Tag - scontri

ARSIDER MARANZATO
“ℭ𝔢 𝔫’𝔢𝔰𝔱 𝔭𝔞𝔰 𝔞𝔲𝔵 𝔯𝔢𝔟𝔢𝔩𝔩𝔢𝔰 𝔡’𝔞𝔭𝔭𝔯𝔢𝔫𝔡𝔯𝔢 à 𝔭𝔞𝔯𝔩𝔢𝔯 𝔩’𝔞𝔫𝔞𝔯𝔠𝔥𝔦𝔰𝔱𝔢, 𝔪𝔞𝔦𝔰 𝔞𝔲𝔵 𝔞𝔫𝔞𝔯𝔠𝔥𝔦𝔰𝔱𝔢𝔰 𝔡𝔢 𝔡𝔢𝔳𝔢𝔫𝔦𝔯 𝔭𝔬𝔩𝔶𝔤𝔩𝔬𝔱𝔱𝔢𝔰” “C’è una gran bella allegria nelle città che si spaccano! Il traffico crepa, le merci restano ferme, la gente si incontra senza dover comprare niente. Era ora, un po’ d’aria, dopo anni a farsi dissanguare: affitti, bollette, salari da fame, bombe a tonnellate. Tutto regolare! Tutto democratico! Poi un gruppo di ragazzini manda in frantumi una vetrina e comincia il funerale. I poveri vetri! Le povere banche! Gli stessi che digeriscono i bambini sotto le macerie, adesso hanno il cuore spezzato per una saracinesca! Sotto l’asfalto, i debiti e sotto gli anni passati a ingoiare merda, ci sono le tenebre che respirano, i fuochi illuminano i volti e, per qualche ora, il mondo appartiene a chi non ha mai posseduto niente. Ecco cosa fa tremare i guardiani della violenza! Tutta quella pace sociale, tenuta insieme a manganelli, mutui e paura di perdere il posto, dipende dall’obbedienza di chi non ha più i soldi per campare. E quelli ridono!, Ecco lo scandalo borghese! Dopo una vita a farsi portare via tutto, trovano ancora il modo di essere felici! Contate pure i vetri, becchini! Noi abbiamo ancora una vita intera da riprenderci.”
October 23, 2026
Radio Blackout - Info
Milano: una piazza a sorpresa
Con un compagno di Milano commentiamo quelle che sono state le giornate di Milano che hanno visto migliaia di persone manifestare con rabbia contro un centro città ormai invivibile e inavvicinabile.
October 22, 2026
Radio Onda Rossa
“PROBLEMA COMUNE DELLE PIAZZE EUROPEE È TRADURRE IL DESIDERIO DI RIVOLTA IN ORGANIZZAZIONE E ALTERNATIVA POLITICA”, DA PARIGI INTERVISTA A DAVIDE GRASSO
Radio Onda d’Urto ha intervistato Davide Grasso, ricercatore dell’Università di Torino e dell’École des hautes études en sciences sociales di Parigi sulle mobilitazioni studentesche, ma anche contro il carovita e le conseguenze della crisi del capitalismo, che hanno riempito le strade e le piazze delle città di tutta la Francia nelle ultime settimane. Davide Grasso si trova a Parigi per lavoro durante questo anno accademico. In passato ha già vissuto nella capitale francese, durante altri periodi e potendo osservare altre grandi mobilitazioni. Gli abbiamo chiesto, quindi, che idea si sia fatto di queste settimane di mobilitazione generale in Francia anche guardando a possibili confronti con cicli di lotte e movimenti sociali precedenti. A questo proposito il nostro ospite ipotizza che in Francia si stia assistendo all’espressione di una sorta di potente sintesi delle mobilitazioni degli anni scorsi, ma anche a un accumulo, non solo di esperienze, rivendicazioni e pratiche ma anche, in una certa misura, di frustrazioni. “Anche perché i cicli di lotte precedenti in molti casi non hanno avuto successo”, spiega Davide Grasso ai nostri microfoni. “Si è trattato di movimenti molto ampi che però sono stati frustrati anche da alcune sconfitte. Probabilmente sta emergendo anche una forma di frustrazione rispetto all’impermeabilità del sistema politico istituzionale a riuscire a rispondere alle richieste di movimenti sociali molto radicati nel paese”. La mobilitazione intanto prosegue, anche oltre la giornata “campale” di sabato 17 ottobre. Questo accade nonostante una repressione molto dura da parte del governo, della polizia e degli apparati dello stato. Nei prossimi giorni e settimane, avverte Grasso, potremmo assistere a una situazione di forte tensione in cui il movimento potrebbe crescere, anche attraverso date già annunciate come quella dello sciopero generale chiamato dalla Cgt per il 5 novembre, mentre il governo non sembra intenzionato a offrire risposte diverse da quella repressiva. “La prospettiva – continua il ricercatore – è quella di una sorta di assenza di vie d’uscita dal momento che da un lato Macron ha fondamentalmente detto che le manifestazioni devono fermarsi, annunciando che lo stato farà di tutto per impedirle; dall’altro lato c’è un movimento che non si è formato contro una singola legge che può essere ritirata, ma chiede scuole migliori, più insegnanti, una qualità della vita diversa, maggiore uguaglianza, e che quindi prevederebbe una risposta molto impegnativa da parte di un governo che però ha davanti pochi mesi, per via delle imminenti elezioni presidenziali, e si trova a fare i conti con una serie di correzioni di bilancio, sempre nel segno dell’austerità, che sono previsti dagli impegni internazionali della Francia”. Insomma, “ci sono un esecutivo e un presidente che sono considerati inadeguati e lontani dalla realtà e che, da un punto di vista molto pragmatico, non hanno nessuna carta da giocare se non quella repressiva, che stanno cercando di giocare ma che è molto pericolosa”. A partire dalla situazione della Francia e di Parigi, abbiamo chiesto a Davide Grasso come si può leggere, dal suo punto di vista, quanto accaduto lo scorso fine settimana in Italia, in particolare a Milano, con le rivolte e sommosse urbane agite da giovani e giovanissimi, con ogni probabilità provenienti dalle classi popolari. In un articolo pubblicato nei giorni scorsi sul sito de Il Fatto Quotidiano il ricercatore ipotizzava che i fatti accaduti nel capoluogo lombardo potrebbero annunciare alcune novità per i prossimi anni. Quel che si è visto, per altro, era già stato in qualche modo anticipato da altre piazze italiane dell’ultimo anno: “penso ai disordini che c’erano stati a Milano in occasione delle manifestazioni per la Palestina e per Gaza; penso anche alla risposta alla morte di Abderrahim Fakir a Bologna alcuni mesi fa. Fenomeni che avevano lasciato intendere l’emergere di soggetti e gruppi di persone che si vogliono rendere protagoniste all’interno dello spazio urbano e che sembrano non essere riconducibili ai raggruppamenti, alle organizzazioni, ai soggetti, ai codici e agli appelli che in Italia sono stati tradizionalmente egemoni in forma abbastanza continuativa per decenni“, osserva Grasso nell’intervento sulla nostra emittente. “Dal punto di vista dell’iniziativa e della decisione di mobilitarsi, in parte anche delle modalità – continua – sembrano essere autonomi, originali, nuovi e lo scorso weekend, forse, determina un salto di qualità, magari non tanto nei numeri ma nel carattere estemporaneo e imprevisto di questo tipo di azioni, nella loro radicalità e nell’impatto che hanno avuto”. A conclusione dell’intervista abbiamo chiesto al nostro interlocutore di provare a tracciare alcune analogie e sottolineare, dall’altra parte, le differenze, tra quanto sta accadendo in Francia e tra quanto accaduto a Milano e – in misura minore – in altre città italiane, tenendo conto anche del fatto che nel frattempo movimenti significativi in termini di partecipazione stanno riempiendo le piazze anche di altri stati europei, come la Spagna, il Belgio o l’Albania. “Forse l’analogia più importante è il desiderio di transnazionalità, di internazionalismo, o comunque di connessione al di là delle frontiere e degli stati”, risponde Davide Grasso. “Qua in Francia – racconta – si percepisce nel fatto che molte persone chiedono cosa succede in Italia e ne sono molto contente, sono consapevoli del fatto che qualcosa avviene anche in Spagna e si menziona spesso l’Albania. In qualche modo c’è come la sensazione che sia necessario riuscire finalmente a far circolare gli appelli e la voglia di manifestare nei diversi paesi, almeno europei”. “Per il resto – osserva però Grasso – tra Francia e Italia prevalgono le differenze, come quella dell’estensione sociale e numerica delle proteste. C’è anche una differenza nel portato degli anni precedenti. Infatti, per quanto anche l’Italia abbia visto dei movimenti in questi anni, quelli francesi sono stati maggiormente di massa e hanno avuto una dialettica più diretta con le istituzioni, ma questo è caratteristico dello spazio francese”. “Quello che invece credo sia la cosa che accomuna davvero i due contesti – conclude lo studioso – è il problema, la domanda su come questo desiderio di rivolta, mobilitazione, rifiuto ma anche richiesta concreta possa da un lato tradursi in una dimensione più organizzata e che sia in grado di sedimentare e prendere una dimensione politica che non si esaurisca nel giro di qualche mese con una sconfitta o con una vittoria parziale, ma che possa essere invece qualcosa che costruisca alternativa attraverso gli anni e le diverse generazioni; dall’altro su come evitare che la destra e l’estrema destra si rafforzino in reazione a queste mobilitazioni“. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Davide Grasso, ricercatore dell’Università di Torino e dell’École des hautes études en sciences sociales di Parigi, in collegamento dalla capitale francese. Ascolta o scarica.
October 22, 2026
Radio Onda d`Urto
LA RISPOSTA DEL GOVERNO MELONI ALLA RABBIA SOCIALE: VARATO L’ENNESIMO DL “SICUREZZA” CONTRO LE PROTESTE
Alle rivolte dei giovani delle periferie e alle mobilitazioni degli studenti il governo Meloni risponde con un’ulteriore stretta repressiva. Il Consiglio dei ministri di martedì 20 ottobre ha licenziato l’ennesimo decreto “sicurezza”. La norma estende il fermo preventivo (già introdotto dallo scorso ddl sicurezza) anche ai minorenni, inventa il reato di partecipazione violenta a una manifestazione, l’aggravante di aver utilizzato i social per organizzare una proteste, il dovere dei genitori di risarcire eventuali danni provocati dai figli minori e 500 militari in più dell’operazione “Strade sicure” nelle vie del centro di Milano. A questi le destre al governo avrebbero voluto dare poteri di polizia giudiziaria, quindi di intervento diretto in ambito civile, ma l’intervento di Mattarella avrebbe contribuito – per ora – a rinviare questo passaggio. Su Radio Onda d’Urto sono intervenuti per un commento: * Giovanni Russo Spena, giurista e costituzionalista, già senatore per Rifondazione Comunista. Ascolta o scarica * Susanna Marietti di Antigone Onlus, associazione che si occupa di carcere e diritti dei detenuti e che cura anche un Osservatorio specifico sulla Giustizia minorile.Ascolta o scarica  Nel frattempo restano in carcere 4 dei 5 maggiorenni fermati a Milano, per i quali i giudici hanno disposto l’arresto. Il quinto è agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico. Per quanto riguarda i minori, 10 sono rinchiusi nel carcere minorile Beccaria. Alcuni di loro verranno trasferiti altrove perché la struttura è già piena, mentre per altri è stato deciso per gli arresti domiciliari e potranno frequentare la scuola.  Due minori sono già stati trasferiti nel carcere minorile di Genova. Lo ha riferito la direzione del Beccaria a Luca Paladini, consigliere regionale lombardo di “Patto Civico” e vice-presidente della commissione carcere del Pirellone che si è recato ieri proprio al Beccaria, dove però non gli hanno fatto incontrare i ragazzi fermati. Ascolta o scarica il suo intervento su Radio Onda d’Urto
October 21, 2026
Radio Onda d`Urto
La vetrina del Campo largo
Ogni volta che in questo paese il livello del conflitto sociale si eleva al di sopra di sit-in, presidi e cortei cosiddetti pacifici attentando alla sicurezza di vetrine o di incassi giornalieri delle grandi catene commerciali o del lusso sfrontato esibito nei centri storici a uso e consumo di ricchi e turisti, il teatrino della politica e le “grandi” firme della stampa ci ripropongono sempre il solito spettacolo stantio e miserabile, che ben spiega le origini di quanto accade in questi giorni. Il Governo specula sul terreno della sicurezza, pratica che ha contraddistinto questo esecutivo sin dal primo giorno di questa legislatura: dall’approvazione del cosiddetto “decreto Rave”, con il quale ha battezzato la sua crociata contro le nuove generazioni, al decreto Caivano che ha aperto le porte dei carceri minorili a centinaia di under-18, ai due decreti sicurezza, con il conseguente inasprimento delle pene e l’introduzione del fermo preventivo e dello scudo penale per agenti di pubblica sicurezza, fino ad arrivare al cosiddetto decreto anti-maranza, con misure sul porto di armi bianche, sulla libertà di circolazione negli spazi pubblici e sull’immigrazione. > Una costruzione graduale del nemico (binomio giovani-migranti) seguita da > punizioni esemplari minacciate a suon di articoli del codice penale. Bulimia > legislativa, via decreto legge naturalmente, che non affronta minimamente la > questione, ma che, finora, ha pagato elettoralmente, mostrando il pugno duro > contro i teppisti della fantomatica alleanza propal-maranza. Non è andata diversamente questa volta, con i partiti di maggioranza occupati a rincorrersi nella gara a chi è più liberticida, dalle millantate cauzioni per i cortei (solo nella testa di Salvini, per ora) alle misure approvate ieri nell’ennesimo decreto legge sulla sicurezza che contempla l’estensione dei fermi preventivi ai minorenni, nuovi Daspo urbani, inasprimenti di pena e introduzione di nuovi reati. L’esibizione muscolare legislativa va a braccetto con le passerelle accanto ai letti di ospedale dove sono ricoverati gli eroi della nazione, chi non ha paura di compiere il proprio dovere per difendere la proprietà privata dai barbari. E via alle grandi strette di mano e ai selfie con le forze dell’ordine da parte di Meloni, ministri, sottosegretari. Law and Order, né più, né meno. E per finire, l’ultimo atto dello spettacolo prevede la richiesta alle opposizioni di «condannare le violenze, senza se e senza ma». Ed è qui che puntualmente succede qualcosa di non più sorprendente ma di inspiegabile sì: quasi l’intero cosiddetto campo largo ubbidisce. Si fa chiudere nell’angolo e nell’angolo ci resta, incapace di rispondere alla retorica sui maranza e sulla divisione in buoni e cattivi che legittima la svolta autoritaria imposta da questo Governo. Qualche volta, soprattutto in questa occasione, qualche coraggioso/a osa tentare di suggerire che questa violenza ha radici sociali, ma solo in ottica anche questa elettorale per attaccare Meloni. La domanda è semplice: perché? > Perché il campo largo non sposta il fuoco su quanto veramente di grave è > successo sabato e domenica (ma anche venerdì) ovvero le violenze delle forze > dell’ordine su, principalmente, giovani minorenni? È uno stato di diritto quello in cui i cortei, autorizzati fra l’altro, vengono spezzati e caricati selvaggiamente dai celerini? È accettabile che gli agenti si accaniscano con manganelli, pugni e calci su persone già immobilizzate? E i caroselli con i blindati in piazza Duomo che riportano alla memoria il G8 di Genova? Il fatto che nessun/a esponente del campo progressista (tranne Ilaria Salis) abbia compreso la gravità della situazione e abbia sentito la necessità di prendere parola sulle violenze della polizia è un fatto emblematico dell’inadeguatezza nel saper leggere la situazione sociale e la transizione di fase alla quale stiamo assistendo. Addirittura, invece, il sindaco di Milano ha chiesto più Polizia, rimanendo quindi, immaginiamo, soddisfatto dall’invio del Governo di 500 militari nelle strade del capoluogo meneghino (anche se non con funzioni di polizia giudiziaria, come nella prima bozza del decreto), e oggi parteciperà a un presidio (indetto dalla CGIL … ) letteralmente in difesa delle vetrine dei grandi marchi e in solidarietà con le forze dell’ordine. Nessuna analisi, minimamente autocritica, da parte di Sala, così come di altri sindaci “progressisti”, riguardo alla trasformazione violenta imposta alla città ormai in mano ai fondi immobiliari e preda della turistificazione. Una città inaccessibile a chi, con contratti sempre più poveri e precari, tiene in piedi l’economia metropolitana. Un classico esempio insomma di estrattivismo urbano che espelle il proprio corpo sociale non sufficientemente abbiente: una città vetrina ora finita, letteralmente, in frantumi. Non è infatti un caso che il conflitto sia esploso a Milano e Bologna, due città che hanno subito una rapida gentrificazione negli ultimi anni. Città, entrambe, in mano a giunte di centro sinistra, così come Torino, altra città protagonista in questi giorni, che non mostrano nessuna intenzione di invertire la rotta. Possibile che non vi sia alcuna assunzione di responsabilità? > In questa situazione, chiedere più poliziotti per tenere sotto controllo il > territorio e partecipare a manifestazioni di fatto contro i marginalizzati, > contro gli espulsi, è surreale, è andarsi a infilare in un tunnel senza > uscita. La ragione di questo riflesso pavloviano del campo largo è uno degli aspetti più problematici della questione: il terrore è la perdita del famoso voto al centro alle prossime elezioni, a colpi di editoriali borghesi perbenisti probabilmente già pronti nelle redazioni di “Repubblica” e “Corriere”. Ed è questo, alla fine, l’errore madornale che almeno in parte ci riguarda: così, le elezioni le opposizioni le perdono. Anni fa al piano elettorale, giusto o sbagliato che fosse, non avremmo forse dedicato tanta attenzione. Tuttavia, il paradigma ora è profondamente cambiato, il fascismo non è più solo alle porte, ma è già in casa, e parte dell’argine riguarda anche la prossima contesa elettorale. > Ampliando lo sguardo in Europa fra Francia, Berlino e Spagna e, soprattutto, > negli Stati Uniti, dovrebbe essere lampante che le lotte sull’affordability > (diritto alla casa, servizi sociali pubblici di qualità, costo della vita e > autodeterminazione della propria esistenza contro un ascensore sociale neanche > bloccato, ma in discesa) non solo sono giuste, ma anche elettoralmente > vincenti. Si tratta, in fondo, di scegliere da che parte stare senza ambiguità: i fondi immobiliari o le persone a basso reddito? La gentrificazione violenta o l’esproprio degli immobili dei grandi fondi, misura con cui la Linke ha vinto le elezioni a Berlino? Centri storici adibiti a parchi a tema per turisti o tetto degli affitti e limiti agli affitti brevi? La giunta Sala, con il modello Expo2015 esteso a tutta la città ha dato una risposta chiara sostituendo 400.000 abitanti in base alla classe, fuori il ceto medio-basso, dentro i ricchi; Gualtieri, col modello Giubileo e la sua “rigenerazione urbana”, ha dato le chiavi di importanti parti della città ai fondi immobiliari. Queste posizioni scollegate dalla realtà, dalle esistenze indegne che una fetta sempre maggiore della società è costretta a vivere, in questi anni sono state parti integranti del tappo che oggi sembra saltato. E se non serve a far capire che è imprescindibile un cambio di approccio e di proposta politica, Meloni va dritta verso la riconferma. > La famosa mobilitazione elettorale del referendum non si produrrà alle > prossime elezioni (figuriamoci convincere ulteriori indecisei/e) se le > opposizioni continueranno a essere timide e a difendere più le vetrine che i > corpi di chi scende in piazza a riprendersi quanto il neo-liberismo, anche in > salsa social-democratica, ha loro sottratto. Di fronte a questo tetro scenario è necessario da una parte alimentare i processi sociali contro l’impoverimento e contro il riarmo e la guerra che il Governo sta implementando, evitando che vada in porto l’isolamento e la repressione delle soggettività scese in piazza negli scorsi giorni che il Governo sta perseguendo. Dall’altra è irrinunciabile, in questa fase storica, incalzare il cosiddetto campo largo sulle tematiche sociali (diritto all’abitare e alla città in primis) e sulla strategia di confronto con il dissenso, tenendo bene a mente che la militarizzazione dello spazio pubblico è stato un processo cui il centro sinistra degli anni ’10 ha contribuito in modo fondamentale. Provando a vincolare il programma elettorale dal basso animando piazze le più ricompositive possibili e, alla fin dei conti, facendo un favore a chi altrimenti è destinato a una sconfitta certa. La copertina è tratta da WikiCommons Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. L'articolo La vetrina del Campo largo proviene da DINAMOpress.
October 21, 2026
DINAMOpress
Per chi non li ha visti arrivare
Mentre siamo con le tende da diversi giorni nella «Piazza della Dignità» a Roma, piazza nata per costruire un percorso di accumulo sociale verso lo sciopero generale internazionale del 30 ottobre, assistiamo a un crescente malessere, sfociato poi in modo eclatante in diverse piazze italiane. A chi oggi scrive «non […] L'articolo Per chi non li ha visti arrivare su Contropiano.
October 21, 2026
Contropiano
Caldo d’autunno #2 | Violenza di chi? – di Emanuele Braga
In Francia, in Spagna, in Italia, in Portogallo, in Belgio, in Albania (per quanto riguarda l’Europa). In India, in Brasile, negli Usa e in altre parti del mondo. Una nuova generazione (la gen Z) comincia a far sentire la propria voce, a reclamare il diritto di essere riconosciuta e uscire dall’invisibilità contro anni di [...]
October 19, 2026
Effimera