Tag - centro di detenzione di pastrogor

Una lettera dal centro di detenzione di Pastrogor (Bulgaria)
Riceviamo e divulghiamo una lettera scritta da un gruppo di detenuti del centro di detenzione di Pastrogor, nel sud della Bulgaria, chiedendone la massima diffusione. In questo centro, dal 12 giugno, sono reclusi, in condizioni che costituiscono a tutti gli effetti una forma di detenzione, i richiedenti asilo sottoposti alle asylum border procedures introdotte dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Questo terreno di sperimentazione del Patto ha però incontrato, negli ultimi mesi, la resistenza delle persone recluse, che si sono organizzate attraverso scioperi della fame, proteste e tentativi di evasione. Questa resistenza è stata repressa dalle autorità con violenti pestaggi, la distruzione dei telefoni, l’isolamento e, infine, l’arbitrario divieto di visite da parte delle persone solidali, interrompendo così l’unico canale di comunicazione con l’esterno. Tutto questo avviene in un contesto di condizioni di vita già di per sé insopportabili, come descritto nella lettera. Ci uniamo alle richieste avanzate dai detenuti, chiedendo un’indagine indipendente e la liberazione di tutti i richiedenti asilo reclusi. Vogliamo inoltre mettere in luce come l’attuazione del Patto in Bulgaria renda evidenti i modi in cui il Patto stesso mina le garanzie fondamentali sancite dal diritto internazionale in materia di asilo e protezione dei rifugiati. Reclamo formale sul deterioramento delle condizioni umanitarie, la privazione dei diritti e la restrizione arbitraria delle visite Presentiamo questa denuncia formale in qualità di richiedenti asilo detenuti nel centro per richiedenti asilo di Pastrogor. Siamo entrati in Bulgaria in cerca di asilo e dopo il rifiuto iniziale della nostra richiesta abbiamo presentato ricorso. Al momento siamo legalmente residenti nel centro di Pastrogor in attesa della decisione finale del giudice. Le condizioni che stiamo vivendo al centro sono diventate insopportabili e violano completamente le convenzioni internazionali sui diritti umani e i diritti di cui siamo stati ufficialmente informati al nostro arrivo. Chiediamo pertanto un intervento urgente per indagare sulle seguenti violazioni: Primo: Richiesta di monitorare il trattamento giornaliero delle persone detenute e i casi di aggressione e negligenza medica Chiediamo una revisione dei fatti avvenuti di recente e un esame di come le autorità amministrative e il personale di sicurezza del centro trattano i residenti. Siamo stati sottoposti a pestaggi e violenza fisica fin dal giorno del nostro arrivo. Molti di noi hanno sperimentato la brutalità della polizia, tra cui pestaggi con mazze e l’uso di cani. I feriti non sono mai stati portati in ospedale. Ci troviamo inoltre quotidianamente di fronte a maltrattamenti, insulti e violazioni della nostra dignità, e chiediamo che la situazione venga monitorata da vicino per porre fine a questi abusi. Il 26 luglio molti detenuti hanno subito aggressioni fisiche da parte di membri di polizia e gendarmeria, che hanno fatto irruzione nel centro di detenzione, mascherati e armati, hanno distrutto i telefoni dei detenuti e li hanno rubati per cancellare le prove della loro violenza. Giovedì 25 settembre 2026, alle 11:30 circa, gli ufficiali della gendarmeria bulgara hanno preso d’assalto le nostre stanze armati, senza alcuna ragione apparente. Quattro rifugiati sono stati coinvolti e tre sono stati aggrediti fisicamente senza giustificazione. Molte persone sono ancora scioccate e spaventate, alcune sono in situazioni vulnerabili. Secondo: Scarsa qualità alimentare e conseguente grave perdita di peso I pasti forniti sono di qualità estremamente scadente e inadatti al consumo umano, obbligando molti di noi a rifiutarli e a cercare alternative dall’esterno a nostre spese. Questa situazione ha portato ad un deterioramento della salute di molti residenti, con una perdita di almeno 14 chili, e ancora di più, e fa presagire una catastrofe sanitaria se la situazione dovesse prolungarsi. Terzo: Mancata assistenza e manipolazione tramite promesse finanziarie Al nostro arrivo, siamo stati informati della presenza di un impiegato incaricato di aiutarci con commissioni e acquisti, e ci sono stati persino fatti firmare documenti a tal fine. Tuttavia, di fatto questa assistenza non esiste. Il dipendente del centro rifiuta di portarci cibo o altre necessità di base, solo tabacco e sigarette, che non servono ai non fumatori i quali hanno invece disperatamente bisogno di altri oggetti essenziali. Quarto: Divieto arbitrario di visita, elusione di responsabilità e rottura del nostro legame con il mondo esterno Per settimane, amici dall’Italia hanno avuto la possibilità di farci visita regolarmente. Non erano solo visitatori, erano la nostra ancora di salvezza e il nostro unico legame con il mondo esterno. Queste persone ci fornivano un enorme sostegno psicologico e morale, dandoci un senso di libertà e speranza che mancava tra le mura di questo centro. Davano anche assistenza materiale, fornendo cibo, vestiti e altre necessità di base a cui non provvedeva l’amministrazione. Il diritto di visita è legalmente garantito, e abbiamo per questo accolto con sorpresa la recente decisione arbitraria di vietare queste visite, eludendo chiaramente ogni responsabilità. La polizia ha giustificato il divieto sostenendo che fosse stato ordinato direttamente dal direttore del centro. Allo stesso tempo, un funzionario del centro ha dichiarato: “Io sono responsabile qui, e questi visitatori non saranno ammessi”, con il pretesto che avrebbero “incitato i giovani a provocare il caos”. Gli agenti di polizia hanno anche affermato che i nostri amici che vengono a farci visita non sono amici ma nemici. Rifiutiamo completamente questa politica di punizione collettiva. L’isolamento da questi amici sta peggiorando gravemente il nostro benessere psicologico e fisico. In base a quanto elencato, vi ricordiamo che non siamo prigionieri criminali, ma richiedenti asilo il cui diritto di vivere con dignità, ricevere un’alimentazione adeguata e comunicare con la società civile e i volontari è garantito dalla legge internazionale e bulgara. Chiediamo: Indagini urgenti sulla grave aggressione fisica del 26 luglio e 25 settembre, che ha colpito molti detenuti, e attribuzione di responsabilità agli agenti di polizia coinvolti. Un’indagine sulle cattive condizioni di detenzione, la mancanza di cibo, abbigliamento e forniture igieniche al centro. L’abolizione del divieto di visita e la possibilità per tutti di ricevere pacchi con beni essenziali dai nostri amici. Chiediamo la garanzia di essere trattati umanamente e conformemente alle leggi nazionali e internazionali. Vi preghiamo di accettare il nostro massimo rispetto e apprezzamento. Vi chiediamo di inviare una missione urgente di monitoraggio al campo di Pastrogor per rimediare alle ingiustizie commesse e riportare la gestione del campo nei limiti dei suoi fondamenti giuridici e umanitari. Grazie per la vostra collaborazione e il vostro impegno per la giustizia.   Collettivo Rotte Balcaniche
October 10, 2026
Pressenza
Una rivolta delle persone in movimento detenute in base al nuovo Patto Europeo è stata brutalmente repressa dalla polizia bulgara
Nel centro di detenzione di Pastrogor, dopo settimane di mobilitazione delle persone in movimento contro la privazione della loro libertà, la repressione della polizia è ulteriormente aumentata domenica 26 luglio: le telecamere di sorveglianza sono state spente e i detenuti sono stati picchiati e torturati. Questo attacco rappresenta l’ennesimo esempio della violenza di Stato alle frontiere europee, che sta raggiungendo livelli senza precedenti dall’avvio, nel mese di giugno, dell’implementazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Per settimane, i detenuti di Pastrogor, a pochi chilometri dal confine con la Turchia, si sono mobilitati collettivamente per protestare contro la loro detenzione. Molti di loro hanno partecipato a uno sciopero della fame, rifiutando il cibo immangiabile fornito dall’Agenzia statale per i rifugiati. Alcuni hanno organizzato diverse contestazioni, rifiutandosi di lasciare la mensa e chiedendo cibo aggiuntivo e di migliore qualità. In risposta, almeno una persona è stata picchiata da un poliziotto, trattenuta in commissariato e costretta a firmare una dichiarazione di impegno a non partecipare ad alcuna futura protesta. La rivendicazione centrale di questa mobilitazione non era soltanto il miglioramento delle insopportabili condizioni del campo di Pastrogor – come le infestazioni di parassiti e il caldo estremo – ma soprattutto la fine della detenzione stessa. In una lettera, molti detenuti hanno rivendicato il rilascio e il trasferimento in un centro di accoglienza aperto per richiedenti asilo. Hanno inoltre chiesto di poter accedere a informazioni legali sulle ragioni della loro detenzione e sulla sua durata, informazioni che le autorità responsabili della gestione del centro di detenzione hanno deliberatamente negato. La mobilitazione si è intensificata il 26 di luglio, quando le persone hanno iniziato a scandire slogan come “Libertà, Hurriya” e “Open camp! Open camp!”, riunendosi gioiosamente mentre all’esterno del centro di detenzione il Collettivo Rotte Balcaniche portava un saluto solidale. Contemporaneamente, alcune persone hanno tentato di evadere. Dopo questo intenso momento di protesta e solidarietà, i detenuti sono tornati nelle loro stanze. Un’ora più tardi, i rinforzi della polizia hanno fatto irruzione nell’edificio: con il volto coperto da passamontagna e dopo aver spento le telecamere, hanno picchiato brutalmente i prigionieri in un evidente atto di rappresaglia. La vendetta è stata brutale: alcune persone hanno riportato decine di ematomi sul corpo dopo essere state colpite con i manganelli, subendo fratture alle mani alle gambe; altre sono state viste ricoperte di sangue; almeno una persona ha perso due denti dopo essere stata colpita con un pugno alla mascella da un poliziotto, e molto altro. Sono stati picchiati anche dei minori (che, per legge, non dovrebbero trovarsi in un centro di detenzione). Nel tentativo di nascondere le violenze commesse, la polizia ha distrutto un numero elevatissimo di telefoni, rendendo molto più difficile la comunicazione con e tra i prigionieri. Dodici persone sono state portate via dal centro, trattenute per 24 ore in una stazione di polizia, costrette a firmare dichiarazioni con cui si impegnavano a non prendere parte ad alcuna protesta in futuro e successivamente ricondotte a Pastrogor. Dopo questi fatti, una persona reclusa afferma: “Abbiamo capito che il governo vuole trattenere le persone in un centro mentre le loro domande di asilo vengono esaminate. Tuttavia, mantenere i richiedenti asilo in un centro chiuso per un periodo fino a tre mesi è ingiusto. Se lo scopo è semplicemente quello di esaminare le loro domande di asilo, dovrebbero invece essere accolti in un centro aperto, dove possano vivere in libertà mentre le loro pratiche vengono valutate. Trattenere le persone in un centro chiuso in queste circostanze è inutile e ingiusto, e questa realtà deve essere resa pubblica”. Il centro di Pastrogor è stato costruito nel 2012 come campo aperto per persone sottoposte alla procedura di richiesta di asilo. Nel dicembre 2025, per attuare il nuovo Patto europeo, le autorità bulgare hanno trasformato questo cosiddetto «centro di transito» in un centro di detenzione, un esito prefigurato dalla sua architettura carceraria e dal suo isolamento. Al suo interno viene applicata la nuova “aslyum border procedure”, uno stratagemma giuridico introdotto dal Patto che rafforza il ricorso alla detenzione prolungata delle persone in movimento. Inoltre, essa intensifica i rigetti sistematici e le deportazioni di massa, spesso attuate sotto forma di rimpatri “volontari” coercitivi con la collaborazione di Frontex e IOM. Mentre la durata delle detenzioni continua ad allungarsi, la nuova procedura di frontiera impone un termine di appena sette giorni per presentare ricorso contro il diniego della protezione. Si tratta di un ostacolo particolarmente grave, considerata l’assenza di informazioni e di assistenza legale fornite dalle autorità bulgare. La rapida attuazione del Patto ha provocato un forte aumento della reclusione delle persone in movimento in strutture di tipo carcerario. Nel solo centro di Pastrogor, il numero delle persone recluse è passato da poche decine prima del 12 giugno a oltre 220 alla fine di luglio. Si tratta di un’ulteriore escalation della guerra condotta dall’Unione Europea e dai suoi Stati membri contro le persone in movimento. Normalizzando la detenzione su larga scala, questi centri rivelano sempre più chiaramente la loro natura di prigioni razziali. Eppure le persone continuano a lottare e a resistere: attraversano le frontiere, scavalcano le reti, gridando “Open camp!” dietro alle sbarre dei centri di detenzione al confine tra Bulgaria e Turchia e dovunque. Siamo con loro e la nostra solidarietà è incondizionata. Le loro rivendicazioni non resteranno inascoltate. Questi muri cadranno.   Collettivo Rotte Balcaniche
August 7, 2026
Pressenza