Dina Alberizia: noi siamo tornati, pensiamo ai detenuti palestinesi, pensiamo ad Abu Safiya
Ho avuto il piacere di conoscere Dina Alberizia la domenica mattina appena
trascorsa. Ci siamo incontrate nella quiete e nell’ombra dell’Abbazia di
Vezzolano, uno dei gioielli del romanico astigiano. Le avevo proposto
un’intervista ma alla fine ne è risultato un incontro meno strutturato della
classica intervista e come un racconto lo riporterò.
Dina ha esplicitato subito il centro della sua attenzione, ciò che le sta a
cuore. La sua preoccupazione non era e non è il racconto della sua detenzione ma
tenere alta l’attenzione su ciò che accade ai prigionieri palestinesi nelle
carceri israeliane, alla popolazione di Gaza che continua a vivere in condizioni
indicibili, alla pace che pace non è.
Una chiarezza che iniziò ai tempi dell’organizzazione della Global March to
Gaza. Il Manifesto Etico scritto per quell’occasione mise in parole quello che
Dina pensava e che divenne priorità, un’esigenza quasi fisica, imprescindibile.
La Global March to Gaza partì il 12 giugno 2025 destinazione valico di Rafah,
chiuso dall’esercito israeliano. Si voleva tentare di forzare il blocco, gli
aiuti umanitari erano tanti, erano disponibili ma alla popolazione affamata non
potevano arrivare. Purtroppo accade ancora adesso. Ad agosto partì la prima
spedizione della Flotilla, Dina partecipava come equipaggio di terra, un compito
organizzativo che ha poi preso la forma di responsabile di coordinamento per il
Piemonte della Global Sumud Italia, delegazione italiana di Global Sumud
Flotilla.
Dina Alberizia al rientro a Fiumicino
La domanda sui giorni di detenzione è stata inevitabile e Dina ha raccontato di
Sirte, del trasferimento a Bengasi, gli interrogatori, l’isolamento. Pochi e
sporadici i contatti con l’esterno, la prima telefonata in Italia è stata
concessa 12 giorni dopo l’arresto, modalità in cui il rispetto per i diritti
umani è concetto flebile e variamente labile. Nonostante questo è lei stessa a
sottolineare quanto gli attivisti della Flotilla di terra siano comunque stati
detenuti “privilegiati”.
Proprio nella mattina del nostro incontro era arrivata la notizia relativa allo
stato di salute del dottor Abu Safiya dopo la visita del suo avvocato avvenuta
il 2 luglio secondo il quale le condizioni del suo assistito hanno subito un
“deterioramento catastrofico” dopo il trasferimento nel centro d’interrogatorio
sotterraneo Rakefet all’interno della prigione di Nitzan. “Mi hanno portato qui
per uccidermi. Non credo che sopravvivrò. Questa è la fine” sono le parole che
Abu Safiya avrebbe detto con non poche difficoltà: ha difficoltà a parlare e
respirare e perde ripetutamente conoscenza. Le segnalazioni sono arrivate
dall’organizzazione Physician for Human Rights Israel e convalidate appunto
dalle dichiarazione del legale del pediatra.
Com’è possibile che un uomo venga torturato in questo modo? Non sarebbe
accettabile neppure se quell’uomo si fosse macchiato di crimini indicibili, in
questo caso ci troviamo di fronte ad un medico che lavorava nel suo ospedale e
che cercava di portare soccorso nonostante la mancanza di medicinali e
attrezzature. Com’è possibile rimanere indifferenti di fronte a tanta
ingiustizia? Semplice. Non si può. Un orrore come questo chiede voce, chiede
urla forti e più persone urlano più la voce si sente.
La Marcia, le spedizioni della Flotilla sono stati tutti modi di urlare, di
parlare a più persone possibili, tutte e tutti possiamo prendere parte a
quest’urlo e questa necessità, questo doveroso schierarsi risulta evidentissimo
nel parlare con Dina.
Dal Manifesto della coscienza globale di Hüseyin Durmaz scritto per la
preparazione della Marcia Globale per Gaza
Gaza non è solo un luogo, è uno specchio
Ciò che sta accadendo oggi a Gaza non è solo un attacco a un popolo,
ma un assalto all’essenza stessa dell’umanità.
Se un popolo può essere affamato, ridotto al silenzio e lasciato senza medicine
o
pietà, e il mondo rimane impassibile, cosa significa essere umani?
Questo silenzio non ferisce solo le vittime.
Ferisce l’anima di ogni testimone.
Perché in un mondo senza giustizia, nessuno di noi è veramente al sicuro.
Sara Panarella