Chi scaverà tra le macerie dell’umanità? Dal terremoto del Friuli a Gaza: riflessioni dopo “Orcolat ’76” di Simone Cristicchi
Ci sono rumori che durano pochi secondi, ma continuano a risuonare dentro di noi
per tutta la vita. È con questa sensazione che sono uscita dal teatro dopo
«Orcolat ’76» di Simone Cristicchi, dedicato al terremoto che il 6 maggio 1976
devastò il Friuli. Ricordo ancora quel boato spaventoso, udito a oltre trecento
chilometri di distanza. Cinquant’anni dopo, quel suono è ancora dentro di me. Lo
spettacolo mi ha condotta oltre il ricordo, verso la casa, la memoria, la
solidarietà. E verso Gaza: non per sovrapporre tragedie diverse, ma perché certe
immagini interrogano la coscienza.
Osoppo, Wikimedia Commons
Il fragile cristallo dell’esistenza
Ho immaginato la vita delle comunità friulane come un sottile bicchiere di
cristallo: fragile, trasparente, custode di abitudini, affetti e tradizioni. Poi
la terra trema e quel bicchiere si infrange in mille schegge. Cristicchi le
raccoglie in un monologo incalzante, dove un dolore segue l’altro: una bambina
sepolta, una madre che allatta il figlio sotto le macerie e lo salva perdendo la
propria vita, una donna ritrovata con un neonato affidatole da un’altra madre
prima del crollo. E poi le bandierine che segnalano i corpi, i radioamatori che
cercano collegamenti, le mani che scavano. Mille frammenti, come se il terremoto
avesse spezzato non soltanto gli edifici, ma anche il tempo.
Nella mia mente affiorano altre macerie, quelle di Gaza. La somiglianza delle
immagini non deve però cancellare la differenza delle cause: in Friuli la
distruzione venne da una forza naturale; a Gaza viene dalla guerra, dalle armi e
dalle decisioni umane. La natura non conosce intenzioni morali. La guerra
comporta responsabilità. Il terremoto non può scegliere di fermarsi, l’uomo sì.
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La casa, dove abita la memoria
Una casa non è soltanto muri. Custodisce sacrifici, fotografie, oggetti senza
valore economico ma pieni di ricordi. Dentro una casa abitano anche coloro che
non ci sono più. E le finestre: la stessa cornice, ogni giorno un cielo diverso,
le stagioni, le persone sulla strada. Una casa custodisce anche il nostro modo
di guardare il mondo. Per questo è straziante pensare alle abitazioni friulane
trasformate in pochi istanti da rifugio in trappola. E pensare alle case di
Gaza, dove esistevano altrettanti universi di affetti, fotografie, piccoli
tesori privati, finestre aperte sul quartiere o sul mare. Una casa si può
ricostruire. Non si può ricostruire il tempo che vi abbiamo abitato. Nessuna
nuova finestra restituirà esattamente lo stesso sguardo sul mondo.
La geografia degli affetti
Mi ha colpita il desiderio delle comunità friulane di preservare, anche nella
ricostruzione, la disposizione dei paesi e i rapporti di vicinato. Perché una
casa non esiste da sola. Accanto a ogni porta ce n’è un’altra; ci sono persone
che si salutano, si aiutano, discutono e si riconciliano. Sono fili invisibili
che tengono insieme una comunità. Quei friulani non volevano ritrovare soltanto
un tetto, ma il proprio posto nel mondo. Si possono ricostruire le strade
seguendo una pianta; per ricostruire una comunità bisogna ritrovare la geografia
degli affetti. Una lezione anche per Gaza: ascoltare gli abitanti e rispettarne
i legami, senza confondere gli edifici con la vita che li animava.
Il fragore, il silenzio, la campana
La musica amplifica smarrimento e dolore; poi si interrompe. Resta un rintocco
di campana, sospeso, quasi un presagio di morte. Ma è soprattutto il contrasto
tra rumore e silenzio a non lasciarmi. In superficie le ruspe lavorano, i
soccorritori chiamano, le persone corrono. Sotto le macerie c’è un altro mondo:
quello di chi aspetta, immobile, sperando che qualcuno lo senta. Il rumore della
superficie convive con il silenzio della profondità. Per salvare una vita
bisogna talvolta fermarsi, ascoltare, distinguere un lamento quasi
impercettibile. Il soccorso è anche il momento in cui qualcuno attraversa quel
silenzio e raggiunge chi vi è rimasto prigioniero. Penso alle voci sotto le
macerie di Gaza, a chi scava e a chi attende. Ma penso anche a un altro
silenzio: quello che nasce quando ci abituiamo alla sofferenza degli altri, fino
a considerarla una notizia fra tante. Il silenzio delle coscienze. Forse il più
difficile da attraversare.
L’Orcolat e le voci delle nonne
Le voci dei coristi evocano l’Orcolat, il mostro che, secondo la leggenda
friulana, vive nelle profondità della terra e provoca i terremoti. Un volto
antico dato alla paura. Nello spettacolo emerge anche una voce femminile che
racconta ai bambini di esseri magici capaci di riportare la serenità. In quella
voce ho riconosciuto idealmente tutte le nonne del mondo: custodi delle storie,
capaci di offrire con le parole un rifugio quando perfino le pareti di casa
hanno smesso di proteggerci.
I bambini sopravvissuti porteranno le cicatrici del terrore, ma anche il ricordo
di una voce che raccontava nel buio. E i bambini di Gaza? Ci saranno ancora
nonne a raccontare loro una fiaba prima di dormire? Chi calmerà i loro sonni
popolati da Orcolat in carne e ossa? Chi li aiuterà a comprendere che le loro
sofferenze non sono state provocate dalla natura, ma da altri esseri umani? E
chi impedirà che quel dolore diventi odio? La leggenda dà un volto alla paura.
La realtà è più difficile da raccontare, perché i suoi mostri non scompaiono
quando si chiude un libro. Tocca agli adulti costruire sicurezza, cura,
giustizia e pace, perché il trauma non diventi un’eredità di rancore. Ai bambini
possiamo dire che i mostri non esistono, ma abbiamo il dovere di costruire un
mondo in cui possano finalmente crederci.
L’oro nelle fratture
Ripensando alle vite spezzate, mi è tornato alla mente il Kintsugi, l’arte
giapponese che ripara la ceramica infranta valorizzandone le crepe con l’oro. Ho
immaginato di raccogliere le schegge del mio bicchiere di cristallo. Non
tornerebbe quello di prima; le fratture resterebbero visibili, ma potrebbe
ancora contenere la vita. Quell’oro è la solidarietà. Quelle fratture sono la
memoria. Soccorritori, persone che accolgono, vicini che si ritrovano, nonne che
raccontano: fili d’oro che ricuciono una comunità ferita. Anche il teatro,
restituendo voce a chi ha sofferto, impedisce che le vite perdute scompaiano una
seconda volta, nell’oblio.
Vorrei che un giorno anche i frammenti delle esistenze devastate dalla guerra a
Gaza potessero essere raccolti con quell’oro. Non per cancellare le fratture:
nessun oro restituirà le persone perdute. Ma perché ogni storia conservi un
posto nella memoria e le ferite non diventino il destino delle generazioni
successive.
Chi scaverà tra le macerie dell’umanità?
Davanti a un terremoto sappiamo mobilitarci, cercare i sepolti, offrire riparo.
Perché quella capacità di riconoscere il dolore altrui non sopravvive sempre,
anche fuori dall’emergenza? Perché sappiamo scavare sotto le macerie di un
edificio, ma fatichiamo a scavare sotto quelle dell’indifferenza? Le mani che
cercano un sopravvissuto non dovrebbero chiedersi quale sia la sua nazionalità,
lingua o religione. Scavano perché lì sotto c’è un essere umano. Forse è questa
la lezione più preziosa che porto con me dal teatro: la solidarietà non dovrebbe
essere un sentimento straordinario, riservato alle catastrofi, ma il fondamento
ordinario della nostra convivenza.
Torno al mio bicchiere di cristallo, alle schegge che custodiscono vite e
ricordi, alle mani che le raccolgono e all’oro che ne rende visibili le
fratture. Perché la storia non dimentichi ciò che l’umanità non ha saputo
impedire. E perché nessun bambino debba più cercare nelle fiabe un rifugio dagli
Orcolat in carne e ossa.
Chi scaverà tra le macerie dell’umanità? Forse la risposta comincia proprio da
quelle mani che, davanti alla sofferenza di un altro essere umano, continuano a
scavare. E da tutte le altre che avranno il coraggio di unirsi a loro.
Redazione Italia