Andrea Tuschka / Un gioco che non è solo un gioco
Discutere non è mai divertente, soprattutto per delle sciocchezze, soprattutto
con degli amici ma è quello che succede un mattino tra Orso e Topo, grandi amici
da molto tempo. I due amano trascorrere il tempo insieme chiacchierando delle
cose del mondo ma quando ci si alza col piede storto purtroppo basta una parola
sbagliata a rovinare tutto e infatti Orso, dopo una lite furibonda scoccata per
un nonnulla ma in cui entrambi sono convinti di avere ragione, si arrabbia,
prende e se ne torna in cima alla montagna nella sua tana, lasciando Topo basito
ma furente.
Topo per contro sull’onda emotiva del momento, come comprensibile del tutto
negativa, si lancia e scrive un messaggio per Orso breve ma terribile. Per onor
di cronaca riportiamo testualmente:
Orso, non mi piaci proprio più,
non farti maiiii rivedere quaggiù!
Avevo ragione io nella lite, è evidente,
e non mi dispiace proprio per niente!
Ora, non è ben chiaro come la missiva sia giunta invece a destinazione in questa
versione finale:
Orso, mi piaci ancor di più,
ti prego, fatti rivedere quaggiù!
Avevi ragione nella lite, è evidente,
e mi dispiace immensamente!
Topo vuole far arrivare a Orso il suo messaggio rabbioso ma non vuole
consegnarglielo personalmente, non ci pensa proprio a fare tutta quella strada
su per la montagna, quindi opta per una scorciatoia, lasciare in custodia il
testo agli animali del bosco che incontra a partire da Castoro. Attraversato il
fiume è il turno di Lepre, e poi di Marmotta, di Vongola e poi di Colomba e di
Talpa che finalmente giunge da Orso ma ormai la versione originale del messaggio
è persa a causa di imprevisti, danni collaterali che tuttavia hanno contribuito
a conciliare la pace tra i due litiganti.
Questo si chiama telefono senza fili, un gioco divertente che si faceva da
bambini e chissà se le nuove generazioni ci giocano ancora, anche se in caso di
confronti accesi e discussioni non è (quasi) mai una buona soluzione. In questo
caso però funziona alla perfezione e convince entrambi di essersi scusati per
primi ridimensionando i toni della lite, di cui peraltro ci si è scordati
completamente della scintilla che l’ha scatenata. L’orgoglio è un’arma che molto
spesso usiamo per difenderci, per non soffrire quando in realtà siamo noi i
primi a soffrire. Raccontata come una favola semplice racchiude in realtà un
insegnamento potente, una storia che l’autrice Andrea Tuschka era solita narrare
ai figli quando erano più piccoli per poi decidere un giorno di metterla per
iscritto.
A differenza di altri albi illustrati colpisce subito un dettaglio: le immagini
non sono le classiche illustrazioni bensì incantevoli collage, minuscole figure
ritagliate con forbici e taglierino che Rebekka Stelbrink ha composto dopo
averli colorato il tutto con acquerelli, acrilici e pastelli. Immaginate la
pazienza e le energie impiegate ma anche la soddisfazione di un risultato così
minuzioso e molto raffinato, speciale. Ancora una volta Nomos si conferma una
casa editrice attenta e sensibile a determinate tematiche, e dopo Muri di
Frederic Maupomé si torna a parlare di come riuscire a confrontarsi in maniera
civile e rispettosa. Fosse sempre così: evviva il telefono senza fili!
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