Crescita dell’industria delle armi in Italia: speculazione e riarmo
MIRE SPECULATIVE ATTORNO AL RIARMO
Oggigiorno a chi voglia investire nel mercato azionario viene vivamente
consigliato un pacchetto di titoli, gran parte dei quali relativi a imprese di
armi con rendimenti in crescita da almeno quattro anni. Il potenziale risultato
per queste imprese sarebbe un incremento dei backlog (nuovi ordinativi), specie
se proverranno dagli eserciti NATO.
L’Alleanza Atlantica è infatti una garanzia di affari per i titoli azionari del
comparto Difesa, sebbene nei prossimi due anni la loro crescita non dovrebbe
essere uniforme: verranno premiate soprattutto le aziende che hanno investito
maggiormente in tecnologie innovative e si sono specializzate in specifici
settori (droni, AI, sensoristica).
Ergo, a beneficiare di questa situazione potrebbero essere soprattutto imprese,
anche di piccole dimensioni, che hanno optato per le specializzazioni produttive
indotte dalle nuove tecniche di guerra. Specializzazioni capaci di attrarre
finanziamenti pubblici e privati e tali da poter essere utilizzate anche in
ambito civile, almeno in parte (non casualmente, sempre più spesso sulla stampa
economica si parla della necessità di potenziare le tecnologie duali).
Prendiamo come esempio il programma Golden Dome, che nel corso degli ultimi due
anni ha ricevuto sempre maggiori finanziamenti: dai 25 miliardi iniziali siamo
arrivati, a fine 2025, a quasi 180. Tale scudo missilistico rappresenta un
sistema bellico complesso, una sorta di architettura della guerra che mette
insieme radar, intercettori, software, l’intero ambito della cyber-resilience.
Se le commesse aumentano, di conseguenza anche il peso specifico di queste
componenti crescerà e ciò non riguarderà soltanto il settore della Difesa: i
benefici in termini di fatturato saranno a vantaggio di tutte quelle aziende
che, a vari livelli, partecipano alla realizzazione di questi sistemi. Per
esemplificare: si va dall’informatica alle telecomunicazioni, dall’Intelligence
ai satelliti, e poi alla sensoristica e a una miriade di altri ambiti. Il punto
è che il successo di un sistema di guerra avvantaggia tutte le aziende – spesso
invisibili e microscopiche – che si nascondono dietro alle grandi
multinazionali: a esse vengono affidate ricerche e produzioni relative a piccole
parti dell’intero sistema, nel contesto di una complessa e variegata filiera di
guerra che sfugge ai nostri occhi.
Ipotizziamo ora un investimento in Borsa su titoli in crescita, sia chiaramente
legati alla produzione di armi, sia su aziende apparentemente neutre che
risultino però cruciali per la progettazione o la produzione di sistemi bellici.
All’investitore le banche potrebbero ad esempio consigliare un pacchetto già
definito con fondi di investimento ad alto rischio, quotati in una borsa europea
e tra loro diversificati, ma potrebbe anche arrivare direttamente un’offerta da
parte di un broker o di istituti finanziari interessati al successo di titoli
azionari legati alle armi.
E allora la nostra – sia pur parziale e sintetica – descrizione delle mire
speculative che vi sono attorno al Riarmo può esser forse d’aiuto per
comprendere il rapido riposizionamento degli investimenti occorso a partire
dalla guerra in Ucraina in poi: si tratta di un processo che ha visto l’ascesa
di alcune imprese a discapito di altre, e in cui complessivamente si segnala un
maggior successo in Borsa dei titoli legati alle multinazionali di guerra
europee rispetto a quelle statunitensi.
LA DIFESA IN ITALIA
Per quanto concerne l’Italia, la Difesa è trainata dall’industria aeronautica,
aerospaziale e, in parte, navale. Fa invece scalpore che, come sostenuto dallo
studioso Giorgio Beretta in un saggio del 2023,[1] il peso dell’industria delle
armi nell’economia italiana vada ridimensionato. Riferendosi ai dati
dell’Anpam,[2] egli ha precisato che il giro d’affari di armi e munizioni comuni
equivale a quello dell’industria del giocattolo. Di più, la stessa produzione di
armi a scopo militare, ritenuta indispensabile da tanti commentatori economici,
anche considerata assieme al suo indotto impiega “solo il 3,8% di tutti gli
occupati nel settore manifatturiero”[3]. E, cosa ancor più importante, non
produce che lo 0,6% del Pil italiano. Tuttavia, pur senza assumere il carattere
determinante che, in modo interessato, già gli attribuiscono certi opinionisti,
nell’arco di qualche anno le dimensioni di questo controverso settore potrebbero
aumentare, e in modi significativi. Peraltro, visti i processi su cui abbiamo
già insistito, la filiera militare potrebbe darsi un’articolazione inedita,
collocando in una sorta di invisibilità diversi suoi settori.
Intanto, negli ultimi cinque anni l’Europa ha raddoppiato la spesa per la
difesa. O, volendo essere fiscali – e tenendo quindi conto dell’inflazione –, si
è registrato quasi il 70% di spesa in più, con un rapporto spesa/Pil per la
prima volta sopra il 2%. Si tratta di un continuo finanziamento pubblico alle
imprese di guerra che non produce vera crescita nei paesi interessati,
avvantaggiando solo specifiche frazioni capitalistiche.
Può sembrare un paradosso, ma molti degli odierni cantori del Riarmo sono quelli
che, in altre fasi, sostenevano il più rigido controllo del debito pubblico in
tutti gli Stati europei. Ora, invece, propugnano una politica virtualmente in
grado di accrescerlo in modo esponenziale. Invero, non tutti gli economisti
condividono il dogma del contenimento del debito a qualsiasi costo. Ma colpisce
che il suo superamento avvenga per il settore militare e non a sostegno delle
spese sociali.
F. Giusti, S. Macera, E. Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università
[1] G. Beretta, Il paese delle armi. Falsi miti, zone grigie e lobby nell’Italia
armata, Altreconomia, 2023.
[2] Associazione Nazionale Produttori Armi e Munizioni sportive e civili.
[3] Redazione «la Difesa del Popolo», In Italia, la produzione di armi vale
quanto quella dei giocattoli, 8 Marzo 2023, in
https://www.difesapopolo.it/in-italia-la-produzione-di-armi-vale-quanto-quella-dei-giocattoli/.
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