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Avvocati e rimpatri: un incentivo contro diritti e deontologia
«Molte professioni possono farsi con il cervello e non con il cuore; ma l’avvocato no! L’avvocato non può essere un puro logico né un ironico scettico, l’avvocato deve essere prima di tutto un cuore: un altruista, uno che sappia comprendere gli altri uomini e farli vivere in sé; assumere su di sé i loro dolori e sentire come sue le loro ambascie». (Piero Calamandrei) Oggi più che mai è necessario ricordare queste parole, scritte da una delle figure più influenti del Novecento nello studio e nella pratica del diritto, di fronte a progetti ispirati dall’idea che l’avvocato sia invece un “soldato di ventura” pronto a vendersi al miglior offerente. La norma introdotta con un emendamento nell’ultimo decreto sicurezza che prevede un incentivo agli avvocati che favoriscono i rimpatri volontari è infatti una offesa all’intera categoria, è una offesa ad una professione nobile, è una offesa alla dignità di chi ancora crede nella giustizia. Infatti, con un emendamento proposto dalla maggioranza di governo in sede di approvazione al Senato del DDL n. 1818 1, è stato modificato l’art. 14-ter d.lgs. 286/98 prevedendo sia la collaborazione del Consiglio Nazionale Forense (organismo nazionale di rappresentanza dell’avvocatura) nel procedimento di rimpatrio assistito della persona straniera, sia l’attribuzione di un compenso di € 615,00 all’avvocato che contribuisca effettivamente al rimpatrio della persona straniera. Insomma, si è introdotta una previsione che consente agli avvocati di ricevere dallo Stato un contributo di 615,00 euro qualora favoriscano con la loro intermediazione il rimpatrio dei cittadini stranieri assistiti. L’emendamento in questione rientra in un quadro normativo più generale di riforme che l’attuale maggioranza sta attuando allo scopo di smantellare un sistema di garanzie previste per rendere effettivo il diritto di difesa di tutti, ricchi o poveri, italiani o stranieri. Così, dopo aver smantellato il sistema del patrocinio per i meno abbienti rendendo la difesa non più appannaggio di tutti e non più un diritto inviolabile per tutti, ora l’attenzione è diretta a scardinare il principio costituzionalmente garantito della inviolabilità della difesa. Il contributo di 650,00 euro in favore degli avvocati che favoriscono i rimpatri volontari, rappresenta così un grave attacco alla funzione stessa svolta dal difensore nel nostro ordinamento giuridico. L’idea che un difensore di un migrante possa ricevere un compenso dallo Stato non per la difesa del migrante ma per perseguire uno scopo politico dello stesso Stato, crea infatti un gravissimo cortocircuito del sistema anche con pesanti ricadute di carattere etico e deontologico. L’avvocato, infatti, in base all’articolo 24 del codice deontologico «nell’esercizio dell’attività professionale deve conservare la propria indipendenza e difendere la propria libertà da pressioni o condizionamenti di ogni genere, anche correlati a interessi riguardanti la propria sfera personale». È evidente che la previsione di un compenso come quello promesso dallo Stato, mina l’indipendenza e la libertà del difensore, costituendo il contributo previsto una indebita pressione e un illecito condizionamento da parte dello Stato. La previsione contenuta nell’emendamento al DDL 1818 ha suscitato immediate reazioni 2. Guida legislativa DL “SICUREZZA”, AVVOCATI E MAGISTRATI CONTRO GLI INCENTIVI SUI RIMPATRI E L’ABROGAZIONE DEL GRATUITO PATROCINIO Il difensore sarebbe trasformato in uno strumento delle politiche di remigrazione Redazione 20 Aprile 2026 Tra queste, proprio l’Organismo Congressuale Forense, chiamato direttamente in causa dal testo normativo, ha evidenziato che «il testo licenziato, nella logica che lo ispira e nelle conseguenze che ne derivano, non solo lede il diritto di difesa effettiva dell’individuo, ma addirittura stravolge il ruolo e le funzioni dell’avvocato, essenziale nel garantire l’assetto democratico del nostro ordinamento. La persona, migrante o cittadino che sia, ha diritto a una difesa effettiva e a un difensore che sia ed appaia privo di interessi rispetto alle scelte da adottare nella difesa dell’assistito». Parole chiare che riportano l’attenzione sul ruolo dell’avvocato e sulla sua importanza rispetto al funzionamento delle istituzioni democratiche, ma anche sul problema della effettività del diritto di difesa accordato alle persone migranti in posizione di irregolarità. Le ragioni politiche dei singoli governi non posso giustificare riforme che minano il nostro ordinamento andando a colpire principi fondamentali posti a tutela dei soggetti più deboli. Quei soggetti che con più difficoltà riescono ad ottenere giustizia e che con più fatica riescono a far sentire la loro voce. Il diritto ad una difesa effettiva e completa diventa sempre di più un’utopia a causa di questi interventi legislativi che dimostrano quanto sia facile cancellare i diritti e indebolire le garanzie. Oggi delle persone migranti e domani di chi altro ancora? 1. Atto Senato n. 1818 ↩︎ 2. Inaccettabile proposta del Governo che mina l’indipendenza dell’avvocatura e lede il diritto di difesa delle persone straniere, Asgi (20 aprile 2026) ↩︎
Sul patto UE Migrazione e Asilo 2026@1
Nel giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Migrazione e Asilo vincolante per tutti i 27 Stati membri dell’UE. Cercando di osservare la realtà prodotta da questa serie di regolamenti, andando oltre il piano meramente narrativo e propagandistico promosso dalle destre a reti unificate, possiamo scorgere come la recente standardizzazione europea di politiche migratorie escludenti e razziste – nonché, più ampiamente, l’omologazione a tali politiche di tutto l’occidente bianco e suprematista – si componga di strumenti giuridici sempre più affilati, di relazioni neocoloniali e di un proprio arsenale tecno-militare. Strumenti giuridici che devono rispondere a imperativi politici e identitari, ma anche economici: da un lato relegare le persone nei quadranti in cui l’occidente intrattiene interessi industriali/estrattivi/finanziari, in modo da assicurarsi un buon bacino di forza lavoro sfruttabile in loco; dall’altro prevedere un residuo di mobilità verso l’Europa, monitorabile e ricattabile, per rispondere alla necessità di manodopera semi-schiavizzabile nei settori dell’agricoltura, della logistica, ma anche della micro-criminalità. In questa puntata – realizzata in collaborazione tra Harraga, Yasha Maccanico e Bello Come Una Prigione Che Brucia – iniziamo con il delineare alcuni elementi che compongono il piano tecnico del patto: dal funzionamento del processo di screening alle frontiere, alla normalizzazione della detenzione nei cosiddetti Return Hubs (centri dententivi sempre più esternalizzati), per passare al concetto di “finzione giuridica di non ingresso” e concludere con un’analisi sulla questione dei Paesi terzi di origine sicura. Nella seconda parte, ripartendo dal concetto di “Paesi sicuri”, attraverso un excursus su precedenti tentativi di esternalizzazione della detenzione (Inghilterra-Ruanda, Italia-Albania, Olanda-Uganda), ragioniamo su come si conforma la neocolonialità europea. Nella terza parte, ci concentriamo su database biometrici, interoperabilità, automazione del controllo alle frontiere: architetture tecnologiche della War on Migrants volte a marchiare, profilare, controllare ed escludere. Un modello di governo della popolazione che – in questa fase – sta venendo normalizzato all’interno del suo bacino maggiormente vulnerabilizzato.
April 20, 2026
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Sul patto UE Migrazione e Asilo 2026@2
Nel giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Migrazione e Asilo vincolante per tutti i 27 Stati membri dell’UE. Cercando di osservare la realtà prodotta da questa serie di regolamenti, andando oltre il piano meramente narrativo e propagandistico promosso dalle destre a reti unificate, possiamo scorgere come la recente standardizzazione europea di politiche migratorie escludenti e razziste – nonché, più ampiamente, l’omologazione a tali politiche di tutto l’occidente bianco e suprematista – si componga di strumenti giuridici sempre più affilati, di relazioni neocoloniali e di un proprio arsenale tecno-militare. Strumenti giuridici che devono rispondere a imperativi politici e identitari, ma anche economici: da un lato relegare le persone nei quadranti in cui l’occidente intrattiene interessi industriali/estrattivi/finanziari, in modo da assicurarsi un buon bacino di forza lavoro sfruttabile in loco; dall’altro prevedere un residuo di mobilità verso l’Europa, monitorabile e ricattabile, per rispondere alla necessità di manodopera semi-schiavizzabile nei settori dell’agricoltura, della logistica, ma anche della micro-criminalità. In questa puntata – realizzata in collaborazione tra Harraga, Yasha Maccanico e Bello Come Una Prigione Che Brucia – iniziamo con il delineare alcuni elementi che compongono il piano tecnico del patto: dal funzionamento del processo di screening alle frontiere, alla normalizzazione della detenzione nei cosiddetti Return Hubs (centri dententivi sempre più esternalizzati), per passare al concetto di “finzione giuridica di non ingresso” e concludere con un’analisi sulla questione dei Paesi terzi di origine sicura. Nella seconda parte, ripartendo dal concetto di “Paesi sicuri”, attraverso un excursus su precedenti tentativi di esternalizzazione della detenzione (Inghilterra-Ruanda, Italia-Albania, Olanda-Uganda), ragioniamo su come si conforma la neocolonialità europea. Nella terza parte, ci concentriamo su database biometrici, interoperabilità, automazione del controllo alle frontiere: architetture tecnologiche della War on Migrants volte a marchiare, profilare, controllare ed escludere. Un modello di governo della popolazione che – in questa fase – sta venendo normalizzato all’interno del suo bacino maggiormente vulnerabilizzato.
April 20, 2026
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Sul patto UE Migrazione e Asilo 2026@0
Nel giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Migrazione e Asilo vincolante per tutti i 27 Stati membri dell’UE. Cercando di osservare la realtà prodotta da questa serie di regolamenti, andando oltre il piano meramente narrativo e propagandistico promosso dalle destre a reti unificate, possiamo scorgere come la recente standardizzazione europea di politiche migratorie escludenti e razziste – nonché, più ampiamente, l’omologazione a tali politiche di tutto l’occidente bianco e suprematista – si componga di strumenti giuridici sempre più affilati, di relazioni neocoloniali e di un proprio arsenale tecno-militare. Strumenti giuridici che devono rispondere a imperativi politici e identitari, ma anche economici: da un lato relegare le persone nei quadranti in cui l’occidente intrattiene interessi industriali/estrattivi/finanziari, in modo da assicurarsi un buon bacino di forza lavoro sfruttabile in loco; dall’altro prevedere un residuo di mobilità verso l’Europa, monitorabile e ricattabile, per rispondere alla necessità di manodopera semi-schiavizzabile nei settori dell’agricoltura, della logistica, ma anche della micro-criminalità. In questa puntata – realizzata in collaborazione tra Harraga, Yasha Maccanico e Bello Come Una Prigione Che Brucia – iniziamo con il delineare alcuni elementi che compongono il piano tecnico del patto: dal funzionamento del processo di screening alle frontiere, alla normalizzazione della detenzione nei cosiddetti Return Hubs (centri dententivi sempre più esternalizzati), per passare al concetto di “finzione giuridica di non ingresso” e concludere con un’analisi sulla questione dei Paesi terzi di origine sicura. Nella seconda parte, ripartendo dal concetto di “Paesi sicuri”, attraverso un excursus su precedenti tentativi di esternalizzazione della detenzione (Inghilterra-Ruanda, Italia-Albania, Olanda-Uganda), ragioniamo su come si conforma la neocolonialità europea. Nella terza parte, ci concentriamo su database biometrici, interoperabilità, automazione del controllo alle frontiere: architetture tecnologiche della War on Migrants volte a marchiare, profilare, controllare ed escludere. Un modello di governo della popolazione che – in questa fase – sta venendo normalizzato all’interno del suo bacino maggiormente vulnerabilizzato.
April 20, 2026
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DL “sicurezza”, avvocati e magistrati contro gli incentivi sui rimpatri e l’abrogazione del gratuito patrocinio
L’ennesimo decreto-legge n. 23/2026 in materia di “sicurezza e immigrazione” del governo Meloni, nel testo emendato dal Senato e ora all’esame della Camera, ha introdotto due disposizioni che hanno avuto una reazione unanime da parte del mondo forense e della magistratura.  L’art. 30 bis prevede un compenso per l’avvocato che assiste uno straniero nella richiesta di partecipazione a un programma di rimpatrio volontario assistito, ma solo “ad esito della partenza dello straniero“. L’art. 29, co. 3, dal canto suo, abroga la norma che garantisce il gratuito patrocinio automatico – indipendentemente dai limiti reddituali ordinari – nei processi contro i provvedimenti di espulsione, rendendo di fatto molto più difficile per le persone straniere accedere al diritto di difesa. Il Consiglio Nazionale Forense (CNF) ha preso le distanze anche dal proprio coinvolgimento istituzionale previsto dalla norma, precisando di non essere “mai stato informato di tale coinvolgimento: né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione“, e chiedendo al Parlamento di “eliminarne ogni coinvolgimento, sottolineando che le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali“. La Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati ha voluto esprime con una nota tutto il suo disappunto: “Esprimiamo il nostro sconcerto, condividendo le preoccupazioni espresse in queste ore dal mondo dell’avvocatura in merito alle novità introdotte dal decreto Sicurezza durante l’esame parlamentare. Il riconoscimento di incentivi economici connessi all’esito della procedura di rimpatrio volontario dei migranti e le limitazioni all’accesso al patrocinio a spese dello Stato in caso di impugnazione dei provvedimenti amministrativi di espulsione dello straniero pongono questioni che mettono a rischio l’effettività della tutela giurisdizionale. Questo contrasta con l’idea stessa di difesa, perché collega il premio all’insuccesso della strategia difensiva, in contrasto con la logica, prima che con il diritto. In ogni ambito, il diritto di difesa deve rimanere pieno, libero e concretamente accessibile. Senza essere piegato a logiche diverse. La salvaguardia di tale diritto costituisce un presidio essenziale dello Stato di diritto e un elemento imprescindibile per la fiducia dei cittadini nell’amministrazione della giustizia“.  Durissima anche la reazione dell’Unione delle Camere Penali Italiane (UCPI), che nel testo intitolato “L’apologia dell’infedele patrocinio” ha scritto: “L’emendamento al decreto sicurezza che prevede un compenso per l’avvocato soltanto se il cittadino straniero assistito presenta domanda di ‘rimpatrio volontario’ e viene effettivamente rimpatriato, trasforma il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione. È una previsione incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense: l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato, ma deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza“. L’Organismo Congressuale Forense (OCF) ha deliberato lo stato di agitazione dell’intera avvocatura, affermando che “il testo licenziato, nella logica che lo ispira e nelle conseguenze che ne derivano, non solo lede il diritto di difesa effettiva dell’individuo, ma addirittura stravolge il ruolo e la funzione dell’avvocato, essenziale nel garantire l’assetto democratico del nostro ordinamento“, e auspicando che “in sede di successivo passaggio alla Camera dei Deputati, si modifichi integralmente il testo a tutela dei diritti fondamentali dell’uomo e dello Stato di diritto“. Magistratura Democratica (MD), infine, parlando di “Lesione di un diritto e di una funzione“, ha denunciato “la palese contrarietà all’articolo 24 della Costituzione dell’introduzione dell’incentivo e dell’esclusione dal patrocinio a spese dello Stato“, sottolineando che “una difesa adeguata è il primo presidio dei diritti e un diritto che deve essere riconosciuto a tutti e a tutte e non può essere aggirato attraverso la previsione di incentivi che di fatto sviliscono il ruolo del difensore favorendo una condotta collaborativa che si pone in aperto e palese contrasto con gli interessi dei propri assistiti“.
Sul Patto Migrazione e Asilo 2026
Nel giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Migrazione e Asilo vincolante per tutti i 27 Stati membri dell’UE. Cercando di osservare la realtà prodotta da questa serie di…
April 19, 2026
No CPR torino
Per la destra europea, la remigrazione è iniziata
LUCREZIA INNOCENTI 1 Dopo forti divisioni in aula, Il testo passerà ai negoziati interistituzionali per l’approvazione del Consiglio UE Lo scorso 26 marzo, il Parlamento Europeo riunito in seduta plenaria ha approvato il testo 2 di quello che, per l’estremismo e la violenza dei suoi contenuti, è stato ribattezzato Regolamento Deportazioni. Infatti, il testo del Regolamento Rimpatri – questa la sua ufficiale denominazione – comprime radicalmente i diritti delle persone migranti e rappresenta un ulteriore scivolamento della disciplina europea verso un approccio repressivo e securitario alla migrazione. La norma è stata presentata come uno strumento per far fronte all’inefficienza del sistema dei rimpatri, ma contiene tutt’altro: inasprimento delle misure sanzionatorie, standard di cooperazione irrealistici cui i migranti devono attenersi, aggiramento dei diritti dei minori e della privacy. Le cifre dell’approvazione (389 a favore, 206 contrari, 32 astenuti) parlano chiaro: il PPE, partito di maggioranza al Parlamento Europeo, ha scelto di consolidare un allineamento con le stesse forze della destra estrema che per più legislature ha tentato di isolare. Ciò compone un quadro preoccupante, che ha suscitato un’acuta divisione tra le formazioni parlamentari. DETENZIONE INVECE DI INTEGRAZIONE, SORVEGLIANZA INVECE DI TUTELA Approvata in Commissione Libertà Civili (LIBE) due settimane prima , la proposta aveva già scatenato lo sdegno da parte di moltissime organizzazioni della società civile e della sinistra parlamentare, che ha da subito condannato la pericolosità e l’inadeguatezza della norma ad affrontare la questione della migrazione irregolare. Notizie/Regolamenti UE IL PARLAMENTO EUROPEO DÀ IL VIA LIBERA AL REGOLAMENTO SULLE DEPORTAZIONI Cosa è in gioco nelle fasi finali dei negoziati 11 Marzo 2026 Come adesso è chiaro, il peggioramento delle misure coercitive non si limita a un ampliamento dei presupposti e della durata della detenzione (fino a 24 mesi). Diventeranno una realtà gli hub di rimpatrio, che prevedono la detenzione in centri localizzati in paesi non-Ue e non sottoposti alla giurisdizione europea – centri, dunque, dove il mantenimento degli standard in diritti umani è tutt’altro che garantito. Diventerà una realtà anche la detenzione delle famiglie con minori e dei minori non accompagnati, in violazione del superiore interesse del minore, un principio che dovrebbe ispirare qualunque scelta giuridica e politica a tutela dei diritti umani. Secondo più esperti ed europarlamentari, la possibilità di colpire anche i minori con la detenzione richiama pericolosamente la gestione repressiva che sta prendendo piede oltreoceano: simili misure avvicinano sempre di più il modello europeo a quello statunitense dell’ICE 3, dove gli abusi sono sistematici e le tutele inesistenti. Ma non basta: il nuovo regolamento porta anche all’erosione dei rimedi legali a disposizione di chi si trovi destinatario di un ordine di rimpatrio. In particolare, l’effetto sospensivo dei ricorsi varrà soltanto a discrezionalità del giudice: ciò significa che d’ora in avanti un ricorso non provocherà necessariamente la sospensione della procedura di rimpatrio, svuotando di fatto l’efficacia di questi rimedi giurisdizionali. Oltre all’acuirsi del controllo sulla mobilità e sui corpi delle persone migranti, il regolamento pone anche il problema della sorveglianza digitale e della diffusione di dati personali. Ciò era già stato denunciato 4 nel 2025 da organizzazioni attive nell’ambito dei diritti digitali, quando la Commissione Europea aveva presentato la prima proposta del regolamento: con lo scopo di coordinare la deportazione, i dati personali e biometrici delle persone migranti potranno essere trasferiti tra paesi membri e con i paesi terzi di rimpatrio. Questo esporrà gli individui destinatari di ordini di rimpatrio a rischi sistemici di violazioni e fughe di dati, e agevolerà l’utilizzo di tecnologie di sorveglianza ai fini della profilazione razziale. Inoltre, PICUM e Médecins du Monde 5 hanno evidenziato come raccogliere i dati medici ai fini della deportazione avrà l’esito di trattenere i migranti irregolari dal richiedere cure mediche, minacciando l’effettivo godimento del diritto universale alla salute. Politiche di questo genere non renderanno più efficiente il sistema dei rimpatri, perché non intervengono sulle cause primarie dell’irregolarità, né sono accompagnate da opzioni alternative che siano di fatto percorribili. È estremamente allarmante che una norma così lontana dal patrimonio dei valori europei goda del sostegno del PPE, che ha votato per la sua approvazione insieme a tutti i gruppi della destra sovranista – Conservatori e Riformisti, Patrioti per l’Europa e Europa delle Nazioni Sovrane. UNA DERIVA A DESTRA SEMPRE PIÙ DEFINITIVA Molti Eurodeputati dei gruppi contrari al regolamento – S&D, Verdi/ALE, The Left e una porzione di Renew Europe – hanno evidenziato come i popolari europei abbiano tradito la loro storia scegliendo di schierarsi con le forze dell’estrema destra, e ne abbiano così legittimato le pretese. Inserito in questa nuova coalizione di voto, il PPE starebbe smantellando ciò che resta dei diritti fondamentali in Europa 6 insieme ai gruppi dell’estrema destra, segnalando un posizionamento sempre più definitivo verso questa ala del parlamento. Il voto del 26 marzo arriva infatti a conferma e conclusione di un processo già in atto: l’isolamento dei partiti sovranisti e la loro esclusione dalle decisioni sostanziali del Parlamento Europeo, il cosiddetto cordone sanitario, sembra essere giunto a una fine. Questo slittamento della politica europea non è problematico soltanto nei confronti del Regolamento Rimpatri: tutta la gestione del fenomeno migratorio in Europa e la radicalizzazione del discorso politico sull’immigrazione risente già dei suoi effetti. Infatti, secondo il Migrant Return Policy Index (MIREX) 7, un indice elaborato da Migration Policy Group, le politiche sul rimpatrio a livello europeo vedono già una forte prioritizzazione della coercizione sulla tutela dei diritti. Ulteriormente, come rilevato da PICUM, la criminalizzazione della solidarietà verso le persone migranti è una tendenza in continua crescita nel continente Europeo, da un buon numero di anni. In un sistema che già fa della coercizione un elemento preponderante, un nuovo impulso alla securizzazione andrà di conseguenza a rafforzare questo approccio e le narrative politiche ad esso connesse. Non sono infatti mancate dichiarazioni come quelle di Roberto Vannacci (ESN) su un auspicato inizio della remigrazione in Europa, né parallelismi trionfalistici tra l’adozione di questo regolamento e la vittoria della “linea Meloni”. Infatti i return hub del Regolamento Rimpatri presenteranno, seppure con differenze, molti tratti simili al modello italiano dei centri per il rimpatrio in Albania, di cui però sono stati ampiamente comprovati malfunzionamenti e irregolarità. Allo stesso modo, le potenziali inefficienze del sistema dei rimpatri predisposto dal nuovo regolamento sono già individuabili. E ADESSO? Il Regolamento Rimpatri, se approvato definitivamente in questa forma, non condurrà a quanto promesso dalle forze che lo hanno sostenuto: con molta probabilità, risulterà piuttosto in un’erosione dei diritti dei migranti senza concreti avanzamenti nell’efficienza del sistema. Il contenuto della norma è stato infatti costruito su un presupposto fallace e con una metodologia debole. In primis, perché non c’è evidenza sufficiente 8 per ritenere che l’esternalizzazione delle procedure di rimpatrio e il loro inasprimento agisca da deterrente per i migranti futuri; in secondo luogo perché nella fase di redazione della proposta sono mancate valutazioni d’impatto e consultazioni 9 che potessero renderla effettivamente incisiva e adeguata all’area di intervento. Sandro Gozi (Renew Europe), nel commentare l’esito della votazione in plenaria, ha sottolineato un punto cruciale nell’attuazione futura del regolamento: una simile norma, più propagandistica che efficace, sarà probabilmente oggetto di una serie di contenziosi che renderanno la sua applicazione frammentata e gravosa. Ad ogni modo, il testo legislativo dovrà essere sottoposto ai negoziati interistituzionali (i cosiddetti triloghi) per l’approvazione del Consiglio Ue. Si prevede che lo svolgimento dei negoziati non incontrerà grandi difficoltà: la maggioranza degli Stati membri è a favore di un inasprimento della politica migratoria, e molti paesi stanno già lavorando 10 per predisporre le loro infrastrutture per il rimpatrio in questa direzione. In vista dei triloghi, il Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esuli (ECRE) ha rivolto un appello alle istituzioni europee 11, sollecitando un intervento per mantenere la disciplina del rimpatrio in linea con i principi fondamentali dell’Unione. L’Unione Europea potrà difficilmente continuare a vantare garanzie e tutele universali, se persisterà nel normalizzare la detenzione delle persone vulnerabili, la deportazione verso paesi terzi, la discrezionalità delle autorità in decisioni di simile spessore. È indispensabile che le politiche migratorie cessino di costituire veicoli di propaganda, per strutturarsi invece su un’impostazione evidence-based e conforme all’impianto valoriale europeo. 1. Sono laureata in Scienze Politiche e Studi Internazionali presso l’Università di Firenze, dove attualmente frequento la laurea magistrale in Relazioni Internazionali. Come attivista di Amnesty International mi occupo di diritti umani, con particolare attenzione ai temi della migrazione e dei conflitti. Ho trascorso un periodo di formazione in Spagna in una fondazione impegnata nella cooperazione e salute globale, e collaboro come ambasciatrice con una fondazione dedicata all’integrazione e all’impegno europeo ↩︎ 2. Regolamento sui rimpatri: il Parlamento pronto ad avviare i negoziati, Comunicato stampa ↩︎ 3. The Return Regulation will ‘ICE-ify’ the EU’s migration policy, Ceps (26 marzo 2026) ↩︎ 4. The EU must stop the digitalisation of the deportation regime and withdraw the new Return Regulation, Access Now (giugno 2025) ↩︎ 5. Unprotected: How proposed EU rules on deportation threaten the universal right to health, PICUM e Medecins du Monde (ottobre 2025) ↩︎ 6. Aula divisa ma sull’immigrazione vince il ‘sì’ alla stretta, il Parlamento UE approva il controverso regolamento rimpatri, EUNews (26 marzo 2026) ↩︎ 7. New Migrant Return Policy Index reveals major human rights gaps in European return policies, Migration Policy Group (6 marzo 2026) ↩︎ 8. The EU’s New Approach on Returns: More Externalisation, Less Protection and Safeguards, Action Aid (13 marzo 2025) ↩︎ 9. More than 200 Organisations: Inhumane Deportation Rules Should be Rejected, Action Aid (15 settembre 2025) ↩︎ 10. Il parlamento europeo approva la creazione di “hub di rimpatrio” per migranti, Afp (26 marzo 2026) ↩︎ 11. ECRE Statement: European Parliament Vote on the Return Regulation (26 marzo 2026) ↩︎
ICE, da Minneapolis a noi: cronache di guerra e di resistenza [22/04]
(L’iniziativa, già precedentemente anticipata, è stata riprogrammata al 22 aprile) Mercoledì 22 aprile, ore 18Via Ponziana 5/B, Trieste Serata di discussione con una compagna in collegamento dagli USA Gli attacchi degli USA e “Israele” all’Iran, ci riguardano. Siamo consci che non saranno i tiranni di due paesi che si dichiarano democratici (qualunque cosa significhi in […]
“Globalizzazione, fenomeni migratori e diritti umani”, incontro ad Arese (Milano)
Non solo Iran, Libano, Palestina: anche dal Mar Mediterraneo quasi ogni giorno arriva un tragico bollettino di guerra. I naufragi si susseguono a ritmo incalzante, tanto che nei primi tre mesi di quest’anno si calcola che le vittime abbiano superato quota 750 (ma potrebbero essere ancora di più) a fronte di una stima di 1.330 morti registrati nell’intero 2025. Non solo: questa ecatombe è ancora più agghiacciante se si considera che nel primo trimestre 2026 gli arrivi si siano ridotti del 50-60% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Tutto ciò è stato ricordato in apertura dell’incontro “Globalizzazione, fenomeni migratori e diritti umani”, organizzato da Anpi Arese con il sostegno dell’amministrazione comunale e della Rete per la pace. Importanti i relatori: Paolo Pobbiati, ex presidente di Amnesty International Italia, Giorgio Del Zanna, esponente della Comunità di Sant’Egidio e docente di storia contemporanea alla Cattolica e Luca Radaelli, HR manager del progetto Sar di Emergency. Proprio Pobbiati in apertura ha confessato che non avrebbe voluto parlare di cifre, ma non ha potuto evitarlo per dare un’idea delle dimensioni della piaga delle morti in mare. “È importante ricordare sempre che si tratta di uomini, donne e bambini costretti ad affrontare una vera e propria odissea nella speranza di costruire un futuro accettabile per sé e le loro famiglie. Dobbiamo raccontare le loro storie per far comprendere a tutti che sono persone proprio come noi, con il solo ‘torto’ di essere nati dalla parte sbagliata del mondo, in un Paese in guerra o devastato da inondazioni o siccità o governato da un regime che perseguita i dissidenti, gli omosessuali, le donne. Ricordo solo due storie di persone che ho conosciuto: un ragazzo fuggito dall’Eritrea a 18 anni per evitare il ‘servizio militare a vita’ imposto dallo Stato e il padre di quattro figlie, scappato dall’Afghanistan per offrire loro una possibilità di vita e libertà”. Pobbiati ha poi parlato delle pessime novità normative che si concretizzeranno tra due mesi in Unione Europea e in Italia. Il regolamento sui respingimenti che entrerà in vigore prevede infatti la possibilità di deportare i migranti provenienti da Paesi considerati “sicuri” (Tunisia, Egitto e Bangladesh tra questi) negli Stati di provenienza o anche in altri senza neppure esaminare l’eventuale richiesta di asilo. A ciò si aggiunge l’estensione della “detenzione amministrativa” nei Cpr da 18 a 24 mesi e anche per famiglie con bambini e minori non accompagnati (vedi sul tema l’intervista alla presidente di Amnesty Italia Alba Bonetti). In Italia si parla addirittura della possibilità per il governo di attuare il blocco navale. Uno spiraglio di speranza è stato aperto dall’intervento di Giorgio Del Zanna, che ha parlato dei “corridoi umanitari” realizzati negli ultimi dieci anni dalla Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con altre realtà della società civile. “Sfruttando una possibilità prevista dall’Unione Europea, dal 2016 a oggi siamo riusciti a portare in Italia circa seimila persone, offrendo loro percorsi di integrazione per trovare lavoro e casa e costruirsi una nuova vita nel nostro Paese. Certo, si tratta di una goccia nell’oceano, ma il nostro scopo è anche dimostrare che il modello funziona per poterlo proporre su una scala molto più ampia. Sarebbe un vantaggio per tutti – italiani e non – se i soldi che oggi vengono usati per respingere o limitare i movimenti dei migranti fossero invece destinati all’accoglienza e alla promozione della convivenza. Dobbiamo sostituire la paura con la conoscenza reciproca: la diffidenza verso gli ‘stranieri’ (presentati come criminali o comunque potenziale minaccia) viene alimentata a scopo elettorale. Ma la stragrande maggioranza di queste persone lavora nelle nostre case, nei campi e nei cantieri, paga le tasse e vuole solo vivere in pace e in armonia con i suoi vicini. È importante quindi creare occasioni di incontro in un clima di festa e serenità: è così che si crea comunità e si superano i pregiudizi, e lo dico per esperienza”. Non meno coinvolgenti le parole di Luca Radaelli. “Mercoledì la Life Support di Emergency ha salvato 71 migranti che viaggiavano a bordo di un gommone sovraffollato, che non avrebbe potuto affrontare la traversata del Mediterraneo, e che è stato avvistato direttamente dal ponte di comando della nostra nave: a bordo dell’imbarcazione in pericolo c’erano anche 17 minori, di cui 11 non accompagnati. I migranti, che hanno riferito di essere partiti dalle coste libiche di Garabulli, sono originari di Mali, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Guinea Conakry, Camerun e Ciad, Paesi colpiti da violenze, povertà, violazioni di diritti e insicurezza alimentare. Ebbene, il governo italiano ci ha assegnato La Spezia come porto di sbarco. Questo significa tre giorni di navigazione, l’allontanamento forzato della nostra nave dalla zona del Mediterraneo – dove in questo periodo c’è estremo bisogno di vigilanza – e altre sofferenze inutili per decine di persone già provate da un viaggio che spesso dura anni. Per non parlare del fatto che ci viene imposto di avvisare la cosiddetta Guardia Costiera libica, con il rischio che le sue motovedette ci sparino addosso e riportino i naufraghi in Libia, dove vengono sottoposti alle peggiori torture, stupri ed estorsioni con il beneplacito del nostro governo, interessato solo a dichiarare che grazie a lui meno ‘stranieri’ sono arrivati sulle nostre coste. Non importa se il motivo è che sono morti ammazzati o annegati”. Ai tre interventi è seguito un vivace dibattito e la serata si è conclusa con l’impegno comune a riflettere e sensibilizzare le persone su questo tema sempre di drammatica attualità.   Claudia Cangemi
April 11, 2026
Pressenza
Riflessioni e prospettive dopo il NO Kings Day negli Stati Uniti
A distanza di una settimana dalla terza grande protesta del movimento NO Kings, gli attivisti sono all’opera come api operaie. Gli appuntamenti sono numerosi in tutto il Paese: all’evento al Bixby Park di Long Beach si commemorano le migliaia di morti a Gaza e le vittime dell’ICE. Qualcuno dalla bella grafia ha scritto tanti nomi e alcuni punti interrogativi su biglietti bianchi che poi ha conficcato in terra. Silva, eretta dietro un piccolo banchetto ricoperto da una kefiah, chiede un minuto di silenzio per le vittime del genocidio in corso e per i lavoratori immigrati vessati e deportati. L’iniziativa progettata da tempo vuole mettere in luce il legame che intercorre tra i due fenomeni, entrambi risultato del capitalismo imperialista che per mantenersi al potere schiaccia e uccide chiunque non rientri nei suoi schemi. Per gli ideatori dell’evento il messaggio da inviare al pubblico è chiaro: “Non si combatte il sistema che ci opprime guardandolo solo dal lato che ci appare più vicino”. È infatti un errore comune attivarsi solo quando ci si sente direttamente coinvolti, quando l’ingiustizia ci tocca personalmente e il pericolo è vicino. La commemorazione al Bixby Park è sobria e attrae qualche passante; qualcuno ne scriverà sul quotidiano locale. Non è neanche paragonabile al furore mosso dal NO Kings Day III. Eppure, sebbene sia stato un successo di partecipazione, il sabato di festa rivoluzionario è passato e poco o nulla è cambiato: le deportazioni di migranti continuano, le tasse diminuiscono per i ricchi e le aggressioni imperialiste sembrano inarrestabili. Secondo Ash-Lee Woodard Henderson, che modera l’incontro “NO Kings Mass Call: What’s Next”, nel quale ci s’interroga sul perché valga la pena di andare avanti, per prima cosa occorre una struttura che permetta a realtà diverse di partecipare e ottenere così, tutte insieme, il numero a nove zeri necessario per scuotere il potere.  Si punta dunque a una struttura aperta in cui, sotto la bandiera del NO Kings si possa riconoscere ogni anima libertaria e antifascista; ognuno è il benvenuto e non c’è bisogno di specificare altro. Di fronte a questo polpettone intinto in mille salse però si sono levate molte voci dissonanti e anche a me sono sorti dei dubbi. Una delle prime cose che balzano all’occhio è la mancanza di rivendicazione per una Palestina libera. Negli ultimi anni questo è stato il comune denominatore sotto cui declinare ogni forma di oppressione perpetrata dal sistema capitalista; oggi, nel gigantesco movimento di massa NO Kings sembra sostituito dal rifiuto categorico della figura del Presidente-Re che, schernito in ogni modo, è per paradosso onnipresente. All’appello però non mancano solo la Palestina, ma un po’ tutti i Paesi sotto attacco dell’imperialismo a stelle e strisce, da Cuba al Venezuela. E qui si tratta di capirsi. Sotto la grande tenda del movimento No Kings sabato 28 marzo si sono ritrovate anche le associazioni a sostegno della Palestina libera, quelle che chiedono la fine dell’embargo a Cuba e rispetto legale e militare per il Venezuela, ma ciò è successo solo nelle grandi città; nei centri più piccoli sono rimaste assenti. E soprattutto la loro rivendicazione, nei video e media ufficiali, è passata decisamente in secondo piano. L’altro dubbio riguarda il pericolo di ricadere nello status quo. Una possibilità per nulla campata per aria, visto che il Partito Democratico, pur non comparendo tra gli organizzatori, ha fornito sostegno mediatico e logistico all’evento, cosa che non è sfuggita all’attenzione di molti, i quali vedono in ciò nient’altro che un cavalcare l’onda per vederla disperdersi. E soprattutto aleggia la domanda: se cadesse il governo autoritario di Trump, chi lo sostituirebbe? Avremmo bannato l’arrogante re auto-investitosi per ritornare a un sistema che esiste da ben prima di Trump e che a ben vedere è quello che ne ha permesso la nascita. Dove sono visibili i segni di un cambiamento di sistema? Sotto la grande tenda ci stiamo tutti oggi perché uniti contro un tiranno e per salvare la democrazia, ma cosa succederà domani, quando le richieste dei tanti cominceranno a divergere? Se i tiranti che tengono su la grande tenda del capitalismo imperialista non verranno cambiati, ripiomberemo in un’ipocrita democrazia di facciata. La mia domanda dunque è: per quale democrazia lotta il movimento NO Kings? Mettere in secondo piano i grandi temi di politica estera per concentrarsi sui problemi che affliggono in casa il popolo americano potrebbe essere pericoloso e portare a una vittoria di Pirro, o forse nemmeno a quella. Gli attivisti come quelli del Bixby Park, che s’impegnano giorno dopo giorno, pur non avendo grandi numeri sembrano possedere una vista più lunga e aver capito che tra le responsabilità del cittadino statunitense c’è il farsi carico d’un cambiamento a 180 gradi del sistema imperialista, che come impoverisce l’americano medio, ugualmente strangola il palestinese, il venezuelano, il libanese, il filippino, l’iraniano e qualunque cosa inceppi la sua ingordigia. Con tale animo svolgono quello che ritengono il proprio dovere morale di verità, che il pubblico li acclami o li ignori. Hanno accettato di svolgere un lavoro lungo che richiede pazienza, cura e amore e dove non bisogna mai né abbattersi né esaltarsi.             Marina Serina
April 9, 2026
Pressenza