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L’allucinazione di un’IA ha rischiato di scatenare la guerra tra USA e Cina
Gli Stati Uniti sono stati a un passo dall’intercettare e abbordare una nave cargo cinese, un’azione che avrebbe potuto avere gravi conseguenze diplomatiche, se non addirittura portare a una guerra. Con i jet già in volo, l’operazione è stata annullata un attimo prima dell’esecuzione: alcuni funzionari avevano approfondito il rapporto alla base della manovra e si erano accorti che il pretesto era completamente fasullo, l’allucinazione di un chatbot impiegato in ambito militare. A raccontare la svista, potenzialmente pericolosissima, è stata nei giorni scorsi la CNN, la quale ha riportato l’episodio avvenuto la scorsa primavera e finora ignoto al grande pubblico. Secondo quattro fonti anonime citate dall’emittente, nel quadro della guerra in Iran le forze armate statunitensi sono state a un passo dall’assaltare un cargo che navigava nelle acque mediorientali e che si riteneva trasportasse componenti utili a sostenere un programma di armi nucleari. A prendere una cantonata è stato un chatbot a cui un analista si era rivolto per interpretare alcune informazioni sul carico della nave: lo strumento ha fuso informazioni open source e intelligence segreta in un’unica informazione, tanto ibrida quanto errata. L’incidente diplomatico è stato evitato per un soffio, ma il rischio corso suona come un campanello d’allarme su un problema che le istituzioni americane non sembrano intenzionate ad affrontare. Per velocizzare le operazioni militari si fa ormai largo uso di strumenti di IA, notoriamente soggetti ad “allucinazioni”, cioè a produrre contenuti che non corrispondono al vero, una scelta che viene direttamente dall’alto. Lo scorso gennaio il segretario della Guerra statunitense, Pete Hegseth, ha presentato la Strategia di accelerazione dell’intelligenza artificiale, un piano che mira a «eliminare le barriere burocratiche» all’introduzione dei vari modelli di IA nelle forze armate, favorendone un’integrazione a largo spettro che abbraccia la filosofia preferita dalla Silicon Valley: «move fast and break things». Che la tecnologia possa fornire dati errati ai servizi di intelligence chiamati a gestire il pronto intervento in situazioni militari delicate non è certo una novità. Il 26 settembre 1983, molto prima dell’avvento delle IA per come le conosciamo oggi, un difetto nel sistema sovietico di rilevamento dei missili nucleari è entrato nella storia: i satelliti scambiarono alcuni riflessi di luce per il lancio di cinque razzi avversari. L’ufficiale di turno, Stanislav Petrov, contravvenendo al protocollo, decise di ignorare l’allarme, ritenendo poco credibile che gli USA volessero annientare Mosca con appena cinque missili. La scelta di Petrov evitò che l’URSS rispondesse a un attacco inesistente con una rappresaglia immediata e, forse, impedì al mondo di precipitare in una guerra nucleare. La sua freddezza è l’esempio più virtuoso del principio “human in the loop“: ogni informazione elaborata da uno strumento deve essere vagliata da un essere umano, che si assume la responsabilità della decisione finale. Nell’episodio raccontato dalla CNN gli eventi si sono conclusi per il meglio, tuttavia il caso mette in luce un problema tutt’altro che trascurabile. L’operazione contro l’imbarcazione cinese è stata fermata in extremis, quando alcuni ufficiali, approfondendo il rapporto, hanno scoperto che era stato prodotto con l’aiuto dell’IA e che il chatbot aveva identificato in modo errato il carico. Fino a quel momento, però, l’errore era passato indisturbato sotto gli occhi di un analista, il quale aveva usato lo stesso chatbot prima per interpretare le informazioni sulla nave e poi per trasformare la sua conclusione in un rapporto destinato ai superiori. Un essere umano era dunque presente a ogni passaggio, ma il suo compito si è ridotto a interrogare lo strumento e a trasmetterne i risultati, non a verificarli in modo indipendente. Complice una narrazione che sopravvaluta la macchina e un governo che sembra incapace di garantirne un’integrazione corretta, il principio dello “human in the loop” rischia così di diventare una formula vuota. Una leggerezza che le istituzioni non dovrebbero mai permettersi, soprattutto quando si rischia di scatenare una guerra. The post L’allucinazione di un’IA ha rischiato di scatenare la guerra tra USA e Cina appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 22, 2026
L'INDIPENDENTE
La guerra all’Iran prosciuga gli arsenali USA: 33 miliardi di costi e scorte militari in crisi
La guerra in Iran sta mettendo sotto pressione le casse e la capacità di produzione bellica industriale degli Stati Uniti: smentendo le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, infatti, un rapporto ufficiale del Dipartimento della Guerra (DoW) presentato al Congresso ha confermato che quella denominata “Operazione Epic Fury” (OEF) ha causato una notevole carenza di munizioni negli arsenali militari e che nei primi quattro mesi di guerra – nel periodo compreso tra il 28 febbraio e il 29 giugno – gli USA hanno sborsato 33,4 miliardi di dollari per sostenere i costi del conflitto contro Teheran. Secondo l’Ufficio dell’Ispettore Generale del DoW, “la spesa per munizioni nell’ambito dell’operazione Epic Fury ha comportato carenze strategiche nelle scorte e ha rivelato colli di bottiglia a livello industriale per il rifornimento di munizioni”. Solo a luglio, il capo della Casa Bianca aveva assicurato in un’intervista al Wall Street Journal che gli Stati Uniti hanno «molte più munizioni di chiunque altro al mondo, e molte più di quelle di cui abbiamo bisogno». Nello specifico, il Dipartimento della Guerra americano ha stimato che dei 33,4 miliardi di dollari spesi per sostenere le operazioni belliche, 7,4 riguardano i costi incrementali per l’operazione OEF; 22,3 miliardi di dollari sono relativi alle munizioni consumate e 3,7 miliardi di dollari comprendono le perdite di equipaggiamento. La cifra però non include i costi per le riparazioni delle infrastrutture bombardate: le spese di riparazione delle basi militari danneggiate in Medio Oriente rimane, infatti, ancora da definire, considerato non solo che la guerra è tutt’altro che conclusa, ma anche che non è ancora chiaro se e quali basi verranno ricostruite. Secondo una stima interna del Pentagono riferita dai media statunitensi, la cifra complessiva che include le riparazioni alle basi statunitensi danneggiate, la sostituzione degli aerei distrutti e il rifornimento delle scorte di armi ammonta a circa 80 – 100 miliardi di dollari. Il Congressional Budget Office (CBO) – un organismo indipendente del Congresso USA – invece, ha stimato che dall’inizio del conflitto fino al primo agosto, la guerra è costata agli Stati Uniti 38 miliardi di dollari, circa tre miliardi in più ogni mese. I costi sono alimentati proprio dalla stessa necessità di aumentare la produzione di armi, in particolare munizioni, data la loro conclamata carenza: come si legge nel rapporto del Pentagono, infatti, il Dipartimento della Guerra “sta lavorando per snellire i processi di approvvigionamento e i tempi di produzione, nonché per costituire scorte di materiali critici, componenti e munizionamento selezionato, al fine di rispondere rapidamente a eventuali situazioni di emergenza”. Il documento spiega inoltre che l’obiettivo è espandere la capacità degli impianti della base industriale – sfruttando i poteri conferiti dalla legge – mettendo in sicurezza le catene di approvvigionamento critiche e integrandosi con gli alleati per compensare la riduzione delle scorte statunitensi, aggiungendo anche che “la base industriale della difesa richiede tempi di realizzazione significativi per espandere le capacità produttive”. La relazione segnala poi importanti criticità nella produzione di motori a propellente solido, nella disponibilità di esplosivi e propellenti di alta qualità e nel reclutamento di manodopera specializzata per la produzione. Secondo il documento, “Il Congressional Research Service ha rilevato che il volume e il costo finanziario delle munizioni statunitensi impiegate durante l’operazione OEF illustrano direttamente la portata e la complessità del totale di obiettivi rappresentato dall’Iran”. Il Dipartimento della Guerra ha informato il Congresso anche sul numero di militari statunitensi uccisi, sulle basi, le strutture e gli equipaggiamenti militari danneggiati nel corso della guerra: in totale, sette militari sono stati uccisi in operazioni sul campo e altri sette in azioni non ostili dall’inizio della guerra. Nello stesso periodo 417 militari sono stati feriti e quattro ulteriori membri delle forze armate uccisi. Per quanto riguarda le strutture e l’equipaggiamento militare, il CENTCOM (Comando Centrale degli Stati Uniti) ha riferito che gli attacchi iraniani hanno danneggiato o distrutto centinaia di edifici e strutture nelle basi americane in Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman, and Giordania durante il conflitto. Inoltre, decine di velivoli statunitensi sono stati distrutti o danneggiati, tra cui quattro caccia F-15E (tre distrutti dal fuoco amico e uno dagli iraniani), un F35 danneggiato da fuoco nemico e sette aerei da rifornimento KC-135 distrutti o danneggiati. Anche le strutture diplomatiche statunitensi hanno subito danni dagli attacchi iraniani in quattro nazioni, con un costo complessivo stimato di circa 184 milioni di dollari. La guerra in Iran non sta solo prosciugando gli arsenali militari USA, ma sta mettendo a dura prova l’economia statunitense e quella di tutto il mondo a causa delle pressioni inflazionistiche causate dalla riduzione delle spedizioni di petrolio e gas naturale. Allo stesso tempo, le prospettive di risoluzione del conflitto sono ancora lontane e lasciano dunque presagire un ulteriore aumento delle spese militari e inasprimento delle condizioni economiche. The post La guerra all’Iran prosciuga gli arsenali USA: 33 miliardi di costi e scorte militari in crisi appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 16, 2026
L'INDIPENDENTE
I giudici riconoscono che il Governo USA voleva punire Anthropic
Anthropic può tirare un sospiro di sollievo e godersi una prima fase di “riscatto”: Rita Faye Lin, giudice della Corte distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto settentrionale della California, ha definito giuridicamente che la decisione del Governo statunitense di inserire l’azienda nella “lista nera” dei fornitori sia scaturita da una logica punitiva e non, come sostenuto dalle autorità, da un concreto rischio per la sicurezza della filiera. La decisione è stata formalizzata giovedì 27 agosto con la pubblicazione di una sentenza di 59 pagine che smantella in gran parte la posizione del Governo, il quale – e questo è stato un punto fondamentale nella decisione giudiziaria – da un lato accusa Anthropic di rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale e dall’altro continua a servirsi dei suoi servizi come se nulla fosse, integrandoli anche in contesti particolarmente sensibili. “Le parole e i fatti degli imputati confermano che le azioni contestate erano motivate dal desiderio di fare di Anthropic un esempio pubblico per la sua ‘arroganza’ nel criticare il governo“, ha scritto la giudice Lin. La vicenda ha preso forma il 27 febbraio, quando il presidente statunitense Donald Trump ha ordinato l’inserimento dell’azienda nella lista dei fornitori che mettono a rischio la sicurezza nazionale – posizione che ha assunto valore esecutivo pochi giorni dopo, il 3 marzo, con il Segretario alla Guerra Pete Hegseth che ha ufficialmente ordinato alle agenzie federali di interrompere entro 180 giorni l’utilizzo dei modelli di IA sviluppati da Anthropic. Cadendo questa scadenza a fine settembre, il Governo non ha mai dovuto davvero rinunciare agli strumenti in questione, tuttavia gli avvocati dell’Amministrazione sostengono che i modelli dell’impresa siano stati progressivamente dismessi nel corso dei mesi, in vista dell’abbandono definitivo. Questa linea dura era stata inizialmente giustificata asserendo che Anthropic avrebbe potuto mantenere un accesso aziendale ai servizi erogati, arrogandosi di fatto il diritto di intervenire sul prodotto a proprio piacimento una volta integrato nelle operazioni federali e militari. Quando è diventato evidente che non vi fossero prove che l’operato dell’azienda differisse in qualche modo da quello offerto delle realtà concorrenti, la linea difensiva è cambiata, concentrandosi sull’idea che l’atteggiamento “sempre più ostile” adottato pubblicamente da Anthropic nei confronti delle richieste del Pentagono rendesse impossibile per il Dipartimento della Guerra “fidarsi di Anthropic per garantire l’integrità dei suoi modelli”. La colpa di Anthropic, va ricordato, è stata quella di applicare una politica aziendale che impedisce al Governo di utilizzare i suoi servizi per la sorveglianza di massa dei cittadini statunitensi e per guidare sistemi d’arma autonomi. La giudice Lin ha ora ordinato la revoca di tutte le linee guida, le direttive, le comunicazioni e le istruzioni che avevano inserito Anthropic nella lista nera governativa, annullando di fatto la decisione dell’esecutivo. L’Amministrazione è altresí in attesa dell’esito di un’azione legale analoga e parallela depositata a Washington, inoltre può appellarsi alla sentenza californiana, certa che l’attuale Corte Suprema, incline ad assecondare il Governo, garantirebbe un trattamento di favore ai diktat Repubblicani. Non è però detto che il Pentagono abbia davvero interesse a percorrere questa strada. Quando il caso è esploso, l’opinione pubblica si è schierata in massa a favore di Anthropic, dipingendo – erroneamente – l’azienda come ultimo baluardo etico del settore: una reazione così forte che persino la rivale OpenAI ha dovuto rivedere i propri rapporti con il Governo per limitare il danno reputazionale. Non solo: Anthropic ha da tempo annunciato l’intenzione di debuttare in Borsa, un percorso che, secondo le sue stime aziendali, porterebbe a una valutazione di riferimento pari a 2.000 miliardi di dollari. L’impresa sostiene che l’inserimento nella lista nera dei fornitori abbia già contribuito alla perdita e alla cancellazione di contratti per centinaia di milioni di dollari; un ulteriore colpo in tal senso rischierebbe quindi di minare la fiducia del mercato nei confronti di Anthropic, con un danno che colpirebbe non solo l’azienda, ma rischierebbe di riflettersi sull’intero settore dell’IA – un settore che non solo intrattiene preoccupanti rapporti incestuosi tra aziende, ma sta anche cercando di espandersi, con qualche insuccesso notevole, verso una dimensione di finanziarizzazione e di credito che lega direttamente i flussi di denaro ai successi e ai fallimenti delle imprese coinvolte. The post I giudici riconoscono che il Governo USA voleva punire Anthropic appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 28, 2026
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