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Ancora in cammino, per rabbia e per amore, lungo le strade della Valle NO TAV
Ancora in cammino, per rabbia e per amore, lungo le strade della Valle NO TAV. Fu proprio il Comune di Sant’Ambrogio ad ospitare, nella primavera del 1996, la prima manifestazione di piazza contro il TAV.  L’opposizione alla grande mala opera era allora ai suoi primi passi e puntava soprattutto su  temi come il consumo del suolo, con i  prevedibili danni all’allevamento ed all’agricoltura, lo scempio paesaggistico, il deprezzamento dei beni immobiliari e soprattutto il rumore intollerabile, amplificato dall’eco, che il passaggio del supertreno avrebbe prodotto in una valle  lunga e stretta, chiusa tra alte pareti rocciose.  La camminata sfilò lungo le vie del paese, con i sindaci in testa ed  ai fianchi i trattori e le bandiere della Coldiretti. Le bandiere NO TAV non erano ancora nate ed il Movimento muoveva i primi passi. I giornali  parlarono di alcune migliaia di partecipanti ed a noi sembrò un grandissimo, insperato successo. Dopo trent’anni siamo ancora in cammino. Alla manifestazione NO TAV che questa volta sfila in Bassa valle, da Sant’Ambrogio ad Avigliana, ci siamo di nuovo tutti: i comitati, i sindaci, le numerose realtà di lotta venute a portare solidarietà da tutto il Paese e dalla Francia. Commuove ritrovare i vecchi compagni, ma il cuore gioisce di fronte alla marea di giovani e giovanissimi che hanno preso la testa del corteo, ragazze e ragazzi portatori delle istanze di giustizia sociale e ambientale che sono il nostro  patrimonio più caro e, attraverso le loro voci, continuano a farsi parola, grido di ribellione. La manifestazione NO TAV che si è tenuta da Sant’Ambrogio ad Avigliana Alla brezza di valle ondeggiano gli striscioni, sventolano le bandiere, accanto ai simboli NO TAV i colori della Palestina. È un fiume gioioso quello che scorre per le vie dei paesi e dilaga lungo la statale, tra prati ed albereti, case sparse con orti ridenti di verdure autunnali e cagnolini al cancello: è questa la terra amata, sulla quale si allunga l’ombra della devastazione annunciata e che chiede di essere difesa. Questa volta a rabbuiare la festa non compaiono truppe in assetto antisommossa, solo qualche cellulare piazzato nei punti strategici (ma a Torino e in Valle, nelle stazioni di partenza e di arrivo, la polizia ferroviaria continua a fermare ed a controllare i biglietti). L’impressione generale è che il vento stia cambiando e che, davanti alla politica scellerata che taglia i diritti di tutti per aumentare i profitti dei pochi,  scricchiolino le certezze dei paladini del TAV: non si può non commentare con ironia la misera riuscita della manifestazione SÍ TAV di qualche giorno fa a Torino e paragonare quel centinaio di partecipanti con le almeno cinquemila persone di questo nostro gioioso corteo.  Ad un certo punto compare anche un gruppetto di parlamentari: sono gli eletti in parlamento grazie ai voti del movimento NO TAV, i quali, una volta giunti al governo, messe nel dimenticatoio le promesse,  si adeguarono alle ascelte scellerate che permisero l’apertura dei cantieri TAV in Valle. Oggi, davanti alle telecamere, tornano ad enumerare i motivi della loro contrarietà all’opera ed a promettere battaglia, ma non ci sono applausi per loro. In corteo ci si rincontra, si torna a discutere, a far rivivere un passato che, anche in questa nostra Valle, ha significato lotte operaie e  ambientali, qualcuna vinta, tante perse. In questo non c’è malinconica commemorazione, ma il bisogno di capire, di recuperare le ragioni ripartendo dalle sconfitte. Mi capita così di ritrovare un compagno mio coetaneo, negli anni settanta operaio a Mirafiori e delegato sindacale di base. È uno dei sessantun licenziati Fiat per rappresaglia, nell’ ottobre ’79. Mi racconta che, proprio su quella esperienza finita con i trentacinque giorni di occupazione della fabbrica e la desertificazione sociale che ancora dura, sta lavorando insieme al collettivo studentesco del Politecnico di Torino. I giovani vogliono sapere per poter ripartire, e non dal racconto dei vincitori, ma dalle ragioni dei vinti. Di quei giorni  ci ritorna un’immagine in particolare: il grande ritratto stilizzato di Marx che campeggiava alla porta 5 di Mirafiori. L’ultimo giorno, sul ritratto,  compare una scritta di saluto, a mo’ di fumetto: «Avevamo la ragione e la forza. Ci è rimasta la ragione. coraggio, compagni». Ci diciamo che proprio da quel messaggio è ora di ripartire, per riconnettere le lotte e  ricomporle contro il nemico comune, lo stesso di sempre, il sistema del capitale: le ragioni durano e si moltiplicano, la forza  collettiva rinasce. Quando arriviamo ad Avigliana si sta facendo sera. La luce del tramonto sfuma tra i tavolini dei bar, accende le chiome autunnali dei viali, colora di malinconia il commiato tra chi ha condiviso la fatica e l’allegria della lunga camminata.  Dal palco arrivano gli ultimi interventi, l’invito al concerto serale. Per me è ora di tornare. Mi rimetto in viaggio,  sul ritmo dei versi danteschi che mi si scadiscono in testa come un amoroso tormentone: Era già l’ora che volge il disio ai navicanti e ’ntenerisce il core lo dì c’han detto ai dolci amici addio; e che lo novo peregrin d’amore punge, se ode squilla di lontano che paia il giorno pianger che si more. The post Ancora in cammino, per rabbia e per amore, lungo le strade della Valle NO TAV appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 6, 2026
L'INDIPENDENTE
Ieri in Val di Susa, oggi dappertutto
A Reggio Emilia, chiuso tra reti di cantiere e sottratto alla vista da una cinta di alti pannelli, c’è un bosco: un bosco urbano in un quartiere di periferia, «tra la via Emilia e il West», come direbbe Guccini. È un meraviglioso, insostituibile polmone verde, sorto intorno ai ruderi dell’antico ospizio comunale, da cui prende il nome: il “Bosco Ospizio” appunto. Del passato rimangono gli alberi secolari, ai quali, oltre ad un folto, impenetrabile sottobosco, si son aggiunte nuove varietà, figlie della natura che sa rigenerare le rovine e farne giardini. Ci raccontano un luogo pieno di vita vegetale ed animale, ricco di biodiversità, che conserva nella sua parte più segreta una zona umida, punto di sosta per gli uccelli migratori, popolata da diverse varietà di anfibi ed abitata da salamandre e libellule. Dunque una realtà preziosa per la città, da proteggere e difendere ad ogni costo. Invece l’area è stata dichiarata edificabile e messa in vendita, grazie alle amministrazioni comunali succedutesi negli ultimi vent’anni, a partire dall’amministrazione Del Rio, già sindaco nei primi anni 2000, sponsor di quella cattedrale nel deserto che è la stazione del TAV con annesse superstrade a cementificare una campagna fertilissima, poi ministro delle infrastrutture, e paladino del progetto TAV Torino-Lyon. Il presidio di Bosco Ospizio ad agosto 2026 Ora il proprietario è Conad, la maggior catena italiana di supermercati. Oltre al danno, anche la beffa: nel tentativo di rendere commestibile l’amaro piatto, il gigante commerciale, in omaggio al motto pubblicitario di cui si fregia «Persone oltre le cose», concorda con il Comune di ospitare nell’area anche edifici di pubblico interesse (una biblioteca e una Casa di Quartiere), nonché un’ampia spianata di parcheggi. Risultato? Cemento e asfalto dove c’era vita e bellezza. Ma il quartiere non ci sta e nasce così l’Assemblea Permanente Bosco Ospizio che, dallo scorso agosto, nell’imminenza degli annunciati lavori, occupa con un presidio il terreno a rischio e ferma le ruspe che si accingono al disboscamento. Denunciati dalla Conad per violenza e invasione di area privata e diffidati con ordinanza della Prefettura, gli attivisti resistono ed hanno ricostruito il presidio fuori dal perimetro del bosco, a ridosso delle barriere che ne impediscono la vista e l’accesso. Ora l’interno del parco è visibile solo attraverso gli spiragli praticati nella recinzione: attraverso quei varchi il bosco ci parla, vestendosi di tutti i colori dell’autunno, i gialli ed i rossi sui quali va ad infrangersi la malinconia del pomeriggio che si fa sera. Al presidio ci sentiamo tra compagni: la nostra storia nel movimento NO TAV si fa racconto, dialogo serrato, scambio di esperienze. I presidianti si preparano ad affrontare i rigori invernali con un piccolo campeggio di tende ed una cucina allestita sotto un gazebo. Le loro richieste di consigli ci risvegliano nel ricordo i giorni e le notti di Venaus 2005, il presidio sotto la neve tra i bidoni roventi di fuochi accesi contro il gelo, i minestroni fumanti e una moltitudine che nel pericolo e nella lotta si ritrova e diventa comunità. Tra le poche suppellettili del presidio c’è un piccolo scaffale-biblioteca: libri che fanno compagnia, libri per pensare e per ingannare il tempo che, di notte, non passa mai. Mi colpisce l’ennesima analogia con la lotta No TAV. Chiomonte 2011: Libera Repubblica della Maddalena; attesa dell’esercito del TAV, che prima o poi arriverà con blindati, lacrimogeni e manganelli; il grande tendone attrezzato a cucina dove, tra fornelli e provviste, ha trovato spazio un piccolo scaffale di libri. Anche in questo senso nel presente rivive il passato e le lotte si ricompongono, sentendosi sorelle nella materialità della vita, figlie dello stesso amore e della stessa rabbia, unite nel conflitto irriducibile contro il sistema che sulla guerra e sulla devastazione sociale e ambientale fonda il proprio dominio e lo chiama pace. Mercoledì, di buon mattino, al Bosco Ospizio sono arrivate le ruspe. Per permetterne l’accesso l’intero quartiere è stato militarizzato. Bloccata nei due sensi la via Emilia. Inseguiti dagli agenti, portati in Questura e denunciati gli attivisti che hanno cercato di opporre resistenza salendo sugli alberi. La devastazione causata dalle ruspe a Bosco Ospizio Una delegazione si è recata in Comune, chiedendo di incontrare il Sindaco, ma non ha avuto risposta, se non dal Capo di Gabinetto. Silenzio anche da parte dell’ASL e dell’ispettorato del lavoro a cui gli attivisti hanno denunciato la totale assenza di misure di sicurezza all’interno e all’esterno del cantiere. Per il tardo pomeriggio è stata convocata l’assemblea permanente che deciderà il da farsi. Così mi scrive una compagna del Presidio, a commento della foto che documenta la devastazione: «In questa porzione di terra fino a stamattina c’erano alberi adulti, platani, tigli, pioppi, cedri del Libano. Uccelli e fauna varia avevano la propria casa. Quello che ci resta è la possibilità di andare a fare la spesa fino alla propria morte. Ammesso che si riuscirà ancora a riempire gli scaffali e se ci saranno ancora i mezzi per acquistare qualcosa…» Rappresentanti dell’Assemblea saranno con noi il 3 ottobre, alla marcia NO TAV. Anche a Reggio Emilia la lotta continua. The post Ieri in Val di Susa, oggi dappertutto appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 3, 2026
L'INDIPENDENTE
Tra resistenza e repressione: la cronaca del corteo NO TAV raccontata da dentro
BUSSOLENO, VAL DI SUSA – Sono tornata alla mia casa, ai grandi alberi che mi accolgono al cancello, agli sguardi amorevoli delle creature che fanno parte della mia vita. Sono tornata dopo giorni in cui è stato bello ritrovare e ritrovarsi. L‘Alta Felicità non è solo lo slogan di un Festival: è la porta che ti riconduce in mezzo alle cose, nel cuore di una collettività attiva e fraterna. Giorni di assemblee, libri, dibattiti, concerti, ma soprattutto incontri: vecchie compagne e compagni che fedelmente ritornano, ma soprattutto giovani, adolescenti che, per la prima volta, sono venuti a vedere, a sentire, a documentarsi. Alta felicità di quanti, contro le sabbie mobili dell’interiorizzazione della sconfitta, riscoprono sogni e possibilità nel senso collettivo della lotta. E puntualmente, contro tutto ciò, Questura e Prefettura assediano il territorio con blocchi stradali non solo sulle statali, ma sulle strade comunali, divieti d’accesso, proibizione di vendere bevande e cibi in vetro e in scatola estesi ai Comuni di mezza Valle. Il controllo militare parte dalla stazione Torino-Porta Nuova, dove i passeggeri della linea Torino – Bardonecchia vengono identificati, fotografati e perquisiti. All’ingresso di Susa c’è folla: sui teli stesi nel piazzale si svuotano gli zaini: indumenti, libri, casseruole, borselli, tutto l’armamentario dei campeggiatori vengono attentamente vagliati da occhiuti censori. Ma, nonostante il clima pesantemente intimidatorio, ormai da dieci anni il Festival dell’Alta Felicità prende il volo, con il suo fitto programma e la gioiosa accampata di tende e cucine, sui prati che, in quel 2005 lontano ma mai dimenticato, furono luogo di lotta e riconquista. Il momento più atteso è come sempre il sabato. Nelle prime ore del pomeriggio parte la manifestazione verso i cantieri del TAV. Quest’anno la marcia si divide su più fronti: le mete si sono moltiplicate perché si sono moltiplicati i cantieri. Il Festival dell’Alta Felicità a Venaus Salbertrand, Traduerivi-San Giuliano, San Didero, la Clarea…A San Didero la statale è bloccata, ma il corteo arriva in treno, scendendo alla stazione di Bruzolo. Pochi passi sull’asfalto, poi si imbocca un viottolo tra i campi verso il nuovo autoporto in fase di ultimazione, opera congiunta di SITAF (la società autostradale) e TELT (la società del TAV). I lacrimogeni partono immediatamente. Il cordone dei poliziotti avanza a tenaglia, calpestando spietatamente il campo di granoturco che i manifestanti hanno rispettato. Reti, lacrimogeni a volontà, qualche fuoco d’artificio che si perde nella vampa incandescente del solleone. Si ritorna alla stazione di Bruzolo. Tutto sembra ormai concluso, non resta che aspettare il treno del rientro.  Ma ecco spuntare DIGOS e poliziotti che occupano la stazione e circondano i presenti.  I treni pendolari sono bloccati per ore, mentre circolano i treni ad Alta Velocità: il TGV francese all’andata e al ritorno da Torino, nonché la Freccia Rossa diretta in Francia. Nei pressi della stazione rallentano; attraverso i finestrini si può scorgere l’interno quasi completamente vuoto. La situazione si sblocca dopo ore, con l’identificazione fotografica di tutti i presenti. Sui sentieri della Clarea le persone sono migliaia. Il cantiere – il primo, il più devastante – si raggiunge attraverso le vie dei boschi. È sempre un colpo al cuore arrivare in vista della voragine che un tempo fu il grande castagneto di alberi centenari e l’abitato dei Mulini di Clarea e che ora è un ammasso di soprelevate, reti, rottami.  Ma  barriere, cancelli. mezzi militari posti a blindare la “Grande Opera ad interesse strategico” questa volta non servono a fermare la rabbia composta e lucida di un popolo stanco di subire. Oggi in quel fortino intasato di mezzi militari e presidiato da truppe in assetto antisommossa, in quel coacervo di ferro, cemento, prefabbricati, ruspe, trivelle, telecamere, torri-faro spiccano gli scheletri anneriti e le grandi scritte della rivolta liberatrice. Un particolare tra tutti, il più simbolico: quello che fu il salone pubblicitario , voluto e intitolato al defunto architetto Mario Virano, il maggior sostenitore del TAV e del modello di vita ad esso sotteso, nonché commissario straordinario per la costruzione della linea ad Alta Velocità Torino-Lyon e direttore generale di TELT, la società italo-francese per la realizazione del tunnel transfrontaliero.  Una costruzione di metallo e vetro che si apre su una grande balconata panoramica, sorta nel punto finale e più alto, dal quale il cantiere è visibile in tutta la sua estensione. La struttura, progettata per diventare il centro nevralgico di un presunto “turismo di cantiere”, sala conferenze, punto informativo di accoglienza per scolaresche e comitive, è diventato per noi il simbolo transgenico del futuro innaturale e disumano che minaccia non solo la nostra Valle, ma l’intero Pianeta. Ora l’edificio scintillante di vetrate e cromature è diventato uno scheletro annerito e non può se non gioirne chi ricorda il paesaggio di un tempo, i prati di narcisi, le piccole vigne di Avanà, la “via dei pellegrini” fiorita di biancospino, che attraversava la foresta popolata di abitazioni mesolitiche sottoroccia per proseguire verso la Francia, sulla strada dei luoghi sacri, verso Santiago di Compostela. Intorno alla Valle che continua a resistere ed al Movimento che rivendica, “senza se e senza ma”, l’azione liberatrice contro il cantiere, è partita ora la “caccia alle streghe”, l’indignazione dei sepolcri imbiancati di sempre. Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni visita i cantieri della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione Gli esponenti del Governo più che mai sordo ai bisogni dei territori ed ostile alle ragioni della lotta si precipitano in cantiere per dare solidarietà al sistema devastatore ed ai suoi servi schiocchi, promettendo l’inferno ai NO TAV ribelli. Quanto al Parlamento italiano ed alle istituzioni ad ogni livello, il “partito trasversale degli affari” ha ritrovato la propria compattezza nella condanna ad un popolo che resiste e che ha deciso di difendersi concretamente. Ma se i potenti ci sono nemici, la solidarietà degli oppressi è un grande abbraccio che ci giunge da ogni parte. Con noi sono le vittime delle “fabbriche della morte”, i malati che non riescono a curarsi per i tagli alla sanità pubblica, gli sfrattati, i pendolari vittime dello smantellamento dei trasporti pubblici, chi per non morire di fame deve ricorrere alle mense per poveri, i popoli che resistono contro guerre e genocidi. E ci sorride la madre terra con tutte le sue forme di vita. Il nostro abbraccio solidale va ai giovani compagni fermati e incarcerati che sentiamo  parte viva di noi.  È più che mai per amore che la nostra lotta continua. The post Tra resistenza e repressione: la cronaca del corteo NO TAV raccontata da dentro appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 30, 2026
L'INDIPENDENTE