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Contro lo sfruttamento lavorativo sono necessarie le lotte e le alleanze sociali – di Gennaro Avallone
Sappiamo tutto Sappiamo tutto su sfruttamento lavorativo, caporalato e sistemi generalizzati di intermediazione. Sappiamo tutto sulle filiere agricole, sul modo in cui funzionano e sui meccanismi di potere che le governano. Sappiamo anche come si produce l'irregolarità tanto salariale e contributiva (con il lavoro grigio e nero) quanto quella amministrativa (ad esempio, con le [...]
June 6, 2026
Effimera
USA, immigrati detenuti in un centro dell’ICE in sciopero della fame
A Newark, nel New Jersey, oggi ricorre l’undicesimo giorno da quando centinaia di immigrati incarcerati nel centro di detenzione dell’ICE di Delaney Hall hanno dato il via a uno sciopero della fame e a un boicottaggio del lavoro per chiedere il proprio immediato rilascio. Attivisti hanno continuato a radunarsi nei pressi della struttura domenica, dopo che la Polizia di Stato del New Jersey ha eretto una barricata lunga circa mezzo miglio attorno al perimetro di Delaney Hall. Giovedì, le famiglie degli immigrati detenuti hanno denunciato le ritorsioni dell’ICE contro gli scioperanti della fame, con gli attivisti che hanno riferito di aver ricevuto diverse chiamate da immigrati all’interno di Delaney Hall secondo cui le guardie avrebbero spruzzato spray al peperoncino e picchiato i detenuti. Secondo quanto riferito, almeno sei persone sono state arrestate nella tarda serata di mercoledì mentre attivisti e familiari dei detenuti formavano una barricata fuori da Delaney Hall, nonostante i ripetuti tentativi da parte dell’ICE e delle forze dell’ordine di disperdere violentemente le manifestazioni. Il centro di detenzione di Delaney Hall è gestito dalla società carceraria a scopo di lucro GEO Group. Gli attivisti hanno denunciato il governatore del New Jersey Mikie Sherrill per aver schierato la polizia di Stato contro i manifestanti, con alcuni agenti in tenuta antisommossa. Il sindaco di Newark, Ras Baraka, ha imposto un coprifuoco notturno intorno a Delaney Hall fino a nuovo avviso. Sono stati segnalati altri arresti domenica sera, poiché alcuni manifestanti hanno sfidato il coprifuoco. La mossa di Baraka è arrivata dopo un altro fine settimana di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Il governatore del New Jersey Sherrill ha dichiarato che le visite dei familiari a Delaney Hall sono state parzialmente ripristinate domenica, dopo che il Dipartimento della Sicurezza Interna le aveva sospese, citando le proteste. Molti attivisti e parenti dei detenuti hanno affermato che è stato loro negato l’ingresso alla struttura dopo aver atteso per ore. “Mio zio sta morendo di fame lì dentro. Gli sono caduti i molari. C’è il caos lì dentro. È un inferno. … È proprio come Auschwitz. È la storia che si ripete. … Mio zio si trova in una delle unità di detenzione in sciopero della fame. È lì per sostenere questa causa, ma si sente molto debole e ho la sensazione che stia morendo lì dentro. … Si trova nell’unità di detenzione dove le guardie hanno picchiato e aggredito i detenuti” ha dichiarato Karen Merino, il cui zio Gabriel Merino è detenuto al Delaney Hall dall’agosto dello scorso anno. Gabriel ha vissuto negli Stati Uniti per gran parte della sua vita dopo essere emigrato da Oaxaca, in Messico, da adolescente.       Democracy Now!
June 1, 2026
Pressenza
Vannacci e la macchina dell’odio
di Mario Sommella (*). Futuro Nazionale e il cyberfascismo identitario C’è una domanda che la sinistra italiana continua a eludere, preferendo l’anatema alla comprensione: come si forma, nel 2026, un movimento politico di massa a partire da un libro scritto da un generale che sostiene che gli omosessuali non sono normali, che la sostituzione etnica è in corso e che
Modena. Arriva Forza Nuova, la polizia picchia gli antifascisti, campagna contro l’avvocato Gianelli
Sembra un film già visto: Forza Nuova convoca un presidio a Modena con parole d’ordine razziste strumentalizzando il folle gesto compiuto da un cittadino italiano di origine marocchina e la polizia picchia gli antifascisti autoconvocati. Come spesso accade, la dinamica surreale degli eventi, non perdona. Non si riesce proprio a […] L'articolo Modena. Arriva Forza Nuova, la polizia picchia gli antifascisti, campagna contro l’avvocato Gianelli su Contropiano.
May 23, 2026
Contropiano
Riflessioni e prospettive dopo il NO Kings Day negli Stati Uniti
A distanza di una settimana dalla terza grande protesta del movimento NO Kings, gli attivisti sono all’opera come api operaie. Gli appuntamenti sono numerosi in tutto il Paese: all’evento al Bixby Park di Long Beach si commemorano le migliaia di morti a Gaza e le vittime dell’ICE. Qualcuno dalla bella grafia ha scritto tanti nomi e alcuni punti interrogativi su biglietti bianchi che poi ha conficcato in terra. Silva, eretta dietro un piccolo banchetto ricoperto da una kefiah, chiede un minuto di silenzio per le vittime del genocidio in corso e per i lavoratori immigrati vessati e deportati. L’iniziativa progettata da tempo vuole mettere in luce il legame che intercorre tra i due fenomeni, entrambi risultato del capitalismo imperialista che per mantenersi al potere schiaccia e uccide chiunque non rientri nei suoi schemi. Per gli ideatori dell’evento il messaggio da inviare al pubblico è chiaro: “Non si combatte il sistema che ci opprime guardandolo solo dal lato che ci appare più vicino”. È infatti un errore comune attivarsi solo quando ci si sente direttamente coinvolti, quando l’ingiustizia ci tocca personalmente e il pericolo è vicino. La commemorazione al Bixby Park è sobria e attrae qualche passante; qualcuno ne scriverà sul quotidiano locale. Non è neanche paragonabile al furore mosso dal NO Kings Day III. Eppure, sebbene sia stato un successo di partecipazione, il sabato di festa rivoluzionario è passato e poco o nulla è cambiato: le deportazioni di migranti continuano, le tasse diminuiscono per i ricchi e le aggressioni imperialiste sembrano inarrestabili. Secondo Ash-Lee Woodard Henderson, che modera l’incontro “NO Kings Mass Call: What’s Next”, nel quale ci s’interroga sul perché valga la pena di andare avanti, per prima cosa occorre una struttura che permetta a realtà diverse di partecipare e ottenere così, tutte insieme, il numero a nove zeri necessario per scuotere il potere.  Si punta dunque a una struttura aperta in cui, sotto la bandiera del NO Kings si possa riconoscere ogni anima libertaria e antifascista; ognuno è il benvenuto e non c’è bisogno di specificare altro. Di fronte a questo polpettone intinto in mille salse però si sono levate molte voci dissonanti e anche a me sono sorti dei dubbi. Una delle prime cose che balzano all’occhio è la mancanza di rivendicazione per una Palestina libera. Negli ultimi anni questo è stato il comune denominatore sotto cui declinare ogni forma di oppressione perpetrata dal sistema capitalista; oggi, nel gigantesco movimento di massa NO Kings sembra sostituito dal rifiuto categorico della figura del Presidente-Re che, schernito in ogni modo, è per paradosso onnipresente. All’appello però non mancano solo la Palestina, ma un po’ tutti i Paesi sotto attacco dell’imperialismo a stelle e strisce, da Cuba al Venezuela. E qui si tratta di capirsi. Sotto la grande tenda del movimento No Kings sabato 28 marzo si sono ritrovate anche le associazioni a sostegno della Palestina libera, quelle che chiedono la fine dell’embargo a Cuba e rispetto legale e militare per il Venezuela, ma ciò è successo solo nelle grandi città; nei centri più piccoli sono rimaste assenti. E soprattutto la loro rivendicazione, nei video e media ufficiali, è passata decisamente in secondo piano. L’altro dubbio riguarda il pericolo di ricadere nello status quo. Una possibilità per nulla campata per aria, visto che il Partito Democratico, pur non comparendo tra gli organizzatori, ha fornito sostegno mediatico e logistico all’evento, cosa che non è sfuggita all’attenzione di molti, i quali vedono in ciò nient’altro che un cavalcare l’onda per vederla disperdersi. E soprattutto aleggia la domanda: se cadesse il governo autoritario di Trump, chi lo sostituirebbe? Avremmo bannato l’arrogante re auto-investitosi per ritornare a un sistema che esiste da ben prima di Trump e che a ben vedere è quello che ne ha permesso la nascita. Dove sono visibili i segni di un cambiamento di sistema? Sotto la grande tenda ci stiamo tutti oggi perché uniti contro un tiranno e per salvare la democrazia, ma cosa succederà domani, quando le richieste dei tanti cominceranno a divergere? Se i tiranti che tengono su la grande tenda del capitalismo imperialista non verranno cambiati, ripiomberemo in un’ipocrita democrazia di facciata. La mia domanda dunque è: per quale democrazia lotta il movimento NO Kings? Mettere in secondo piano i grandi temi di politica estera per concentrarsi sui problemi che affliggono in casa il popolo americano potrebbe essere pericoloso e portare a una vittoria di Pirro, o forse nemmeno a quella. Gli attivisti come quelli del Bixby Park, che s’impegnano giorno dopo giorno, pur non avendo grandi numeri sembrano possedere una vista più lunga e aver capito che tra le responsabilità del cittadino statunitense c’è il farsi carico d’un cambiamento a 180 gradi del sistema imperialista, che come impoverisce l’americano medio, ugualmente strangola il palestinese, il venezuelano, il libanese, il filippino, l’iraniano e qualunque cosa inceppi la sua ingordigia. Con tale animo svolgono quello che ritengono il proprio dovere morale di verità, che il pubblico li acclami o li ignori. Hanno accettato di svolgere un lavoro lungo che richiede pazienza, cura e amore e dove non bisogna mai né abbattersi né esaltarsi.             Marina Serina
April 9, 2026
Pressenza
Il naufragio dell’Utopia
di Bruno Lai. Quella del transatlantico Utopia è una delle tragedie più strazianti della marina mercantile di fine Ottocento, spesso dimenticata rispetto al Titanic, ma carica di un impatto emotivo e simbolico enorme, soprattutto per la storia dell’emigrazione italiana   L’Utopia è un piroscafo britannico della Anchor Line. Quel marzo è partito da Trieste ed ha fatto scalo a Napoli,
Ravenna. Medici sotto accusa ma curare non è reato. Scatta la solidarietà
I fatti accaduti il 12 febbraio 2026 presso l’Ospedale di Ravenna — con la perquisizione “prima dell’alba” del reparto di Malattie Infettive e l’indagine a carico di sei medici — segnano un punto di rottura inaccettabile tra l’esercizio della medicina e le logiche di pubblica sicurezza. I medici sono accusati […] L'articolo Ravenna. Medici sotto accusa ma curare non è reato. Scatta la solidarietà su Contropiano.
February 19, 2026
Contropiano
“Effetto ICE” a Minneapolis: quando la repressione crea comunità
Dalle raccolte di cibo nelle chiese alle collette nei sexy shop: a Minneapolis il pugno duro dell’agenzia federale ha innescato una reazione opposta. La paura dei raid ha abbattuto le barriere tra sconosciuti, dando vita a un “care activism” che trasforma i vicini di casa in una rete di protezione informale. Consegnare un pacco di generi alimentari a chi ha paura di uscire di casa, fare una colletta per pagargli l’affitto se per lo stesso motivo ha perso il lavoro, sorvegliare orari di ingresso e uscita da scuola per assicurarsi che nessun bambino o genitore venga arrestato. Il tutto usando nomi in codice come “Redbeard”, “Green Bean” o ” Cobalt”, coordinandosi con app di messaggistica criptata come Signal. Qualcuno lo chiama care activism, cioè un attivismo che non si limita alla denuncia e alla sensibilizzazione ma si prende cura delle persone. Altri usano il termine neighborism, cioè l’impegno a proteggere le persone che vivono intorno a noi, a prescindere da qualsiasi appartenenza. È l’attivismo informale ma concreto nato in modo spontaneo a Minneapolis in risposta alla presenza violenta dell’Ice, – l’agenzia federale responsabile del controllo delle frontiere, dell’immigrazione clandestina, delle detenzioni e delle espulsioni di immigrati irregolari. Un modo per dire “no” dalla seconda fila. Al centro c’è quell’idea di comunità – tanto al singolare quanto al plurale – che Donald Trump vuole di disgregare. Non c’è un modo di resistere migliore dell’altro. L’agitazione continua di chi è in prima linea ha contribuito a tenere alta l’attenzione mediatica sulla violenza e la discrezionalità dei raid dell’ICE esplosa dopo l’omicidio di Renee Nicole Good e Alex Pretti. È anche per questo che Trump ha annunciato il ritiro di 700 agenti dalla città, preludio (forse) a un ulteriore passo indietro (a Minneapolis rimangono per ora circa 2mila tra agenti dell’ICE e della Border Patrol, cioè la polizia di frontiera, anche se si è soliti riferirsi a loro mettendoli sotto il cappello della prima). Dall’altro lato, il care activism si sostanzia di piccoli gesti quotidiani e si appoggia su chiese, bar, punti di riferimento della vita sociale. É il caso, per esempio, del Pow wow grounds, storico café di Minneapolis, luogo simbolo della comunità locale di nativi americani. La presenza dell’agenzia in città ha portato molti persone a non uscire più di casa per paura di essere intercettate. Niente più spesa, niente più visite mediche, niente più lavoro in presenza, niente più scuola per i bambini. Così, il Pow wow, come tanti altri locali, si è trasformato in un centro di raccolta e smistamento di generi alimentari e altri beni donati dalla comunità e distribuiti tra chi ne ha bisogno. «È un caos organizzato», ha detto il proprietario Bob Rice. Mentre scriviamo questo articolo, i beni più richiesti sono tessere per fare benzina, snack, beef stick (un “bastoncino” di carne da mangiare come fuoripista) bodycam e ramponi. Non distante dal Pow wow c’è lo Smitten kitten, un sexy shop di vecchia data. «È atroce, non necessario e malvagio quello che hanno creato», ha detto la proprietaria, JP. Per un breve periodo, lo Smitten kitten è stato un hub di aiuti, prima di cessare questo tipo di attività per motivi di sicurezza. Non ha, però, abbassato la guardia, promuovendo una raccolta fondi con Isuroon non-profit (un’organizzazione che lavora sul benessere delle donne somale in Minnesota) che ha raggiunto la cifra di 200mila dollari. «Abbiamo una relazione seria con la città di Minneapolis!», il commento del negozio sulle proprie pagine social. In circa un mese, la chiesa La Viña di Burnsville, 25 kilometri a sud di Minneapolis, grazie alle donazioni ricevute ha preparato oltre 25mila pacchi da destinare alle famiglie che stanno affrontando difficoltà a causa della presenza del’ICE. La chiesa è frequentata principalmente da latinoamericani e lavoratori. «La nostra comunità sta vivendo nella paura e nell’incertezza a causa dei recenti raid anti immigrazione», si legge sul sito web. «Come chiesa, crediamo che dobbiamo rispondere con compassione, coraggio e generosità». A consegnare i pacchi, e quindi ad avere un contatto diretto e continuo a chi non esce di casa, assicurandosi che stiano bene, è una schiera di volontari. Aspettano di ricevere le istruzioni e poi salgono a bordo delle proprie auto per il loro giro. «È qui che devo essere», ha detto con senso di responsabilità uno di loro. Per leggere l’articolo completo andare a questo link.       Redazione Italia
February 8, 2026
Pressenza
Basta ritardi, sfruttamento, discriminazioni. Regolarizzazione subito!
Giovedì 29 gennaio mobilitazione nazionale È notizia di queste ore che il governo Meloni si stia apprestando a varare l’ennesimo pacchetto sicurezza, dopo il DL approvato appena pochi mesi fa. Anche stavolta, gli obiettivi della stretta securitaria sono i “nemici pubblici” socialmente pericolosi che il governo individua nelle persone migranti […] L'articolo Basta ritardi, sfruttamento, discriminazioni. Regolarizzazione subito! su Contropiano.
January 21, 2026
Contropiano
Minneapolia, the age of “incazzatura”
«Sono tutti incazzati». Mike ha 65 anni e il dono della sintesi. Arrivi in città e ti accorgi subito che non c’è da discutere. Non ci sono favorevoli e contrari, a Minneapolis. Sono tutti d’accordo, l’intervento delle squadre dell’Ice – Immigration and custom enforcement – gli assassini di Renee Nicole […] L'articolo Minneapolia, the age of “incazzatura” su Contropiano.
January 21, 2026
Contropiano