L’AIPAC all’assalto delle elezioni USA: 67 milioni contro i candidati critici di Israele
Sessantasette milioni di dollari per decidere chi può entrare al Congresso e chi
deve essere fermato. In vista delle elezioni di MidTerm del 3 novembre, la rete
di comitati legati all’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) ha già
speso 67,2 milioni di dollari, più del doppio dei 29,3 milioni investiti nel
ciclo 2021-2022. Il bersaglio sono soprattutto i candidati democratici
progressisti che denunciano l’occupazione dei territori palestinesi,
l’intensificarsi degli attacchi dei coloni in Cisgiordania, il genocidio a Gaza
o l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti a Israele. Una campagna
gigantesca, finanziata da una ristretta cerchia di miliardari, che interviene
nelle primarie e nelle elezioni generali senza rivelare agli elettori il vero
obiettivo dell’offensiva: nella quasi totalità degli spot finanziati dalla
lobby, infatti, Israele non viene neppure nominato.
La rete si muove attraverso due organismi direttamente riconducibili all’AIPAC e
un comitato politicamente allineato. L’AIPAC PAC raccoglie fondi entro il limite
federale di 5.000 dollari per ciascuna elezione e li versa direttamente ai
candidati considerati affidabili. Lo United Democracy Project, il Super PAC
dell’organizzazione, può invece spendere somme pressoché illimitate in campagne
formalmente indipendenti e nel ciclo elettorale 2025-2026 aveva raccolto circa
104 milioni di dollari alla fine di giugno. Su un piano distinto opera il
Democratic Majority for Israel PAC, formalmente autonomo dall’AIPAC ma schierato
sulle stesse posizioni e concentrato sulle competizioni interne al Partito
democratico. Il meccanismo è semplice, ma studiato per occultare agli elettori
il vero obiettivo delle campagne. In numerose competizioni, contro candidati che
criticano Netanyahu, chiedono di sospendere l’invio di armi a Israele o
difendono i diritti dei palestinesi, l’AIPAC e i comitati della sua rete hanno
finanziato massicce campagne pubblicitarie attraverso spot televisivi, volantini
elettorali e inserzioni sui social. Il pubblico, però, non viene messo nelle
condizioni di comprendere il legame tra quegli attacchi e le posizioni dei
candidati su Israele. I messaggi colpiscono i candidati su questioni interne,
dalla sanità alla criminalità, nascondendo il vero movente dell’offensiva:
punire chi si discosta dalla linea filoisraeliana.
Il banco di prova più clamoroso è stato il Michigan, che ospita una delle più
numerose comunità arabo-americane degli Stati Uniti. Qui, il Super PAC
dell’AIPAC ha speso 31,7 milioni di dollari, il maggiore investimento mai
effettuato dall’organizzazione in una singola competizione, per sostenere la
deputata moderata Haley Stevens e fermare Abdul El-Sayed, medico ed epidemiologo
apertamente critico verso la condotta israeliana a Gaza. Nonostante l’enorme
squilibrio di risorse, El-Sayed ha vinto le primarie. Operazioni analoghe,
condotte direttamente dall’United Democracy Project o da Super PAC finanziati
dalla stessa rete, hanno colpito Aisha Wahab in California e Melat Kiros in
Colorado, entrambe critiche verso la politica israeliana. Persino Haaretz ha
parlato della crescente «tossicità» dell’organizzazione nella politica
americana. In alcuni casi, il fiume di denaro riversato contro un candidato può
finire per accreditarlo come indipendente dai grandi interessi e rafforzarne il
consenso.
Ad alimentare questa potenza di fuoco è una cerchia ristretta che riunisce Wall
Street, Silicon Valley, industria dell’intrattenimento, petrolio e grandi
dinastie finanziarie. Tra i maggiori donatori figurano Paul Singer, fondatore di
Elliott Management, che nel ciclo elettorale in corso ha speso complessivamente
almeno 52,5 milioni di dollari sostenendo candidati repubblicani; Marc Rowan,
amministratore delegato di Apollo Global Management; il magnate Haim Saban; il
cofondatore di WhatsApp Jan Koum e Robert Kraft, proprietario dei New England
Patriots e finanziatore di organizzazioni legate a Israele. Quest’ultimo ha
vietato a Macklemore di esibirsi al Gillette Stadium dopo che il rapper aveva
gridato «Free Palestine» durante una precedente tappa del tour di Ed Sheeran.
Proprio la famiglia Kraft, attraverso numerosi contributi, ha destinato diversi
milioni ai tre principali comitati della rete. Completano il quadro le eredi e
le rappresentanti di grandi patrimoni: Stacy Schusterman, proveniente
dall’impero energetico di famiglia, insieme alla madre ha donato 4,675 milioni
di dollari al Democratic Majority for Israel PAC; Deborah Simon, della famiglia
che possiede gli Indiana Pacers, ne ha versati 3,5 milioni dal 2024.
Il punto, dunque, non è soltanto quanto denaro l’AIPAC abbia riversato nella
campagna elettorale, ma quanto potere una ristretta cerchia di miliardari possa
esercitare sulla composizione del Congresso. Non serve comprare direttamente i
voti: basta spendere senza limiti per favorire i candidati più fedeli,
travolgere di pubblicità quelli sgraditi in modo da trasformare la critica a
Israele in un costo politico. I 67,2 milioni già spesi serviranno a misurare la
tenuta di questo sistema. Potrebbero piegare ancora una volta il voto alle
esigenze della lobby, oppure, produrre l’effetto contrario, mostrando agli
elettori ciò che le campagne pubblicitarie cercano di nascondere: chiunque metta
in discussione l’appoggio incondizionato a Israele deve essere fermato prima che
possa entrare al Congresso.
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