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Perù: la Camera dei Deputati approva l’abrogazione di due leggi che favoriscono la criminalità
Una decisione di grande portata. La Commissione Giustizia e Diritti Umani della Camera dei Deputati, presieduta da Catherine Palomino, ha approvato l’abrogazione delle prime due leggi definite “favorevoli alla criminalità” – la Legge n. 32130 e la Legge n. 32735 – accogliendo così una richiesta dell’opinione pubblica. Diversi gruppi della società civile, che si sono fatti promotori dell’iniziativa, hanno accolto con favore la decisione parlamentare; tuttavia, l’iter di abrogazione dovrà ora essere perfezionato al Senato. La Legge n. 32130, destinata a essere abrogata, riguarda le indagini preliminari: una competenza che in precedenza spettava al Pubblico Ministero, ma che era stata successivamente trasferita alla Polizia Nazionale. La Legge n. 32735 concerne invece i “reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni” e prevede, per tali casi, il ricorso alla giurisdizione militar-poliziesca anziché al normale iter giudiziario ordinario. “Ci sono ancora altre 11 leggi che favoriscono la criminalità da abrogare, e l’iter per queste due deve essere completato. Abbiamo concordato di proseguire il lavoro comune per ottenere l’abrogazione di tutte queste norme, nonché per definire un nuovo quadro giuridico che consenta una lotta efficace contro la criminalità e favorisca una riforma del sistema giudiziario”, ha dichiarato Grimaldo Ríos, rappresentante delle organizzazioni che sostengono le abrogazioni. UN IMPEGNO CONGIUNTO DELLA SOCIETÀ CIVILE L’abrogazione di tali leggi rappresenta una richiesta costante dell’opinione pubblica peruviana, poiché tali misure hanno indebolito l’impianto normativo volto a contrastare la criminalità organizzata. A tal fine, si sono mobilitate diverse realtà della società civile, tra cui: l’Ordine degli Avvocati di Lima (CAL), la Piattaforma dei Cittadini per la Vita e la Sicurezza, l’Accordo Storico dei Cittadini (AHC), la Piattaforma per la Democrazia, il Coordinamento Nazionale per i Diritti Umani, il gruppo di cittadini “Concentración Perú”, il Collettivo Unità Democratica e numerose altre associazioni – tra cui rappresentanti degli imprenditori di Gamarra, operatori del settore dei trasporti, conducenti di mototaxi, studenti universitari e beneficiari di borse di studio. UN COLPO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI Mentre l’opinione pubblica apprendeva questa importante notizia, il Senato in seduta plenaria — già nella mattinata — votava a favore della concessione dei poteri legislativi richiesti dall’Esecutivo. Il governo aveva aggiunto altri sette ambiti ai 20 già approvati dalla Camera dei Deputati. «Ritengo che l’Esecutivo non avesse bisogno di nient’altro per affrontare il fenomeno El Niño e la criminalità. Ha insistito così tanto per ottenere questi poteri da mettere ora a rischio diversi diritti dei cittadini, specialmente con queste ultime sette aggiunte. In particolare, conferire maggiori prerogative alla DINI [Direzione Nazionale dell’Intelligence] — trasformandola di fatto in un altro servizio di intelligence che ricorda l’epoca di Montesinos — consentirà di monitorare e controllare qualsiasi iniziativa dei cittadini che esprima dissenso nei confronti del governo», ha dichiarato Ríos. «Ciò che colpisce maggiormente è che questa decisione del Senato assesta, di fatto, un colpo alla Camera dei Deputati. In ultima analisi, ciò innescherà una crisi nei rapporti istituzionali all’interno del Congresso. Sono segnali preoccupanti per la società», ha aggiunto. Redacción Perú
October 22, 2026
Pressenza
“Non votate a favore del Ddl Antisemitismo, no a legge bavaglio”
Le associazioni scrivono ai parlamentari. Chi voterà a favore sarà responsabile davanti a elettorato e ai cittadini di voler impedire per legge la denuncia e le proteste contro i crimini commessi in Palestina. Il 2/10 nuovo sit-in a Montecitorio per il voto alla Camera. Decine di associazioni, sindacati, organizzazioni politiche […] L'articolo “Non votate a favore del Ddl Antisemitismo, no a legge bavaglio” su Contropiano.
September 29, 2026
Contropiano
“VOGLIONO AMMAZZARE LA DEMOCRAZIA, ANDIAMO A MONTECITORIO!”, PAP IN PIAZZA CONTRO LA LEGGE ELETTORALE GIOVEDÌ 17 SETTEMBRE
“Vogliono ammazzare la democrazia, andiamo a Montecitorio!”, con queste parole d’ordine Potere al popolo ha lanciato una manifestazione fuori dal Parlamento di Roma per giovedì 17 settembre alle ore 17. La protesta intende opporsi all’emendamento alla legge elettorale, proposto da FdI, che impone la raccolta di 450mila firme – tramite banchetti fisici, alla presenza di una figura che le possa convalidare sul posto – alle forze politiche che oggi non hanno seggi in Parlamento per poter partecipare alle elezioni. “Questa non è una questione che attiene soltanto alle organizzazioni politiche, ma tocca il diritto al dissenso di ogni cittadino”, commenta Giuliano Granato, portavoce di Potere al popolo, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “In gioco c’è uno dei presupposti della democrazia, cioè la partecipazione paritaria di tutti i cittadini. Fanno una mossa fortemente autoritaria e noi crediamo che serva una mobilitazione ampia nel Paese per difendere il diritto alla partecipazione“, aggiunge Granato. L’intervento di Giuliano Granato (Potere al popolo) su Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
September 15, 2026
Radio Onda d`Urto
Libano, il Parlamento ha abolito la pena di morte
L’11 agosto, mentre in Siria un tribunale condannava a morte in contumacia l’ex presidente Bashar al-Assad, il Parlamento libanese ha approvato la legge che abolisce la pena di morte sostituendola con l’ergastolo ai lavori forzati, ufficializzando una moratoria sulle esecuzioni in vigore dal 17 gennaio 2004. Il voto è l’esempio di una giustizia basata sui diritti umani e non sulla vendetta. Una volta che il testo sarà stato firmato dal Presidente della Repubblica e pubblicato nella Gazzetta ufficiale, il Libano sarà il 114mo Stato ad aver abolito la pena di morte. In totale gli Stati che non ricorrono più alla pena capitale per legge o per prassi sono 145, a fronte dei 54 che la mantengono. Per tradurre la legge in pratica, sarà necessario commutare le 85 condanne a morte pendenti e ratificare il Secondo protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici, che ha per obiettivo l’abolizione della pena capitale. L’adozione della legge abolizionista, proposta inizialmente da sette deputati il 7 ottobre 2025, è stata anche frutto delle iniziative delle organizzazioni della società civile quali l’Associazione libanese per i diritti civili, la Campagna nazionale per l’abolizione della pena di morte in Libano e l’Associazione giustizia e perdono.     Riccardo Noury
August 11, 2026
Pressenza
Argentina. Milei scatena la repressione, ma la legge sulla proprietà agli stranieri si è fermata
Nonostante le condizioni meteorologiche ostili e l’annuncio del giorno prima che il governo avrebbe rimosso la legge sulla “stranierizzazione della terra” dal suo progetto, una folla di manifestanti ha riempito la Plaza de los Congresos per chiarire che “la patria non è in vendita.” A quel punto il governo di […] L'articolo Argentina. Milei scatena la repressione, ma la legge sulla proprietà agli stranieri si è fermata su Contropiano.
August 8, 2026
Contropiano
L’Italia e le guerre
Qualche domandina al governo prima che ci arrivi un missile in testa senza che nessuno ci avvertisse. Provo ad immaginare che il nostro sia un paese in qualche modo ancora democratico e provo anche ad immaginare che nel nostro paese ci siano giornalisti che fanno il loro mestiere. E così […] L'articolo L’Italia e le guerre su Contropiano.
August 4, 2026
Contropiano
L’imbroglio con cui l’Italia sta entrando in guerra contro l’Iran
Secondo quanto abbiamo già denunciato pochi giorni fa, è stata affidata a poche righe leggibili sul sito del Ministero della Difesa, la comunicazione del fatto che a partire da marzo 2026, l’Italia ha schierato un contingente militare in Arabia Saudita “a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, […] L'articolo L’imbroglio con cui l’Italia sta entrando in guerra contro l’Iran su Contropiano.
August 4, 2026
Contropiano
In 30 anni la quota di donne nei parlamenti del mondo passa dall’11 al 27%
Nel 1995, quando l'ONU riunì a Pechino le delegazioni di quasi duecento paesi per fissare una tabella di marcia sulla parità di genere, la componente femminile nelle assemblee legislative di tutto il pianeta si fermava all'11,3%. Il nuovo report dell'Unione Interparlamentare (IPU), diffuso per il trentesimo anniversario della Dichiarazione di Pechino, certifica che oggi quella percentuale è salita al 27,2%, quasi il doppio di allora. Il dato più significativo riguarda il Ruanda, che resta il paese guida a livello globale con il 63,8% dei seggi occupati da donne nella Camera dei Deputati. Kigal... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post In 30 anni la quota di donne nei parlamenti del mondo passa dall’11 al 27% appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 3, 2026
L'INDIPENDENTE
Missione militare in Arabia Saudita, Rete Pace Disarmo chiede lo stop
Rete Italiana Pace e Disarmo apprende con forte preoccupazione le notizie sulla cosiddetta Task Force Air – Arabia e sulla parallela Task Force Land – Arabia: un dispositivo militare italiano di prima grandezza schierato dalla seconda metà di marzo 2026 in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein, di cui l’opinione pubblica e lo stesso Parlamento hanno appreso tutti i dettagli non da un passaggio parlamentare, ma da una scarna nota comparsa sul sito del Ministero della Difesa dopo mesi di silenzio. Non si tratta di un travaso simbolico di personale già presente nell’area. Parliamo di circa 400 militari dell’Aeronautica (con quattro caccia Eurofighter, un velivolo radar per l’allarme precoce e un sistema antidrone) affiancati da un contingente terrestre dell’Esercito di circa 300 uomini, dotato di una batteria missilistica terra-aria SAMP-T e di radar dispiegati tra Arabia Saudita e Bahrein. Assetti da combattimento e sistemi d’arma collocati a ridosso di un teatro di guerra attivo, non solo per quanto riguarda la crisi iraniana: almeno una parte del contingente si trova presso la base saudita di Al Taif, a circa 250 km dal confine con lo Yemen. Una missione nuova, ad alta valenza politica e ad alto rischio, molti dei cui mezzi sono partiti o sono in procinto di partire dall’Italia. Nessuno di questi assetti è stato oggetto di discussione e voto parlamentari specifici. L’Arabia Saudita compare nella scheda 4 della Delibera missioni 2026 soltanto come voce di un elenco generico di Paesi di quell’area geografica, in una Scheda che però è priva di qualunque dettaglio su consistenza, armamenti e finalità del dispiegamento in quello Stato. Il Governo si trincera dietro la facoltà, introdotta con la riforma quadro delle Missioni Militari del 2024, di “spostare forze e assetti nella stessa area geografica” dove già insistono missioni autorizzate. Ma è precisamente questo il punto che Rete Italiana Pace e Disarmo denuncia: un riferimento generico dentro una tabella per aree non equivale ad aver illustrato al Parlamento uomini, mezzi, armamenti e obiettivi operativi di una missione. Chi ha seguito con attenzione le audizioni dei vertici militari davanti alle Commissioni Esteri e Difesa (come Rete Italiana Pace e Disarmo fa da anni, partecipandovi direttamente) sa bene che in quelle sedi non è stata data alcuna indicazione di dettaglio su un dispiegamento di questa portata. Le critiche mosse in queste ore da chi chiede trasparenza non nascono dunque da una lettura distratta dei documenti, ma da ciò che quei documenti e quelle audizioni oggettivamente contengono e da ciò che, altrettanto oggettivamente, non contengono. Sostenere che tutto fosse “già pubblico” perché un giornalista ha saputo ricostruirlo consultando il sito della Difesa non è una prova di trasparenza: ne è la smentita. Non è la prima volta che solleviamo il problema. Già in occasione del dibattito sul decreto missioni Rete Italiana Pace e Disarmo era intervenuta in audizione parlamentare chiedendo un cambio di rotta e denunciando tempistiche e modalità di esame inaccettabili, con missioni portate all’attenzione delle Camere quando sono già prorogate e operative. E anche in occasione della modifica legislativa del 2024 la nostra Rete aveva evidenziato come il nuovo impianto avrebbe “permesso più facilmente il dispiegamento di forze armate in maniera repentina e senza gli opportuni passaggi parlamentari” con una proposta governativa che andava nella direzione di “rendere ancora più inefficaci la trasparenza e il controllo politico su un tema rilevante come quello delle Missioni militari”. Il caso della Task Force Arabia conferma, nel modo più netto, quelle preoccupazioni. Il nodo di merito è questo: se l’inserimento di un Paese in un elenco per aree geografiche, unito a una facoltà di “ricollocamento”, basta a coprire lo schieramento di caccia e batterie missilistiche con finalità mai esplicitate, quel meccanismo cessa di essere uno strumento di flessibilità operativa e diventa una delega in bianco. È il precedente che allarma: legittimata questa interpretazione, non vi sarebbe più alcun limite chiaro all’apertura di nuovi teatri operativi da parte dell’Esecutivo (potenzialmente anche sulla sola base di accordi bilaterali) sottraendo alle Camere ogni decisione effettiva e cancellando il ruolo che la Costituzione riserva al potere legislativo. Una situazione di preoccupazione che è resa ancora più pressante e concreta dagli eventi di queste ore. Secondo quanto riportato dal Guardian, e ripreso da numerose testate, l’Arabia Saudita si starebbe preparando a una nuova, ampia offensiva militare contro i ribelli Houthi in Yemen (per mare e possibilmente via terra) mentre chiede anche a diversi Paesi, l’Italia inclusa, di aderire a una coalizione navale nel Mar Rosso. In questo scenario Rete Italiana Pace e Disarmo pone una domanda diretta: come si troverebbero coinvolti i militari italiani presenti nella Task Force in Arabia Saudita, con i loro sistemi di difesa aerea e anti-missile schierati a poche decine di chilometri dal confine yemenita, in caso di escalation? Con quali compiti, quali regole d’ingaggio, quale mandato? Sono esattamente le domande cui una missione votata dal Parlamento avrebbe dovuto rispondere prima di partire. Come sottolinea Alfio Nicotra, coordinatore dell’Esecutivo di Rete Italiana Pace e Disarmo, che per la Rete ha partecipato all’audizione parlamentare sulle missioni: «Lo avevamo denunciato con chiarezza nella nostra audizione nelle Commissioni Esteri e Difesa della Camera dei Deputati: le modifiche apportate nel 2024 alle tabelle delle missioni internazionali dell’Italia, con il loro accorpamento per aree geografiche, hanno reso più opache e non trasparenti le singole missioni. Il fatto che centinaia di soldati italiani siano stati dispiegati da questa primavera in Arabia Saudita al fine di contrastare potenziali attacchi iraniani dimostra che con questo escamotage il governo italiano ha tenuto all’oscuro e nascosto al Parlamento una missione militare ad alta valenza politica ed ad alto rischio per il nostro Paese.» «I poteri di controllo ed indirizzo delle Camere vengono di nuovo aggirati. Questo dimostra che la legge quadro 21 luglio 2016, n. 145 sulle missioni internazionali non risponde più ai presupposti per cui era stata varata — ovvero rendere centrale il ruolo del Parlamento — ma richiede una revisione puntuale di queste distorsioni. L’Italia non può ritrovarsi in un potenziale teatro di guerra aggirando le prerogative che la nostra Costituzione assegna al potere legislativo.» Per questo Rete Italiana Pace e Disarmo chiede: * lo stop immediato del dispiegamento e il ritorno della decisione nella sede che le compete, il Parlamento, con una discussione e un voto specifici sulla missione; * che il Governo riferisca con urgenza e in modo completo alle Camere sull’intera consistenza del dispositivo militare italiano nella penisola arabica (uomini, mezzi, armamenti, basi, catena di comando, regole d’ingaggio e finalità) e sui rischi di coinvolgimento in un’eventuale escalation in Yemen; * che si apra senza rinvii una revisione puntuale della legge n. 145/2016, per correggere le distorsioni introdotte con l’accorpamento del 2024 e impedire che la “libera interpretazione” governativa dei perimetri geografici svuoti il potere di controllo e indirizzo delle Camere. I fatti sono questi: una missione militare rilevante è stata avviata e resa operativa senza un voto parlamentare specifico, in una regione sull’orlo di una nuova guerra. Nessuna missione militare può sostituire la politica; nessuna sicurezza costruita nell’opacità e nell’aggiramento delle regole democratiche può essere una sicurezza duratura. Rete Italiana Pace e Disarmo
August 2, 2026
Pressenza
700 militari italiani nel Golfo Persico: così il governo ha aggirato il Parlamento
Per mesi agli italiani è stata raccontata solo una parte della storia. Nelle deliberazioni sul Decreto Missioni e nelle comunicazioni del Ministero della Difesa, la presenza italiana nel Golfo Persico è stata descritta come un’attività di assistenza e protezione del personale e dei cittadini italiani presenti nell’area. Oggi, però, il quadro che emerge è molto diverso e apre una questione politica e istituzionale che non può essere ignorata. Secondo le informazioni disponibili, l’Italia ha schierato fino a 700 militari tra Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. Il Ministero della Difesa conferma una Task Force Air composta da circa 400 militari dell’Aeronautica, con caccia Eurofighter, un velivolo radar, sistemi anti-drone e sistemi di difesa aerea. A questo dispositivo si aggiungerebbe, secondo altre fonti, un contingente terrestre di circa 300 militari dislocato negli stessi Paesi del Golfo. Nel complesso, non si tratta di una presenza simbolica né di un semplice supporto logistico, ma di uno dei più consistenti schieramenti militari italiani degli ultimi anni in una delle aree più instabili e militarizzate del pianeta. Ma il punto centrale non è soltanto questo. La questione più grave riguarda il modo in cui il Parlamento è stato chiamato a pronunciarsi. Le Camere non hanno mai discusso apertamente né votato uno schieramento di queste dimensioni. Hanno autorizzato missioni descritte con formule generiche, senza che l’effettiva consistenza del contingente e il suo ruolo operativo diventassero oggetto di un confronto politico trasparente. Secondo il ministro Guido Crosetto tutta la documentazione era a disposizione del Parlamento, ma questa spiegazione lascia aperta una domanda semplice: se le informazioni erano davvero così chiare, perché cittadini, mezzi d’informazione e gran parte degli stessi parlamentari hanno compreso la reale portata della missione solo mesi dopo, grazie alle ricostruzioni giornalistiche? È qui che si concentra il problema. Una democrazia parlamentare non vive soltanto del rispetto formale delle procedure. Il Parlamento può esercitare davvero il proprio ruolo solo se viene messo nelle condizioni di deliberare con piena consapevolezza. Se una decisione destinata a incidere sulla politica estera, sulla sicurezza nazionale e sul possibile coinvolgimento dell’Italia in un teatro di guerra viene presentata con formule che ne attenuano la reale portata, il controllo democratico perde gran parte del suo significato. E tutto questo avviene mentre il Medio Oriente attraversa una delle fasi più drammatiche degli ultimi decenni. Il genocidio a Gaza, le tensioni tra Israele e Iran, gli attacchi alle rotte commerciali e il crescente riarmo della regione rendono il Golfo uno dei punti più pericolosi del pianeta. In questo contesto, rafforzare la presenza militare italiana con caccia, sistemi radar e difese antiaeree rappresenta una scelta politica di enorme rilevanza, che avrebbe dovuto essere sottoposta a un confronto parlamentare pieno, esplicito e trasparente. C’è poi un altro aspetto che riguarda direttamente la vita quotidiana degli italiani. Ogni aumento della tensione nel Golfo si riflette sul prezzo dell’energia. Crescono il costo del petrolio, del gas, dei carburanti e, di conseguenza, le bollette e il costo della vita. Intanto continuano ad aumentare le risorse destinate alla spesa militare, mentre sanità, scuola, trasporto pubblico e welfare continuano a fare i conti con finanziamenti insufficienti. Resta infine il nodo costituzionale. L’articolo 11 della Costituzione non è una formula di principio né una dichiarazione simbolica. È uno dei cardini della Repubblica e stabilisce che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Proprio per questo il modo in cui il governo ha portato questa decisione in Parlamento assume un significato che va ben oltre il profilo procedurale. Se il dispiegamento di un dispositivo militare fino a 700 uomini, con caccia, sistemi radar e difesa antiaerea nel cuore della più grave area di crisi internazionale fosse stato ritenuto pienamente coerente con l’articolo 11, non ci sarebbe stato alcun motivo di attenuarne la portata attraverso formule generiche di “assistenza”, “supporto” e “tutela”. Il fatto stesso che si sia scelto di rappresentare la missione in termini così riduttivi dimostra quanto fosse difficile sostenerne apertamente la compatibilità con il principio costituzionale del ripudio della guerra. Il governo deve tornare immediatamente in Parlamento, non per chiedere una sanatoria politica di una decisione già assunta, ma per assumersene fino in fondo la responsabilità davanti al Paese. Deve spiegare perché abbia scelto di rappresentare una missione di questa portata attraverso formule che ne attenuavano la reale natura e riconoscere che il Parlamento è stato chiamato a deliberare senza essere posto nelle condizioni di valutare pienamente la scelta che stava autorizzando. Ma soprattutto il governo deve trarne le conseguenze politiche: interrompere ogni ulteriore coinvolgimento militare dell’Italia nell’area e disporre il rientro del contingente. Una decisione che contrasta con il principio del ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della Costituzione non può essere semplicemente riproposta con una diversa procedura parlamentare. Deve essere rimossa. Perché quando sono in gioco la pace e la guerra, la trasparenza non è un dettaglio procedurale. È la condizione minima perché il Parlamento possa esercitare il proprio ruolo e i cittadini possano giudicare consapevolmente le scelte compiute in loro nome. Ma la trasparenza, da sola, non basta. Se per ottenere un’autorizzazione parlamentare è necessario attenuare o mascherare la reale portata di una missione militare, il problema non è soltanto il metodo. È la scelta politica stessa. E quando quella scelta si pone in contrasto con il principio del ripudio della guerra sancito dall’articolo 11, non è sufficiente correggere la procedura: occorre cambiare la decisione. Giovanni Barbera
July 31, 2026
Pressenza