Ogni volta che la legge contro cannabis light e CBD arriva in tribunale i giudici la smontano
La guerra senza quartiere che il governo Meloni ha dichiarato al fiore di
canapa, ormai noto come cannabis light, sta andando a sbattere contro sentenze e
tribunali, che puntualmente sconfessano l’impostazione repressiva portata avanti
negli ultimi anni. Nonostante le diverse leggi messe in campo, da quella che
voleva inquadrare il CBD, principio attivo non psicotropo della pianta dai
diversi effetti terapeutici, come uno stupefacente, all’emendamento del primo
decreto sicurezza che inquadrava nello stesso modo l’infiorescenza, a
prescindere dai livelli di THC contenuti, i provvedimenti non reggono alla prova
dei fatti.
L’ultima pronuncia, in ordine di tempo, è arrivata oggi dal consiglio di Stato:
a decidere sull’annosa questione del CBD sarà la Corte di Giustizia europea,
stessa sorte dei fiori, per i quali il rinvio – nato dal ricorso delle
associazioni di categoria contro il decreto del 2022 che inserendo la canapa tra
le piante officinali ne limitava gli usi a fibra e semi – era stato deciso a
novembre 2025. Per i fiori la domanda di fondo è se il divieto italiano
sia compatibile con la libera circolazione delle merci e con la politica
agricola comune. Per il CBD, che l’OMS ha raccomandato di non inserire in
nessuna tabella a livello internazionale, il ricorso sosteneva che non ci fosse
bisogno del divieto e dell’inserimento tra gli stupefacenti, visto che già
normato a livello europeo sia come cosmetico, che come farmaco.
«Che il CBD isolato non sia di per sé stupefacente lo riconosce anche il
Consiglio di Stato», spiega l’avvocato Giacomo Bulleri, che ha seguito il
ricorso. «I dubbi restano sull’estratto, per le possibili impurità residue del
processo di lavorazione e per l’interazione con il THC, che potrebbe generare
effetti avversi: su questi profili di proporzionalità, precauzione e adeguatezza
il giudice preferisce non essere definitivo e rimette tutto alla Corte di
Giustizia». Le tempistiche, avverte Bulleri, non saranno brevi: «Il rinvio sui
fiori, che tocca la politica agricola comune, ha avuto un iter più rapido del
previsto. Il CBD riguarda invece la libera circolazione delle merci, un fronte
diverso: per una decisione definitiva serviranno probabilmente due anni, il
biennio 2027-2028, complice anche l’entrata in vigore della nuova Politica
Agricola Comune».
Mentre gli estratti aspettano il verdetto europeo, sul fronte interno il decreto
sicurezza colleziona bocciature. Negli ultimi otto mesi tre giudici hanno
sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 18: il 2
dicembre 2025 il gip di Brindisi, su un carico di canapa bloccato dalle Dogane;
il 28 aprile scorso il Tribunale di Trani, sul sequestro di un distributore
automatico di infiorescenze a Barletta; il 15 luglio il Tribunale di Brescia,
con ventisei pagine di ordinanza, dopo l’arresto ai domiciliari di un
commerciante di Sirmione trovato con due chili di fiori. Per il giudice
bresciano Luca Tringali, la presunzione assoluta di pericolosità della cannabis
light «appare smentita, in radice, dalle acquisizioni scientifiche recepite
dallo stesso ordinamento».
I numeri raccolti dall’Osservatorio art. 18 di Canapa Sativa Italia raccontano
la stessa parabola: delle 29 inchieste monitorate, 18 si sono chiuse con la
restituzione della merce sequestrata, 6 con l’archiviazione, una con
un’assoluzione piena. A Sassari i giudici hanno bocciato un sequestro su THC fra
lo 0,08 e lo 0,33 per cento; in Sardegna il Riesame ha restituito oltre 5mila
piante e 257 chili di biomassa a un’azienda florovivaistica; a Torino la
maxi-inchiesta che aveva sequestrato due tonnellate di infiorescenze per 18
milioni di euro si è chiusa con un’archiviazione, dopo aver messo in ginocchio
diverse aziende. Anche la giustizia amministrativa segue lo stesso copione: a
giugno il TAR della Liguria ha sospeso l’ordinanza con cui il Comune di
Ventimiglia aveva chiuso un cannabis shop.
A guardare cosa succede a Bruxelles, la direzione sembra già scritta. Il
Parlamento europeo ha votato in commissione Agricoltura, e poi confermato in
commissione Sviluppo regionale, l’inclusione dell’intera pianta di canapa —
fiori compresi — tra i prodotti agricoli leciti, con una soglia unica di THC
allo 0,5 per cento per tutti gli Stati membri. Gli emendamenti di Fratelli
d’Italia per bloccare il testo sono stati respinti. La nuova PAC entrerà in
vigore nel 2028, ma il segnale politico è già arrivato: mentre il governo
insiste sulla linea repressiva, l’Europa si muove nella direzione opposta.
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