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Referendum: la vittoria dei senza partito
Riprendiamo stralci di un dossier curato da Pietro Spotorno per «Genova che osa» dove OSA sta per «organizzazione studio agitazione» Analisi del referendum costituzionale 2026: una vittoria dell’elettorato apartitico Studio sui dati ufficiali e sondaggio della nostra comunità una iniziativa di «Genova che osa a.p.s.» A cura: Pietro Spotorno. Supporto alla ricerca e redazionale: Stefano Gaggero. Marzo 2026. Organizzazione, Studio,
Compagnə per il No: dieci ragioni per non restare alla finestra
Una parte rilevante dei movimenti è molto attiva nella campagna referendaria: discute, prende posizione, costruisce argomentazioni e iniziative, si mobilita. Non è un fronte compatto, ma è un pezzo ampio e variegato, che considera il referendum un passaggio decisivo in questa congiuntura. C’è invece un’altra parte del pensiero critico e dell’attivismo radicale che guarda a questo referendum con maggiore distanza. Non per disinteresse o superficialità, ma per ragioni politiche precise: diffidenza nei confronti della magistratura maturata in esperienze dirette o indirette di repressione, critica strutturale alle istituzioni in quanto tali, cultura dell’astensione come gesto politico, percezione che si tratti di uno scontro interno alle élite. La scelta di non votare al referendum è, in questa fase, probabilmente minoritaria anche dentro i circuiti più radicali. Molto più ampia è l’area di chi andrà a votare, ma senza investire energie nella campagna, senza farne un terreno di iniziativa, senza considerarlo un passaggio decisivo. Non è un fronte dell’astensione militante, quanto piuttosto una zona grigia di disimpegno relativo: magari partecipazione individuale, ma assenza di mobilitazione collettiva. È utile prendere sul serio le ragioni di questa doppia distanza – incarnata da chi non andrà a votare e da chi esprimerà la propria preferenza per il No, senza però attivarsi nella campagna referendaria. Non si tratta di richiamare genericamente alla partecipazione, né di un invito moralistico al voto o alla mobilitazione elettorale. Si tratta di interrogarsi, nel complesso, sulla posta in gioco. Questo testo è costruito a partire dai principali “blocchi” che rendono difficile, per una parte del mondo radicale, investire nel referendum. Per blocchi non si intendono errori o mancanze, ma dispositivi politici e culturali: cornici interpretative, abitudini militanti, priorità strategiche che producono distanza ed esitazione. Per ciascun blocco abbiamo provato a fare due operazioni: mettere a fuoco il funzionamento e poi aprire una possibile linea di riarticolazione, un diverso criterio di valutazione che consenta di leggere il voto al referendum non come adesione allo status quo, ma come intervento situato dentro un conflitto più ampio. L’obiettivo non è chiudere il dibattito, ma riaprirlo. Se la mobilitazione per il “No” è un terreno imperfetto, resta comunque uno snodo politico decisivo. E decidere se e come attraversarlo è una scelta che riguarda anche chi non smette di pensare alla trasformazione in termini radicali. 1. PERCEZIONE DI SCARSA INCIDENZA CONCRETA DELL’ESITO REFERENDARIO Come opera il blocco Nel caso del referendum sulla giustizia, moltə attivistə percepiscono i quesiti come aggiustamenti tecnici interni al sistema, non come cambiamenti capaci di incidere sui rapporti di forza reali. Se la diagnosi è strutturale – giustizia come apparato statale classista e repressivo – allora ogni modifica dell’impianto generale è percepita come un dettaglio che non cambia il quadro generale.  Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Si può superare questa percezione cambiando il criterio con cui si misura l’incidenza. Nel merito del referendum sulla giustizia, la domanda non è se i quesiti trasformino radicalmente il sistema giudiziario, ma quali effetti produce la riforma promossa dal governo negli equilibri tra magistratura, esecutivo e Parlamento. Rafforzano o riducono l’autonomia e il controllo reciproco tra poteri? In una fase segnata dalla torsione autoritaria del governo Meloni, l’esito del voto assume un significato politico generale. Una vittoria del No rappresenterebbe un limite concreto all’offensiva dell’esecutivo.  2. CULTURA DELL’ASTENSIONE  Come opera il blocco Per una parte dell’attivismo critico, l’astensione – o il disimpegno nella campagna elettorale – sono una chiara posizione politica. Non votare significa rifiutare il perimetro istituzionale dato, non legittimare un campo di gioco definito dall’alto, non ridurre la politica a un sì/no espresso dentro l’ordine esistente. In questa prospettiva, partecipare al referendum appare come un atto di integrazione nel sistema che si contesta. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  L’astensione può avere un valore politico, ma non sempre produce effetti misurabili. Partecipare a un referendum non implica accettare integralmente il quadro istituzionale: può essere una scelta tattica dentro un terreno dato, per incidere su un passaggio specifico, in una congiuntura determinata. In questa chiave, il voto non sostituisce la critica radicale, ma consente di tutelare – qui e ora – lo spazio politico in cui possono svilupparsi i movimenti reali. 3. SENSAZIONE CHE SIA UNA BATTAGLIA INTERNA ALLE ÉLITE Come opera il blocco Il referendum sulla giustizia può essere percepito come uno scontro tra pezzi di classe dirigente: politica contro magistratura, correnti contro correnti, partiti contro corporazioni. In questa lettura, la posta in gioco non riguarda direttamente le condizioni materiali delle persone o i diritti sociali, ma equilibri interni ai vertici dello Stato. Per chi ha una sensibilità di movimento o una postura radicalmente critica, schierarsi in una contesa tra poteri può essere molto difficile. Questo produce distanza e disimpegno. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Si può superare questa percezione spostando lo sguardo dagli attori in campo agli effetti delle scelte. Anche quando un conflitto è compiutamente istituzionale, le sue conseguenze ricadono sull’equilibrio complessivo dei poteri e quindi sulla società nel suo insieme. Il punto non è schierarsi con un’élite contro un’altra, ma interrogarsi su quale configurazione istituzionale produca più controllo, più concentrazione di potere, più repressione. In questa prospettiva, favorire la vittoria del No significa incidere su regole che non restano confinate “in alto”, ma definiscono il contesto in cui si sviluppano anche i conflitti sociali. 4. COMPLESSITÀ TECNICA DEI QUESITI Come opera il blocco I referendum sulla giustizia intervengono su materie complesse. Per moltə attivistə, che non sono giuristə e non vivono quotidianamente il diritto, il contenuto può risultare opaco, difficile da decifrare senza tempo di studio. Quando non si ha la percezione di comprendere pienamente le conseguenze di una scelta, la prudenza può tradursi in disimpegno. La complessità tecnica diventa così una barriera all’ingaggio politico. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione (chiave autodifesa) È possibile trasformare il referendum in un territorio di intervento politico generale, dentro e oltre il suo contenuto puntuale. In molte stagioni politiche, i referendum sono stati leve per la trasformazione radicale della società. Anche nell’attuale quadro istituzionale, l’occasione è irripetibile: l’affermazione del No configurerebbe un deciso stop all’azione del governo e determinerebbe condizioni politiche complessive potenzialmente favorevoli ai movimenti. 5. ALTRE PRIORITÀ POLITICHE Come opera il blocco Moltə attivistə oggi sono immersə in vertenze percepite come urgenti: regime globale di guerra, violenza di genere, lavoro precario, catastrofe ambientale e climatica. In questo quadro, il referendum sulla giustizia può apparire distante dalle emergenze quotidiane e meno mobilitante rispetto a conflitti che toccano direttamente le condizioni materiali e le forme di vita. Poiché il tempo e l’energia militante sono limitati, si tende a investire dove l’impatto sembra più immediato e visibile. Il risultato non è disinteresse, ma la formulazione di una precisa gerarchia delle priorità. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione L’organizzazione della giustizia non è un tema separato dalle altre priorità, ma un’infrastruttura che le attraversa tutte. Le regole che disciplinano poteri, garanzie e discrezionalità incidono anche sulle specifiche tematiche oggetto dell’azione militante. Non si tratta di spostare l’attenzione dalle vertenze concrete a un piano più astratto, ma di riconoscere che il contesto giuridico condiziona il modo in cui i conflitti si sviluppano. In questa chiave, il referendum non compete con le altre priorità politiche: le interseca. Partecipare diventa allora un modo per incidere sul quadro generale dentro cui le lotte prendono forma. 6. TIMORE DI CONTRIBUIRE ALLA DIFESA DELLO STATUS QUO Come opera il blocco Una parte dell’attivismo radicale teme che partecipare al referendum significhi oggettivamente difendere l’assetto esistente. Se la magistratura e il sistema giudiziario vengono letti come parte di un ordine che produce disuguaglianza e repressione selettiva, allora la mobilitazione per tutelare gli attuali assetti istituzionali può sembrare una presa di posizione difensiva. Questo genera un cortocircuito identitario: per chi si immagina come forza di trasformazione, il rischio è quello di autopercepirsi come conservatorə. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Talvolta, come in questa congiuntura, la posta in gioco è evitare uno spostamento degli equilibri in una direzione peggiorativa. Il criterio per valutare l’azione è situato: quale assetto rafforza maggiormente le garanzie, quale riduce gli spazi di discrezionalità, quale incide sui rapporti tra poteri in conflitto? In questa prospettiva, partecipare non significa santificare lo status quo, ma intervenire dentro una dinamica reale per ostacolare le traiettorie autoritarie del governo. Anche una posizione difensiva, in certe fasi, può essere parte di una strategia più ampia di trasformazione. 7. DISTANZA POLITICA E CULTURALE DALLA NARRAZIONE DOMINANTE DELLA CAMPAGNA REFERENDARIA Come opera il blocco Una parte dellə attivistə può non riconoscersi nel linguaggio, nei testimonial e nelle categorie con cui viene raccontato il referendum sulla giustizia. La campagna referendaria ha spesso i toni da legalismo astratto o è promossa da figure politiche percepite come molto distanti. Il frame comunicativo può risultare estraneo, poco radicato nelle esperienze di conflitto e nelle sensibilità dei movimenti. Questa non-identificazione riduce l’ingaggio. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Anche se la narrazione dominante nella campagna referendaria non parla il linguaggio dei movimenti, la posta in gioco resta del tutto materiale. Separare le ragioni del No dai volti e dalle retoriche che lo rappresentano consente di riappropriarsi del tema – anche da un punto di vista critico. Inoltre, costruire una narrazione autonoma – con parole, posture e priorità proprie – permette di non subire il frame altrui, ma di intervenire nel dibattito pubblico con le proprie categorie politiche, anche dal taglio radicale. 8. SFIDUCIA VERSO LA MAGISTRATURA Come opera il blocco Una parte dell’attivismo guarda alla magistratura non come contropotere neutrale, ma come parte integrante dell’apparato statale. Repressione dei movimenti, uso selettivo dell’azione penale, disparità di trattamento tra conflitto sociale e reati delle élites alimentano una diffidenza strutturale. In questo quadro, mobilitarsi su un referendum che riguarda l’assetto della giustizia può apparire come una difesa corporativa o come un’idealizzazione di un potere che non viene percepito come alleato.  Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Si può distinguere tra giudizio sull’operato concreto della magistratura e valutazione degli assetti istituzionali che ne regolano autonomia, equilibrio e responsabilità. Anche senza alcuna idealizzazione, una magistratura meno indipendente è un grosso problema anche i movimenti sociali. Il punto non è difendere una corporazione, ma interrogarsi su quale configurazione istituzionale, tra le opzioni attualmente in campo, produca minori concentrazioni di potere. 9. TENDENZA A PRIVILEGIARE PRATICHE DI CONFLITTO SOCIALE Come opera il blocco Per moltə attivistə, la trasformazione della società si può dare unicamente dal conflitto organizzato e dalla pressione dal basso. Il voto al referendum, soprattutto su questioni tecniche come quelle relative alla giustizia, può apparire come un terreno secondario, addomesticato, poco incisivo rispetto alla forza di uno sciopero o di una mobilitazione di massa. In questa cultura politica, l’istituzione è spesso vista come strumento di gestione dell’esistente, mentre il cambiamento reale viene associato alla rottura e al conflitto. Ne deriva una svalutazione preventiva dello strumento referendario. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Il conflitto, anche il più radicale, non si svolge nel vuoto, ma dentro un quadro di regole che può essere più o meno favorevole. Intervenire su quel quadro generale non significa sostituire la mobilitazione, ma incidere sulle condizioni dentro cui essa si sviluppa. Inoltre, partecipare a un referendum può essere una modalità per ampliare il discorso pubblico, portando nel dibattito istituzionale temi e sensibilità maturate nei movimenti. Non un’alternativa alla piazza, ma un’estensione del terreno dell’iniziativa politica. 10. FATICA MILITANTE E SATURAZIONE POLITICA Come opera il blocco Negli ultimi anni moltə attivistə hanno attraversato una sequenza continua di emergenze, campagne, mobilitazioni e conflitti. Questa esposizione prolungata produce stanchezza, sovraccarico, talvolta disillusione. Un referendum percepito come tecnico o distante rischia di non superare la soglia di attenzione. Quando la saturazione è elevata, l’asticella per attivarsi si alza ulteriormente e si tende a concentrare le forze su ciò che appare più prossimo o identitario. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Si può riaprire lo spazio dell’attivazione se il referendum viene letto come un’azione a basso costo e potenzialmente ad alta resa: un passaggio circoscritto che, senza sostituire le lotte ma intersecandosi ad esse, può incidere sul contesto politico generale e mettere chiaramente in difficoltà il governo. In questa chiave, partecipare non significa “fare una campagna totale”, ma scegliere un obiettivo realistico e misurabile dentro un calendario breve, integrandolo nelle pratiche già esistenti. La copertina è di Marta D’Avanzo (DinamoPress) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Compagnə per il No: dieci ragioni per non restare alla finestra proviene da DINAMOpress.
March 18, 2026
DINAMOpress
Camera Deputati: nuovo regolamento o altri pateracchi?
di Franco Astengo CAMERA DEI DEPUTATI: REGOLAMENTO, FORMULA ELETTORALE Riprendo la notizia da un articolo di Kaspar Hauser pubblicato dal quotidiano «il manifesto»: “Oggi la Camera dei Deputati approverà un’ampia e profonda modifica al proprio Regolamento che, dalla prossima legislatura dovrebbe ridare a questo ramo del Parlamento un ruolo più incisivo rispetto alla funzione di controllo del Governo”. Non entriamo
February 17, 2026
La Bottega del Barbieri
I diversivi
Non se ne sentiva nostalgia, ma la politichetta italica si è rimessa in moto secondo antiche movenze, come se negli ultimi anni nulla fosse accaduto intorno a lei. Guerre, genocidi, rapimenti di capi di stato, crisi economiche e di alleanze ottuagenarie, venir meno di rotte commerciali e coperture nucleari, crollo […] L'articolo I diversivi su Contropiano.
February 5, 2026
Contropiano
“Cosa loro”…
Le meravigliose compagne e i meravigliosi compagni della Campania hanno accolto a pugno chiuso il risultato delle elezioni regionali. È giusto perché sono persone che lottano tutti i giorni, che hanno fatto una dura campagna contro il palazzo e hanno visto le forze comunque crescere. Però Giuliano Granato per poco […] L'articolo “Cosa loro”… su Contropiano.
November 26, 2025
Contropiano
Regionali: valanga astensionista. Quali interrogativi per l’alternativa?
A scrutinio concluso per le tre tornate elettorali che hanno interessato le regioni Veneto, Campania e Puglia, si possono fare valutazioni più puntuali di quelle possibili ieri, sia perché i dati sono definitivi, sia perché indicazioni più generali è bene trarle a mente fredda. E il primo elemento da sottolineare […] L'articolo Regionali: valanga astensionista. Quali interrogativi per l’alternativa? su Contropiano.
November 25, 2025
Contropiano
La vittoria di Milei tra astensionismo e indebitamento: note sulle elezioni argentine
Lo scorso 26 ottobre la coalizione di Milei e del macrismo hanno vinto con il 40,7 per cento dei voti le elezioni di Midterm, che rinnovano metà del Congresso e un terzo del Senato, contro il peronismo fermo al 34,9. Si è trattato delle elezioni con l’affluenza più bassa della storia democratica argentina: solamente il 67,85% dell’elettorato si è recato alle urne, in un paese in cui il voto è obbligatorio. Un mese e mezzo prima, ad inizio settembre, si erano tenute le elezioni di midterm nella provincia di Buenos Aires, bastione storico del peronismo (nella provincia vive un terzo dei votanti argentini): il peronismo aveva vinto con oltre il 14% di voti in più, facendo sperare che il risultato si sarebbe riversato anche sulle elezioni nazionali, ma questa volta ha vinto la coalizione di governo non solo a livello nazionale, ma anche nella stessa provincia di Buenos Aires, ottenendo con il 41,5 per cento contro il 40,8 del peronismo (nella capitale Buenos Aires invece Milei, con la ministra Bullrich come candidata, ha ottenuto il 50% dei voti, in calo rispetto alle precedenti elezioni). Pur essendo stati meno voti in assoluto, e percentuali di voti più basse, rispetto al turno precedente, è stata una vittoria significativa per Milei, dopo anni di tagli, austerità, impoverimento di massa, repressione e tagli a programmi sociali e welfare. Come segnalato da questo ed altri contributi ed analisi elettorali, su questo voto ha pesato in maniera significativa l’accordo con Trump (che ha dichiarato di aver investito tanti soldi per l’elezione argentina), rispetto al prestito dell’FMI, con l’annuncio del presidente Usa di garantire la stabilità del peso sul dollaro solo in caso di vittoria elettorale del governo (se perdeva Milei ci sarebbe quindi stata una fortissima svalutazione, elemento che ha sicuramente avuto un peso non indifferente nelle scelte elettorali). Milei ha festeggiato la vittoria, che gli ha garantito un significativo aumento delle forze parlamentari a suo sostegno (passando da 43 deputati a 97, e da 7 senatori a 20): subito dopo i comizi, ha annunciato le riforme del lavoro, delle pensioni e dell’educazione, prossimi terreni di scontro politico nel paese. Seppure le elezioni parlamentari argentine hanno rafforzato la maggioranza del presidente Milei, al tempo stesso pongono una serie di interrogativi, ognuno dei quali può spiegare una parte di un tutto che non è coerente, né necessariamente stabile e che, in fondo, non va nemmeno considerato “un tutto”. Pubblichiamo una riflessione post elettorale di Ariel Pennisi, ricercatore e docente argentino: un contributo che nasce dalla discussione collettiva della Biblioteca Paolo Virno, nata due anni fa dalla collaborazione tra Red Editorial (casa editrice argentina, di cui l’autore è parte), e Tercero Incluido, casa editrice spagnola, che hanno pubblicato quattro titoli di Paolo Virno (e altri due sono in preparazione) per raccogliere in una stessa linea editoriale i contributi del filosofo italiano in spagnolo. [nota della redazione] Il dato più rilevante è forse l’astensionismo? Si tratta del tasso di astensionismo più alto dal ritorno della democrazia [in Argentina il voto è obbligatorio, ndr]. Il numero delle persone che non hanno votato, infatti, supera quello di chi ha scelto la coalizione di governo vincente. Significa che una parte consistente di chi vive in difficoltà preferisce non votare? Che non considera valide le alternative proposte, o che non crede nelle elezioni e, quindi, nelle istituzioni come strumenti per risolvere la propria condizione? Ancora: un’astensione di questa portata indica forse che l’opposizione ha un potenziale limitato e non riesce a imporsi come alternativa reale? C’è un punto in cui la sfiducia del sistema democratico formale si confonde con l’assenza di progetti politici convincenti. > I dati sull’indebitamento di una parte della popolazione con le carte di > credito sono durissimi. C’è chi si indebita persino per comprare cibo. > Economie fragilissime, esposte al minimo scossone. Prevarrà la paura di un > cambiamento troppo brusco, in un contesto di governo già indebolito? È una situazione che ricorda, in parte, quella delle persone legate al consumo a rate negli anni Novanta, quando la disoccupazione cresceva. Allora la maggioranza preferì sostenere quel regime per timore di perderne i pochi benefici, pur senza condividere troppi punti né sul piano ideologico né su quello morale. Il rapporto della popolazione con i prodotti importati non è omogeneo. I ceti medi ne approfittano per mantenere uno stile di vita in linea con il proprio immaginario, mentre per i settori popolari la possibilità di acquistare beni importati a basso costo offre spesso un’opportunità di commercio e di reddito. Un caso esemplare: una giovane donna del profondo conurbano [periferia del Gran Buenos Aires, ndt] utilizza prodotti importati dalla Cina, che ottiene grazie all’apertura indiscriminata delle importazioni, per uno dei suoi lavori, un piccolo business di decorazione di sale per eventi che affianca al lavoro domestico. Grazie a ciò ha smesso di recarsi nei mercati come La Salada per acquistare materiali. Il giorno in cui, per necessità di un prodotto non disponibile come importato, è dovuta tornare a La Salada, è stata derubata mentre raggiungeva la fermata del bus. In altre parole, la politica di apertura le garantiva non solo un miglioramento economico, ma anche, in parte, una maggiore sicurezza personale. Si può definire questo un segno di consenso al governo, o piuttosto una forma di pura sopravvivenza? In uno scenario dominato dal breve termine e dalla mancanza di orizzonti condivisi come Paese, società o collettività, le tendenze generali non incidono davvero nella percezione quotidiana delle persone. Le incoerenze del piano economico, i rischi di medio e lungo periodo raramente entrano nelle conversazioni comuni. Nessuno cambia da un giorno all’altro e, poiché si vive alla giornata, nessuno sembra desiderare un cambiamento. L’orizzonte stesso scompare dal radar. Un dettaglio, per nulla secondario: alle elezioni del 7 settembre nella provincia di Buenos Aires [vinte dal peronismo con 14% in più della coalizione di governo, ndr] hanno votato anche gli stranieri abilitati, circa il 3% del totale. In quell’occasione, circa il 90% di loro votò per il peronismo, contribuendo alla larga vittoria di Fuerza Patria. Stavolta, essendo elezioni nazionali, non hanno potuto votare. Possiamo allora ipotizzare che quel segmento avrebbe potuto modificare, se non l’esito generale, almeno la coloritura politica del vincitore nella provincia di Buenos Aires? Viviamo in una trappola? Al di là delle somiglianze ideologiche e programmatiche tra l’attuale governo e il periodo menemista, si percepisce l’odore di una realtà tenuta insieme con gli spilli. In questo senso, la paura che il governo potesse cadere dopo una sconfitta elettorale può aver pesato, anche se è difficile misurarne l’impatto. L’intervento degli Stati Uniti è stato determinante, ma in modo diverso dal passato. Se ai tempi di Menem si costruì una certa “mistica” attorno alle cosiddette relazioni carnali con gli Stati Uniti, come parte di un’alleanza modernizzatrice fondata sulla convertibilità e sull’identificazione con il dollaro, oggi il tono è ben diverso: non un futuro promettente, né un sogno americano da inseguire, ma un “salvataggio” annunciato con tono minaccioso, che alimenta la paura di perdere ancora di più. > Oltre all’intervento del Tesoro statunitense per contenere il dollaro (a > quanto sarebbe arrivato senza quel sostegno?), il messaggio di Trump è stato > inequivocabile: se il governo non avesse vinto, avrebbe perso ogni appoggio. La costruzione di uno scenario di sconfitta prima delle elezioni ora ritorna come effetto sorpresa, uno shock simbolico. Ma in realtà, al governo è andata più o meno come al macrismo nel 2017, anzi, leggermente peggio. Solo che, al tempo, Macri non aveva alle spalle un governo così debole come quello del Frente de Todos e dovette, infatti, inventarsi la storia della pesada herencia [“pesante eredità” dei governi progressisti del kirchnerismo]. L’ultimo governo di Cristina aveva lasciato punti deboli e questioni irrisolte, ma, a guardarlo oggi, i suoi risultati di gestione erano nettamente migliori. Ancora una volta, si conferma che ogni discesa riduce il margine di recupero per i settori popolari e, così, anche il livello del dibattito pubblico scende. Pesa di più l’antiperonismo reattivo o il progressismo possibilista che rinuncia a confrontarsi e a interpellare? Infine, il ricordo del fallimento del governo del Frente de Todos è ancora vivo. L’inflazione, le oscillazioni della pandemia, i vizi tipici del peronismo territoriale quando detiene il potere… > Il governo, che nel 2023 aveva suscitato aspettative, oggi non è più in grado > di generarle: ha perso oltre quindici punti rispetto a quella tornata > elettorale. Si potrebbe dire, ipotizzando, che questa volta, non avendo > bisogno di creare aspettative per il futuro, gli sia bastato evocare la paura > di tornare al passato. E, in effetti, l’opposizione peronista si comporta come quando era al governo: con gli stessi slogan, le stesse lotte interne e la stessa incapacità di cogliere la trama sottile delle vite precarie. Forse, non è possibile dare un senso unitario a ciò che è accaduto. Le diverse esperienze e le molteplici dinamiche quotidiane non si sommano in un “tutto” coerente. È quasi frustrante, per la nostra volontà analitica, non riuscire a comporre un quadro chiaro, anche se questo significasse arrivare a una conclusione sgradita. C’è qualcosa nella varietà delle ragioni minime, delle pratiche quotidiane e delle contingenze che continua a sfuggirci. Eppure, queste condizioni non ci esonerano dall’analisi, né rendono impossibile elaborare uno sguardo critico (esercizio quanto mai necessario); anzi, vale la pena interrogarsi sulla frammentazione e sulla liquidità (concetti che da quasi trent’anni ricorrono nei saggi e nelle analisi) della società argentina, e sulla crescente segmentazione dei comportamenti sociali. Articolo pubblicato originariamente in spagnolo su Canal Abierto. Traduzione in italiano a cura di Alessia Arecco per Dinamopress Immagine di copertina di Gage Skidmore da wikimedia commons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La vittoria di Milei tra astensionismo e indebitamento: note sulle elezioni argentine proviene da DINAMOpress.
November 14, 2025
DINAMOpress
People have the power
E’ ora di bussare forte al portone del potere. Mai come oggi – da qualche decennio a questa parte – la frattura tra classe dirigente (multinazionali, imprese, banche, classe politica, ecc) e popoli è stata così evidente e netta. Una frattura sottolineata non solo dalla dimensione delle manifestazioni contro il […] L'articolo People have the power su Contropiano.
October 16, 2025
Contropiano
L’impossibile “ritorno alla normalità”
Rimasti spiazzati e sotto botta dalle impressionanti manifestazioni popolari per Gaza di queste settimane, in Italia i filo-israeliani e i “normalizzatori” stanno cercando di recuperare terreno e riportare la percezione della situazione a quella in cui sia la narrazione israeliana sulla realtà che quella reazionaria e individualista sulla società erano […] L'articolo L’impossibile “ritorno alla normalità” su Contropiano.
October 7, 2025
Contropiano
Cile. La vittoria di Jara nelle primarie apre un nuovo scenario politico
Bassa affluenza alle primarie del partito al governo Concluse le votazioni primarie, la candidata del Partito Comunista celebra una vittoria schiacciante con 824.000 voti, ottenendo oltre il 60%. Duramente sconfitti sono l’ex Concertación e Carolina Tohá, che ha ottenuto 384.000 voti, e il Frente Amplio, con il candidato Gonzalo Winter […] L'articolo Cile. La vittoria di Jara nelle primarie apre un nuovo scenario politico su Contropiano.
July 6, 2025
Contropiano