Il cambiamento climatico ci sta sciupando Neil Diamond
Il tipo di musica che ascoltiamo cambia a seconda dell’ora del giorno o della
stagione dell’anno? Qualsiasi idiota, senza pensarci troppo, risponderebbe:
«Ovviamente sì». Caldo o freddo, giorno e notte, sole o pioggia, Natale o
Ferragosto, ci cambiano l’umore, l’appetito e il guardaroba. Interferiscono con
i nostri comportamenti e con la nostra vita quotidiana e, quindi, anche con le
nostre scelte musicali. Ma il metodo scientifico non si basa sul non pensarci
troppo. Ed è tale proprio perché non dà niente per scontato. Al contrario, i più
grandi passi avanti della scienza sono avvenuti proprio perché qualche studioso
visionario, da Galileo a Newton, passando per il tizio che ha inventato il
velcro, ha avuto il coraggio di mettere in discussione quello che per tutti era
un fatto ovvio: la Terra non è al centro dell’universo, i pianeti orbitano
attorno al Sole ed esiste un modo diverso di allacciarsi le scarpe.
È stato quindi con lo spirito dei grandi pionieri che, nel 2019, due ricercatori
della Cornell University hanno preso i dati di 765 milioni di ascolti fatti su
Spotify da 1 milione di persone in 51 Paesi e li hanno analizzati. Obiettivo?
Determinare se le scelte delle canzoni siano davvero influenzate dalle diverse
stagioni dell’anno. Dal clima, dalla temperatura esterna e dalle ore di sole a
disposizione durante una giornata. Alla fine la risposta è stata: «Ovviamente
sì».
Ogni stagione, quindi, ha i suoi canoni ben definiti, almeno se si considerano i
grandi numeri. L’estate è Walking on Sunshine, Surfin’ U.S.A., la Macarena, I
Watussi che ballano sotto il sole di Riccione, in un’euforia collettiva che non
risparmia nessuno. La primavera è Here Comes the Sun e un luccichio di suoni che
invitano, se non a uscire di casa, almeno ad aprire la finestra. L’inverno è
Last Christmas, White Christmas, qualsiasi Christmas. Musica ovattata e
coccolante da ascoltare in vestaglia per non pensare alla morte. L’autunno,
invece, musicalmente parlando, ha un’interpretazione più sfumata. In linea con i
suoi colori.
Fino a qualche secolo fa, l’autunno era, prima di tutto, la stagione
dell’abbondanza. Granai pieni, cantine ricolme e feste di paese dove celebrare
il raccolto prima che l’inverno arrivasse a fare la conta.
Nel 1725, per Vivaldi, l’autunno era la vendemmia: i contadini festeggiavano la
stagione ballando e cantando. Poi si ubriacavano fino a collassare: «Del liquor
di Bacco accesi tanti / finiscon col sonno il loro goder». Infine, all’alba,
andavano a caccia. Insomma, per Vivaldi l’autunno era un grande doposbronza
armato. Nell’Ottocento, tuttavia, avviene uno stravolgimento epocale nell’animo
europeo: si smette di bere per fare baldoria e si inizia a bere per soffrire. È
iniziato il Romanticismo. «I lunghi singhiozzi dei violini d’autunno, che
feriscono il cuore con un languore monotono», scrive il poeta maledetto Paul
Verlaine, marinando la sua anima nell’assenzio. Charles Trenet ci fa subito una
canzone.
Arriviamo così al Novecento, quando la musica popolare trasforma l’autunno nella
stagione dei ricordi. È il tema di Autumn Leaves, resa celebre dalla voce di Nat
King Cole. Le foglie cadono, la luce si abbassa, l’inverno si avvicina e,
soprattutto, qualcuno continua a pensare a un amore ormai lontano. Non è ancora
tristezza piena. È settembre: quel momento particolare dell’anno in cui l’estate
non è più presente, ma noi non abbiamo ancora avuto il tempo di convincerci che,
in realtà, è davvero finita. E forse è proprio questo il fascino musicale di
settembre: quel breve intervallo in cui ci si volta indietro.
Nel canzoniere occidentale, settembre non è un mese. È un’età. Si indossa un
cappotto leggero, le giornate si accorciano e, all’improvviso, qualcuno chiede:
«Ti ricordi?»
Neil Diamond, per esempio, si ricordava di un vecchio amore. Di due persone che
si ritrovano dopo anni e rivivono una notte passata insieme, a ballare fino
all’alba, un mattino di settembre. La canzone è September Morn, scritta da
Diamond insieme a Gilbert Bécaud, chansonnier francese che, a giudicare dal suo
repertorio, aveva una certa familiarità con le melodie che guardano fuori dalla
finestra. Bécaud aveva già scritto il brano e lo teneva da qualche tempo nel
cassetto. Diamond lo recupera, lo riscrive in parte e gli costruisce attorno
quella che diventerà una delle sue ballate più riconoscibili. Il pianoforte
entra in punta di piedi, quasi avesse paura di disturbare il ricordo. Poi la
melodia cresce, si allarga, fino a quel ritornello che arriva con la discrezione
di un’orchestra di archi: cioè nessuna. È il 1979. È un mattino di settembre.
Fuori non è più estate. Fa freddo e piove. E Neil Diamond ha qualcosa da
ricordare.
Ed eccoci al 2026. Quella appena trascorsa è stata tra le estati più calde mai
registrate. Anche nelle prime settimane di settembre, le temperature sono state
stabilmente di 6-8 gradi superiori alla media stagionale. È ufficialmente
iniziato l’autunno ma, a guardare dalla finestra, non sembrerebbe. È il momento
in cui Neil Diamond e gli studiosi della Cornell University sono chiamati a fare
i conti con il cambiamento climatico. 25 gradi, cielo azzurro, sole che splende.
Non le giornate migliori per guardare fuori dalla finestra ascoltando September
Morn. È un brano che ha bisogno di una luce e di un’atmosfera precisa. Non sta
bene mentre si cerca parcheggio all’ombra, grattandosi il braccio dopo essere
stati punti da una zanzara. Nel 2026, a settembre, il sole sorge e tramonta agli
stessi orari del 1979. Eppure fuori è luglio. Il calendario dice Neil Diamond,
il termometro urla La Macarena. Forse ci siamo. Le previsioni catastrofiche sul
surriscaldamento globale si stanno già verificando sotto i nostri occhi e
mietono vittime. Prima Neil Diamond, poi tutti gli altri. Forse siamo davvero a
un passo da un’apocalisse termonucleare al termine della quale, sulla Terra,
resteranno in vita solo le criptovalute, alcuni scarafaggi e la Juventus. O
forse sarà tutto meno spettacolare e, possibilmente, meno drammatico. Il futuro
è fatto di abitudini che si modificano e che ci colgono impreparati. Di emozioni
che non sono più sincronizzate con quello che vediamo fuori dalla finestra. Le
stagioni cambiano e noi dobbiamo cambiare il modo in cui le ascoltiamo.
L’importante è precisare una cosa: questa rubrica si guarda bene dal sostenere
la tesi che un settembre scuro e piovoso sia meglio di un altro mese d’estate.
Peccato solo per quelle mattine senza Neil Diamond.
Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace
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Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online
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