dagli agenti indagati e persino i riferimenti alle coperture ideate per infiltrarsi (dati irreali e non soggetti ad alcuna protezione), nonché i riferimenti al corso al termine del quale si sono diplomati all’Accademia di Polizia di Ávila e qualsiasi riferimento al loro passato, alla loro formazione, alle loro opinioni o a quelle dei loro familiari. «Ciò implica mutilare i testi per impedire qualsiasi tracciabilità, qualsiasi elemento oggettivo verificabile con cui si dimostri che questi agenti abbiano commesso il reato di spionaggio», spiega Raúl Maíllo, avvocato di El Salto. «Ricorreremo a tutte le vie legali per far valere il diritto e la libertà di informazione, nonché il diritto di tutta la società a ricevere informazioni veritiere e verificabili, cercando di ottenere non solo l’annullamento della sanzione economica, ma anche il ripristino delle informazioni pubblicate» afferma Maillo. Da parte sua, Sara Plaza sostiene che «la pubblicazione dei dati da noi effettuata, sempre in forma limitata, con foto sgranate e iniziali al posto dei nomi veri, concilia adeguatamente il rispetto della privacy con i principi giornalistici di tracciabilità, credibilità e verificabilità». L’impunità giudiziaria delle infiltrazioni contrasta con le sanzioni inflitte ai media che le hanno portate alla luce, e persino con le precedenti azioni della stessa AEPD, la quale, ad esempio, non ha ritenuto degna di alcuna indagine la fuga di notizie a un organo di stampa di fotografie provenienti dagli archivi della polizia relative a giudici che il media aveva collegato al movimento indipendentista, in un chiaro tentativo di intimidazione nei confronti dei membri del potere giudiziario. Le persone sottoposte a intercettazioni, vittime di torture da parte delle forze dell’ordine secondo quanto riconosciuto da diversi tribunali e organismi, non sono riuscite a ottenere che alcun tribunale spagnolo giudicasse i fatti, nonostante abbiano presentato diverse denunce, alcune delle quali proprio contro gli agenti smascherati oggetto della presente sanzione. La Procura, in tutti i casi, si è schierata dalla parte degli agenti, bloccando i vari procedimenti; rimane ora solo il ricorso costituzionale, in attesa di risoluzione, nonché i ricorsi presentati ai tribunali europei per i diritti umani. L’unica conseguenza giuridica è stata la sanzione a cui sono soggetti sia El Salto che La Directa, Vilaweb e Diari de Balears. Inoltre, queste indagini hanno avuto ripercussioni politiche: al Parlamento della Catalogna è stata istituita una commissione d’inchiesta parlamentare che mira a fare chiarezza sulla portata e sullo svolgimento di tali pratiche, mentre al Congresso dei Deputati sono state presentate diverse iniziative per interrogare il governo in merito a tali situazioni. Ciò ne attesta l’importanza e l’impatto sulla vita pubblica. Il Ministero dell’Interno non ha riconosciuto apertamente nessuno dei casi venuti alla luce, ma, grazie alla risonanza politica e sociale che hanno avuto, le infiltrazioni sarebbero state presumibilmente giustificate dalla figura dell’«agente dei servizi segreti», diversa da quella dell’agente sotto copertura, che richiede la supervisione giudiziaria, eludendo così qualsiasi controllo nonostante siano stati lesi diritti fondamentali quali la libertà sessuale, l’inviolabilità del domicilio, la protezione dei dati, la libertà politica e di opinione. Così ha affermato l’allora Segretario di Stato per la Sicurezza, Rafael Pérez Ruiz, in sede di commissione per gli affari interni tenutasi il 19 giugno 2024, in risposta alle domande del deputato di EH Bildu Jon Iñarritu. UN CASO ECLATANTE DI SLAPP Il caso rientra nel contesto delle cosiddette SLAPP, acronimo inglese che sta per “contenziosi strategici contro la partecipazione pubblica” che, secondo la stessa Commissione europea, sono «azioni legali infondate o esagerate e altre forme di intimidazione legale avviate da organi statali, società commerciali e persone al potere contro soggetti più deboli — giornalisti, organizzazioni della società civile, difensori dei diritti umani e altri — che esprimono critiche o trasmettono messaggi scomodi ai potenti su una questione di interesse pubblico». Questo approccio contrasta nettamente con le denunce di infiltrazione emerse nel Regno Unito, nell’ambito del caso “Spy Cops”, riportato dai media tradizionali che riportano i nomi reali e le fotografie degli agenti coinvolti in uno scandalo per il quale diverse istituzioni statali hanno chiesto pubblicamente scusa. Inoltre, lo Stato britannico ha declassificato i documenti che dimostrano che gli agenti infiltrati hanno effettivamente svolto attività di spionaggio, con una misura volta a riparare il danno causato alle vittime. Ciò è ancora più sorprendente alla luce della direttiva anti-SLAPP 2024/1069, ignorata dalla stessa AEPD, che mira a proteggere le persone fisiche e giuridiche coinvolte nella partecipazione pubblica a questioni di interesse pubblico — tra cui i giornalisti, gli editori, le organizzazioni dei media,  gli informatori e i difensori dei diritti umani, nonché le organizzazioni della società civile, le ONG, i sindacati, gli artisti, i ricercatori e gli accademici— da azioni legali intentate contro di loro per dissuaderli dal partecipare alla vita pubblica. Le quattro testate giornalistiche sanzionate hanno segnalato la questione alle organizzazioni giornalistiche a livello europeo, come il Media Freedom Rapid Response, che ha inserito il nostro caso nel “Mapping Media Freedom”, un rapporto che documenta gli attacchi al diritto all’informazione e gli atti di censura subiti dai mezzi di comunicazione. The post Spagna, la censura sui poliziotti infiltrati colpisce la stampa. Attacco a El Salto first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Spagna, la censura sui poliziotti infiltrati colpisce la stampa. Attacco a El Salto sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 8, 2026
Popoff Quotidiano
Omicidio di Ramy, una perizia indipendente smentisce i carabinieri
MILANO, 24 NOVEMBRE 2024, RAMY ELGAML, 19 ANNI, MUORE INVESTITO PER BEN DUE VOLTE DA UN’AUTO DEI CARABINIERI ALL’INSEGUIMENTO. UNA PERIZIA 3D SMONTA LA VERSIONE UFFICIALE  Il 24 novembre 2024, alle 4:03 del mattino, Ramy Elgaml, 19 anni, muore all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta, a Milano. Era passeggero di uno scooter guidato da Fares Bouzidi, 22 anni. I due giovani erano fuggiti dopo un controllo stradale, dando il via a un inseguimento di diversi minuti con un’auto dei Carabinieri. Secondo l’autopsia, la morte è dovuta alla compressione del corpo di Ramy Elgaml da parte del veicolo dei Carabinieri. Gli agenti a bordo hanno sempre affermato che il conducente dello scooter avesse tentato di svoltare a sinistra all’incrocio, tagliando loro la strada e perdendo il controllo del proprio veicolo. Nel marzo 2025, la famiglia Elgaml, tramite il proprio avvocato, ha incaricato Index di redigere una controperizia indipendente sulle circostanze della morte di Ramy. Un perito nominato dalla Procura aveva già presentato le proprie conclusioni. L’analisi di Index le contesta su diversi punti (Nell’equipe di Index che ha realizzato la perizia, pubblicata da il manifesto e dall’organo del PCF, l’Humanitè, ci sono Francesco Sebregondi, Nadav Joffe, Filippo Ortona, Guillaume Seyller, Basile Trouillet, Léonie Montjarret). IL METODO Sulla base delle rilevazioni effettuate in loco con un drone, Index ha ricostruito in tre dimensioni l’incrocio dove si è concluso l’inseguimento, per poi analizzare le immagini delle telecamere di videosorveglianza allegate al fascicolo giudiziario. La tecnica del frame-matching consiste nel riposizionare ogni telecamera nel modello 3D, nel punto esatto da cui ha ripreso — il che permette di riportare, fotogramma per fotogramma, la posizione reale dei veicoli nella scena, per poi ricostruirne le traiettorie. Visualizzazione dell’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta, e delle telecamere di sorveglianza che hanno ripreso la scena Queste posizioni sono state incrociate con le tracce rilevate sul terreno dalla polizia municipale: l’impronta lasciata dallo pneumatico posteriore dello scooter e il solco scavato nell’asfalto al momento della caduta. Ogni misurazione è accompagnata da un margine di incertezza quantificato. Ricostruzione della traiettoria dello scooter: frame-match di un’immagine tratta dal verbale di constatazione della Polizia Municipale di Milano, che mostra la traccia lasciata dal pneumatico posteriore dello scooter e l’incavo scavato nell’asfalto da un elemento metallico del veicolo durante la caduta LE CONCLUSIONI La ricostruzione di Index stabilisce che l’auto dei Carabinieri abbia deviato due volte verso sinistra, in direzione dello scooter, mentre lo seguiva a meno di un metro di distanza e a oltre 50 km/h. La prima deviazione avviene in via Ripamonti, prima dell’ingresso nell’incrocio. Diversi indizi concordanti portano Index a ritenere altamente probabile che in quel momento si sia verificato un primo contatto tra i due veicoli, che ha destabilizzato lo scooter. Dopo questo contatto, la traiettoria dello scooter rimane sostanzialmente rettilinea: né le immagini, né le tracce sul terreno mostrano una svolta a sinistra verso via Quaranta. Le dichiarazioni degli agenti sono incompatibili con le misurazioni di Index. Ricostruzione della traiettoria dello scooter e del veicolo dei Carabinieri, fotogramma per fotogramma, tramite frame-match nel modello 3D La seconda deviazione avviene all’incrocio. È questa che porta l’auto a passare sopra il corpo di Ramy Elgaml, prima di terminare la sua corsa contro un palo del semaforo. Traiettorie dei due veicoli durante la parte finale della sequenza. Sono visibili le due deviazioni del veicolo dei Carabinieri in direzione dello scooter Infine, le posizioni dei veicoli stabilite dal perito nominato dalla Procura si discostano di quasi tre metri da quelle misurate da Index sulle stesse immagini. Tale discrepanza lo ha portato a sovrastimare la distanza tra l’auto e lo scooter e, di conseguenza, a non prendere in considerazione l’ipotesi di un primo contatto prima dell’incrocio. SEGUITI GIUDIZIARI La morte di Ramy Elgaml ha suscitato importanti manifestazioni a Milano e in tutta Italia; la battaglia legale condotta dalla sua famiglia è diventata emblematica della lotta contro le violenze delle forze dell’ordine nel Paese con un rilievo paragonabile ad altre vicende a partire dagli omicidi di Federico Aldrovandi del 2005 e di Stefano Cucchi quattro anni dopo. Il rapporto di Index, corredato da un allegato metodologico dettagliato, è stato versato agli atti. Attraverso la nuova consulenza, depositata alla gup di Milano Tiziana Landoni davanti alla quale si aprirà l’udienza preliminare il 24 settembre (ma potrebbe essere rinviata per l’astensione nazionale degli avvocati), i legali di Fares Bouzidi, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, ribadiscono, in sostanza, la linea dell’omicidio volontario da parte del carabiniere che era alla guida dell’ultima macchina che inseguiva lo scooter guidato dal giovane e con in sella anche Ramy Elgaml. Come spiega l’avvocato Romagnoli, la consulenza dimostra che «Ramy è morto per esclusiva responsabilità dei carabinieri». Secondo i legali di Fares, come già era emerso nell’attività tecnica difensiva, ci sarebbe stato uno «speronamento volontario», seguito da un investimento. Un omicidio volontario, dunque, nella forma del “dolo eventuale”, ossia “l’accettazione del rischio del verificarsi dell’evento morte”.  «Non è stato un incidente», ha ribadito il legale, chiarendo poi che Fares Bouzidi, invece, andrebbe prosciolto. L’udienza preliminare è a carico del carabiniere Antonio Lenoci, che era alla guida della macchina inseguitrice, per omicidio stradale, come contestato dalla Procura, con “eccesso colposo nell’adempimento del dovere” e di Fares Bouzidi, che guidava lo scooter inseguito per 8 km, sempre per concorso in omicidio stradale. Proprio come in altri processi per “malapolizia”, imputati anche altri sei carabinieri accusati, a vario titolo, di favoreggiamento, depistaggio e falso nel verbale d’arresto dell’amico di Ramy, accusa quest’ultima di cui risponde anche Lenoci. L’ipotesi di depistaggio e favoreggiamento per i militari riguarda il fatto di aver costretto testimoni a cancellare video. Poi, i presunti falsi nel verbale d’arresto: avrebbero omesso “di menzionare l’urto”, scrivendo “falsamente” che lo scooter “a causa del sovrasterzo scivolava”. Avrebbero pure omesso di “menzionare lo ‘schiacciamento’ del corpo” di Ramy da parte della Giulietta. Poi, non avrebbero fatto cenno alla presenza di un teste oculare, di una dashcam e di una bodycam. Tra le parti offese, oltre ai familiari di Ramy e allo stesso Fares, per l’accusa anche di lesioni stradali contestata a Lenoci, figura pure il ministero della Giustizia. La richiesta di rinvio a giudizio, firmata dai pm Giancarla Serafini e Marco Cirigliano con l’aggiunto Paolo Ielo, era stata inoltrata ad aprile, dopo che l’inchiesta era passata almeno per due chiusure indagini. Il carabiniere Lenoci è accusato di aver mantenuto “una distanza e una velocità inidonee a prevenire eventuali collisioni o tamponamenti con il mezzo in fuga”, con una “manovra particolarmente avventata”. In quell’inseguimento, per i pm, ha agito “nell’adempimento di un dovere”, anche se poi ha “ecceduto colposamente i limiti stabiliti dalla legge”, con una “condotta di guida sproporzionata”, anche rispetto alla “necessità” di bloccare lo scooter, dato che era già stata comunicata via radio la “targa”. Ramy morì dopo l’urto tra il lato posteriore destro del TMax con la “fascia anteriore del paraurti” della Giulietta e il conseguente schianto nella fase finale, all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta.  Anche Bouzidi è accusato di omicidio stradale in concorso in relazione a quella fuga, senza patente, a tratti “contromano” e con picchi di velocità superiori ai 120 km/h. «La nuova perizia in 3D, propone una ricostruzione delle traiettorie che contraddice quanto sostenuto subito dai carabinieri coinvolti. La nuova consulenza tecnica non chiude la vicenda, anche perché l’accertamento della verità spetta alla magistratura, ma sicuramente le nuove prove pubblicate da il manifesto gettano una nuova luce sul caso. Morti come quelle di Ramy Elgaml meritano una spiegazione, meritano verità e giustizia», hanno detto Ilaria Cucchi, oggi senatrice di Avs e il suo capogruppo, Peppe De Cristofaro, presidente del gruppo Misto di palazzo Madama. The post Omicidio di Ramy, una perizia indipendente smentisce i carabinieri first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Omicidio di Ramy, una perizia indipendente smentisce i carabinieri sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
September 15, 2026
Popoff Quotidiano