META a processo per aver causato volontariamente dipendenza nei bambini
Meta si trova nuovamente nella situazione perniciosa di dover rispondere di
un’accusa che le viene mossa ormai da decenni, ovvero quella di progettare le
sue piattaforme deliberatamente per creare dipendenza. L’azienda guidata da Mark
Zuckerberg si trova così coinvolta in un ennesimo processo che mira ad accertare
i danni causati dalle piattaforme social. Questa volta, però, la Big Tech non
dovrà vedersela con singoli soggetti che si sentono danneggiati da algoritmi
asfissianti, bensì con buona parte degli Stati americani – 29 su 50 –, i quali
chiedono che Meta paghi una multa da 1.400 miliardi di dollari – in pratica il
valore stesso dell’azienda –, oltre a un profondo stravolgimento dei meccanismi
che alimentano Instagram e Facebook.
L’episodio è epocale: potrebbe rappresentare un punto di svolta nella gestione
di ogni social presente nella vita degli utenti e stravolgere le economie di
alcune delle imprese tech più opulente e influenti, quelle legate a doppio filo
con politica e finanza. E il Mercato se n’è accorto: mentre Meta si presenta in
tribunale, i suoi titoli a Wall Street calano di più del 4,4%. Le premesse,
d’altronde, non sono delle migliori. Sebbene il settore tecnologico sia ben
lontano dal mirino presidenziale, la presa di posizione di gran parte degli USA
riflette un sentimento ormai radicato in buona parte della popolazione.
Da quando esistono, le Big Tech sono state perlopiù graziate da due fattori: la
vicinanza agli interessi governativi statunitensi e la famigerata “sezione 230”.
La prima ha fatto sì che ogni tentativo di regolamentazione da parte di Paesi
terzi venisse inquadrato come un attacco diretto agli Stati Uniti, elemento che
comporta complessità geopolitiche non indifferenti; la seconda ha invece creato
uno scudo normativo che ha sollevato ogni social e ogni forum dalla
responsabilità di ciò che viene pubblicato dai propri utenti. L’idea era
fortemente ancorata al desiderio iniziale di garantire che il web prendesse
piede: se i portali avessero dovuto imporre una selezione dei contenuti
comparabile alla responsabilità editoriale di una testata, internet avrebbe
faticato a decollare.
Il processo avviato in California intraprende dunque una direzione completamente
diversa, concentrandosi sul benessere dei minori e appoggiandosi su precedenti
recenti che hanno già riconosciuto Meta e YouTube come autori di mali digitali.
Non potendo far leva sulla responsabilità editoriale delle piattaforme, le
recenti cause contro le Big Tech si stanno infatti concentrando su come queste
aziende abbiano progettato e sviluppato gli algoritmi di raccomandazione
ignorandone la pericolosità, se non addirittura perseguendo dinamiche
psicologiche che generano dipendenza al fine di attanagliare gli utenti ai loro
servizi.
La posizione dell’accusa è sintetizzata in maniera efficace dal Procuratore
generale della California, Rob Bonta, secondo il quale Meta “ha progettato un
prodotto pericoloso per i giovani utenti, sapeva che era pericoloso e poi ha
mentito ai bambini, alle famiglie e alla comunità sulla sua pericolosità”. Oltre
alla sostanziosa multa, gli Stati chiedono dunque a Zuckerberg di introdurre una
serie di modifiche strutturali importanti: l’implementazione di un processo di
verifica parentale per gli account dei teenager, la rimozione dei filtri dalle
foto, l’interruzione dell’autoplay dei contenuti video, il divieto di creare
account multipli e l’impossibilità di pubblicare post “effimeri”, ovvero
l’eliminazione delle cosiddette “Storie” di Instagram. In sostanza, si pretende
che Meta rinunci a tutti quegli espedienti che, per quanto potenzialmente
dannosi, le permettono di restare competitiva e agguerrita sul Mercato.
Il caso viene spesso letto, oltreoceano, attraverso la lente delle cause
intentate negli anni Novanta contro la Big Tobacco, la lobby delle sigarette che
per decenni ha cercato di nascondere e minimizzare gli effetti reali del fumo
sulla salute umana. Quelle cause, all’epoca, sconvolsero il settore ma,
soprattutto, rivoluzionarono la vita quotidiana delle persone: le aree per
fumatori vennero progressivamente ridimensionate e oggi risultano, in molti
contesti, quasi del tutto scomparse.
Che qualcosa si stia muovendo per contrastare lo strapotere delle Big Tech è
comunque evidente. Gli utenti, pur continuando a fare uso dei social, hanno
ormai iniziato a comprendere che questi strumenti sono spesso gestiti in maniera
dannosa per la salute mentale e lesiva nei confronti dei diritti individuali,
mentre, in Europa, la Commissione Europea ha riconosciuto che Instagram e
Facebook non fanno abbastanza per evitare che i loro servizi finiscano con il
causare dipendenza.
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