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Intercettare “uomini in crisi”
TRIBUNALI, CONSULTORI FAMILIARI, ASSOCIAZIONI CHE ORGANIZZANO CORSI PRE-PARTO, MA ANCHE UNIVERSITÀ E SCUOLE SUPERIORI. A PESCARA E CATANIA STANNO PRENDENDO FORMA RETI TERRITORIALI INEDITE COLLEGATE AI CENTRI PER UOMINI AUTORI DI VIOLENZA, CON UN OBIETTIVO PRECISO: INTERCETTARE IN ANTICIPO UOMINI CHE VIVONO SITUAZIONI DI AGGRESSIVITÀ, FRAGILITÀ ECONOMICA O DIFFICOLTÀ RELAZIONALI, E OFFRIRE LORO STRUMENTI E ASCOLTO PRIMA CHE LA VIOLENZA VENGA AGITA. NON PIÙ SOLTANTO INTERVENTI A DANNO COMPIUTO, DUNQUE, MA UN LAVORO DI PREVENZIONE CHE CERCA DI COINVOLGERE ISTITUZIONI, MONDO DELL’EDUCAZIONE E REALTÀ SOCIALI. UN’ALLEANZA AMPIA PER PROVARE A SPOSTARE IL BARICENTRO: DAL DOPO AL PRIMA. SONO APPUNTI CONCRETI DI NUOVI PERCORSI DI INCONTRO E TRASFORMAZIONE DEL MASCHILE, TANTO URGENTI QUANTO NECESSARI, MESSI IN CAMPO DAL PROGETTO “PRIMA CHE SIA TARDI” DOPO ALCUNI MESI DI RICERCA unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- C’è chi sostiene che gli abusi sessuali e i femminicidi emersi dagli Epstein files segnino una linea di confine. Raramente il patriarcato e la sua relazione con il capitalismo si sono mostrati con una brutalità così esplicita e documentata. Eppure, nonostante la portata delle rivelazioni, è concreto il rischio che tutto venga diluito dal rumore per lo scandalo che coinvolge volti noti. In questo scenario, rimettere al centro il tema della violenza maschile e favorire trasformazioni profonde del maschilità, restano sforzi di cui abbiamo sempre più bisogno. L’associazione Maschile Plurale, che da anni lavora in quella direzione, insieme al “Centro per uomini autori di violenza” (Cuav) di Catania-Siracusa e a quello di Pescara da alcuni mesi ha avviato il progetto “Prima che sia tardi”, sottotitolo “Nuovi percorsi di incontro e trasformazione del maschile”. Si tratta di un inedito percorso annuale di ricerca, prevenzione, formazione sulla violenza di genere, ma anche di presa in carico di persone che non hanno ancora un coinvolgimento penale, i cosiddetti “ammoniti”. L’ammonimento del questore è infatti una misura di prevenzione della violenza nell’ambito delle relazioni familiari o affettive: il destinatario viene invitato a partecipare a percorsi sulle condotte violente. Tuttavia, secondo l’esperienza ancora poco raccontata dei Cuav, le persone che hanno avuto l’ammonimento vivono più o meno le stesse vicende e spesso anche le stesse gravità riscontrate nelle situazioni che riguardano il penale. Le attività del progetto prevedono percorsi individuali e di gruppo centrati sui modelli di maschilità, sulla consapevolezza emotiva, sulle dinamiche relazionali e sull’assunzione di responsabilità rispetto ai comportamenti violenti, affiancati dalla produzione di materiali comunicativi. Un elemento centrale è il lavoro di rete con i servizi territoriali, attraverso momenti di confronto e formazione, con l’obiettivo di rafforzare pratiche condivise di invio, accoglienza e accompagnamento. A che punto si trova “Prima che sia tardi”? Nei Cuav di Catania e a Pescara è forte una consapevolezza: percorsi di questo tipo si muovono su contesti di prevenzione e formazione ma rientrano prima di tutto nell’ambito della tutela di situazioni potenzialmente pericolose per le donne. Guai a dimenticarlo. “A Catania siamo a un ottimo punto – dice Antonello Arculeo – Abbiamo dovuto rallentare. Siamo un po’ avanti perché il lavoro con gli ammoniti lo portiamo avanti già da tempo e abbiamo quindi adattato e modificato situazioni che erano in corso. Ora abbiamo una serie di persone nuove che dovrebbero entrare nel gruppo di ammoniti interessati al percorso e abbiamo deciso di utilizzare il know-how già raccolto”. Su 160 contattati, una ventina si sono resi disponibili al percorso: alcuni hanno cominciato, altri sono in attesa, altri in valutazione, molti hanno rifiutato. Nel 2025 gli uomini che hanno usufruito del servizio “Il Primo Passo” – dedicato all’ascolto e al lavoro con uomini che hanno agito comportamenti violenti (servizio che fa parte della Rete italiana dei centri che lavorano con uomini autori di violenza, RE.LI.VE, Relazioni Libere dalla Violenze) – nei territori di Catania e Siracusa sono stati 333 (98% di nazionalità italiana), di cui 177 “ammoniti”. I numeri degli ammonimenti del territorio di Catania sono tra i più alti d’Italia. Qui, del resto, è partita l’azione diretta “I Panni sporchi si lavano in pubblico, di violenza si può e si deve parlare” che ha coinvolto numerose scuole, associazioni e istituzioni del territorio ed è stata replicata in altre città (la prossima data unica nazionale sarà il 6 giugno 2026). Pescara invece vive la fase di preparazione del protocollo con la Polizia e della formazione di alcuni agenti: l’obiettivo è creare nei prossimi mesi il primo gruppo di ammoniti interessati al percorso. Qui gli ammoniti sono complessivamente 25, quindi numeri più contenuti. In marzo i due Cuav insieme al gruppo di ricercatori e ricercatrici costituito da Maschile Plurale promuoveranno un momento di formazione che coinvolgerà diversi enti, per presentare i dati raccolti e trovare insieme punti di incontro tra la parte scientifica e quella sperimentata sul campo. Intanto è stato avviato anche il lavoro per la costruzione nei territori di due reti che possano essere in grado di rintracciare gli “uomini in crisi”. “A Pescara abbiamo fatto un lavoro capillare per intercettare uomini che potrebbero avere problemi di aggressività, rabbia, delusione, difficoltà economiche o relazionali, in modo da chiedere aiuto prima che la violenza venga agita – racconta Luca Battaglia – Abbiamo raccolto informazioni e stiamo per creare sei o sette gruppi conoscitivi ed esplorativi con stakeholder diversi”. Queste reti mettono insieme realtà molto differenti come il Gruppo Antiviolenza in Tribunale (legato a Polizia di Stato e Carabinieri), i consultori, ma anche alcune associazioni che propongono percorsi pre-parto, dove gli uomini accompagnano le donne ma non hanno spazi dedicati. “Siamo stati accolti molto bene. Stiamo entrando in relazione anche con i corsi prematrimoniali per proporre incontri rivolti agli uomini – aggiunge Battaglia – Ma abbiamo lavorato anche con professori universitari maschi per intercettare studenti e colleghi, e con scuole superiori e università”. È evidente che la sperimentazione di queste reti, dove ad esempio sarà possibile trovare materiali informativi (frutto del confronto promosso dai due Cuav attraverso focus group) su processi da intraprendere per cambiare, è una delle parti più interessanti del progetto e, una volta verificati punti di forza e nodi critici, potrebbe ispirare azioni analoghe in molti altri territori. Nell’accurato rapporto 2025 sule Attività dell’Associazione Centro Famiglie, responsabile del Cuav di Catania-Siracusa, nel contrasto alla violenza intrafamiliare, tra l’altro, si legge: “I dati relativi agli ammonimenti del 2025 confermano la centralità del Cuav come snodo territoriale tra sistema di prevenzione, servizi e percorsi di presa in carico che uniscono attività individuali e di gruppo, e sottolineano l’importanza di rafforzare azioni di aggancio, orientamento e accompagnamento verso percorsi di responsabilizzazione e cambiamento”. Progetti come “Prima che sia tardi” diventano importanti per il legame con i territori ma anche perché pensati come parte di un cambiamento politico e culturale più ampio. In un articolo dedicato al bisogno di costruire pratiche politiche meno colonizzate dall’immaginario patriarcale (Per un’altra radicalità), scrive Stefano Ciccone tra i promotori della rete Maschile plurale: «Chi costruisce iniziative di contrasto ai femminicidi e alla violenza maschile contro le donne non lo fa perché “considera più grave la violenza in base a chi la subisce”, ma perché riconosce un fenomeno sociale specifico che è la violenza determinata da una cultura, da ruoli e modelli di genere…». -------------------------------------------------------------------------------- . . . . . . . . -------------------------------------------------------------------------------- “Prima che sia tardi” è finanziato da ActionAid International Italia E.T.S e Fondazione Realizza il Cambiamento nell’ambito del progetto NORA against GBV* cofinanziato dall’Unione Europea. *NORA against GBV Il progetto NORA against GBV (Network of Organization for Rights and Autonomy against gender-based violence) cofinanziato dall’Unione Europea e promosso da Fondazione Realizza il Cambiamento e ActionAid International Italia E.T.S. intende contribuire alla prevenzione e al contrasto della violenza maschile contro le donne in Italia attraverso il sostegno, il potenziamento e lo sviluppo delle capacità delle organizzazioni della società civile attive a livello nazionale, regionale e locale. Il progetto coinvolge cinquanta realtà attive in tutta Italia, creando così una rete del cambiamento in grado di ascoltare e rispondere ai bisogni specifici e concreti di ogni territorio e comunità. -------------------------------------------------------------------------------- Il contenuto di questa comunicazione rappresenta l’opinione degli autori che ne sono esclusivamente responsabili. Né L’Unione europea né DG JUST possono ritenersi responsabili per le informazioni che contiene né per l’uso che ne venga fatto. Analogamente non possono ritenersi responsabili ActionAid International Italia E.T.S. e Fondazione Realizza il Cambiamento. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Intercettare “uomini in crisi” proviene da Comune-info.
February 27, 2026
Comune-info
#Niscemi tra #frane e #militarizzazione - Radio Città di #Pescara Con Antonio Mazzeo intervistato da Lorella Cappio. Trasmissioner registrata lunedì 23 febbraio 2026 https://www.youtube.com/watch?v=6-qZfzPLcUo&list=PLIjAKRADmB99X4D7va35mFbtb4H9_Xpww&index=1
February 25, 2026
Antonio Mazzeo
Tarek: autolesionismo per chiedere trasferimento
La direzione del carcere di Pescara continua a ignorare le richieste di Tarek di trasferimento. Tarek si è cucito la bocca per due giorni a causa delle condizioni del carcere e per richiedere il trasferimento. Ne parliamo con una compagna di Pescara. Riportiamo il comunicato che spiega la vicenda.  Diffondiamo Venerdì 20 febbraio ore 18 Pescara, Via Enzo Tortora (all’inizio della prima curva) Da qualche giorno il nostro compagno Tarek si è cucito la bocca per reagire ai soprusi che sta ricevendo nel carcere di Pescara. Per venerdì 20 febbraio è stato chiamato un nuovo presidio davanti al Carcere di Pescara per sostenere la lotta di Tarek e tutti i detenuti, in continuità con i diversi presidi che ci saranno davanti alle carceri di Melfi, Ferrara e Terni, e davanti ai tribunali di Campobasso e Torino. Tarek è detenuto dal 5 ottobre 2024, giornata in cui migliaia di persone sono scese in piazza a Porta San Paolo, a Roma, in solidarietà con la Palestina, sfidando il divieto del governo per quella manifestazione e le sperimentazioni di quello che è poi diventato il primo decreto sicurezza di questo governo. Diversi mesi fa, è stato trasferito dal carcere romano di Regina Coeli, assieme a decine di altr3 detenut3, all’improvviso e senza avvisare le persone a lui vicino, neanche l’avvocato che è venuto a saperlo tentando di contattarlo. Da quando è a Pescara, Tarek ha perso quel poco di relazioni che si creano durante la detenzione, non ha potuto portare diverse cose che aveva, gli è stata vietata la possibilità di avere colloqui e impedito la consegna di pacchi, negandogli addirittura la solidarietà di qualche calzino e vestito . Inoltre, la struttura è stata problematica impedendogli anche di partecipare alle udienze che lo riguardano: in continuità con la strategia di isolamento propria della detezione gli è stato permesso di partecipare alle udienze solo in collegamento video, nel giorno dell’udienza mancava addirittura la luce. Tarek ha usato il proprio corpo come strumento di lotta. Per molte persone in detenzione, nelle carceri come nei CPR, il corpo resta ciò di cui non si può essere privati e permette di urlare fuori dalle mura la violenza che si consuma dentro. Ma se un corpo può gridare fino a spezzarsi, l’incidenza sul reale — quella che sfonda il muro e trasforma una singola denuncia in forza collettiva — può amplificarsi quando, fuori, ci sono persone che si organizzano, capaci di raccogliere quel gesto, sottrarlo all’isolamento imposto e restituirlo alla lotta comune contro quel sistema carcerario che punisce e reprime, che vorrebbe relegare al silenzio. Nelle carceri ci sono persone, in carne ed ossa, che subiscono repressioni di ogni tipo e in ogni forma possibile. Perché ciò che Tarek ci sta urlando dal carcere di San Donato non resti sepolto tra le mura di cemento, è necessario rispondere con una mobilitazione collettiva per dargli solidarietà materiale e forza politica. In questi due anni c’è chi ha riempito le piazze di questo paese, bloccato porti, strade e fabbriche, ostacolato come possibile la macchina genocidiaria che parte da paesi come l’Italia. La Palestina insegna, non lasciamo da sol3 l3 attivist3 palestinesi e solidali colpit3 dalla repressione! La solidarietà è un’arma, usiamola! Con Tarek, Anan, Hannoun, Dawoud, Ahmad. Per la Palestina libera dal fiume fino al mare.
February 19, 2026
Radio Onda Rossa
Tarek è stato trasferito al carcere di Pescara
Con un compagno solidale abbiamo parlato del trasferimento di Tarek, insieme a centinaia di detenuti, al carcere di Pescara dopo il crollo di una parte del tetto di Regina Coeli, dove Tarek si incontrava privato dalla sua libertà. Il giovedì 23 ottobre, a partire delle ore 18:00, a Largo Perestrello (Marranella) ci sarà la presentazione del fumetto "La vendetta di Polifemo", che racconta la storia di Tarek, insieme all'autore Zerocalcare. Il venerdì 24 ottobre, alle ore 17:00, al Faro del Gianicolo ci sarà un presidio solidale con i prigionieri del carcere di Regina Coeli.          
October 15, 2025
Radio Onda Rossa
Fermare il genocidio in Palestina: dalle piazze di tutta Italia la voce di chi non si arrende
Quello che aspettavamo da tempo: oggi Pescara si è svegliata con migliaia di attivisti in corteo   Da mesi assistiamo a ciò che non possiamo più chiamare semplicemente conflitto: in Palestina è in corso un genocidio. Bambini, donne, civili innocenti continuano a morire sotto i bombardamenti, mentre intere città vengono rase al suolo e un popolo viene privato dei suoi diritti fondamentali, del futuro, della stessa possibilità di esistere. È una parola dura, ma è quella giusta: genocidio. E davanti a un genocidio non si può restare neutrali, non si può voltare lo sguardo, non si può ridurre tutto al linguaggio diplomatico di chi sceglie di tacere. Proprio per questo, ieri ero a Firenze, ospite al Festival dell’Economia Civile all’Università, e non ho esitato a partecipare alla manifestazione che ha attraversato la città. Una piazza viva, piena, in cui tante e tanti hanno gridato la propria indignazione e il proprio bisogno di pace. Un grido che non è semplice testimonianza, ma che diventa chiamata alla responsabilità collettiva: è arrivato il momento di bloccare tutto, di dire basta alle armi, agli accordi commerciali con chi bombarda, alla complicità internazionale che rende possibile l’orrore. Oggi, mentre affronto lo sciopero nazionale che ha paralizzato i trasporti, porto dentro di me lo stesso spirito. Sorrido anche se passo ore nelle stazioni, con treni soppressi e viaggi infiniti. Perché nel frattempo, in quelle stesse stazioni, ho avuto modo di parlare con persone che si lamentavano dei disagi. A loro ho detto quello che sento dentro: è meglio aspettare tre ore in più un treno, che contare milioni di bambini morti sotto le macerie. Questa riflessione, detta a voce alta, ha fermato alcuni sguardi e aperto qualche consapevolezza. Anche questo è fare politica: trasformare il quotidiano in occasione di confronto e di coscienza. E infine oggi, nella mia città, ho visto quello che aspettavo da tempo: Pescara si è svegliata. Migliaia di attiviste e attivisti hanno sfilato in corteo per le strade, portando bandiere, cartelli, voci che chiedevano giustizia e pace. È stata una manifestazione straordinaria, che ha rotto il silenzio e l’indifferenza, e che ha mostrato che anche qui esiste una comunità pronta a mobilitarsi, a schierarsi, a non lasciare sola la Palestina. Io sono fiera di aver camminato in quel corteo, insieme a tante persone diverse, unite dalla stessa rabbia e dalla stessa speranza. Oggi più che mai sento che la lotta non è lontana, non è di qualcun altro: ci riguarda tuttз. Fermare il genocidio in Palestina significa difendere i valori universali della pace, dei diritti umani, della dignità. Significa ricordarci che nessuno è libero finché qualcun altro è oppresso. Per questo non basta un giorno, non basta una piazza. Abbiamo bisogno di costruire un fronte largo, determinato, che chieda con forza il cessate il fuoco, la fine dell’occupazione, la libertà per il popolo palestinese. Abbiamo bisogno di portare questa voce nei nostri territori, nei nostri circoli, nelle università, nei luoghi di lavoro. Lo sciopero che vivo oggi, le manifestazioni di Firenze e Pescara, i viaggi infiniti e le ore di attesa: tutto questo non è sacrificio, ma parte di un percorso collettivo. Perché nonostante la fatica, resto convinta che lottare per la pace, per la giustizia, per la vita, sia il compito più alto che possiamo darci come cittadinз e come comunità politica. Il genocidio in Palestina deve finire. E finirà soltanto se continueremo a scendere in piazza, a denunciare, a costruire solidarietà concreta. È questo il tempo di non arrendersi. È questo il tempo di trasformare la rabbia in azione e la speranza in lotta politica. E io, oggi, mi sento parte di questa storia collettiva. Una storia che nasce dalle strade di Firenze e Pescara, ma che parla al mondo intero: non resteremo in silenzio, non resteremo complici. Continueremo a lottare, insieme, senza perdere la tenerezza. Benedetta La Penna
October 3, 2025
Pressenza
Free Female Power: a Pescara la performance collettiva sull’empowerment femminile
Il 29 giugno in Piazza della Rinascita un’azione artistica partecipata contro la violenza di genere Domenica 29 giugno 2025, alle ore 17:00, Piazza della Rinascita a Pescara ospiterà Free Female Power, un’azione performativa partecipata nata per promuovere l’empowerment femminile attraverso l’arte relazionale. L’evento – ideato dall’artista italo-colombiana Lalula Vivenzi e promosso da Pubblica_Lab ETS – vedrà la presenza di centinaia di persone riunite in un’azione collettiva, simbolica e trasformativa. Al centro della performance: un minuto di grida corali, in sostituzione del silenzio, per rompere l’isolamento e trasformare la vulnerabilità in forza collettiva. Le persone partecipanti, tutte/i vestite/i di bianco, indosseranno maschere di cartone raffiguranti volti di donne della storia che hanno incarnato libertà, lotta, resistenza e creatività. Un gesto semplice e potente per rendere visibile ciò che troppo spesso resta invisibile. «Invitiamo tutte le soggettività che credono nella libertà, nella dignità e nella giustizia a unirsi a noi in questo rito collettivo di presenza e affermazione. Free Female Power è uno spazio di connessione, un grido comune contro ogni forma di oppressione. Per partecipare è possibile iscriversi attraverso il sito oppure scrivendo una mail. Più siamo, più facciamo rumore», dichiara Benedetta La Penna, coordinatrice del progetto a Pescara, attivista transfemminista del Collettivo Zona Fucsia e componente della Commissione Pari Opportunità della Regione Abruzzo. Lalula Vivenzi, artista che ha portato Free Female Power in Italia, Finlandia e Spagna, spiega: «Questa azione nasce dal bisogno di riconoscerci nei corpi delle altre. Maschere diverse, stesse lotte. Attraverso la voce e la presenza, ci riappropriamo dello spazio pubblico e della possibilità di raccontarci in prima persona. Non c’è liberazione individuale senza liberazione collettiva». L’iniziativa è realizzata con il patrocinio del Comune di Pescara e il CSV Abruzzo, il sostegno di Coop 3.0, Accademia NAMI e Fondazione ARIA. Collaborano inoltre: Cooperativa sociale On the Road, le associazioni Il Guscio e Ananke, i brand di moda ética Mirabiliae, Votes For People e l’azienda TessProject, tra altre realta del territorio.   INFO E ADESIONI Email: freefemalepower@gmail.com Web: https://pubblica-lab.art/eventi/free-female-power  Tel: 320 9211198 (Lalula Vivenzi) – 3806964812 (Benedetta La Penna)  Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=J7pTd1PD8ko Redazione Abruzzo
June 13, 2025
Pressenza
Morte Riccardo Zappone: non basta dire “non è stato il taser”
Il 30enne è morto a Pescara cinque giorni fa Riccardo Zappone è morto il 3 giugno a Pescara a soli trent’anni. In questi giorni le cronache abruzzesi sono animate dalle indagini per ricostruire le cause della morte e cosa è accaduto. Era un ragazzo con fragilità, seguito dal centro di salute mentale di Chieti, con nessun precedente penale. Lo hanno trovato riverso a terra, morto in una stanza della Questura, poco dopo un fermo che è stato definito violento da alcune fonti, preceduto da un’aggressione che dalla ricostruzione di quelle ore emersa finora appare ancora più violenta. Le prime versioni parlavano di malore. Poi è emerso che Riccardo era stato colpito da una scarica di taser, immobilizzato con la forza, e rinchiuso in una stanza. Successivamente l’autopsia, affidata al medico legale Cristian D’Ovidio, dice che è morto per “sommersione interna emorragica da trauma toracico chiuso”. Secondo la Procura, “l’utilizzo del taser da parte del personale di polizia non ha avuto alcun ruolo nel determinismo della morte”. Autopsia che è stata contestata dal legale di uno dei tre indagati (nessuno di loro è un appartenente alle forze dell’ordine) per “difetto di notifica”. Se i risultati dell’autopsia venissero confermati, considerata valida nonostante il difetto di notifica eccepito o venisse ripetuta (può accadere? In questo momento non ci è dato saperlo) e si confermasse quanto già emerso davvero possiamo fermarci qui? UNA GIORNATA DI VIOLENZA Riccardo sarebbe entrato in escandescenza in un’autofficina di strada comunale Piana. A quel punto, tre uomini – due fratelli titolari dell’attività e un conoscente – lo avrebbero picchiato. Uno dei tre ha parlato pubblicamente: “Era fuori di sé, non l’ho colpito. L’ho solo spinto. È caduto da solo”. Intanto, nella sua narrazione, Riccardo “era sporco di sangue sotto le narici”, “aveva preso qualcosa”, “urlava che avrebbe ammazzato tutti”. Nel racconto mediatico di quelle ore è emersa anche una “criminalizzazione postuma” del disagio psichico e della povertà che troppe volte si è ripetuta per vicende come la morte di Zappone. Solo dopo l’aggressione, la polizia viene chiamata. Quando arrivano gli agenti, Riccardo è agitato ma già malridotto. Per contenerlo – questa la versione fornita ai media – usano il taser. Poi lo portano in Questura, dove crolla. I sanitari del 118 provano a rianimarlo, ma il suo cuore si ferma. I tre aggressori sono oggi indagati per lesioni volontarie aggravate dall’uso di un’arma e dal numero di persone. Ma siamo davvero prontə a dire che la responsabilità finisca lì? IL CORPO DI RICCARDO COME CAMPO DI BATTAGLIA La morte di Riccardo non è un incidente. È la conseguenza di un sistema che criminalizza le persone in stato di fragilità, di salute mentale, di marginalità sociale. Per quel che è emerso sarebbe l’effetto diretto di una catena di violenza. Lo Stato non è estraneo a questa morte. Lo è in senso pieno. È corresponsabile. Socialmente e in quel che viene definito “uso legittimo della forza” che non dovrebbe esistere per persone già massacrate, fragili e sole. Secondo l’autopsia l’uso del taser sarebbe estraneo ma crediamo che questa vicenda dovrebbe essere l’occasione per tornare a parlarne, per riflettere sull’uso di un’arma letale che paralizza – introdotta nel 2022 tra mille polemiche – aggredisce, umilia, usata ancora una volta su una persona che andava protetta e non sedata con la violenza. TASER, POLIZIA E DISUMANIZZAZIONE Non è la prima volta. Luglio 2024, Bolzano: un 42enne muore dopo una scarica di taser dei carabinieri. Agosto 2023, San Giovanni Teatino (Chieti): un 35enne con problemi psichiatrici muore dopo essere stato colpito con un taser dai militari. Anche lì, i responsabili parlano di malori improvvisi. L’autopsia anche allora assolse l’utilizzo dell’arma. Ma l’archivio dei corpi continua a crescere. Ogni volta la stessa narrazione: erano agitati, erano drogati, erano “fuori di sé”. Ma fuori di sé da cosa? Da un mondo che li rifiuta, che li colpevolizza, che li abbandona. L’UNICA RISPOSTA È POLITICA: GIUSTIZIA PER RICCARDO Riccardo Zappone non doveva morire. Aveva bisogno di cura, non di una scarica elettrica. Aveva bisogno di ascolto, non di un processo pubblico costruito su voci e sospetti. Aveva diritto a una comunità che non lo lasciasse solo. Ora la Procura indaga, la stampa insinua, la politica tace. Ma noi no. Noi gridiamo giustizia per Riccardo. Non perché sia stato il taser o meno, ma perché lo Stato e la società intera lo hanno lasciato morire. E perché nessunə – mai più – debba finire così. Chiediamo trasparenza. Chiediamo l’interdizione dell’uso del taser. Chiediamo supporto vero per le persone con fragilità psichiche. Chiediamo che la violenza istituzionale venga finalmente chiamata con il suo nome. Riccardo non è stato un caso. Riccardo è un simbolo. Riccardo siamo tuttз. Benedetta La Penna
June 8, 2025
Pressenza