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Davide Lerner a Le parole di Hurbinek
Si è aperta sabato scorso a Pistoia la quarta edizione della rassegna Le parole di Hurbinek, percorso culturale dedicato al pensiero sull’Olocausto attualizzato al tempo presente. L’evento di apertura è stato la presentazione alla libreria Lo Spazio di Pistoia del libro di Davide Lerner intitolato Il sentiero dei dieci, una storia tra Israele e Gaza Piemme editore. Davide Lerner, classe 1992, è attualmente ricercatore del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford, collabora con Radio 3, col quotidiano Domani e con svariate pubblicazioni italiane e internazionali; ha lavorato per tre anni nella redazione del quotidiano della sinistra israeliana Haaretz. Il libro costituisce la tesi dell’autore del master in giornalismo frequentato presso la Columbia University di New York e tiene insieme generi diversi: il racconto, l’analisi sociologica, l’analisi storica e l’analisi politica. Inizialmente, a settembre 2023, Lerner intendeva svolgere come tesi un reportage dalla Striscia di Gaza, territorio all’epoca trascurato dall’opinione pubblica mondiale; ciò grazie anche grazie alle politiche di Netanyahu, che era riuscito a sterilizzare la questione palestinese, derubricandola a un dettaglio di politica interna israeliana, mentre portava avanti, sotto l’egida della prima amministrazione Trump, gli Accordi di Abramo con diversi paesi arabi. Il progetto di tesi viene poi ovviamente reso impraticabile dal massacro del 7 ottobre e Lerner decide quindi di convertirlo in un reportage da una comunità agricola, chiamata appunto Il sentiero dei dieci (Netiv Ha’asara in ebraico). Essa costituisce l’insediamento ebraico più vicino alla Striscia e, proprio per tale contiguità territoriale, rappresenta un punto di osservazione particolare riguardo le possibili relazioni tra israeliani e gazawi. La comunità, formata da un migliaio di ebrei progressisti favorevoli al dialogo coi palestinesi, è colpita in pieno dal brutale massacro, che ne ha distrutto le infrastrutture e ha provocato venti morti e dieci feriti. L’autore intervista molti dei sopravvissuti, appartenenti a più generazioni, che, attraverso i loro ricordi, lo riportano indietro nel tempo, consentendogli di ricostruire sia le vicende storiche della regione, che le relazioni intercorse con i vicini arabi. Fino al colpo di mano di Hamas del luglio 2007, con cui l’organizzazione prende il controllo assoluto della Striscia estromettendo le altre componenti palestinesi, il confine con Israele era abbastanza poroso, permettendo ai gazawi, sia di viaggiare all’estero, che di lavorare in Israele. Tali rapporti consentivano una conoscenza dell’altro capace di generare, in alcuni casi, una certa empatia, specialmente nelle persone favorevoli al dialogo. Ciò aveva persino condotto alcuni personaggi descritti nel libro a prendere coscienza delle rispettive “catastrofi” storiche: la Shoa da una parte, la Nakba dall’altra. La maggioranza degli abitanti di Gaza sono infatti profughi della guerra del 1948 oppure ne sono discendenti e diversi di loro provengono dalle zone attualmente israeliane prossime al confine con la Striscia. Paradigmatico in questo senso è il rapporto che Avi, uno degli anziani fondatori del villaggio ebraico, instaura con Ibrahim, un anziano gazawi che lavora a lungo per lui e che a un certo punto gli mostra, poco lontano da Netiv Ha’asara, le rovine della propria abitazione, che ha dovuto lasciare nel ’48 e di cui conserva ancora le chiavi. Avi a questo punto racconta a Ibrahim la storia della sua famiglia, in fuga dalle persecuzioni antisemite dell’Europa. Dopo la vittoria di Hamas e il colpo di mano, lo Stato ebraico sigilla la Striscia, adducendo motivi di sicurezza. I contatti tra le due comunità si interrompono e, con il passare degli anni, la completa separazione fa sviluppare nelle rispettive giovani generazioni un senso di reciproca estraneità, che sfocia ben presto nel sospetto o addirittura nella mostrificazione dell’altro; ciò anche grazie alla propaganda politica che si giova della cultura del conflitto. Lerner riferisce ad esempio che nel lessico dei giovani israeliani, per mandare qualcuno all’inferno, si usa dire “vattene a Gaza”; proprio questa segregazione è per l’autore una delle chiavi di lettura dell’immane tragedia e della insensibilità israeliana verso i massacri operati a Gaza. Il libro descrive inoltre la reazione dei sopravvissuti del villaggio ai lutti, alla violenza e al terrore: più che alla vendetta e all’odio, essi tendono, pur con diversità di accenti, allo sconcerto, alla depressione e all’apatia, sia per il massacro, che segna anche la fine brutale del progetto di coesistenza pacifica, che per la terribile rappresaglia del governo Netanyahu. Allo stesso tempo il libro offre spaccati della società israeliana e delle sue divisioni interne, come quella tra ebrei ashkenaziti (di provenienza europea), istruiti, appartenenti alla classe media e politicamente di centro sinistra e gli ebrei sefarditi o mizrahim (originari del Medio Oriente e del Nord Africa), di estrazione sociale più bassa, spesso marginalizzati e politicamente di centro destra. Nella parte finale del libro l’autore, rientrato negli Usa, descrive le proteste che si sono svolte nei campus universitari, che mostrano il cambiamento radicale avvenuto nella percezione di Israele dopo il 7 ottobre. Le generazioni passate vedevano infatti lo Stato ebraico come il luogo di rifugio degli ebrei scampati alla Shoa, mentre oggi è visto come potenza occupante e violenta, percezione che peraltro corrisponde alla realtà della deriva politica di Israele. Nell’ultimo governo in effetti Netanyahu, pur di rimanere al potere e difendersi dai processi a suo carico, ha portato al governo la destra più estrema e suprematista, con trascorsi terroristici, essendosi bruciata ogni possibilità di alleanza con forze conservatrici più moderate. La presentazione è stata un’opportunità di discutere della vicenda israelo – palestinese con un suo profondo conoscitore, che ha fornito diverse interessanti chiavi di lettura della drammatica situazione del conflitto. Molto suggestiva è risultata l’analisi della tripla aggettivazione riferibile allo Stato israeliano: grande, ebraico e democratico. Secondo Lerner due soli dei tre aggettivi sono compatibili tra loro. Se Israele vuole essere grande e ebraico, ampliando il proprio territorio a spese di quello palestinese e concedendo ai soli ebrei il diritto di cittadinanza, non potrà essere democratico. Se sarà invece grande e democratico, non potrà essere ebraico, in quanto dovrà dare anche a tutti gli arabi inglobati i diritti oggi esclusivi degli ebrei. Infine se vuole essere ebraico e democratico, non potrà essere grande, perché dovrà lasciare ai palestinesi ampi margini di territorio per costruirci un loro Stato. Molto interessante è stata anche la risposta dell’autore ad una domanda dal pubblico riguardo al costo economico per lo Stato e la società israeliana della guerra più lunga che il paese abbia mai combattuto, con l’impiego di armamenti dal costo esorbitante; basti pensare che ciascuna delle munizioni del sistema di difesa anti missile Iron Dome, lanciati per distruggere in volo i razzi di Hamas ha il costo di 50 mila dollari. Poiché in Israele negli ultimi anni, nonostante tutto le tasse non sono aumentate e il tenore di vita della popolazione è rimasto sostanzialmente invariato, il costo enorme della guerra non può che essere stato interamente sostenuto dagli Stati Uniti, di cui pare che Israele sia diventato metaforicamente il 51° Stato. La rassegna Le parole di Hurbinek continua nei prossimi giorni con un calendario di incontri reperibile sul sito www.leparoledihurbinek.it. Enrico Campolmi
Le parole di Hurbinek a Pistoia quarta edizione
Sta per prendere avvio a Pistoia la quarta edizione di Le parole di Hurbinek, percorso culturale dedicato al pensiero sull’Olocausto e alle sue vittime, costruito con l’idea di tenersi lontani da commemorazioni formali e spesso troppo brevi, che rischiano di occultare invece che porre l’accento sull’oggetto e il valore della memoria. Ideato e curato da Massimo Bucciantini, realizzato da Fondazione Teatri di Pistoia, con il sostegno di Fondazione Caript, con il patrocinio del Comune di Pistoia, della Provincia di Pistoia e della Regione Toscana e sponsorizzato da Unicoop Firenze, il progetto prevede una serie di lezioni civili, laboratori nelle scuole, spettacoli, secondo un programma fitto di eventi, che culmineranno il 27 gennaio. Il tema di quest’anno è la fuga. Dalla locandina di presentazione del festival leggiamo: “Siamo un’umanità in fuga, in fuga dal nostro essere umani. Se Primo Levi ci aveva insegnato a riconoscere ciò che è umano e ciò che non lo è, a ottant’anni dalla sua testimonianza e dalle sue riflessioni dobbiamo dire che la lezione la stiamo tradendo. Questa è l’aspra verità che non ci potrà essere perdonata. Chi verrà dopo di noi ci chiederà ragione del nostro comportamento, della fuga dalle nostre responsabilità di esseri umani” Di seguito riportiamo programma degli appuntamenti 10 gennaio, Libreria Lo Spazio • ore 18.30 Ingresso libero Il sentiero dei dieci. Una storia tra Israele e Gaza Presentazione del libro di Davide Lerner 18 gennaio, Piccolo Teatro Mauro Bolognini • ore 17.00 Ingresso libero Todesfuge. La guerra come malattia della specie Lezione civile di Nicola Lagioia Letture di Massimiliano Barbini 19 gennaio, Teatro Manzoni • ore 20.45 Biglietto €10 Toni Servillo Spinoza di Via del Mercato Lettura scenica, dal racconto di Isaac B. Singer 20 gennaio, Piccolo Teatro Mauro Bolognini • ore 10.30 Ingresso libero Igiaba Scego incontra le e gli studenti delle scuole superiori 21 gennaio, Saloncino della Musica, Palazzo de’ Rossi • ore 18.00 Ingresso libero Fuga dalla realtà? Fotografie della Shoah che mentono (o forse no) Lezione civile di Laura Fontana 23 gennaio, Saloncino della Musica, Palazzo de’ Rossi • ore 18.00 Ingresso libero Fuga dalla logica della guerra Lezione civile di Tommaso Greco 24 gennaio, il Funaro • ore 20.45 Biglietto €6 Django Reinhardt: un musicista errante Lezione-spettacolo di Francesco Martinelli Musiche dal vivo di Maurizio Geri, Nico Gori, Giuseppe “Pippi” Dimonte, Kim Chomiak, Paolo Prosperini, Giacomo Tosti 25 gennaio, il Funaro • ore 17.30 Biglietto €6 Rebetiko: la colonna sonora ribelle di un popolo oppresso Lezione-spettacolo di Francesco Martinelli Musiche con la band Eví Eván e Muammer Ketencoğlu 26 gennaio, Sala Soci Coop, viale Adua 6 • ore 17.30 Ingresso libero Gaza è Auschwitz. Non è Auschwitz. Non è meno di Auschwitz Lezione civile di Paola Caridi 27 gennaio, Piccolo Teatro Mauro Bolognini  ore 10.00 riservato alle scuole Biglietto €5 Soit gentil et tiens courage! Nel cuore dell’alloggio segreto Spettacolo teatrale di Orto degli Ananassi 27 gennaio, Teatro Manzoni • ore 18.00 Ingresso libero Impotenza della parola Lezione civile di Massimo Cacciari https://www.leparoledihurbinek.it/ Redazione Toscana
La questione palestinese a Pistoia in un ciclo di conferenze
L’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia (ISRPT), la Fondazione Valore Lavoro (FVL), lo SMILE Toscana e l’FLC-CGIL Pistoia propongono un ciclo di lezioni sulla questione palestinese. Ne parliamo con Stefano Bartolini, Direttore di FVL e Direttore Scientifico dell’ISRPT. “La questione palestinese – come l’aveva chiamata Edward W. Said in un suo famoso libro – non era mai finita, era semplicemente caduta fuori scena, nel disinteresse del mondo e dei paesi occidentali. Oggi è tornata tragicamente e prepotentemente alla ribalta, mobilitando milioni di persone in tutto il mondo e chiamando in causa la lunga durata dei fenomeni storici e le chiavi interpretative con cui li leggiamo. Dobbiamo quindi addentrarci a ritroso lungo i decenni per capire come siamo arrivati a quello che si svolge davanti ai nostri occhi. E dobbiamo inquadrare tutto quello che ci dice oggi la questione palestinese rispetto al mondo in cui viviamo. Le immagini della distruzione ci riportano alla forma concreta della realtà, costituendo un antidoto alle distorsioni prospettiche e al limite del distopico che affollano le nostre società del benessere e dell’indifferenza”. Il ciclo è articolato in quattro focus tematici, condotti da quattro esperti universitari, ed è destinato in primo luogo ai docenti delle scuole, ma anche alla popolazione in generale. Gli incontri si terranno nella Sala Lama della sede della CGIL di Pistoia, via Niccolò Puccini 104, secondo il calendario seguente: * Mercoledì 22 novembre 2025 ore 16.30 Decostruire l’idea di spartizione della Palestina Mattia Giampaolo Università di Roma La Sapienza * Lunedì 10 novembre 2025 ore 16.30 La politica palestinese: origine, evoluzione e protagonisti Sofia Bacchini Università di Napoli L’Orientale * Martedì 18 novembre 2025 ore 17.30 Israele oggi. Quale sionismo. Arturo Marzano Università di Pisa * Lunedì 1 dicembre 2025 ore 16.30 Una storia politica e culturale dell’idea di genocidio Paolo Fonzi Università di Napoli Federico II La partecipazione ai 4 incontri garantisce l’acquisizione di 8 ore formative riconosciute dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. L’IRSPT è parte della Rete degli istituti associati all’Istituto Nazionale Ferruccio Parri, riconosciuto agenzia di formazione accreditata presso il MIM. Per iscrizioni. pistoia@flcgil.it Redazione Toscana
Sciopero generale per Gaza a Pistoia
Nonostante e le intimidazioni, anche Pistoia ha risposto in modo molto positivo allo sciopero generale, indetto per protestare contro l’assalto in acque internazionali alle barche della Sumud Flotilla. Si è svolta così una grande manifestazione, come non se ne vedevano da anni; alcuni degli organizzatori hanno addirittura ipotizzato in 10 mila i partecipanti. Tanti i ragazzi delle scuole, tanti gli insegnanti e i pensionati, insieme a tante altre categorie di lavoratori, dai metalmeccanici, ai lavoratori dei trasporti, del commercio, dell’edilizia, ai vigili del fuoco: una manifestazione quindi multicolore, che ha unito persone di tutte le età, favorita anche dal piacevole sole autunnale. Piazza Gavinana (il Globo per i pistoiesi), ove il concentramento era fissato per le 9.30, si è subito riempita di bandiere palestinesi, mescolate a quelle delle categorie sindacali e a qualcuna di Rifondazione. Dopo circa un’ora il corteo è partito, con in testa un mega striscione coi nomi dei bambini uccisi a Gaza, sorretto dai ragazzi e dagli insegnanti delle scuole pistoiesi. Dopo aver sfilato per le principali strade del centro cittadino, il corteo è approdato in piazza del Duomo, dove si è tenuto un comizio, proprio davanti al portico del Comune amministrato da una giunta di centrodestra, il cui sindaco di Fratelli d’Italia è candidato presidente alle prossime elezioni regionali. Ha aperto gli interventi Daniele Gioffredi, Segretario Generale della Camera del Lavoro di Pistoia e Prato, il quale ha innanzitutto ricordato che la Flotilla si è sostituita con la propria azione ai governi e alle istituzioni, che sono invece rimaste silenti dinanzi al genocidio in corso a Gaza. Ha poi richiamato i valori della nostra costituzione, specialmente con riferimento all’articolo 11 ove si dice che “l’Italia ripudia la guerra” ed ha quindi fortemente criticato la politica di riarmo dell’attuale governo che, portando la spesa militare verso il 5% del PIL, non solo sottrae risorse vitali per il welfare, ma conduce il paese verso un’economia di guerra, che alimenta il bellicismo. Per Gioffredi invece i Governi si devono attivare perché sia subito convocata una conferenza di pace, sotto l’egida delle Nazioni Unite. La perseveranza della Flottilla, secondo Gioffredi, ricorda al mondo che non possiamo abituarci all’orrore ed ha concluso citando Sandro Pertini: “Si svuotino gli arsenali e si riempiano i granai” invitando i manifestanti a continuare nell’impegno e nella lotta. Il secondo intervento è stato quello di una rappresentante di Non una di Meno, che ha ricordato come la guerra e il genocidio siano l’estrema espressione della cultura patriarcale e maschilista. La Palestina rappresenta inoltre un laboratorio per lo sviluppo di una violenza sistemica, con il controllo tecnologico, la militarizzazione del territorio, l’apartheid, il razionamento del cibo e dell’acqua, l’ecocidio e la distruzione delle possibilità di vita. E’ quindi doveroso opporsi alla produzione e al traffico delle armi verso Israele, così come è necessario porre fine agli accordi con le università israeliane, ma è anche doveroso opporsi contro la torsione autoritaria della società italiana, che criminalizza il dissenso. E’ intervenuta quindi una insegnante del Coordinamento Pistoiese degli insegnanti per la Palestina, che ha esordito richiamando tutte le risoluzioni della Nazioni Unite che lo Stato di Israele ha violato fin dalla sua fondazione ed ha risposto a chi accusa certi insegnanti di fare politica in classe, rammentando che l’antifascismo è il fondamento della nostra Costituzione e che quindi la trasmissione dei suoi valori rientra a pieno titolo tra gli insegnamenti di Educazione Civica a cui i docenti sono tenuti. Successivamente è intervenuta una rappresentante dell’Arci, che ha ricordato come la sua organizzazione, da sempre impegnata per la difesa dei diritti del popolo Palestinese, si sia particolarmente attivata da quando è iniziata l’aggressione israeliana, sia a Gaza, che in Cisgiordania ed ha invitato tutti a proseguire nell’impegno, a partire dalle prossime scadenze, come la grande manifestazione nazionale di domani a Roma. Il quinto intervento è stato quello di un rappresentante del Comitato per la Palestina di Pistoia, che ha richiamato le norme del diritto internazionale, per le quali in acque internazionali una nave che batte la bandiera di uno Stato costituisce parte integrante del territorio stesso di quello Stato: l’aggressione della marina israeliana alle barche italiane della Sumud Flotilla in acque internazionali costituisce quindi un attacco al nostro paese e l’arresto dei membri dell’equipaggio costituisce per l’oratore un sequestro di persona. Questi gravi fatti integrano le fattispecie previste dalla normativa per l’indizione senza il consueto preavviso di uno sciopero; i sindacati si muovono quindi nella piena legalità e, se ci dovessero essere sanzioni, sono sin da ora pronti al ricorso contro tali provvedimenti. Ha concluso infine gli interventi un giovane studente, che ha ricordato come il boicottaggio di tutte le aziende coinvolte nell’economia della guerra sia un’altra importante modalità di sostenere la lotta del popolo palestinese, invitando tutti ad utilizzare l’applicazione denominata No Thanks, che con la semplice lettura del codice a barre consente di individuare prodotto “non etici”, indirizzando quindi i consumatori verso acquisti consapevoli. Enrico Campolmi
Vicofaro a Pistoia non muore
-------------------------------------------------------------------------------- Vicofaro -------------------------------------------------------------------------------- A Pistoia, il 1° luglio del 2025 sarà ricordato come il giorno della vergogna delle istituzioni, sia civili che religiose. A un manipolo di una ventina di tutori dell’ordine, scomodati addirittura da Taranto, è stato ordinato di dare l’assalto alla struttura di Vicofaro per liberarla della presenza ingombrante degli ultimi sei ospiti del centro, i più fragili, i più bisognosi di cure e contatti umani significativi, i più affezionati a quella che hanno considerato come la propria “casa”, che ha offerto loro riparo e attenzione. Viste le gravi fragilità personali in questione, avremmo desiderato l’intervento di operatori sanitari, psicologi e dello stesso don Massimo Biancalani per rassicurarli e favorire il loro ricollocamento in strutture adeguate. Marziani in assetto di guerra, invece, li hanno affrontati diffondendo il panico e completando la smobilitazione di Vicofaro nella maniera più lacerante possibile. Perché questo colpo di mano conclusivo? Per suggellare la chiusura di Vicofaro, auspicata dalle istituzioni e più volte reiterata, ma finora rinviata? Una vendetta finale che serva a rimettere in ordine gli organigrammi del potere? Anche perché, nelle settimane passate, il ricollocamento degli ospiti del centro di accoglienza, seppure in maniera disorganica e deludente sul piano delle prospettive, è proceduta senza alcuna tensione. La maggior parte dei ragazzi ha accettato le nuove destinazioni mentre i volontari della struttura hanno contribuito a facilitare l’intera operazione, indicando le sedi più opportune in relazione alle esigenze degli stessi ragazzi. Era necessario arrivare a questo punto di rottura? Da anni, lo stesso don Massimo Biancalani e la comunità che gli si raccoglie attorno, hanno ripetutamente chiesto l’intervento delle istituzioni e della società civile. Questo, per definire e concordare un progetto, una rete integrata di residenze protette all’interno della quale Vicofaro avrebbe svolto il ruolo di hub, di centro di prima accoglienza o, come comunemente riconosciuto, di accoglienza di bassa soglia. Tavoli di lavoro, di confronto e di co-progettazione sono stati proposti o semplicemente avviati ma puntualmente naufragati nelle nebbie e nella neghittosità delle istituzioni e della società civile. Vicofaro non ha mai negato la propria disponibilità. Certo, le condizioni dell’ospitalità sono andate sempre più peggiorando visto l’alto numero degli ospiti e la ristrettezza degli spazi e dei servizi. La ristrutturazione dei locali era diventata ineludibile. Perché è stato necessario far incancrenire l’esperienza di Vicofaro e non intervenire per tempo? Qualcuno ha giocato al tanto peggio tanto meglio? Forse ora sono in gioco carriere politiche, ecclesiastiche ed elezioni che hanno agito da detonatore di questa situazione? Una cosa è certa. Nel giro di poche settimane sono state messe a disposizione circa otto sedi per il ricollocamento dei ragazzi, mentre fino a ieri c’era il deserto. Sorprendente. Ormai era stata decisa la chiusura del centro di Vicofaro e così tutti si sono dati da fare. Chiusura? Hanno chiuso i locali, hanno sigillato gli ingressi, ma a dispetto delle esultanze del ministro Piantedosi e del sindaco Tomasi, non hanno potuto sigillare i cuori di tutti coloro che hanno dato vita all’esperienza di Vicofaro, a partire da don Massimo a tutti i volontari e a coloro che in tutta Italia hanno visto in questo centro di accoglienza un modello di umanità, di pace e di fratellanza. Da oggi Vicofaro si moltiplica per dieci, per cento e oltre, si moltiplica nella presenza dei ragazzi ospitati e ricollocati nelle varie sedi, nello spirito e nell’azione dei volontari, degli accompagnatori, degli insegnanti, dei sanitari che sempre sono stati al fianco dei ragazzi e che si faranno promotori di altre 10, 100, 1000 Vicofaro. Annamaria Argentaro, Daniela Banchini, Paolo Bongiovanni, Enrico Campolmi, Martina Chiti, Antonio Fiorentino, Giovanni Ginetti, Isabella Pratesi, Sandra Torrigiani -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato da Antonio Fiorentino, architetto ed esponente del Gruppo Urbanistica di perUnaltracittà di Firenze, su perunaltracitta.org. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MASSIMO BIANCALANI: > Non smetteremo di accogliere -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Vicofaro a Pistoia non muore proviene da Comune-info.