Fuori dai riflettori, a Ceuta continuano le violenze
Dopo l’attenzione mediatica esplosa tra la fine di luglio e agosto, Ceuta è
progressivamente scomparsa dalle cronache. Ma mentre i riflettori si spengono,
la situazione sul terreno continua a essere segnata da violenze, sgomberi e
respingimenti.
Gli aggiornamenti raccolti da No Name Kitchen, che monitora la situazione sul
campo, e le testimonianze documentate da Amnesty International 1 restituiscono
il quadro di una gestione fondata sulla repressione, sull’abbandono e su una
pressione continua sulle persone in movimento.
“OCCHI SU CEUTA”: LA SITUAZIONE È DISUMANA
Delle oltre 80 mila persone entrate a Ceuta dal confine con il Marocco alla fine
di luglio 2026, al centro dell’attenzione di media e giornali per tutto il mese
successivo, ora rimane ben poco nelle cronache.
La notizia, che aveva attirato una forte attenzione mediatica ed era stata
utilizzata per alimentare narrazioni propagandistiche e razziste, prima fra
tutte quella dell’«invasione», è progressivamente scomparsa dal dibattito
pubblico.
Mentre è facile fare notizia quando si tratta di puntare il dito contro un
presunto nemico costruito attraverso retoriche populiste, più difficile è
continuare a raccontare ciò che accade quando emerge una realtà in cui sono le
istituzioni a esercitare violenza. Le loro responsabilità vengono taciute, così
come tutto ciò che ne consegue.
Oggi, a quasi due mesi dagli ingressi, si parla poco di ciò che accade sulle
coste di Ceuta, così come poco spazio è stato dato ai numeri delle vittime del
confine: almeno 142 persone sono morte tra Ceuta e Melilla, annegate nel
tentativo di raggiungere la costa.
Nel frattempo, migliaia di persone continuano a lottare per la propria
sopravvivenza dentro una città che si è progressivamente militarizzata contro di
loro. Ma anche se l’attenzione si spegne, a Ceuta la situazione non si è
«risolta». Al contrario, nell’ombra calata sulla vicenda, la gestione continua a
essere segnata da militarizzazione, violenza e repressione.
Attualmente, il numero di persone in movimento che vivono in condizioni
estremamente precarie a Ceuta rimane elevatissimo. Tra loro c’è una presenza
significativa di minori stranieri non accompagnati: sono 2.383 quelli
identificati, secondo il capo del Comando unico di Ceuta.
Tra 500 e 700 di loro vivono ancora oggi in strada, senza alcuna forma di
tutela, nel contesto di una disputa politica che ostacola l’accoglienza, la
presa in carico e la nomina di rappresentanti legali, nonostante si tratti di
diritti sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia
e dell’adolescenza del 1989.
Molti minori hanno raccontato di essersi rivolti quasi quotidianamente alla
polizia per chiedere protezione, venendo tuttavia respinti, in violazione degli
obblighi internazionali di tutela. Anche nei centri per minori, tuttavia,
emergono testimonianze di violenze che spingono alcuni ragazzi a fuggire e a
tornare a vivere in strada.
Si crea così un paradosso: ciò che dovrebbe tutelare diventa esso stesso un
deterrente, rendendo evidente una forma di de-protezione che si riproduce
all’interno del sistema.
Sono inoltre circa 800 le donne, alcune con figli minori, che vivono in strada
in una grave situazione di assenza di protezione. A fronte delle carenze del
sistema di accoglienza sono sorti accampamenti informali: circa 20 famiglie
monoparentali, composte da donne e figli, sono alloggiate in una tenda nei
pressi della moschea Sidi Embarek per evitare di dormire completamente
all’aperto, ma in condizioni tutt’altro che dignitose.
È degli ultimi giorni la notizia dell’apertura imminente di un nuovo campo
rivolto alle donne, che rende evidente la lentezza della risposta statale e le
carenze della gestione. In alcuni casi, infatti, donne e bambini sono stati
inseriti anche in strutture rivolte agli uomini, senza adeguati accorgimenti per
la loro protezione, come è avvenuto solo qualche settimana fa al CETI (Centro di
accoglienza temporanea).
Poi ci sono ragazzi giovanissimi, molti dei quali neo maggiorenni, uomini, padri
e anziani, dispersi per la città, negli accampamenti sulle spiagge, tra i vicoli
e nella foresta. Qui cercano rifugio per sottrarsi alle violenze sempre più
diffuse perpetrate dalle forze armate, da gruppi di estrema destra e, in alcuni
casi, anche da cittadini di Ceuta.
Con l’arrivo del freddo e delle piogge, le condizioni diventano ancora più
difficili e aumentano le persone che necessitano di beni di prima necessità.
Negli ultimi giorni, molte persone sono rimaste per giorni completamente
bagnate, senza vestiti asciutti né un luogo in cui ripararsi.
Per loro non c’è cibo, non c’è acqua, non c’è accoglienza, non c’è la
possibilità di prendersi cura della propria igiene personale, né un luogo in cui
dormire senza il timore di ritrovarsi immersi in una pozzanghera o di essere
svegliati a manganellate. Non ci sono diritti rispettati, ma solo un clima
costante di violenza e minaccia:
«O torni in Marocco, come vogliono loro, oppure resisti e vivi questo incubo
ogni giorno, sperando che prima ci facciano chiedere asilo».
Testimonianza
SGOMBERI E DEPORTAZIONI ILLEGALI DI GRUPPO
Negli ultimi giorni, il 4 e 5 ottobre, la polizia spagnola ha sgomberato gli
accampamenti sulla spiaggia di El Trampolín. Le forze armate hanno costretto le
persone a radunarsi e a rimanere sedute per terra per ore, per poi caricarle su
autobus diretti verso il confine con il Marocco, senza fornire informazioni
sulle ragioni dell’operazione, sui loro diritti e sulle modalità del
trasferimento.
Le persone prelevate, inoltre, non erano state precedentemente identificate né
registrate e non hanno avuto la possibilità di esercitare il proprio diritto a
chiedere asilo. In una giornata segnata da forte tensione e violenza, circa
1.000 persone sono state condotte oltre il confine, in Marocco; le altre sono
state lasciate in città e si sono trovate a cercare un nuovo posto in cui
sistemarsi.
Le immagini video realizzate durante quelle ore mostrano anche alcune persone
attraversare la frontiera a piedi, in quello che viene presentato come un gesto
«volontario». No Name Kitchen è rimasta al confine per ore, monitorando e
documentando la situazione 2.
Nei video si vedono gli autobus arrivare dalla spiaggia di El Trampolín e,
successivamente, piccoli gruppi di cinque persone alla volta accompagnati
attraverso una porta. Qui la polizia fornisce, in tre minuti, una spiegazione
sommaria della situazione, senza la presenza di interpreti né legali; negli
stessi tre minuti, i componenti del gruppo devono decidere se rimanere o tornare
in Marocco.
Tre minuti non possono essere considerati un tempo adeguato per ottemperare
all’obbligo di informazione, fornire in una lingua comprensibile indicazioni
complete sulle procedure per la richiesta di asilo e permettere a ciascuna
persona di comprendere le proprie possibilità. Tanto più considerando che,
secondo quanto previsto dalla legge, ogni situazione dovrebbe essere valutata
individualmente, tenendo conto delle specifiche circostanze personali.
Quanto osservato sembra invece configurarsi come una procedura collettiva, nella
quale non è possibile verificare quali informazioni vengano effettivamente
fornite dalla polizia durante quei pochi minuti. In questo contesto, è
necessario interrogarsi sulle condizioni in cui viene compiuta una scelta che le
autorità presentano come libera e sulla possibilità che le persone abbiano
realmente ricevuto tutte le informazioni necessarie per prendere una decisione
consapevole.
Il dubbio è ancora più rilevante alla luce della gestione complessiva della
presenza delle persone in movimento a Ceuta, che sembra portare le persone allo
stremo delle proprie forze, fino a spingerle a rinunciare alla possibilità di
rimanere e chiedere protezione.
Le testimonianze raccolte raccontano inoltre di trasferimenti forzati una volta
raggiunto il territorio marocchino, con persone prelevate e trasferite
direttamente verso il sud del Paese.
Già nel mese precedente si erano verificate operazioni analoghe, condotte più o
meno nell’ombra e senza una procedura individuale, come descritto nel rapporto
di agosto, di cui riportiamo una testimonianza:
«Eravamo seduti vicino al mare quando sono venuti da noi e ci hanno detto: “Non
abbiate paura, vi portiamo alle tende così potete dormire lì”. E invece ci siamo
ritrovati qui, al confine; sono stato deportato in Marocco. Ci hanno scaricati
in una città a caso, lontana da casa nostra. Ora non so cosa fare, mi sento
senza speranza».
Reportage e inchieste/Confini e frontiere
CEUTA: MILITARIZZAZIONE, VIOLENZA RAZZISTA E REPRESSIONE DELLA SOLIDARIETÀ
Un reportage scritto sul campo, attraversato dalle testimonianze delle persone
che vivono e resistono alla frontiera
Giulia Stella Ingallina
7 Settembre 2026
Sono dei primi giorni di ottobre anche i video che mostrano persone in fuga
mentre cercano di sottrarsi alla polizia e ai trasferimenti forzati. Alcune
corrono verso il mare per raggiungere a nuoto un altro tratto della costa
spagnola, mentre le autorità le inseguono, utilizzando anche quelle che, dalle
immagini, sembrerebbero armi da fuoco.
Considerate nel loro insieme, queste operazioni assumono le caratteristiche di
trasferimenti collettivi verso il Marocco e sollevano seri interrogativi
rispetto al diritto di chiedere asilo e al principio di non-refoulement. La
questione appare ancora più grave nel caso di minori e donne, che hanno subito
lo stesso trattamento.
La sistematicità di queste operazioni sembra inoltre inserirsi in una più ampia
gestione dello spazio urbano orientata a rimuovere progressivamente gli
accampamenti e la presenza delle persone in movimento dalla città.
L’operazione del 4 e 5 ottobre è avvenuta a pochi giorni dalla visita di re
Felipe VI e della regina Letizia, prevista per il 13 ottobre, rendendo
significativa la coincidenza tra la rimozione degli accampamenti e la
preparazione della città all’arrivo dei reali.
Ma quelle condizioni di abbandono esistono e renderle invisibili non significa
farle scomparire: significa soltanto cancellarne le tracce dallo spazio
pubblico, in nome del decoro, mentre migliaia di persone continuano a vivere
nelle stesse condizioni.
VIOLENZE ESTREME, FINO A CONFIGURARE TORTURA: LA DENUNCIA DI AMNESTY
INTERNATIONAL
Il 30 settembre Amnesty International ha pubblicato gli esiti di un’inchiesta
condotta a Ceuta dal 10 al 15 settembre 3.
L’organizzazione ha raccolto 22 testimonianze dirette di violenze da parte dei
militari e 65 interviste, tra cui quelle di 31 minori e 26 donne, due delle
quali incinte.
Tra le pratiche denunciate, insulti e minacce sono all’ordine del giorno e della
notte, così come le aggressioni fisiche. I segni dei manganelli restano sui
corpi, con lividi e ferite anche in punti particolarmente sensibili, come la
testa.
Ci sono persone aggredite mentre dormono, colpite alla schiena, prese a calci,
minacciate, private del cibo o sottoposte all’uso di spray urticanti. Un ragazzo
denuncia anche l’utilizzo di armi bianche da parte delle autorità:
«Non va bene! Perché in certe zone hanno iniziato ad accoltellare la gente. Mi
trovavo proprio in uno di quei quartieri quando un tizio è stato accoltellato
alla spalla e alla schiena! E meno male che quella notte siamo riusciti a
scappare.»
Testimonianza
Un altro racconta di non essere riuscito a camminare per 25 giorni dopo essere
stato svegliato, aggredito e poi spinto giù dall’Eremo di San Antonio, nei
pressi del quale stava dormendo prima dell’attacco.
Alla prevaricazione della forza si accompagnano richieste umilianti. Un ragazzo
riferisce di essere stato obbligato da un militare a inginocchiarsi davanti a
lui prima di essere picchiato. In altri racconti, ragazzi sono stati costretti a
radersi i capelli oppure a inginocchiarsi e baciare una croce cristiana
nonostante la propria fede musulmana.
Gesti che sembrano avere come unico scopo l’affermazione della forza, del potere
e del controllo sull’altro, ridotto a un corpo da dominare e umiliare. La
violenza non si limita così a infliggere dolore, ma colpisce la dignità e la
percezione di sé.
Altre percosse sono state precedute dall’immobilizzazione del corpo. Alcune
persone riportano di essere state legate con fascette ai polsi, i cui segni sono
rimasti impressi sulla pelle. Un ragazzo racconta di essere stato legato e
gettato nel bagagliaio di un’automobile.
Quando lo hanno tirato fuori, gli hanno imbavagliato la bocca e gli hanno
sbattuto il volto contro un albero, prima di buttarlo giù da un terrapieno. Un
racconto di violenza estrema che, per la sua gravità, non può essere ridotto
alla definizione di «abuso» o «uso eccessivo della forza»: episodi di questo
tipo possono configurare tortura.
La violenza assume forme specifiche anche nei confronti delle donne. Amnesty
International ha raccolto testimonianze di insulti e abusi a sfondo sessuale,
rivolti anche a donne incinte. Tra questi, quello rivolto da un militare a una
donna:
«Come fai a non essere capace di prendere la tua spazzatura se sei stata capace
di aprire le gambe».
Secondo i dati del Consiglio Generale della Magistratura, sono state avviate 37
indagini per violenze sessuali: 28 risultano ancora aperte, mentre 8 sono state
archiviate provvisoriamente. Le vittime complessive sono 39, di cui 38 donne e
un uomo, e 14 minorenni.
Questa violenza verbale e fisica, con finalità intimidatorie e di «castigo», si
inserisce in un clima di crescente ostilità, alimentato da una retorica pubblica
che presenta la presenza migrante come una minaccia.
Espressioni come «invasori» o «devono essere cacciati» hanno trovato ampia
diffusione nel dibattito pubblico, sui media e sui social network. Amnesty
riporta i dati dell’OBERAXE, che confermano l’intensificazione dell’odio
razzista e xenofobo, aumentato ad agosto di circa il 76% rispetto al mese
precedente.
La retorica stigmatizzante colpisce anche chi presta assistenza o denuncia le
violazioni dei diritti. Le organizzazioni impegnate nella distribuzione di cibo
e beni di prima necessità hanno riferito di insulti, molestie e ostacoli nello
svolgimento delle attività. Il 12 settembre, un veicolo militare ha bloccato per
circa due ore l’ingresso della sede di No Name Kitchen, ostacolando la
distribuzione quotidiana di cibo.
Il 20 settembre, l’attivista Rafa Borrego, l’avvocata per i diritti umani Sofía
Cánovas e la deputata di Ceuta Julia Ferreras sono stati aggrediti al porto di
Ceuta da alcuni manifestanti, in un contesto di crescente ostilità nei confronti
di ONG e attivisti impegnati nell’assistenza alla popolazione migrante.
Il quadro restituito dall’inchiesta di Amnesty International è quello di una
violenza che attraversa Ceuta nella sua totalità, non solo nell’uso della forza
e nel trauma di un singolo momento, ma nel suo esercizio come strumento di
dominio, controllo e umiliazione.
Attraverso il corpo, la violenza afferma una gerarchia, ricordando continuamente
a chi la subisce chi può comandare, chi può colpire, chi può decidere dove
dormire o quando muoversi. Una pratica che si ripete nello spazio pubblico e
che, attraverso la sua sistematicità e il silenzio che la circonda, finisce per
diventare parte della quotidianità.
NEGARE IL DIRITTO D’ASILO, LASCIARE NEL LIMBO
Un altro elemento emerso dall’analisi della situazione e dalle testimonianze
raccolte riguarda la difficoltà, e in alcuni casi l’impossibilità, di accedere
alla procedura di protezione internazionale.
Anche persone entrate a Ceuta ben prima del 30 luglio raccontano gli ostacoli
incontrati nell’accesso al diritto d’asilo, quando ancora non era stata
dichiarata alcuna situazione di «emergenza». Tra le testimonianze raccolte da
Amnesty International vi sono quelle di persone provenienti da Paesi in
situazione di conflitto, come Yemen e Somalia.
Questo mostra come, sebbene tutte le persone abbiano il diritto di accedere alla
procedura, gli ostacoli riguardino anche chi proviene da Paesi non considerati
«sicuri». In diversi casi, le procedure non erano ancora state avviate; le
persone non erano state sottoposte alla valutazione delle eventuali
vulnerabilità, prevista con l’entrata in vigore del Regolamento Screening il 12
giugno, né avevano ricevuto informazioni adeguate sulle procedure a cui
avrebbero potuto accedere.
Particolarmente grave è la testimonianza di tre cittadini yemeniti espulsi da
Ceuta. Uno di loro, 34 anni, era entrato nell’enclave spagnola alla fine di
giugno e, dopo essere stato soccorso dalla Croce Rossa, era stato accompagnato
al CETI. A causa della mancanza di posti, tuttavia, non era stato accolto nel
centro ed era stato costretto a trascorrere le notti nascondendosi nella
foresta, come ancora oggi fanno molte delle persone presenti sul territorio.
Sei giorni dopo, quando era tornato in città alla ricerca di cibo, era stato
fermato dai militari insieme ad altre circa settanta persone. Sarebbe stato poi
picchiato e caricato su un mezzo militare diretto verso la frontiera. Nonostante
avesse gridato per manifestare la propria volontà di chiedere asilo e avesse
mostrato il passaporto yemenita, il documento sarebbe stato ignorato e gettato a
terra dalle autorità. L’uomo è quindi stato deportato e consegnato, insieme alle
altre persone, alla polizia marocchina.
Una simile condotta non si limita dunque a negare, nei fatti, l’accesso alla
procedura d’asilo, ma può configurare una violazione del principio di
non-refoulement quando il respingimento avviene senza una valutazione
individuale del caso e dei rischi specifici cui la persona potrebbe essere
esposta nel Paese verso cui viene rinviata.
Altre testimonianze raccontano gli ostacoli incontrati nel tentativo di ottenere
un minimo di protezione, per poi, in alcuni casi, andare incontro a trattamenti
ancora peggiori. La storia di un ragazzo può riassumere quella di molte delle
persone incontrate. Dopo essere entrato a Ceuta, ha trascorso settimane per
strada, cambiando ogni tre o quattro giorni il luogo in cui dormiva e cercando
gli spazi più nascosti e sicuri per evitare di essere trovato e picchiato dalla
polizia, cosa che accadeva comunque con frequenza.
Quando hanno iniziato a circolare le informazioni sull’apertura, e poi
sull’aumento dei posti letto, di un campo di accoglienza nei pressi
dell’ospedale, ha cominciato a dormire nelle sue vicinanze, monitorando la
situazione. Con il passare dei giorni, le persone in attesa all’esterno sono
diventate sempre più numerose. Entrare nel campo, inizialmente guardato con
sospetto per il timore che potesse trattarsi di un centro di pre-rimpatrio,
anche a causa della sua vicinanza al confine, è diventato progressivamente
l’unica speranza per sottrarsi alla violenza sempre più presente nelle strade.
Dopo diversi giorni di attesa, a metà settembre il ragazzo è riuscito a ottenere
un posto nel campo, inizialmente senza che venisse avviata alcuna procedura. Nei
giorni successivi racconta di essere stato accompagnato dalla polizia per quella
che si ipotizzava fosse la registrazione della domanda d’asilo, visto che ne
aveva già da tempo manifestato la volontà. Al termine dell’incontro, tuttavia,
non gli è stato consegnato alcun documento, né vi è stata alcuna formalizzazione
o spiegazione chiara sui passaggi successivi.
Uscito dall’incontro ancora più confuso, ha cercato informazioni sulla procedura
d’asilo attraverso i volontari, riferendo di aver percepito una forte pressione
verso l’ipotesi del ritorno volontario. Non era quindi chiaro quale procedura
fosse effettivamente in corso, né quale fosse la sua posizione. A un certo
punto, tuttavia, gli è stato comunicato, sempre e solo a voce, che sarebbe stato
ascoltato da una commissione nell’aprile 2027, a circa sette mesi di distanza:
«Ho l’impressione che qui stiamo solo perdendo tempo e che alla fine ci
respingeranno. Avremo perso un anno della nostra vita, durante il quale abbiamo
persino perso la nostra dignità, capisci? Molti ragazzi stanno tornando in
Marocco, sono stanchi. Anche le persone che erano in giro nascoste, le hanno
portate in città ma hanno respinto la loro richiesta di asilo. Qui abbiamo solo
sprecato tempo e salute.»
Testimonianza
LA STRATEGIA DELLO SFINIMENTO
Le quotidiane molestie e violenze di natura razzista e xenofoba sembrano
produrre l’effetto di logorare progressivamente la salute psicologica delle
persone, portandole verso un limite di sopportazione sempre più difficile da
sostenere.
Si va dagli impedimenti più banali alla vita quotidiana, come la difficoltà nel
farsi la doccia, reperire articoli per l’igiene personale e vestiti puliti,
all’impossibilità di dormire perché continuamente svegliate a colpi dagli agenti
di polizia. Anche l’accesso al cibo e all’acqua potabile risulta problematico,
tra la quantità insufficiente distribuita dalle organizzazioni umanitarie e
l’impossibilità, in alcuni casi, di entrare nei negozi e nei supermercati.
L’accesso a questi luoghi è infatti presidiato dalle autorità che, attraverso
identificazioni aggressive e forme di profilazione razziale basate sul colore
della pelle e sull’abbigliamento, decidono arbitrariamente chi può entrare. Una
pratica che non riguarda soltanto le persone in movimento, ma anche cittadini di
Ceuta con origini marocchine.
A questo si aggiunge l’abbandono per mesi delle persone negli insediamenti sulle
spiagge di Benítez e El Trampolín, nelle Naves del Tarajal, nelle aree
periferiche del CETI, nel centro equestre La Hípica de Ceuta, nei terreni
adiacenti alla moschea di Sidi Embarek e in altre zone della città, dalla
foresta ai quartieri periferici di Loma Colmenar ed El Príncipe.
A rendere ancora più grave questa condizione è la mancanza di un’adeguata
assistenza sanitaria. Dopo essere state ferite o esposte a condizioni insalubri,
le persone incontrano difficoltà nell’accesso alle cure. Sono state raccolte
testimonianze di discriminazioni e commenti razzisti e xenofobi rivolti ad
alcune persone in movimento che si recavano all’Ospedale Universitario di Ceuta,
con casi in cui sarebbero state costrette ad attendere all’esterno del pronto
soccorso.
Persone con ferite aperte alla testa hanno riferito di aver atteso per molte ore
in strada prima di ricevere cure, subendo nel frattempo anche molestie da parte
dell’esercito che pattugliava l’area.
Amnesty International ha inoltre raccolto la testimonianza di un uomo in sedia a
rotelle, con gravi ferite alle caviglie, alle braccia e al busto dopo essere
stato spinto da alcuni soldati da un’altezza superiore ai sei metri. Secondo
quanto riferito, non gli sarebbe stata nemmeno effettuata una radiografia, ma
soltanto applicata una benda d’emergenza.
Si delinea così una condizione fatta di violenze strutturali e sistemiche,
impedimenti alla vita quotidiana, pressione psicologica, paura e minaccia. Da
alcune settimane, inoltre, gli agenti avrebbero iniziato a utilizzare mascherine
sanitarie durante le ronde finalizzate a individuare e picchiare le persone.
Alla luce della diffusione di video che documentano le violenze, l’utilizzo
delle mascherine sembra avere l’obiettivo di impedire il riconoscimento degli
agenti, in contrasto con l’obbligo di identificazione previsto per le autorità
pubbliche in divisa.
Questo espediente diventa alienante anche per chi subisce le violenze: l’agente
non è più riconoscibile come persona, ma soltanto come una divisa che si impone
sul corpo di chi la subisce, rendendo ancora più difficile qualsiasi possibilità
di appello a un’umanità comune.
I trattamenti descritti, crudeli, disumani e degradanti, sembrano dunque
rispondere a un modello, come emerge anche dalle parole riportate da Amnesty
International: «Abbiamo ordini affinché non si sentano a loro agio», avrebbe
detto un ufficiale militare per giustificare identificazioni e molestie nei
confronti delle persone in movimento.
Quella che sembra essere in atto a Ceuta è una strategia dello sfinimento. Di
fronte a una situazione che dovrebbe essere affrontata attraverso gli strumenti
previsti dalle norme di tutela e dal diritto d’asilo, le autorità arrivano,
all’opposto, a disumanizzare le persone e a compiere gesti estremi, che per le
loro modalità possono configurare forme di tortura, fino a spingerle al limite
della sopportazione.
Attraverso una pressione continua, sembra che l’effetto sia quello di esaurire
le forze e la capacità di resistere delle persone, fino a spingerle ad
abbandonare la volontà di rivendicare i propri diritti in Europa e a scegliere
di tornare «volontariamente» in Marocco. Una strategia che sembra riuscire, in
alcuni casi, a produrre proprio quell’effetto:
«Qui non c’è niente di buono; ho iniziato a sentire che sto perdendo me stesso.
Sento che il mio tempo qui è finito, forse tornerò in Marocco».
Testimonianza
LA GRAVITÀ DELLA SITUAZIONE: UNA RIFLESSIONE SUL DIVIETO DI TORTURA E DI
TRATTAMENTO INUMANO O DEGRADANTE
La situazione che emerge oggi a Ceuta solleva una questione più ampia, relativa
agli obblighi dello Stato ai sensi dell’articolo 5 della Dichiarazione
Universale dei Diritti Umani e, in particolare, dell’articolo 3 della
Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ripreso dalla Carta di Nizza
all’articolo 4, che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. A
livello internazionale, lo stesso principio trova una formulazione specifica
nella Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984, che definisce
la tortura come:
«Qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona
dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine […] di intimorirla o di
far pressione su di lei […] o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi
forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un
agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo
ufficiale, o su sua istigazione, o col suo consenso espresso o tacito. […]»
Nel tempo, la giurisprudenza ha interpretato la norma estendendone
l’applicazione, oltre che alle forme più evidenti di violenza, anche a
condizioni capaci di ledere la dignità e l’integrità della persona.
Nella valutazione assumono rilievo la durata della condotta e i suoi effetti
fisici e mentali, così come il sesso, l’età e lo stato di salute della vittima.
Possono inoltre essere considerati la premeditazione, lo scopo perseguito e
l’eventuale volontà di umiliare o avvilire la persona.
Nella sentenza Taştan c. Turchia 4, infatti, la Corte di Strasburgo ha ritenuto
rilevante quest’ultimo elemento, precisando che l’umiliazione non deve
necessariamente essere pubblica, ma è sufficiente che sia percepita come tale
dalla vittima.
A Ceuta, le testimonianze raccolte parlano di persone picchiate, immobilizzate,
minacciate, private del cibo, sottoposte a umiliazioni e, in alcuni casi, a
violenze estreme. È dunque alla luce dell’articolo 3 che occorre interrogarsi
sul limite oltre il quale l’esercizio della forza e il trattamento riservato a
una persona diventano incompatibili con la sua dignità, valutando sia le singole
aggressioni sia le modalità con cui si producono nel contesto complessivo.
La violazione dell’articolo 3 può infatti riguardare anche le condizioni
complessive nelle quali una persona viene lasciata vivere e la mancata
protezione da parte delle autorità. Un precedente significativo è Khan c.
Francia 5, relativo alla situazione di un minore straniero non accompagnato che
viveva nella cosiddetta Jungle di Calais.
La sentenza mostra come gli obblighi derivanti dalla norma non si esauriscano
nel dovere dello Stato di non maltrattare una persona, ma possano comprendere
anche un obbligo positivo di proteggerla quando si trova in una condizione di
particolare vulnerabilità.
È questo il parametro attraverso cui interrogare la responsabilità dello Stato:
a Ceuta, ancor prima delle violenze e delle pessime condizioni materiali in cui
migliaia di persone sono costrette a vivere, viene meno l’obbligo di
protezione.
Minori non accompagnati, donne e altre persone vulnerabili continuano a vivere
per strada e, invece di trovare presa in carico e protezione, incontrano nello
spazio pubblico controllo, minacce, percosse e umiliazioni, oltre al rischio di
essere allontanate e trasferite.
Bisogna, in questo senso, prendere in considerazione anche il principio di
non-refoulement che, proprio sotto il profilo dell’articolo 3, costituisce un
limite all’azione dello Stato: una persona non può essere trasferita qualora
esistano motivi per ritenere che, nel Paese di destinazione, possa essere
esposta a violenze.
Tra i precedenti più significativi vi è Hamed c. Austria 6, nel quale la Corte
ha ritenuto che l’espulsione verso la Somalia avrebbe comportato una violazione
dell’articolo 3, e Hirsi Jamaa e altri c. Italia 7, nel quale ha ribadito che
anche di fronte alla pressione degli arrivi e alla complessità della gestione
delle frontiere lo Stato non è sollevato dai propri obblighi, sottolineando
anche il divieto di trasferimento senza una valutazione individuale della
situazione e dell’eventuale rischio.
Questo principio assume una rilevanza particolare a Ceuta, dove persone in
movimento vengono allontanate verso il Marocco in forma collettiva e senza una
valutazione dei rischi cui potrebbero essere singolarmente esposte.
Il margine di discrezionalità dello Stato incontra dunque un limite
nell’articolo 3, in quanto disposizione priva di eccezioni e non suscettibile di
deroga, neppure in circostanze eccezionali, comprese quelle legate alla lotta al
terrorismo, alla criminalità organizzata o alla sicurezza nazionale. La Corte ha
più volte ribadito il carattere assoluto del divieto e l’impossibilità di
bilanciarlo con altri interessi dello Stato.
È proprio alla luce di questo principio che occorre interrogarsi su quanto
accade a Ceuta: l’eccezionalità del numero degli ingressi, la difficoltà della
gestione o le esigenze di sicurezza non possono giustificare comportamenti
violenti, degradanti o inumani, né l’assenza di protezione nei confronti di
persone vulnerabili.
La questione, quindi, non è soltanto stabilire se una singola aggressione abbia
oltrepassato la soglia dell’articolo 3, ma allargare lo sguardo a ciò che accade
quando violenza, umiliazione, abbandono e mancata protezione diventano elementi
ricorrenti di un sistema di gestione che, invece di garantire protezione e
accesso ai diritti, produce paura, precarietà e sfinimento.
È proprio su questo che dovrebbe misurarsi la responsabilità dello Stato: sulla
capacità di garantire che, anche alle frontiere, i diritti fondamentali non
smettano di valere.
1. España: Amnistía Internacional denuncia tortura y tratos crueles, inhumanos
y degradantes a personas migrantes y solicitantes de asilo en Ceuta por
parte de fuerzas militares y condiciones indignas de acogida, Amnesty
International (30 settembre 2026) ↩︎
2. Vedi il post video di NNK ↩︎
3. España: Amnistía Internacional denuncia tortura y tratos crueles, inhumanos
y degradantes a personas migrantes y solicitantes de asilo en Ceuta por
parte de fuerzas militares y condiciones indignas de acogida, Amnesty
International (30 settembre 2026) ↩︎
4. Corte, sentenza Taştan c. Turchia, 04.03.2008, riferimento n. 63748/00 §31
↩︎
5. Vedi la decisione della CEDU ↩︎
6. Corte, sentenza Hamed c. Austria, 17.12.1996, riferimento n. 25964/94,
§§39-41 ↩︎
7. Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 23 febbraio 2012 –
Ricorso n. 27765/09 – Hirsi Jamaa e altri c. Italia ↩︎