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Ceuta: militarizzazione, violenza razzista e repressione della solidarietà
GIULIA INGALLINA E NO NAME KITCHEN 1 Nell’enclave spagnola nordafricana di Ceuta, la violenza contro le persone in movimento ha conosciuto nelle ultime settimane una nuova e violenta escalation. Il 27 agosto 2026, gruppi composti da abitanti di Ceuta e da persone provenienti dalla penisola, riconducibili in molti casi ad ambienti di estrema destra, hanno intrapreso un’azione diretta e violenta contro le persone migranti presenti in città. Nel pomeriggio, il gruppo organizzato in corteo ha impedito l’ingresso di un camion della Croce Rossa sulla spiaggia di Trampolín, che trasportava cibo destinato alle persone in movimento, ostacolando così l’arrivo di beni di prima necessità. Successivamente, i manifestanti si sono diretti verso Playa Benítez, dove hanno distrutto i ripari di fortuna che le persone avevano costruito autonomamente, come forma di risposta dal basso alla mancanza di un sistema di accoglienza in grado di garantire loro un luogo in cui dormire e proteggersi. Gli accampamenti sono stati presi a calci e smantellati con la forza; sono stati incendiati due ombrelloni e, progressivamente, le fiamme sono state alimentate anche con gli effetti personali delle persone, che venivano deliberatamente gettati nel fuoco o in mare dalla folla manifestante, mentre i loro proprietari erano costretti a scappare per sottrarsi alle aggressioni. Nel frattempo, le forze di polizia osservavano la situazione e, in ogni occasione possibile, colpivano con i manganelli le persone che cercavano di allontanarsi. Tutte le fotografie sono state scattate sul campo principalmente dall’autrice e, alcune, da altri volontari di No Name Kitchen e Border Resistance. Sono rappresentative degli eventi descritti e della militarizzazione della città I manifestanti sono entrati nell’area portando una grande bandiera spagnola e gridando «Ceuta no se vende, Ceuta se defiende», «Invasores, expulsión» e altri slogan contro le persone in movimento presenti in città, come «Ceuta lucha», «Ceuta combatte». In questa rappresentazione la città viene costruita come un corpo da difendere e le persone migranti come il nemico da espellere, ed è proprio questa costruzione del nemico a dover essere interrogata. Le persone che in questi giorni dormono sulle coste di Ceuta, spesso senza un riparo, senza accesso stabile al cibo, all’acqua e alle cure, non sono la causa della situazione in cui si trovano né possono essere considerate il nemico contro cui una città dovrebbe combattere. Sono invece inserite in un sistema di frontiere, accordi geo-politici e dispositivi di controllo che ha progressivamente spostato il costo umano della gestione della mobilità. Il nemico è allora un sistema politico che utilizza la migrazione come strumento di pressione e come terreno di conflitto, trasformando le persone in pedine: presentandole come criminali mentre le rende vittime, sfruttando e alimentando il razzismo come arma. Ceuta non può essere intesa soltanto come il luogo in cui, alla fine di luglio, migliaia di persone hanno cercato di entrare nel territorio spagnolo. È un punto dentro un sistema di frontiere molto più ampio, in cui l’Unione europea ha progressivamente spostato verso i Paesi di transito parte del controllo delle persone che cercano di raggiungerne il territorio. Questa esternalizzazione della frontiera ha una dimensione storica, politica ed economica. Secondo la Commissione europea, nell’ambito del sostegno alla migrazione in Marocco, 179 milioni di euro – il 77% dei fondi allora considerati – sono stati destinati alla gestione integrata delle frontiere. Nel 2022 sono stati inoltre destinati al Marocco altri 150 milioni di euro, attraverso un programma quadriennale di sostegno di bilancio finalizzato anche al rafforzamento della cooperazione in materia migratoria. La frontiera, dunque, non è soltanto un muro, una recinzione o una linea sulla carta. È un insieme di finanziamenti, accordi, pattugliamenti, controlli, procedure e dispositivi che producono effetti concreti sui corpi. Diventa allora difficile non interrogarsi sulla costruzione del «nemico»: le persone in movimento vengono presentate come la causa dell’insicurezza, mentre un sistema di controllo che opera dall’alto continua a determinarne concretamente condizioni di esclusione e vulnerabilità. Eppure, è proprio attraverso questa narrazione distorta che la propaganda attecchisce e alimenta manifestazioni razziste come quella avvenuta il 27 agosto sulle spiagge di Ceuta. Quanto accaduto non può essere ridotto a una semplice protesta. Quando una folla individua le persone sulla base della loro origine, le insegue, cerca di allontanarle con la forza, distrugge i luoghi in cui dormono e tenta di impedire loro di ricevere cibo e assistenza, non si può parlare semplicemente di una manifestazione di disagio. Ciò a cui si assiste è una forma di violenza razzista organizzata: una pratica profondamente politica, che individua un gruppo come corpo estraneo e ne rivendica l’allontanamento dallo spazio urbano, secondo una logica che ha storicamente accompagnato il fascismo. I fatti si inseriscono, dunque, in un quadro di condotte che, oltre a essere socialmente e umanamente condannabili, possono assumere rilevanza anche sul piano penale. L’articolo 510 del Codice penale spagnolo prevede specifiche fattispecie relative alla promozione o all’incitamento pubblico, diretto o indiretto, all’odio, all’ostilità, alla discriminazione o alla violenza nei confronti di persone o gruppi per motivi, tra gli altri, razzisti o legati all’appartenenza a un’etnia nonché all’origine nazionale. Inseguimenti, aggressioni, distruzioni e intimidazioni non possono essere giustificate attraverso il ricorso a parole come «insicurezza» o «disagio di vicinato». Nessuna di queste categorie può trasformare la violenza contro un gruppo di persone in una pratica legittima. Eppure, ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni è un’escalation nella quale la violenza viene progressivamente normalizzata e la presenza stessa delle persone migranti nello spazio urbano viene trattata come un problema da eliminare. In questo senso, quanto accaduto a Playa Benítez il 27 agosto non può essere considerato un episodio isolato, ma si colloca nel continuum di una violenza che da settimane attraversa la città: una violenza che intimidisce e colpisce persone già esposte a condizioni di estrema vulnerabilità, negando loro non solo la possibilità di abitare lo spazio urbano, ma la stessa legittimità di essere presenti, di essere riconosciute come persone. > A Ceuta, la violenza non è un’eccezione: è parte del modo in cui il confine > viene esercitato. Screenshot UN’ESCALATION DI VIOLENZA: TESTIMONIANZE DEGLI ABUSI DI MILITARI, POLIZIA E GUARDIA CIVIL Nelle ultime tre settimane, la situazione a Ceuta è diventata progressivamente più tesa. La città è militarizzata: corpi di polizia e dell’esercito sono ovunque, fermano le persone per strada, le perquisiscono, minacciano, feriscono e spesso rubano i loro averi. Le ronde attraversano continuamente le vie della città, in una presenza che è già di per sé intimidatoria ma che tuttavia non li limita al ricorrere ad ulteriore violenza. Una capillare presenza poliziesca che non produce sicurezza ma paura, negando gli spazi urbani e restringendo progressivamente le possibilità di movimento e di vita delle persone in movimento, costrette sempre di più a nascondersi e scappare. Gli Harragas 2 vengono picchiati quotidianamente, potenzialmente in ogni momento della giornata, dalla polizia, dai militari e dalla Guardia Civil. Molte testimonianze riguardano aggressioni avvenute durante la notte, mentre le persone dormivano sulle spiagge: gli agenti arrivano, le svegliano con i manganelli e le costringono ad allontanarsi. I racconti restituiscono un elemento ricorrente, la violenza non sembra essere utilizzata per impedire un comportamento specifico, ma come strumento attraverso cui rendere materialmente impossibile la permanenza delle persone nello spazio pubblico. Il 22 agosto, intorno alle sei del mattino, è arrivata la segnalazione che alcuni militari si sono accaniti sulle persone che dormivano a Benzu Beach. Quando il gruppo di volontari è arrivato sul posto, i militari si erano già allontanati. I presenti hanno raccontato di essere state aggredite mentre dormivano, le ferite erano evidenti sui loro corpi, i manganelli impressi sulla carne. «Noi non stavamo facendo niente, stavamo dormendo pacificamente. I soldati sono passati di fianco a noi, ci hanno circondato da tutti i lati. Quattro o cinque di loro si sono avvicinati ancora, hanno iniziato a picchiarci con i manganelli, noi abbiamo cominciato a correre via». Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen Dopo meno di mezz’ora, le persone migranti presenti sulla spiaggia hanno richiamato i volontari: poco dopo che questi si erano allontanati, infatti, i militari erano tornati e avevano ricominciato a usare la violenza contro di loro. Poi i militari sono tornati una terza volta. A quel punto, però, i volontari si erano stanziati all’ingresso della spiaggia e avevano iniziato a videoregistrare ciò che accadeva. Quando si sono accorti di essere ripresi, gli agenti hanno attraversato il gruppo senza intervenire, limitandosi a chiedere, con apparente normalità e in maniera quasi ridicola, se «andasse tutto bene». La presenza di volontari, giornalisti e telecamere sembra, in alcuni casi essere in grado di attenuare il comportamento delle forze armate. «I militari abusano e ci umiliano, se ti trovano ti picchiano. Quando la stampa è presente non ci picchiano, si trattengono un po’». Così, l’uso della forza sembra diminuire quando diventa visibile: la documentazione può diventare una forma di difesa; ma la telecamera non elimina la violenza, la rende soltanto più rischiosa per chi la esercita. La presenza di osservatori esterni può quindi costituire, in determinati contesti, una forma di protezione e un deterrente per chi pensa di poter esercitare il proprio potere sugli altri senza conseguenze. Ma ciò che la telecamera non riesce a registrare continua ad accadere. > Una violenza che rimane invisibile nel gesto, ma si iscrive sui corpi delle > persone e riemerge dai loro racconti. Quotidianamente si incontrano uomini, donne e soprattutto minori, che raccontano di essere state picchiate, inseguite o private dei propri beni; chiedono aiuto per disinfettare le ferite sui loro corpi: lividi, tagli, segni dei proiettili di gomma che hanno bucato la carne. Telefoni rotti o sottratti, denaro e oggetti personali portati via, colpi ricevuti alla schiena, sulle gambe o sulla testa. Con l’obiettivo di spaventare, cacciare e isolare, il controllo del corpo sembra accompagnarsi al controllo degli oggetti che permettono alle persone di comunicare, orientarsi, chiedere aiuto e mantenere un rapporto con l’esterno. «I militari sono arrivati da dietro di noi, ci hanno lanciato delle pietre addosso. Se prendono qualcuno, e trovano qualcosa addosso a loro, glielo prendono, prendono i loro telefoni, prendono i loro soldi; loro abusano di noi». «Tante persone sono state derubate qui dai militari, tante persone sono state ferite, molte hanno preso i colpi sulla schiena. Siamo qui a Miramar Alto, le persone qui, che dio le benedica». Alcuni racconti sono così brutali da essere difficilmente immaginabili; sembra che gli agenti non provino alcuna pietà per nessuno. Questo aspetto emerge dai racconti di alcune donne che si trovano a dormire nelle tende in una zona più riparata della città, che comunque non viene risparmiata alla violenza: «Stavamo dormendo nelle tende quando i militari arrivano. Un soldato donna ha iniziato a distruggere la tenda e ci ha costrette ad uscire. Ha alzato un bastone al mio occhio, voleva farmi male. Lei e un altro soldato hanno iniziato a ridere. Si prendevano gioco di noi». «La ragazza è svenuta, quando i soldati l’hanno vista hanno detto: “non mi interessa se è incinta, se sviene ti devi arrangiare tu”; hanno alzato il bastone e detto al marito se vai vicino a tua moglie ti picchio. Dopo loro sono corsi via quando hanno visto la donna svenire, l’hanno lasciata lì senza sensi». Queste testimonianze non descrivono soltanto episodi di uso eccessivo della forza, raccontano la produzione quotidiana di una condizione di paura. Dormire diventa rischioso, fermarsi in un luogo diventa rischioso, possedere un telefono diventa rischioso, chiedere aiuto può diventare rischioso. Lo spazio pubblico, anziché essere uno spazio di protezione, viene trasformato in uno spazio dal quale le persone devono continuamente fuggire. La stessa logica emerge nell’episodio avvenuto la sera del 24 agosto, sul dislivello collinare tra l’ospedale e il mare, nei pressi del campo costruito per la situazione di emergenza e destinato ai cittadini marocchini. Molte persone si trovavano nell’area nella speranza di poter entrare nel campo, come era stato loro indicato dalle istituzioni che avevano annunciato un ampliamento dei posti disponibili. Quella sera, diverse camionette della Polizia Nazionale spagnola hanno bloccato il passaggio; successivamente, una pattuglia è entrata nella zona collinare dove alcune persone si erano accampate per dormire e ha iniziato a sparare proiettili di gomma. Le persone hanno iniziato a correre, mentre la polizia continuava a sparare. Qual era l’obiettivo di questa operazione? Allontanare le persone da lì? E, in quel caso, per condurle dove? Oppure si trattava di diffondere terrore, di rendere quella presenza indesiderata attraverso l’esercizio stesso della forza? Quando l’obiettivo dell’azione non è più immediatamente riconoscibile, ciò che rimane visibile è la violenza nella sua dimensione più brutale e, proprio per questo, più difficile da ricondurre a una finalità diversa dalla sua stessa riproduzione. «Altri ragazzi stavano dormendo, i militari sono arrivati da dietro, ci siamo ritrovati a saltare giù dalla montagna per scappare. Ci siamo feriti tutti; questo è quando mi sono fatto male al mio ginocchio». Il paradosso è evidente: le persone vengono spinte verso una condizione di precarietà e contemporaneamente punite per la loro presenza in quella stessa precarietà. Viene chiesto loro di spostarsi, ma senza indicare un luogo in cui poter andare; vengono allontanate dai ripari di fortuna in cui dormono, senza che venga garantito un altro spazio; vengono respinte verso una condizione di invisibilità, mentre la loro stessa visibilità viene utilizzata per giustificare ulteriori misure di controllo. La distruzione degli accampamenti è un’altra forma quotidiana di abuso: un uso della forza che sembra avere anche la funzione di estenuare le persone, stancarle e rendere insicuro ogni luogo in cui cercano di ripararsi. Quello che è successo il 27 agosto sulla spiaggia di Trampolín, quando gruppi di manifestanti di estrema destra hanno distrutto e dato fuoco agli accampamenti di chi dormiva sulla spiaggia, si ripete quotidianamente, seppure in forme meno spettacolari. Ricordo un gruppo di persone che aveva costruito un riparo all’interno di una piccola incanalatura lungo una collina. Un giorno sono arrivati i militari, hanno cacciato le persone e distrutto la struttura con la forza, prendendola a calci e lanciandone i pezzi lungo il dislivello. Prima di sera, chi vi abitava ha recuperato il materiale e l’ha ricostruita. Per qualche giorno il riparo è rimasto in piedi, fino al passaggio di un’altra pattuglia, che ha ripetuto lo stesso gesto, e così via. Una distruzione quotidiana dei piccoli spazi che le persone riescono a costruire e di cui cercano, temporaneamente, di appropriarsi. La violenza, quindi, non si esaurisce nell’aggressione fisica. Produce anche una geografia dell’accesso: alcuni corpi possono dormire, altri no; alcuni possono sostare, altri vengono allontanati; alcuni possono avere un riparo, altri sanno che il loro verrà distrutto; e infine alcuni possono entrare in un ospedale, altri devono prima dimostrare di avere il diritto di essere lì. A tutto questo si aggiunge infatti la difficoltà di accesso alle cure. Il primo soccorso delle associazioni spesso non è sufficiente e alcune persone avrebbero bisogno di essere visitate in ospedale. Eppure, in più occasioni, persone ferite hanno incontrato difficoltà nell’accesso alla struttura ospedaliera anche quando necessitavano di cure urgenti. Il privilegio di accesso agli spazi diventa così particolarmente evidente: dall’ospedale alla città, fino al campo, viene continuamente imposto dall’alto dove e come una persona possa stare, e se le sia consentito di essere presente o meno in un determinato luogo. Lunedì 31 agosto, sembra che 300 persone siano state ammesse nel campo, la cui configurazione e il cui assetto di “accoglienza” rimangono ancora poco chiari. Da settimane molte persone aspettavano all’esterno nella speranza di poter entrare, mentre altre continuano a rimanere lì, senza molte altre alternative se non quella di attendere. Un’attesa, anche quella, segnata dalla violenza: ore trascorse seduti per strada, esposti al caldo durante il giorno e al freddo durante la notte, senza nemmeno la certezza di poter accedere a un luogo sicuro. In assenza di comunicazioni ufficiali, permane infatti il dubbio che il campo possa costituire una sistemazione «pre-rimpatrio». Eppure, per alcune persone questo rischio appare preferibile alla prospettiva di continuare a dormire nascoste, in una condizione di precarietà nella quale si può rimanere per giorni senza mangiare e si è esposti alla violenza di quella che alcuni ragazzi hanno definito night war. «Non so cosa dire. Il trattamento non è buono, soprattutto da parte delle guardie di sicurezza che lavorano qui, non sono brave persone. Però almeno questo è meglio della strada, qui è più sicuro. Ma cosa succederà dopo? Dopo questo non c’è sicurezza. Non lo sappiamo. Per quanto tempo continueremo a scappare? Spero che le cose migliorino». La paura del rimpatrio non aleggia soltanto tra chi si trova nel campo. Pare infatti che siano già avvenuti respingimenti e deportazioni verso il confine marocchino di persone che si trovavano a Ceuta da giorni, alcune delle quali avevano espresso oralmente la volontà di chiedere protezione internazionale. Si tratterebbe di operazioni illegali, in violazione del diritto di chiedere asilo e del principio di non-respingimento, effettuate nell’invisibilità, lontano dagli occhi dei media e nella segretezza; come ci ha raccontato un ragazzo che, da una notte all’altra, si è ritrovato dall’altra parte del confine: «Eravamo seduti vicino al mare quando sono venuti da noi e ci hanno detto: “Non abbiate paura, vi portiamo alle tende così potete dormire lì”. E invece ci siamo ritrovati qui, al confine; sono stato deportato in Marocco. Ci hanno scaricati in una città a caso, lontana da casa nostra. Ora non so cosa fare, mi sento senza speranza». Testimonianze raccolte sul campo Chi viene deportato, chi continua a vivere nella paura, chi subisce aggressioni quotidiane, chi rimane per giorni senza accesso all’acqua e al cibo: sembra che lo Stato non riesca a rispondere all’emergenza umanitaria se non alimentandola con la violenza. In questo momento, a Ceuta, diventa sempre più difficile trovare protezione, sicurezza e umanità, fino a condizioni che possono portare all’estremo esaurimento delle persone. L’Associazione Marocchina dei Diritti Umani ha pubblicato, nella giornata del 3 settembre, un comunicato in cui denuncia la morte di un minore nel centro di accoglienza La Esperanza di Ceuta. Il decesso sarebbe riconducibile a complicazioni legate a una patologia diabetica, ma le autorità devono ancora avviare un’indagine. Al di là della malattia, resta il peso di un contesto in cui quasi 2.000 minori sono costretti a vivere, in condizioni precarie e violente, che non possono essere separate dalla tragedia, né dalle responsabilità di chi dovrebbe garantire a quei minori protezione e dignità. > «Ci sono strutture statali che vengono create, soprattutto dal Nord Globale, > che sono strutture di morte». Noor Ammar Lamarty La giurista e ricercatrice Noor Ammar Lamarty propone di leggere queste strutture attraverso il concetto di necropolitica elaborato da Achille Mbembe: un potere che non governa soltanto la vita, ma stabilisce chi possa essere esposto alla morte, alla violenza e all’abbandono. È in questa prospettiva che anche Ceuta può essere letta come uno spazio nel quale il confine produce una diversa distribuzione della protezione e della vulnerabilità. È una sproporzione che dice qualcosa sul modo in cui viene governata la mobilità: la vita delle persone viene gestita soprattutto attraverso il controllo della loro presenza, non attraverso la garanzia delle condizioni minime che permetterebbero loro di vivere. Le persone in movimento vengono lasciate senza riparo, cibo e acqua, inseguite, colpite e sottoposte a condizioni di precarietà permanente. La violenza non appare allora come una deviazione dal funzionamento del confine, ma come una delle modalità attraverso cui il confine stesso viene riprodotto. Il problema non è soltanto stabilire fino a dove possa arrivare una frontiera, è chiedersi che cosa accade quando la logica della frontiera invade la vita quotidiana. Il problema non sono le persone che attraversano il confine, è il modo in cui la loro presenza viene gestita attraverso l’allontanamento, la paura, la violenza, la privazione di spazi per dormire, l’ostacolo all’accesso ai beni di prima necessità e aggressioni che si ripetono quotidianamente. UNA CACCIA NELLA FORMA DELLA PROFILAZIONE RAZZIALE: L’EMBODIMENT DEL CONFINE La violenza colpisce principalmente chi ha attraversato la frontiera e non possiede documenti, ma in alcuni episodi, il bersaglio sembra essere la stessa origine percepita della persona. Violenza generalizzata nella forma della profilazione razziale, si accanisce su chiunque visivamente viene percepito come “possibile migrante”. Durante la ronda notturna del 24 agosto, alla Playa del Chorrillo, alcune camionette della polizia nazionale erano ferme sul lungomare, quattro agenti si rivolgevano con fare aggressivo a due ragazzi seduti in spiaggia. Hanno preso i loro telefoni e li hanno gettati in mare, spingendoli poi ad allontanarsi. I due ragazzi hanno raccontato: «Eravamo seduti in spiaggia quando la polizia è arrivata senza alcun motivo. Hanno visto un immigrato e hanno pensato che lo fossimo anche noi, ma siamo ragazzi di Ceuta. […] loro ci hanno buttati a terra, me e il mio amico, e ci hanno picchiati entrambi. Poi ci hanno portato via i telefoni. Quegli agenti non sono di Ceuta, fanno parte dell’UPR (Polizia Nazionale spagnola). Noi non sappiamo chi siano, non abbiamo il loro numero di distintivo né altro». Testimonianza raccolta sul campo Episodi analoghi avrebbero coinvolto anche un turista statunitense, aggredito dalla polizia per le sue origini marocchine. La dinamica mostra con particolare chiarezza il meccanismo della profilazione razziale: non è lo status giuridico della persona a determinare il sospetto, ma l’identità che le viene attribuita sulla base di ciò che il corpo rende visibile. Se a determinare l’intervento delle forze armate non è ciò che una persona sta facendo, ma il modo in cui viene percepita, allora il controllo non riguarda più soltanto la mobilità, riguarda il corpo, e il più delle volte un corpo razzializzato. Il volto, il colore della pelle, i tratti somatici diventano indicatori attraverso cui stabilire chi può essere considerato fuori posto. La frontiera, in questo senso, non coincide più con la barriera fisica che separa Ceuta dal Marocco: viene riprodotta quotidianamente nelle strade, nelle spiagge e nei corpi. È ciò che Achenbach definisce quando afferma, nell’ambito della biopolitica, che «il confine penetra nel corpo» (2024, p. 183) 3 tramite un processo di embodiment (incorporazione) che sigilla il confine sulla persona. Il corpo, nella sua fisicità così come il nome o la lingua parlata, si fanno confine in una società che demonizza e criminalizza “il migrante”, andando ad esemplificare quell’incarnazione di cui parlava Khosravi (2019) 4 dichiarando «io sono confine». La letteratura antropologica ha evidenziato come i confini esterni vengano riprodotte all’interno degli spazi sociali, spostandosi dal «bordo» al «centro» (Balibar, 2001 5) e assumendo la forma di «separatori identitari, simbolici e mentali» (Cuttitta, 2014, p. 165 6). Il migrante, anche dopo aver varcato la frontiera, anche dopo aver chiesto asilo per cui dovrebbe ottenere (in teoria) uno status legale della sua presenza, non smette mai di dover affrontare i confini interni del razzismo. Quando si sceglie di assumere il «confine come metodo» (Cuttitta, 2014) questo si riproduce continuamente attraverso l’esclusione e la violenza che viene prodotta e riprodotta nello spazio urbano. Il risultato è che il confine può essere ovunque, può trovarsi tra il Marocco e Ceuta, ma anche sulla spiaggia dove una persona viene picchiata mentre dorme, davanti all’ospedale dove una persona ferita cerca assistenza, nel momento in cui un telefono viene sottratto o distrutto, oppure nel modo in cui una persona viene identificata sulla base del proprio aspetto. È in questa dimensione quotidiana che la frontiera mostra il suo carattere più violento: non si limita a impedire il passaggio, ma organizza la possibilità stessa di stare in un luogo. A Ceuta, il confine prende corpo nelle perquisizioni, nelle intimidazioni e nelle incursioni violente negli spazi personali: il razzismo istituzionale si manifesta così anche attraverso pratiche quotidiane (Basso, 2010 7; Essed, 1991 8) messe in atto dagli agenti statali di controllo e dai gruppi sociali di estrema destra. La città diventa allora lo spazio nel quale il «migrante» viene costruito come corpo estraneo, qualcuno che, proprio perché associato alla frontiera, può essere sottoposto a forme di controllo e violenza che ne mettono in discussione la piena umanità. Il corpo del migrante diventa così, come osserva Sorgoni (2022) 9, anche il luogo nel quale la violenza dello Stato si rende visibile e si inscrive materialmente nelle ferite cucite addosso. Non si tratta di assumere una lettura vittimizzante delle persone, ma di interrogare i processi attraverso cui il confine produce corpi più esposti al controllo, alla discriminazione e alla violenza. Ciò che accade oggi a Ceuta non è dunque estraneo alle forme attraverso cui le politiche europee di gestione della migrazione producono e spostano continuamente i confini, anche dentro lo spazio urbano. È proprio questa continuità che rende necessario interrogare criticamente il ricorso allo «stato di emergenza» come dispositivo attraverso cui pratiche discriminatorie e violente possono essere presentate come necessarie o legittime, quando invece non sono mai né legalmente né umanamente giustificabili. OSTACOLARE E CRIMINALIZZARE LA SOLIDARIETÀ Nelle ultime settimane, la violenza esercitata contro le persone in movimento si è estesa fino a colpire anche chi cerca di garantire loro forme di assistenza e accoglienza: associazioni e volontari che provano a colmare il vuoto lasciato dalle istituzioni nella gestione umanitaria della crisi in corso. La situazione appare infatti gestita prevalentemente attraverso la forza e la militarizzazione, mentre mancano servizi effettivi di tutela. Le persone rimangono senza cibo, acqua e beni di prima necessità, in una condizione di abbandono alla quale le istituzioni sembrano non offrire risposta. «Le associazioni vengono a portarci da mangiare, e i militari ci danno la caccia per mandarci via, e inseguono le associazioni per mandare via anche loro». La testimonianza restituisce una dinamica in cui la solidarietà diventa essa stessa un elemento da ostacolare. Chi porta cibo, acqua o cure mediche non si limita infatti a intervenire materialmente in una situazione di abbandono, ma rende visibile quella stessa condizione, interrompendo l’isolamento nel quale le persone vengono lasciate e documentando, attraverso la propria presenza, ciò che accade. È forse anche per questo che la solidarietà diventa un ostacolo: non soltanto perché rende più difficile che la violenza rimanga invisibile ma anche perché intralcia il progetto politico di disumanizzazione. Una sera di agosto, una camionetta della Polizia Nazionale spagnola è arrivata mentre alcuni volontari stavano distribuendo pasti a un gruppo di persone in movimento. Gli agenti sono scesi con i manganelli e si sono diretti verso le persone in fila, inseguendole e colpendole. Un ragazzo è stato raggiunto e immobilizzato a terra dagli agenti, ammanettato e caricato sulla camionetta, dopo che gli erano stati sottratti alcuni effetti personali, tra cui il telefono. Quella sera anche due volontari sono stati ammanettati e arrestati; al di là della valutazione giuridica che dovrà essere fatta sui singoli episodi e sulle accuse, il dato politico è significativo: la presenza di chi offre assistenza e, nello stesso tempo, documenta e denuncia ciò che accade viene trattata come un problema a cui rispondere attraverso la repressione. La solidarietà, in questo modo, viene trasformata da pratica di sostegno a pratica sospetta. Chi porta cibo diventa un ostacolo; chi filma diventa un soggetto da identificare; chi denuncia la violenza diventa parte del problema che le autorità dichiarano di voler gestire. Ma una frontiera che non tollera testimoni è una frontiera che cerca di controllare anche la possibilità di raccontare ciò che accade, perché sa di agire nell’illegalità. Nei giorni successivi, i volontari si sono trovati esposti a intimidazioni su più fronti; in modo sospetto, fotografie e dati personali hanno iniziato a circolare al di fuori dei canali istituzionali, anche all’interno di gruppi WhatsApp nei quali cittadini di estrema destra si organizzano per intervenire contro la presenza delle persone migranti a Ceuta. Parallelamente, fotografie e video dei volontari venivano pubblicati sui social, accompagnati da messaggi diffamatori e intimidatori. Nei giorni successivi, diverse volontarie hanno riferito di aver ricevuto minacce e di essere state oggetto di aggressioni verbali e fisiche da parte di persone riconducibili, secondo le loro testimonianze, a questi gruppi. L’esposizione dei volontari li rende a loro volta bersaglio di una rete di intimidazione che li categorizza come nuovi obiettivi, dando vita, accanto alla caccia al migrante, a una caccia alla solidarietà: altri corpi da controllare, intimidire e allontanare. La circostanza, se accertata, assumerebbe particolare gravità, poiché la raccolta di dati da parte delle autorità non consente il loro utilizzo per finalità diverse da quelle per cui sono stati raccolti, né la loro comunicazione a soggetti estranei in assenza di una base giuridica. La trasmissione o diffusione di dati personali da parte di un’autorità pubblica deve infatti rispettare le finalità e le garanzie previste dalla normativa sulla protezione dei dati. Il Regolamento europeo 2016/679 (GDPR) stabilisce, tra gli altri, i principi di liceità, trasparenza, limitazione della finalità, minimizzazione e sicurezza del trattamento dei dati personali. L’articolo 6 richiede inoltre che ogni trattamento sia fondato su una specifica base giuridica. In questo caso, però, il problema non riguarda soltanto la privacy. La circolazione di fotografie e dati identificativi assume una funzione politica quando queste informazioni vengono utilizzate per individuare, intimidire e minacciare persone impegnate nell’assistenza e nella documentazione delle violenze. La fotografia, in questo contesto, smette di essere soltanto uno strumento di identificazione e diventa uno strumento di esposizione: il corpo fotografato viene reso riconoscibile a una rete di soggetti che può utilizzarlo per esercitare ulteriore pressione. Durante una manifestazione anti-migrazione di estrema destra del 25 agosto, il corteo si è fermato sotto l’abitazione di alcuni volontari, rivolgendosi a loro con insulti e minacce. Da quel momento, anche la casa è diventata uno spazio di controllo e intimidazione, sorvegliato continuamente da esponenti del gruppo e dalle forze di polizia. Il clima di tensione cresce di giorno in giorno. Il 27 agosto, mentre due volontarie stavano documentando una nuova scena di violenza sulla spiaggia di Benítez, alcuni vicini riconducibili ai gruppi di estrema destra si sono avvicinati con fare intimidatorio, posizionandosi tra loro e la scena per impedire che potessero continuare a filmare. In quel momento, la polizia stava nuovamente utilizzando i manganelli e sparando proiettili di gomma contro le persone che cercavano di fuggire dalla spiaggia. I vicini hanno intimato alle volontarie di non utilizzare i telefoni per documentare la scena e le hanno minacciate nel caso lo avessero fatto. Hanno provato ad aggredirle fisicamente e hanno sottratto loro i telefoni. > Tutto questo accadeva davanti agli occhi degli agenti di polizia presenti, che > non sono intervenuti. Quella sera un’altra volontaria è stata arrestata. In questo quadro di violenza, la criminalizzazione della solidarietà significa indebolire una delle poche forme di protezione ancora disponibili alle persone in movimento. Significa anche usare la paura come deterrente, spingendo chi offre assistenza a desistere dal farlo nuovamente. Quando distribuire cibo a chi ha fame diventa un’attività pericolosa, in un contesto in cui tanto le persone in condizioni di vulnerabilità quanto chi offre loro assistenza vengono trasformati in bersagli, la violenza finisce per essere usata come se fosse legittima. Eppure, la stessa normativa spagnola stabilisce, che nell’esercizio delle loro funzioni le forze di sicurezza devono agire senza discriminazioni e che le identificazioni devono rispettare i principi di proporzionalità, uguaglianza di trattamento e non discriminazione, anche per origine razziale o etnica. La Ley Orgánica 2/1986 impone inoltre agli agenti di evitare pratiche abusive, arbitrarie o discriminatorie che comportino violenza fisica o morale e di utilizzare i mezzi a propria disposizione secondo i principi di congruenza, opportunità e proporzionalità. Nonostante ciò, la diffusione e la sistematicità del ricorso alla forza sembrano averla resa, nella quotidianità della città, una pratica quasi normalizzata. Gli agenti ridono durante le aggressioni, si confrontano tra loro sui metodi utilizzati, ironizzando sulla paura delle persone, banalizzano la violenza e la giustificano attraverso il confine, come mostrano le parole di un agente: Dovrebbero tornarsene in Marocco, così non ci sono aggressioni in Marocco. Se tu vai dall’altra parte della frontiera, perché tu sei venuto nel mio paese illegalmente, se tu vai dall’altra parte, di là non ci sono aggressioni. Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen Quando la violenza viene non solo esercitata, ma anche banalizzata e giustificata, la domanda non riguarda più soltanto dove sia la giustizia, ma quale spazio rimanga, in una città attraversata dall’odio, per far valere l’umanità. Conclusione «Lo sguardo non è un atto innocente di vedere.» (Khosravi 2019, p.76) Quando Khosravi parla di sguardo di confine, lo definisce come un’episteme che determina chi e cosa può essere visto e riconosciuto. A Ceuta, questo sguardo sembra operare attraverso un doppio movimento: da un lato, rende le persone migranti visibili come «nemico», come presenza da controllare e allontanare; dall’altro, tende a renderle invisibili nello spazio pubblico, una volta che il loro allontanamento può essere presentato come il risultato di una gestione efficace della mobilità. > Anche la violenza che produce questo processo tende così a essere sottratta > allo sguardo. È proprio per questo che la solidarietà diventa scomoda: perché interrompe questo meccanismo di invisibilizzazione. Chi distribuisce cibo, offre assistenza e documenta ciò che accade rende nuovamente visibili tanto le persone, in quanto persone, quanto la violenza a cui sono sottoposte. La solidarietà diventa così un contro-sguardo: non permette che il «migrante» rimanga la figura astratta e propagandistica del nemico, ma ne restituisce la presenza concreta, i bisogni, i corpi e, insieme, rende visibili le pratiche attraverso cui quella presenza viene controllata e allontanata. No Name Kitchen, organizzazione sul territorio, è testimone della paralisi istituzionale che continua a fallire nel garantire i diritti fondamentali di migliaia di persone abbandonate per le strade e le foreste di Ceuta; ha raccolto nell’ultimo mese più di centocinquanta testimonianze di persone che hanno subito aggressioni da parte di Ufficiali della Policía Nacional e soldati spagnoli dell’Arma, tra cui lancio di pietre e percosse notturne. La maggior parte di queste testimonianze viene fornito con prove documentate delle lesioni risultanti e spesso anche di video registrati durante l’azione violenta. E adesso anche l’associazione stessa si trova sotto attacco: La convivenza è diventata impossibile, il livello di tensione e violenza è salito senza controllo e la gente di Ceuta ha raggiunto un punto di rottura senza modo di tornare indietro. Gli attacchi sono costanti, provenienti da ogni direzione. In mezzo a tutto questo orrore, la violenza sessuale subita dai minori espone il lato più spregevole dell’umanità e rivela il fallimento del sistema di protezione dei minori e dei regimi di controllo delle frontiere esternalizzati. […] Comprendiamo la disperazione e la rabbia causate dalla mancanza di soluzioni reali e immediate […] ma niente di questo può mai giustificare l’incitamento all’odio. Quello che sta accadendo nell’enclave spagnola non può essere raccontato semplicemente come una «crisi migratoria». È una crisi umanitaria e, di fronte alla violenza che la attraversa, anche una crisi dell’umanità. È una crisi del modo in cui le istituzioni scelgono di trattare persone che si trovano in condizioni di estrema vulnerabilità. È una crisi dello spazio pubblico, quando strade, spiagge e luoghi in cui le persone cercano di dormire diventano spazi di inseguimento, controllo e intimidazione. Ed è, infine, una crisi morale quando la violenza viene normalizzata al punto da poter essere esercitata senza esitazione contro persone vulnerabili, senza più riconoscerne la sofferenza, senza più guardarle in faccia. È qui che il razzismo e il governo della migrazione si incontrano. La violenza razzista non nasce semplicemente dall’odio individuale di chi aggredisce ma viene alimentata da un sistema politico che costruisce alcune persone come problema, le rende permanentemente sospette e finisce per rendere accettabili pratiche che, se rivolte contro altri corpi, apparirebbero immediatamente intollerabili. Ma nessuna frontiera può rendere il razzismo legittimo, e nessuno stato di emergenza può rendere legittima la violenza razziale. Chi attraversa il confine è una persona che deve essere riconosciuta come tale, con tutti i suoi diritti. Oggi, a Ceuta, anche diritti fondamentali vengono negati, tra cui quello a non subire trattamenti inumani o degradanti: settimane trascorse senza acqua, cibo e un luogo in cui dormire, nella continua necessità di fuggire dalle aggressioni della polizia e dei gruppi di estrema destra. Eppure, le persone affrontano questa disumanizzazione perché continuano a vedere nell’Europa la possibilità di un luogo in cui approdare e in cui i propri diritti possano essere riconosciuti. Un’Europa la quale, osservando ciò che accade ai suoi confini, anche noi ci chiediamo se esista ancora. La frontiera non è una semplice linea che, una volta attraversata, si può rivalicare al contrario. È un processo che porta con sé un insieme di significati, aspettative e possibilità, e dal quale spesso non è possibile tornare indietro. «In fin dei conti, qui c’è il terrore, chiediamo a Dio di trovarci una strada per uscirne. Tornare indietro non è un’opzione, anche se ci vogliono rimandare indietro, noi non ci andremo, a meno che loro non ci uccidano, non torneremo indietro». Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen 1. No Name Kitchen (NNK) è una organizzazione senza scopo di lucro che documenta e monitora la violenza alle frontiere esercitata dalla polizia e dai funzionari statali. Fondata nel 2017, lavora in stretta collaborazione con le comunità colpite per raccogliere testimonianze e denunciare violazioni dei diritti umani. NNK opera a Ceuta dal febbraio 2021 ↩︎ 2. Harragas significa letteralmente “coloro che bruciano” alludendo alla pratica dei migranti di bruciare i propri documenti di identità e personali per impedire l’identificazione da parte delle autorità in Europa. Il termine harraga è anche usato in riferimento all’atto di attraversare segretamente il confine di un paese. Viene rivendicato dalle persone che si definiscono harragas (bruciatori), corrispettivo dei sans-papiers in Francia, come atto politico di rivendicazione e delle ingiustizie che subiscono in Europa ↩︎ 3. Achenbach, A. (2024). ‘The Body Carries the Border’ - A Somatechnical Approach to Borderscape Violence. Somatechnics, Volume 14 Issue 2, 181-198 ↩︎ 4. Khosravi, S. (2019). Io sono confine. Milano: Elèuthera ↩︎ 5. Balibar, E. (2001). Nous, citoyens d’Europe? Les frontières, l’État, le peuple. Parigi: La Découverte ↩︎ 6. Cuttitta, P. (2014). Il confine come metodo. Rivista di Storia delle Idee 3:2, 165-168 ↩︎ 7. Basso, P. (Ed.). (2010). Razzismo di Stato. Stati Uniti, Europa, Italia. Milano: Franco Angeli ↩︎ 8. Essed, P. (1991). Understanding everyday racism. Newbury Park: Sage ↩︎ 9. Sorgoni, B. (2022). Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati. Roma: Carocci editore ↩︎
Era l’estate del 2026 a Ceuta
LE FRONTIERE Da oltre trent’anni la Spagna delega progressivamente al Marocco una parte del controllo dei propri confini: gli accordi di riammissione dei primi anni Novanta si sono trasformati in una vera politica di esternalizzazione delle frontiere. Attraverso finanziamenti ed una robusta cooperazione bilaterale, Rabat è incaricata di impedire ai migranti di raggiungere le enclave spagnole di Ceuta e Melilla, frammenti d’Europa incastonati sulla costa africana. La frontiera è sempre più militarizzata. La Spagna ha rafforzato la presenza delle forze di sicurezza e investito in un articolato sistema di difesa composto da recinzioni multiple, torri di sorveglianza, manutenzione del perimetro, sensori elettronici e barriere installate anche in mare per scoraggiare gli attraversamenti a nuoto. Le barriere di Ceuta e Melilla, lunghe complessivamente circa 20 chilometri – 8,2 a Ceuta e circa 11,5 a Melilla – sono il risultato di oltre trent’anni di costruzioni, innalzamenti e interventi tecnologici. Solo tra il 2005 e il 2013 il Ministero dell’Interno spagnolo dichiarò di aver investito quasi 72 milioni complessivi tra il perimetro di Ceuta (24,6 milioni di euro) e quello di Melilla (47,3 milioni). A queste somme vanno aggiunti gli interventi precedenti e quelli successivi, tra cui il grande piano di modernizzazione da 32,72 milioni avviato nel 2019 (comprendente anche fondi UE), il cui programma includeva: il rafforzamento della barriera; la sostituzione delle concertinas con sistemi ritenuti meno lesivi; nuovi tratti del vallado, in alcuni punti portati fino a circa 10 metri; telecamere CCTV; sistemi di riconoscimento facciale; fibra ottica; sistemi di rilevamento e allarme; miglioramento del posto di frontiera di El Tarajal e sistemi automatici di controllo degli ingressi e delle uscite. A causa di questi limiti, molti giovani migranti tentano di nascondersi all’interno dei camion, tra gli assi dei rimorchi, nel vano delle ruote degli autobus o approfittare delle carovane commerciali per attraversare il confine senza essere scoperti, ma correndo il rischio di rimanere schiacciati o soffocati. Ultimo modo per raggiungere Ceuta è nei tre chilometri di mare che la separano dal Marocco, dove le acque del Mediterraneo incontrano quelle dell’Atlantico dando origine a correnti forti e imprevedibili. Notizie NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 8 Agosto 2026 Chi riesce ad attraversare il confine entra formalmente in territorio spagnolo. Tuttavia, i migranti in ingresso, pur potendo chiedere asilo politico non godono del principio di libera circolazione perché Ceuta e Melilla, pur appartenendo alla Spagna, non rientrano integralmente nel regime di Schengen. Inoltre, l’accesso alla protezione internazionale cambia a seconda dell’enclave in cui si arriva. A Melilla è possibile presentare domanda di asilo presso il posto di frontiera di Beni Enzar. A Ceuta, invece, questa possibilità è di fatto assente: la procedura viene generalmente avviata soltanto dopo l’ingresso nel Centro di soggiorno temporaneo per immigrati (CETI) 1. Nonostante ciò, la disperata ricerca di una vita migliore non si è mai fermata e gli assalti di gruppo alla recinzione si sono succeduti nel corso degli anni 2. IL MARE Nel luglio del 2026, pur senza modificare in modo sostanziale il sistema di accoglienza nelle due enclave, che continua a essere caratterizzato da procedure particolarmente restrittive, il Tribunal Supremo di Madrid stabilisce che i respingimenti immediati previsti dalla normativa spagnola sull’immigrazione – i cosiddetti devoluciones en caliente – non possono essere applicati ai migranti intercettati in mare mentre tentano di raggiungere a nuoto Ceuta o Melilla. Poco dopo, sui social media, iniziano a circolare alcuni video: mostrano persone che si avvicinano alla costa, gruppi di giovani diretti verso Ceuta e altri che hanno già raggiunto il territorio spagnolo. Le immagini sono diffuse rapidamente online e decine di account anonimi iniziano a raccontare Ceuta come una frontiera attraversabile. TikTok e Instagram amplificano la notizia. Gli account vengono segnalati o rimossi, ma alcuni ricompaiono poco dopo con nomi diversi, riprendendo la stessa narrazione. Altri pubblicano contenuti dedicati alla preparazione del viaggio e all’organizzazione dei gruppi. Utilizzando mute improvvisate, galleggianti, gonfiabili, camere d’aria o bottiglie di plastica vuote legate al corpo come improvvisati giubbotti di salvataggio, tra il 30 e il 31 luglio 2026, almeno 84 persone sono morte in quei tre chilometri di mare nel tentativo di raggiungere Ceuta. Dinanzi a loro, la Guardia Civil e l’Esercito bloccavano l’accesso via mare, negando “acqua e coperte ai bambini a pochi metri di distanza, fradici, tremanti, alcuni a malapena in grado di stare in piedi dopo ore in acqua“, riferisce No Name Kitchen 3 Dopo gli arrivi, la maggior parte delle circa 70.000 persone entrate in Marocco a nuoto o via terra è stata costretta a salire sui camion e ad essere rimpatriata; i confini dell’Europa sono stati rafforzati con la costruzione di una barriera fisica sul mare; l’enclave è assediata da esercito, polizia e Guardia Civil e i cadaveri alla frontiera (eccetto 9) stanno venendo sepolti con dei semplici numeri sulle lapidi. DA BAMBINI A BAMBINI DI STRADA A Ceuta rimangono soprattutto coloro che non possono semplicemente essere rimandati indietro: i MENA (Menor Extranjero No Acompañado). PH: Raffaello Rossini (Ceuta, agosto 2026) Dopo gli arrivi, una delle operazioni più delicate è stabilire l’identità della persona. Secondo una ricostruzione pubblicata l’8 agosto 2026, la polizia stava lavorando per identificare oltre 1.000 minori marocchini, raccogliendo innanzitutto elementi fondamentali come nome, cognome e data di nascita. Una settimana dopo, come segnalato da No Name Kitchen, molti minorenni non erano ancora stati registrati o conteggiati. Quando il ragazzo non possiede documenti, quando quelli disponibili non consentono di verificare con certezza l’età dichiarata o quando esistono dubbi sulla minore età, la normativa spagnola prevede che il caso sia portato all’attenzione del Ministerio Fiscal, al quale compete la determinazione giuridica dell’età. Nello specifico, il Defensor del Pueblo ha più volte denunciato che gli accertamenti sull’età vengono talvolta effettuati senza l’effettiva supervisione del Ministero Fiscale, nonostante si tratti di una garanzia essenziale per la tutela dei minori. L’istituzione ha, inoltre, documentato casi nei quali persone che dichiaravano di essere minorenni sono state sottoposte ad accertamenti radiologici prima che la Fiscalía fosse informata o senza che risultasse la necessaria autorizzazione. In altri procedimenti, sono state rilevate carenze nell’esame medico, nell’ascolto dell’interessato e nella comunicazione formale della decisione. Reportage e inchieste LA RATONERA DEL PRÍNCIPE. CRONACHE DALLA PENOMBRA DI CEUTA Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 17 Agosto 2026 Un secondo elemento di criticità riguarda l’affidabilità degli esami utilizzati per stimare l’età: alcuni metodi medico-forensi presentano margini di errore e non possono essere considerati, da soli, strumenti capaci di stabilire con precisione il giorno o l’anno di nascita di una persona. Nel corso degli anni, inoltre, l’istituzione ha segnalato casi nei quali i decreti della Fiscalía non erano stati adeguatamente notificati agli interessati prima dell’adozione di provvedimenti che potevano incidere sulla loro permanenza in Spagna. Negli anni addietro, Organizzazioni per i diritti umani e organismi di controllo hanno denunciato episodi di abuso, l’assenza di un’adeguata supervisione e trasferimenti coatti tra Comunità Autonome effettuati senza valutare i legami familiari, sociali o territoriali del minore. Il primo approdo, dopo l’identificazione per minorenni e non accompagnati, è il sistema di protezione dell’infanzia, che si traduce in una rete che si dilata e si contrae seguendo la pressione migratoria. Nel maggio 2021, quando circa 8.000 persone riuscirono a entrare nell’enclave spagnola di Ceuta in meno di due giorni, in seguito all’allentamento dei controlli sul lato marocchino della frontiera, l’ingresso di 1.500 minorenni a Ceuta mise sotto pressione un sistema già fragile e privo di spazi sufficienti. Nel luglio 2025 erano 528 i minori accolti a Ceuta, mentre la capacità ordinaria attribuita alla città era di 27 posti 4. La Esperanza rappresenta il principale dispositivo residenziale e, paradossalmente, alcuni bambini preferiscono non dichiararsi minorenni o dichiararsi maggiorenni perché temono di essere trattenuti in un’attesa che può durare anni: sebbene i dati ufficiali sulle fughe dei minori dai centri di Ceuta siano frammentari, la Fiscalía registrava, già nel 2017, 142 minori di Ceuta nella categoria “en fuga”, definita come quella dei ragazzi che avevano abbandonato un servizio di protezione e risultavano irreperibili. Molti di loro, raccontavano di essere fuggiti per sottrarsi a violenze, maltrattamenti e condizioni di vita ritenute insostenibili. Ad oggi, circa 700/800 bambini e bambine si sono raccolti nella zona di Las Naves, poiché al centro minori La Esperanza non risultano posti dal primo giorno della ‘crisi‘. I bambini e le bambine dormono per strada e, in tanti, hanno perso i contatti con i propri cari. Viaggi pericolosi, separazioni familiari, paura del rimpatrio; assenza di bagni, un solo pasto al giorno, una sola bottiglietta d’acqua; nessuna scuola, nessuna cura, nessuna alternativa alla miseria. Per centinaia di loro, se non quella di tentare, nuovamente, di oltrepassare il porto: nei camion diretti ai traghetti per Algeciras, nei rimorchi, vicino agli assi delle ruote o negli spazi più nascosti dei veicoli. Era il 6 aprile del 2018, quando “El Susi”, di circa 16 anni, morì dopo essere stato investito da un camion all’interno del porto di Ceuta. Nel febbraio 2019, Ilias E.O., di 15 anni morì sul colpo quando il mezzo pesante sotto cui era nascosto si mise in movimento. Sebbene la definizione istituzionale più diffusa sia MENA; a Madrid, Valencia e nei Paesi Baschi si è diffusa l’espressione MIVI (Menores de Vida Independiente). A Ceuta e Melilla, al di fuori del linguaggio amministrativo, l’identità di questi bambini e queste bambine, ricondotta alle condizioni di marginalità e alla protezione che non hanno, è di essere “niños de la calle”, un laboratorio tra esclusione sociale e presenza nello spazio urbano. Era l’estate del 2026 a Ceuta: le frontiere, il mare e migliaia di bambini nel buio. 1. I richiedenti asilo vengono registrati all’interno dei CETI e, se la procedura prosegue, possono ottenere l’autorizzazione al trasferimento verso la penisola spagnola. Il trasferimento, però, non è automatico e l’ordine di partenza dipende da una serie di valutazioni amministrative e politiche. Nel 2017, ad esempio, una domanda di asilo su tre è stata respinta. ↩︎ 2. Nel settembre 2005, durante un tentativo di attraversamento collettivo, morirono cinque persone e centinaia rimasero ferite negli scontri e nella confusione generata dall’assalto. Il 6 febbraio del 2014, almeno 14 migranti morirono annegati mentre cercavano di raggiungere l’enclave spagnola a nuoto (tragedia del Tarajal). Nel 2017 circa 2.244 persone riuscirono a entrare irregolarmente a Ceuta. Una parte significativa degli ingressi avvenne attraverso assalti collettivi alla doppia recinzione di frontiera: nel febbraio dello stesso anno quasi 500 persone riuscirono a superare la barriera in un solo tentativo ↩︎ 3. No Name Kitchen (NNK) è un’organizzazione non governativa che opera lungo le rotte migratorie dei Balcani e del Mediterraneo, offrendo assistenza, monitoraggio e supporto alle persone in movimento. A Ceuta documenta le condizioni dei minori e delle persone migranti e denuncia le violazioni dei loro diritti ↩︎ 4. Nel 2026 la Città ha messo a gara altri 100 nuovi posti per il periodo 2026-2028. ↩︎
La ratonera del Príncipe. Cronache dalla penombra di Ceuta
A Ceuta la frontiera non finisce con il muro, le pattuglie e il confine di El Tarajal. Si sposta dentro la città, nei quartieri dove migliaia di persone rimangono sospese in un limbo fatto di attesa, sovraffollamento e invisibilità.  Notizie/Confini e frontiere NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 8 Agosto 2026 Nel Príncipe, a pochi chilometri dalla frontiera, centinaia di persone vivono nascoste, dormono negli spazi di fortuna e cercano di sottrarsi a un sistema che continua a controllarne gli spostamenti e a riportarle verso il confine. È il risultato di una politica di frontiera che non si limita a impedire l’ingresso: produce spazi di sospensione, seleziona chi può essere visto e chi deve rimanere invisibile, e trasforma la permanenza stessa in una forma di controllo. 1. LA SPUGNA DI CONFINE Ceuta – El Príncipe Alfonso è la ratonera di Ceuta, il trappolone urbano a un passo dal valico di El Tarajal. In qualsiasi altro luogo dell’exclave, il dispositivo di gestione della frontiera opera secondo una logica vettoriale e prevedibile: pattuglie, cinturamenti di strade, raduni coatti e il cosiddetto “pastoreo” che riaccompagna la massa verso il territorio marocchino nel giro di poche ore. Nel Príncipe, no. La densità dell’abusivismo edilizio, la trama minuta di case autocostruite e una secolare rete informale di solidarietà e commercio oppongono una resistenza passiva alla visibilità dello Stato. Qui il confine è una spugna che assorbe e trattiene. Sotto questa superficie si accumula la pressione di numeri imponenti. La Città Autonoma di Ceuta – un lembo di territorio di appena 18,5 chilometri quadrati – si trova a gestire la presenza stimata di oltre 3.000-4.000 persone bloccate in un limbo giuridico e logistico, entrate a nuoto o via terra lungo le scogliere di Benzú e Tarajal. La dimensione della tragedia sottotraccia emerge dal conteggio drammatico delle croci in mare: il bilancio ufficiale provvisorio parla di almeno 88 corpi recuperati (con stime istituzionali locali che attestano tra 77 e 84 salme repertoriate), mentre le organizzazioni per i diritti umani e le associazioni indipendenti come Caminando Fronteras stimano fino a 130-141 vittime totali compresi i dispersi. PH: Raffaello Rossini 2. LA NORMALITÀ DELL’ANOMALIA In questa penombra stratificata vive Yassin. Viene da Targha, ha la serenità paradossale di chi si trova al centro esatto della tempesta e dorme da dieci giorni nell’abitacolo di un’auto abbandonata. Si è fatto accettare dalla geografia del quartiere con la naturalezza dei sopravvissuti, parla al telefono con i genitori per mostrare la normalità dell’anomalia e circonda di sorrisi il proprio stato di sospensione. I suoi amici mettono in posa i corpi davanti all’obiettivo con la joya immediata e infantile di chi sente di avercela fatta, anche se «farcela», qui, significa soltanto aver guadagnato qualche giorno di latenza prima di essere riassorbiti. L’illusione dell’accoglienza ha però margini strettissimi. Il Centro di Permanenza Temporanea per Immigrati (CETI) della città, progettato per una capienza massima di 512 posti, è crollato sotto un tasso di sovraffollamento che supera il 300%, costringendo le autorità a stipare centinaia di persone in tendopoli di emergenza presso la zona industriale di Tarajal o a lasciarle all’addiaccio. Ancora più critica è la situazione dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MENA): la rete d’accoglienza della Città Autonoma di Ceuta registra una presenza di oltre 500 minori a fronte di una capacità ricettiva ordinaria pari a circa 132 posti, costringendo il Governo locale a richiedere l’attivazione dei protocolli nazionali di ripartizione solidale verso le altre Comunità Autonome della penisola. Il bambino che ti prende per mano per accompagnarti da una famiglia seduta fuori dalla porta di casa non sta compiendo un gesto di cortesia: sta attivando la micro-procura di controllo del territorio. L’interrogatorio che ne segue è rapido, pragmatico, privo di affettazione: chi sei, da dove vieni, fai parte di una ONG, hai una telecamera? Poi la raccomandazione che suona come una sentenza sul clima del luogo: «Stai attento, ti potrebbero rapinare». PH: Raffaello Rossini 3. FRATTURE NEL BARRIO Poco distante, un altro ragazzo spagnolo musulmano che masticando qualche parola d’italiano cerca di misurare la presenza dello straniero, esplicita la regola non scritta della convivenza transfrontaliera. Tra il 5 e il 6 agosto, le cronache locali della Jefatura Superior de Policía de Ceuta hanno registrato l’arresto del latitante “Pleita” e l’ingresso all’Hospital Universitario di Loma Colmenar di un trentanovenne ferito da arma bianca al costato, accoltellato da un connazionale al culmine di un litigio per la strada. > «Finché si comportano bene e portano rispetto va bene», dice con una calma > fredda, «ma se esagerano, qui la gente deve farsi sentire». È la frattura interna all’emigrazione stessa. Da una parte la comunità storica del Príncipe – cittadini spagnoli di fede musulmana e lingua darija, incastrati da decenni tra il traffico dell’hachís, un tasso di disoccupazione giovanile locale che le rilevazioni INE (Instituto Nacional de Estadística) attestano costantemente sopra il 60%, e il sospetto perenne delle forces di sicurezza – e dall’altra la nuova marea di connazionali che preme per trovare riparo, portando con sé la disperazione, la fame e il disordine di chi non ha più nulla da perdere. 4. LE GEOMETRIE FATISCENTI DELLA PROTEZIONE Arrampicandosi verso il cuore più alto del barrio, tra cubi di edilizia popolare arancioni, grigi e rossi schiacciati da un caldo atroce, questa tensione sociologica trova una sua inaspettata, rudimentale forma di autogoverno. Sul cemento rovente di un campetto da calcio di quartiere era stato improvvisato un recinto fatto di transenne di plastica rossa, teli stesi alla ben e meglio per schermare il sole e un’infinità di materassi e tappeti appoggiati a terra. Uno spazio nato per proteggere donne e ragazze dai rischi della strada, gestito direttamente dai residenti. L’infrastruttura di questa protezione informale è interamente autofinanziata: tendoni, materassi e i pasti somministrati sono il frutto di una colletta interna promossa dagli abitanti. Un quartiere storicamente marginale che estrae dal proprio tessuto informale una capacità di contenimento che le istituzioni formali non riescono o non vogliono garantire. Tuttavia, il campo è amministrato da persone del barrio con strumenti empirici, una formazione approssimativa e categorie organizzative rigide. Nelle ultime ore sono arrivate altre trecento persone, quasi tutte giovani donne e minori. La capienza informale è exploded, costringendo gli organizzatori a decidere il trasferimento del campo verso un impianto sportivo più grande. Lo sgombero del primo spazio ha rivelato l’estetica della deprivazione urbana del Príncipe: la struttura smontata ha messo a nudo un recinto privo persino delle porte da calcio o di un canestro, recintato da reti di metallo strappate e arrugginite dove giocare significa rischiare a ogni tiro di perdere il pallone per sempre nei burroni del quartiere. Un residente, osservando i volontari caricare le stuoie, commentava con un’amarezza senza sconti: «A Ceuta ci sono diversi campi da calcio moderni e attrezzati; com’è possibile che per fare accoglienza debbano usare il nostro, che cade a pezzi?». PH: Raffaello Rossini 5. IL SOMMERSO, L’IGNORANZA E GLI SGUARDI Oltre le centinaia di presenze tracciabili nel campetto, esiste un secondo livello di invisibilità ancora più profondo: decine di giovanissime sono nascoste all’interno delle case private del barrio. La paura di essere intercettate e riassorbiti dal dispositivo di rimpatrio le spinge a una clausura volontaria nelle stanze buie delle case autocostruite. In questo sottoscala sociale domina un radicale analfabetismo giuridico: sia le minori sia le maggiorenni ignorano completamente i propri diritti, non conoscono le tutele teoricamente offerte dalla Ley de Extranjería per chi è sotto la fascia protetta, né quantificano i rischi reali di espulsione automatica o di trattenimento arbitrario. Attorno al perimetro del recinto la vita adolescenziale scorre alterata da una maturazione precoce. Fuori dalle transenne si calcano gruppi di ragazzi del posto: si creano dinamiche di promiscuità inevitabili, fatte di sguardi insistenti, numeri di telefono scritti sui cartoni, risate lanciate a distanza e tentativi di contatto. In un contesto segnato dalla totale assenza di mediazione professionale, la vulnerabilità delle minori esposte alla minaccia di molestie o violenze di genere rimane una costante latente, sfumata appena dalla presenza sul campo degli operatori di Mujeres en Zona de Conflicto (MZC). Questa ONG spagnola, attiva storicamente nei contesti di frontiera per la prevenzione della tratta e della violenza sulle donne, tenta un’opera di monitoraggio e orientamento, muovendosi con cautela tra la diffidenza dei ragazzi del quartiere e la lentezza della Polizia Nazionale, presente sul posto per raccogliere dati, fotosegnalare e catalogare le minori ai fini del conteggio istituzionale. PH: Raffaello Rossini 6. «IO SONO DI MIA MADRE»: LA VOCE DEL BARRIO L’intreccio tra disillusione, cinismo e una forma di disperata lucidità emerge nelle parole dei giovani che sono cresciuti nelle strade del Príncipe, dove l’infanzia si accorcia fino a sparire. Un ragazzo del posto restituisce la grammatica di questo margine: «I ragazzi fuori hanno troppa pressione addosso, vogliono solo fare i loro giri. Guardati intorno: ci sono tutte le ragazze dentro e tutti i ragazzi fuori che aspettano, guardano, mandano messaggi. Questo mi fa pena. Invece di vederli buttati così, io gli dico “spostati là” e si spostano. E se qualcuno non ascolta, glielo si fa capire con le maniere forti. Sono adolescenti, poco più che bambini. E la gente dall’alto parla di musulmani, marocchini, urla “fuori, fuori!“. Ma sono persone. In che momento abbiamo smesso di essere persone? Io non sono di destra, non sono di sinistra, non sono di Sánchez né del PP. Che cazzo me ne frega? Io sono di mia madre. A me ha cresciuto mia madre, mi ha scaldato il cibo mia madre, esattamente come la tua. Non la Meloni, non i politici. Mia madre, grazie a Dio. Vedi questo documento? È il mio DNI spagnolo, nato qui a Ceuta. È scaduto. E non lo vado a rinnovare. Non me ne importa niente, quando vorrò andare via ci penserò. Se non ti serve, lo tiri via, lo bruci, fai una denuncia e ti dicono che c’è un altro modello. Non mi interessa perché la Spagna a me non dà niente». 7. IL VUOTO ISTITUZIONALE E LE OMBRE SULLE RISORSE Dopo quattro giornate trascorse tra le sterrate del Príncipe, la percezione sul campo è quella di una polveriera a lento rilascio. Tra i vicoli si rincorrono ossessivamente le voci di un imminente sfollamento forzato o di una chiusura ermetica della frontiera di Tarajal, mentre gli agenti addetti ai valichi interpellati liquidano l’ipotesi bollandola come un’assurdità irrealizzabile. La realtà materiale, tuttavia, precipita nell’incuria: nel campo non ci sono docce, né servizi igienici adeguati; la presenza strutturale delle ONG è pressoché inesistente. I membri di Mujeres en Zona de Conflicto esternano una forte preoccupazione per il clima di militarizzazione strisciante: in mattinata perfino reparti dell’Esercito (Ejército de Tierra) si sono spinti fin dentro il quartiere per effettuare una specie di censimento informale. Ahmed, che con immensa fatica e sacrificio cerca di coordinare il campo, rimarca infastidito come l’atteggiamento dei militari sia stato inutilmente muscolare e provocatorio, sottolineando amaramente che se le forze armate tornassero per portare via le persone con la forza, lui non potrebbe fare nulla per impedirlo. L’unica certezza materiale resta il cibo, che continua ad arrivare grazie allo sforzo congiunto degli abitanti e al supporto logistico di entità assistenziali come la Cruz Blanca. Fa tuttavia rumore l’assenza totale di qualsiasi istituzione civile, sociale o socio-sanitaria della Ciudad Autónoma de Ceuta. L’unico volto dello Stato a farsi strada nell’incrocio tra edilizia abusiva e degrado è quello in divisa della Polizia Nazionale e dei blindati militari. Nei bar del barrio si parla apertamente del paradosso economico del margine: i finanziamenti straordinari versati dal Governo centrale di Madrid e dai fondi europei per la gestione dell’emergenza transfrontaliera. Tra i residenti ricorre l’amarezza per le cifre – come i circa 25 milioni di euro stanziati ed erogati per la gestione dell’accoglienza e dell’emergenza migratoria – chiedendosi dove vadano a finire queste risorse prima di arrivare in un quartiere dove le scuole cadono a pezzi, le abitazioni versano in uno stato di cronico semiabbandono e non esiste un solo centro di aggregazione giovanile o uno spazio sociale per impedire che i ragazzi della zona finiscano inghiottiti dai circuiti informali della frontiera. PH: Raffaello Rossini 8. L’INTERCAPEDINE PERMANENTE Nelle parole dei giovani del barrio si sovrappongono il rifiuto delle categorie ideologiche istituzionali, il senso di abbandono da parte dello Stato centrale e l’accettazione della violenza come unico codice regolatore dell’ordine locale. In questo frammento di conversazione si riassume la condizione antropologica del Príncipe: una comunità che rifiuta l’identificazione con le narrazioni statali – siano esse spagnole o marocchine – per rifugiarsi in un tribalismo primario fondato sulla lealtà familiare e sulla legge del più forte. Il Príncipe non si costituisce come rifugio politico né come ghetto chiuso: risponde alle caratteristiche di un non-luogo di transito spinto all’estremo, un’intercapedine architettonica e sociale dove l’identità individuale viene congelata nell’attesa. Un limbo dove l’autorità formale recede lasciando spazio a un’infrastruttura d’emergenza autoprodotta, in cui la solidarietà comunitaria e la minaccia della pistola convivono nello stesso spazio, divise soltanto dal perimetro precario di una transenna rossa. Sullo sfondo, mentre le camionette della Polizia scendono lungo i tornanti polverosi dopo aver completato l’ennesimo censimento formale, le ragazze rimaste dentro la rete tentano di riappropriarsi del tempo con una palla sgonfia o una chiamata verso casa. Sotto la superficie di Ceuta, la marea non si è fermata: si è limitata a spostarsi di poche centinaia di metri, occupando un altro campetto sbrecciato in cui continuare ad attendere. PH: Raffaello Rossini
Confini europei in Nord Africa: la lezione di Ceuta
Tra l’ultimo giovedì di luglio e i giorni successivi sono arrivate, principalmente a Ceuta, decine di migliaia di persone. Tra queste, almeno 142 sono morte nel tentativo di raggiungere l’enclave spagnola, molte delle quali durante l’attraversamento a nuoto 1. Le persone migranti hanno raggiunto Ceuta utilizzando gommoni, imbarcazioni di fortuna e, soprattutto, nuotando. Sono molte le immagini e i video che circolano sui social dei disordini che hanno interessato la città: le spiagge affollate di persone che cercano di fuggire dalla polizia, le manifestazioni dei militanti di estrema destra contro una presunta invasione, le immagini della polizia marocchina che lancia pietre contro i migranti e quelle di molte associazioni che distribuiscono cibo. Le Ong presenti sul posto raccontano una situazione di difficile gestione, in cui mancano beni di prima necessità e i rimpatri svolti con procedure poco chiare sono costanti. Nella narrazione mediatica della vicenda ci scontriamo con un linguaggio caratterizzato da una forte violenza: si parla di “invasione”, di “assalto” e di arrivi in massa sulle coste spagnole. Una premessa è doverosa: Ceuta è geograficamente situata in Marocco. Notizie/Confini e frontiere NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 8 Agosto 2026 Sarebbe scorretto non ricordare che le persone in questione non hanno mai, geograficamente parlando, lasciato l’Africa. Quello che è accaduto è che hanno superato un confine che risale all’Europa coloniale, la stessa Europa che oggi si lamenta di essere invasa. I partiti di destra, spagnoli e non, si sono subito affannati a trovare il capro espiatorio nel governo di Pedro Sánchez e in particolare nel processo di regolarizzazione che ha avviato, volto a concedere un permesso di soggiorno, e non la cittadinanza, alle persone migranti che vivono in Spagna da prima del 2026. Notizie/Confini e frontiere LA REGOLARIZZAZIONE IN SPAGNA: NOVECENTOMILA PERSONE MIGRANTI STABILIZZATE Mentre la Spagna riconosce diritti e alimenta il boom economico, l’Italia continua ad essere solo fabbrica di marginalità   Chiara Concetta Starita, Avv. Gennaro Santoro (Roma) 29 Giugno 2026 D’altra parte, la sinistra incolpa il Marocco della pressione sulle frontiere e invoca controlli più ferrei sui confini. Osservando tutto questo vale la pena chiedersi a che tipo di contraddizioni stiamo assistendo e che dinamiche produce questo dibattito. Questo tipo di attraversamento dei confini europei, con molte persone che si muovono contemporaneamente, si è verificato altre volte nella storia, tuttavia l’attenzione mediatica riservatagli non è sempre la stessa. > La scelta di utilizzare i fatti di Ceuta per parlare di assalto e invasione > strizza l’occhio a un clima politico di avanzata generale delle destre in > Europa. Con un meccanismo ormai facilmente prevedibile, il tema delle persone in movimento viene strumentalizzato per lanciare dichiarazioni da campagna elettorale. Un processo che si è accentuato a causa dell’avvicinarsi delle elezioni spagnole, previste per il 2027. Inoltre, bisogna considerare che la costruzione delle barriere tra Ceuta e il resto del Marocco è iniziata negli anni ’90. Infatti, la frontiera terrestre tra Africa e Unione Europea è caratterizzata dalla massiccia presenza di controlli. Pertanto, sembra che la crisi che sta attraversando Ceuta sia da imputare alla presenza dei controlli rigidi sui confini e non alla loro assenza. Notizie/Confini e frontiere «HO TENTATO DI ARRIVARE A CEUTA. MI HANNO FERMATO, MI HANNO MESSO SU UN BUS E MI HANNO PORTATO NEL SUD. ORA STO PEGGIO DI PRIMA» Le testimonianze di due persone migranti nere 7 Agosto 2026 La domanda da porsi è: le politiche europee in tema di controllo dei confini stanno realmente impattando sui tentati attraversamenti? La risposta sembra essere negativa: l’aumento dei controlli sulle frontiere europee non ha eliminato i tentativi di attraversamento. Ad aumentare sono piuttosto le violenze e le morti. Ancora una volta, osservando Ceuta possiamo riflettere sul potere dei confini. I paesi situati alla frontiera dell’Ue rappresentano già da molti anni dei laboratori per la sperimentazione e il perfezionamento delle politiche in materia di gestione dei “flussi” e della “lotta all’immigrazione clandestina”. Ad oggi, i confini non rappresentano più delle semplici linee che dividono un territorio da un altro, ma funzionano come se fossero filtri: il passaggio della linea di frontiera determina chi ha il diritto di muoversi e chi no. È proprio sui confini che si compie quella che diversi antropologi, riprendendo Foucault, hanno chiamato “biopolitica dell’alterità”: un’operazione politica che si muove dai confini esterni tra i territori e quelli interni sociali, attraverso cui gli Stati attribuiscono alle vite valori morali differenti. L’alterità, cioè la persona migrante che arriva da fuori, viene amministrata attraverso dispositivi biopolitici che combinano assistenza, controllo e soprattutto selezione. In questo clima, risulta del tutto inappropriato invocare un maggior controllo dei confini perché la politica attuale si basa proprio su questo. Bisogna ricordare che l’Ue ha recentemente approvato un nuovo Patto su migrazione e asilo che agevola le procedure di rimpatrio alla frontiera. Nel concreto, è da almeno 15 anni che l’Europa ha avviato un processo di esternalizzazione delle frontiere, basato su accordi bilaterali tra Stati: territori esterni all’Unione, come il Marocco, assumono il ruolo di gendarmi della Fortezza Europa, a cui viene affidato il controllo dei flussi. Che cosa ha prodotto questa politica? La militarizzazione dei confini e l’aumento della violenza esercitata sulle persone che li attraversano. Il potere generativo del confine si esplica in una dinamica chiara: attraverso l’attuazione di determinate pratiche e leggi è lo Stato che produce attivamente categorie di persone “irregolari” e “fuori legge”, negando loro garanzie. Per estensione, tutto il territorio di frontiera, l’intera Ceuta, si caratterizza per la presenza di illegalità. Questo è un espediente narrativo che giustifica immediatamente la sospensione dei diritti e l’uso della violenza. Una categoria su cui è necessario riflettere è quella del “migrante illegale”. Seguendo quanto espresso in Migrant “illegality” and deportability in everyday life da Nicholas De Genova (2002), l’illegalità non può essere utilizzata come categoria descrittiva, perché non è una condizione intrinseca dell’essere migrante. Nessuna persona nasce illegale, ma diventa tale perché uno Stato stabilisce che la sua presenza non è conforme alle norme vigenti. Attraverso meccanismi di vario tipo, tra cui procedure burocratiche complesse e inaccessibili, è lo Stato che produce l’illegalità dei migranti. Infatti, viaggiare legalmente dal Marocco alla Spagna è molto complesso, se non addirittura impossibile. Così le persone migranti diventano irregolari: non hanno commesso un reato, però non rientrano in uno stato giuridico legale. Pensare che l’irregolarità sia una condizione prodotta dalle istituzioni cambia la narrazione, perché ci permette di decostruire l’idea secondo cui essere migranti illegali sia una scelta individuale. Ci troviamo di fronte a un dibattito in cui l’etichetta di “illegale” ha sostituito del tutto l’identità delle persone. Parlare di “invasione” e “assalto” produce un effetto simbolico molto importante: il migrante è colui che deliberatamente viola la legge, non più un individuo con una storia e con dei diritti. Quando l’identità giuridica prevale sull’identità della persona ci troviamo nella sfera della deumanizzazione: meccanismo per cui l’umanità di alcune categorie viene negata. Il lessico utilizzato per descrivere quello che accade a Ceuta è caratterizzato dalla sistematica omissione dei numeri delle persone morte in mare e del fatto che molti hanno compiuto l’attraversamento a nuoto. Le categorie utilizzate dalla stampa e dalla politica per descrivere le persone migranti – “clandestino”, “illegale” o “invasore” – non sono affatto neutre, perché non descrivono soltanto la realtà ma contribuiscono a produrla. La classificazione giuridica diventa una forma di potere che incide sulle possibilità di accedere ai propri diritti e di essere riconosciuti come soggetti politici attivi. Approfondimenti/Confini e frontiere CEUTA E MELILLA: COSA STA REALMENTE ACCADENDO Per comprendere davvero dobbiamo guardare oltre l'emergenza e interrogarci sul modello di gestione delle frontiere europee  3 Agosto 2026 Al di là della ricerca dei diretti responsabili, quello che è avvenuto a Ceuta non può essere considerato un episodio isolato, ma una storia tristemente destinata a ripetersi. Si tratta della manifestazione concreta di un sistema che continua a produrre sofferenza e violazioni dei diritti come effetti strutturali delle proprie politiche di gestione delle frontiere. Fino a quando la gestione europea delle migrazioni continuerà a privilegiare i confini, a basarsi sulla deterrenza e sui controlli violenti, casi come quello di Ceuta saranno sempre più inevitabili. Per comprendere i fenomeni migratori è spesso necessario andare oltre la cronaca e interrogarsi sulle rappresentazioni e sul linguaggio con cui le vicende vengono raccontate. La deumanizzazione non si manifesta solo attraverso l’uso della violenza sui confini, ma affonda le sue radici nella progressiva riduzione delle persone a “invasori” o “assaltatori”. Inoltre, parlare di “emergenza” occulta spesso il fatto che la violenza è strutturale e costante, sia nelle cause della migrazione, sia nella gestione del fenomeno. Ci troviamo all’interno di un dibattito che da anni sostituisce le persone con i numeri e con le statistiche, in cui l’indignazione iniziale è diventata totale assuefazione. È un concreto effetto della deumanizzazione normalizzare e accettare l’inaccettabile: il fatto che da un lato abbiamo una destra che parla di “prioridad nacional” e una sinistra che invoca controlli più ferrei sui confini, ma che nessuno parli delle persone che decidono di migrare a nuoto o su barche di fortuna ne è la rappresentazione concreta. Ogni società costruisce la propria politica della vita, decidendo quali vite sono considerate degne di essere protette e soccorse e quali possono essere esposte al rischio. Le frontiere europee e gli spazi come quello di Ceuta riflettono una gerarchia morale in cui il diritto al movimento è distribuito in maniera totalmente diseguale. > Le città di frontiera sono diventate aree in cui i diritti diventano pedine di > scambio geopolitiche. Ceuta rappresenta il fallimento di una precisa idea di Europa: quella che ha preferito investire progressivamente nella militarizzazione delle frontiere e non nella costruzione di vie di accesso sicure e legali, nel rispetto dei diritti fondamentali della persona; un’Europa che ha affidato a paesi terzi il controllo dei movimenti migratori, chiudendo prima un occhio poi l’altro di fronte alle sistematiche violazioni dei diritti umani e che ha trasformato la solidarietà tra gli Stati membri in un principio evocato solo nei documenti ufficiali e inesistente, o ridotto a un compenso economico, nella pratica. I fatti di Ceuta mostrano che l’Unione sta alimentando politiche che non difendono le persone, ma i confini. Di fronte a queste dinamiche è necessario riumanizzare la narrazione, restituendo alle persone in movimento quello che le politiche securitarie tendono a togliere: un nome, una storia e delle ragioni. Va ribadito chiaramente che nessuno affronta il mare o il deserto per invadere l’Europa. Le cause principali dei movimenti di persone vanno ricercate nella violenza strutturale, nella povertà estrema, nei processi di sviluppo diseguali tra Stati e nella totale mancanza di opportunità future, che sta segnando intere generazioni di giovani in Nord Africa e in Africa subsahariana. Inoltre, la situazione è aggravata dall’accelerazione di un forte processo di desertificazione che distrugge i mezzi di sussistenza e costringe ad abbandonare la propria terra. Questo dato dovrebbe essere preso particolarmente in considerazione oggi, in un’Europa che brucia per le temperature da bollino rosso. Se il nostro obiettivo è la comprensione dei fenomeni migratori, non possiamo ridurre Ceuta a una sterile individuazione delle responsabilità. Questi fatti di cronaca mostrano la necessità di un cambio di paradigma. Il dibattito dovrebbe concentrarsi sulla necessità di una politica che rimetta al centro la difesa della vita, con vie di accesso all’Europa che siano sicure. Cosa vuole difendere la nostra Fortezza Europa che si chiude sempre più su se stessa? Continuare a misurare il successo delle politiche migratorie sulla base del numero dei respingimenti o sulla riduzione degli arrivi significa accettare che la tutela dei confini prevalga sulla tutela delle persone. Invertire questa prospettiva è necessario, perché nessuna frontiera è sicura se il prezzo della sua sicurezza è la perdita di vite umane. 1. Una ONG marroquí eleva a 141 los fallecidos en Ceuta y Melilla, Diario de Sevilla (7 agosto 2026): Recuperado el cuerpo de otro migrante en Ceuta, los muertos suman 142, Ansa Latina (9 agosto 2026) ↩︎
Note su un passaggio di stato tra Ceuta e Fnideq
Fnideq, Marocco – Cominciamo dalla fine. Dalla risacca di un evento che si è già riassorbito, dall’arrivo sul campo a caos concluso, quando la cronaca ha già voltato pagina e restano solo le tracce termiche sul territorio. A Fnideq, il margine può essere uno scivolo di cemento che si perde nel buio del bagnasciuga. La spiaggia, priva di qualsiasi infrastruttura formale o servizio urbano, brulica di un’umanità che occupa lo spazio con la naturalezza dei mercati temporanei. Gruppi di donne velate sedute sulle aiuole della moschea, capannelli di ragazzini che corrono in ciabatte, famiglie intere in movimento costante fino a tarda notte. L’intera cittadina funziona come un formicaio impazzito: motorini, cibo di strada, sigarette di contrabbando, borse, un’infinità di magliette contraffatte del Marocco o con il nome di Lamine Yamal. Qui le maree umane si muovono sincronizzate con i ritmi della notte, montano e si riassorbono lungo la costa senza mai fermarsi davvero. Due uomini seduti su sedie di plastica offrono un servizio essenziale per la geografia informale della spiaggia: il noleggio della seduta per la serata. Rispondo in italiano con un «No, grazie» per non interrompere la dinamica, e continuo a camminare lungo la battigia per mimetizzarmi nella topografia del luogo. Al ritorno verso la strada principale, uno dei due mi aggancia in un italiano privo di inflessioni straniere. Si chiama I… . Ha circa cinquantacinque anni, un corpo segnato dal lavoro manuale e una storia che segue la parabola tipica della frammentazione identitaria. Dai sedici anni fino all’età matura ha vissuto a Ravenna: lavoro, due figli, una moglie italiana. Poi le prime deviazioni, il fallimento del nucleo familiare, la perdita dei contatti con i figli, il passaggio infruttuoso in Francia e infine il rientro forzato in Marocco. Nei codici sociali dell’emigrazione magrebina, il rientro senza la vettura con targa europea o la casa di proprietà costruita con le rimesse estere equivale a una condanna per fallimento. I… non torna da vincitore; rifiuta l’aiuto della famiglia e finisce a fare il pescatore nell’estremo sud del paese, per poi ripiegare su Fnideq e il noleggio delle sedie sul bagnasciuga. Un ulteriore, silenzioso passaggio di stato sociale verso l’invisibilità. Il confine, prima di essere una barriera fisica, è un’alterazione della percezione, uno stato mentale fatto di attesa e di occasioni percepite. Giovedì scorso, mentre era in spiaggia, l’attenzione di I… è stata attratta da un movimento collettivo. Centinaia di ragazzi hanno iniziato a radunarsi sulla collina che sovrasta la costa. La dinamica dell’evento è quella dei fenomeni di massa istantanei: alcune voci affermano che le stesse forze di sicurezza abbiano allentato il cordone, sollecitando o lasciando intendere la possibilità di buttarsi in mare per raggiungere la costa di Ceuta. Si è scatenato il caos. Centinaia di persone hanno abbandonato all’istante le proprie attività quotidiane, spogliandosi sulla spiaggia e lasciando pantaloni, borse e altro sulla sabbia. I… ha tentato di proteggere il proprio cellulare avvolgendolo in un sacchetto di plastica raccolto da terra e si è lanciato in acqua in maglietta e boxer. La traversata a nuoto verso l’enclave spagnola, sotto la spinta della corrente e con visibilità ridotta, è durata per diverse ore – i minori incontrati a Ceuta parlano di percorsi in acqua fino a otto ore. È lì che avviene il passaggio di stato più radicale: il corpo solido e terrestre si dissolve nell’elemento liquido, esposto a una fisica spietata. Nel racconto di I… compare la rimozione del rischio: la visione di corpi che perdevano galleggiabilità, la transizione irreversibile di chi scompare inghiottito dall’oscurità dello Stretto, scivolando sotto la superficie senza più riemergere, non ha interrotto la spinta della massa. È la forza cieca di queste maree politiche e disperate, dove l’illusione di una breccia nell’architettura del confine invalicabile azzera qualsiasi calcolo di sopravvivenza. L’impatto con la sponda spagnola riproduce la consueta sequenza della gestione di frontiera: l’arrivo sulla scogliera, il telefono inutilizzabile per via dell’acqua, i fermi e le percosse da parte dei reparti antisommossa, la fuga momentanea negli anfratti urbani di Ceuta e la successiva, sistematica riammissione nel territorio marocchino. Un dispositivo collaudato che azzera la spinta e ripristina lo status quo in poche ore. Superato il varco, la distinzione tra la Spagna e il Marocco non è solo una questione linguistica o valutaria, ma una frattura nell’ordine dello spazio. A Ceuta, i ragazzi marocchini che sono riusciti a rimanere temporaneamente vagano per la città spagnola con la curiosità dei turisti: si fotografano sorridenti davanti ai monumenti coloniali, pur avendo perso tutto in mare. Molti parlano un francese corretto, sono studenti o lavoratori precoci, ed esprimono la normale complessità emotiva di chi ha tentato un salto sistemico. In Europa, e in particolare nel dibattito pubblico italiano, questa materia umana viene regolarmente sterilizzata all’interno di una narrazione bidimensionale: da un lato la retorica dell’invasione, dall’altro un pietismo astratto. Entrambe le visioni ignorano la natura strutturale del fatto politico. La realtà di chi attraversa il confine rifiuta le categorie semplificate di “migrante“: si tratta di persone esposte alla violenza delle politiche di controllo, soggette a dinamiche di sfruttamento e spesso usate come merce di scambio geopolitico tra le due sponde del Mediterraneo. Seduto sulla sedia di plastica a Fnideq, I… conclude il suo monologo con una presa di coscienza priva di concessioni ideologiche: l’amarezza per un governo che utilizza la spinta e la disperazione dei propri cittadini meno abbienti come una leva di pressione diplomatica verso l’Unione Europea. Sullo sfondo, il rumore del mercato e del mare continua indifferente alla contabilità dei corpi rimasti in acqua 1, mentre la marea riassorbe i superstiti e li restituisce alla solita, immobile attesa. Galleria fotografica di Raffaello Rossini 1. Fonti indipendenti, come la Ong Caminando Fronteras, hanno accertato oltre 140 morti ↩︎
«Ho tentato di arrivare a Ceuta. Mi hanno fermato, mi hanno messo su un bus e mi hanno portato nel sud. Ora sto peggio di prima»
ILARIA MOHAMUD GIAMA 1 Le parole di A. arrivano da lontano. Non solo geograficamente. Arrivano da un limbo che dura da anni. L’ho conosciuto questo gennaio a Rabat, durante le proteste davanti all’UNHCR. Un ragazzo aveva appena tentato di darsi fuoco davanti alla sede. La disperazione di chi resta bloccato senza via d’uscita era nell’aria. A. era lì. Sudanese, senza documenti riconosciuti, senza lavoro, senza prospettive. Viveva esattamente ciò che le associazioni denunciano da tempo: il Marocco non dispone di un vero sistema nazionale di asilo. Non esiste una procedura strutturata, con tempi certi, diritti garantiti e un’autorità indipendente che valuti le domande. C’è solo l’ufficio dell’UNHCR, che raccoglie le richieste preliminari e rilascia documenti di registrazione. Nella pratica, quei documenti offrono scarse tutele. Chi li possiede resta comunque esposto a rastrellamenti, controlli arbitrari, fermi e trasferimenti forzati verso il sud del paese. Quando a metà luglio ha sentito che qualcosa si stava muovendo verso Ceuta, ha deciso di tentare. Si è messo in viaggio. Non è mai arrivato. Su un bus, durante un controllo, lo hanno fatto scendere insieme ad altri migranti neri. Poi lo hanno caricato su un altro mezzo e lo hanno portato centinaia di chilometri più a sud. La sua esperienza non è un incidente. È il funzionamento ordinario di un confine che non si limita a fermare le persone, ma produce gerarchie. Decide chi può muoversi e chi deve restare fermo, chi può tentare e chi viene allontanato. Foto di A. – Prima della deportazione Foto di A. – Luogo dove vengono scaricate le persone In quei giorni i giovani marocchini potevano raggiungere la frontiera e attraversarla. I migranti di origine subsahariana trovavano invece strade e bus trasformati in filtri. La selezione basata sul colore della pelle non è un dettaglio operativo: è una tecnologia di confine. A. mi ha messo in contatto con un’altra persona, W., che ha seguito un percorso diverso, ma con lo stesso esito. Era riuscito ad arrivare in Spagna via terra. Assieme a lui migliaia di altre persone. Immagini di W. – Durante la rotta per le foreste Dopo poco è stato però respinto con la forza oltre il confine e, una volta tornato in Marocco, è stato caricato su un mezzo e deportato nel sud del Marocco. Due traiettorie, lo stesso meccanismo di allontanamento e isolamento. Queste operazioni non sono un’iniziativa autonoma del Marocco. Sono parte di un sistema commissionato e finanziato dall’Unione Europea. Attraverso accordi, fondi e pressioni politiche, l’Europa ha trasformato il paese in un gatekeeper: un territorio incaricato di contenere, selezionare e disperdere chi cerca di muoversi verso nord. I trasferimenti di massa verso il sud – spesso senza procedure, senza documenti, senza possibilità di ricorso – sono uno degli strumenti di questa esternalizzazione. Il video virale di un agente delle Fuerzas Auxiliares che lancia ripetutamente una grossa pietra contro un giovane vicino al confine non è un’eccezione. È un fotogramma della violenza ordinaria con cui questo sistema si mantiene. A. oggi è di nuovo nel sud. Ha perso giorni, soldi, energie. È tornato nello stesso limbo da cui aveva cercato di uscire, solo più isolato. W., dopo aver toccato territorio spagnolo, è stato respinto e deportato nel sud del Paese, e al momento risulta irreperibile. L’ultimo aggiornamento riguarda un luogo di detenzione per migranti nel sud del Marocco. Ultima immagine di W. All’interno di una struttura di detenzione per migranti neri Le loro storie non sono eccezioni. Sono il risultato concreto di una politica che ha delegato la violenza del confine a paesi terzi, finanziandone i meccanismi di controllo senza costruire reali sistemi di protezione. Mentre i media contano quanti marocchini sono entrati a Ceuta e quanti sono tornati, sulle strade del nord del Marocco continua a funzionare un filtro silenzioso. Un filtro che non si limita a bloccare. Produce differenze. Decide chi può tentare e chi deve essere allontanato. E lo fa, ancora una volta, lungo la linea del colore della pelle, con il sostegno indiretto ma decisivo dell’Unione Europea. 1. Ricercatrice e attivista per i diritti umani, studentessa di Geografia all’Università di Bologna. Mi occupo di scrittura e divulgazione su temi geografici, culturali e geopolitici, con particolare attenzione alle dinamiche di confine, alla mobilità e ai diritti nelle zone di frontiera interne ed esterne all’Europa. ↩︎
In Libano, a Gaza e in Cisgiordania, in Iran… e in Italia, Germania, Marocco e Spagna
Oggi, 4 agosto, è l’anniversario della strage del porto di Beirut, avvenuta nel 2020. Ieri in Libano sono continuati i sorvoli di droni di spionaggio sulla capitale e gli attacchi su città e villaggi, mentre a Gaza sotto il fuoco incessante veniva conclamata la carestia e in Cisgiordania proseguivano le annessioni. Intanto sull’Iran incombe l’ultimatum di Trump e in Marocco e Spagna, e in Germania e in Italia… BEIRUT, 4 AGOSTO 2020 – L’esplosione nel porto ha ucciso più di 220 persone e ferito oltre 6˙000. Le autorità ne hanno attribuito le cause a un incendio di origine sconosciuta e allo stoccaggio non sicuro di ingenti quantità di nitrato di ammonio. In seguito dalle indagini condotte dalle autorità giudiziarie è emerso che politici e funzionari a vari livelli erano a conoscenza dei pericoli derivanti dallo stoccaggio della sostanza, ma non avevano preso alcun provvedimento. Ma nessuno di loro è stato citato in giudizio, i politici si sono rifiutati di presentarsi ai magistrati per essere interrogati e ben due giudici sono stati rimossi dagli incarichi perché avevano emesso ordini di comparizione rivolti al primo ministro di allora e ad alcuni alti responsabili della sicurezza. ITALIA / ROMA – Il negoziato tra Libano e Israele si aggira attorno ad un equivoco. L’accordo quadro in realtà non definisce nulla dei punti contesi. Il governo libanese spera in un processo di continui ritiri israeliani dalle città e villaggi occupati, ma il governo Netanyahu condiziona altri ritiri all’accertamento che l’esercito libanese abbia disamato Hezbollah. E pretende di aver un ruolo nel determinare questo giudizio. Ad ogni caso, i politici israeliani sostengono ripetutamente che non si ritireranno mai dal sud Libano e permarrà una fascia di separazione di 10 km, sotto il loro controllo. Cioè tutto il sud Libano. “Il doppio di Gaza”, si era vantato il ministro della guerra israeliano Katz. Quell’area è stata completamente rasa al suolo. GERMANIA – Antisionismo non è antisemitismo: lo certifica un’alta corte regionale tedesca. Un tribunale regionale tedesco ha assolto un’utente di una piattaforma social che aveva pubblicato contenuti che paragonavano le operazioni di genocidio israeliano nella Striscia di Gaza alle pratiche del regime nazista. L’alta corte regionale ha sottolineato nella sentenza che tali confronti rientrano nel quadro della libertà di opinione e di espressione e non sono considerati un crimine punibile dalla legge. L’alta corte regionale della città di Zweibrücken, nello stato tedesco della Renania-Palatinato, ha annullato una precedente sentenza del tribunale di primo grado di Ludwigshafen che aveva condannato l’imputata per aver utilizzato simboli di organizzazioni che violano la costituzione, e le aveva inflitto una multa pari a 2˙400 euro. Secondo il merito della sentenza, i post contestati includevano immagini e simboli nazisti, inclusa la svastica, nonché materiali che paragonavano le politiche e le operazioni militari israeliane alle pratiche della Germania nazista, accompagnati da hashtag a sostegno dei palestinesi, tra cui #FREEPALESTINE e #GAZAUNDERATTACK. La corte ha confermato che lo scopo della pubblicazione di questi simboli non era quello di promuovere o far rivivere l’ideologia nazista, ma piuttosto di utilizzarli nel contesto di un’aspra critica politica alle azioni militari genocidarie israeliane, con una chiara e franca condanna del nazismo e dei suoi crimini. SPAGNA/MAROCCO – Oggi è il giorno del confronto online tra i ministri dell’Interno dell’UE. Vedremo come Piantedosi spiegherà lo sciacallaggio del governo Meloni, che ha cancellato gli accordi di Schengen, che non c’entrano nulla con Ceuta:  semplicemente non era applicato già da prima. Adesso si scopre che la polizia marocchina non solo ha chiuso un occhio sull’ondata di migranti in corsa verso Ceuta e Melilla. Diversi migranti lo hanno dichiarato alla stampa di Madrid. Non solo, ma i servizi spagnoli hanno rivelato che tra i migranti c’erano degli agenti marocchini che guidavano e indirizzavano la sommossa. Una manovra politica si è affiancata al ruolo dei trafficanti di esseri umani. Il governo di Rabat accusa trafficanti di esseri umani, senza specificare che cosa ha fatto per ridurre il loro ruolo. Minimizza sui numeri dei migranti e su quello delle vittime, per coprirsi all’interno. Diventa sempre più chiaro il ruolo della monarchia nel piano Trump-Netanyahu contro la Spagna e il suo governo socialista, che ha sostenuto la causa palestinese e introdotto leggi di sanatoria per i migranti senza permesso di soggiorno: propaganda politica razzista sulla pelle delle vittime. IRAN – Un’altra notte è trascorsa senza bombardamenti Usa. Trump però torna alle minacce: “entro 24 ore, se non sarà aperto Hormuz, andremo a fare quello che doveva essere fatto da tempo”. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha negato qualsiasi negoziato con gli Stati Uniti, chiarendo che il suo Paese al momento non ha intenzione di ricevere alcuna delegazione e non sarà ospite di nessuno. Inoltre ha rivelato intensi contatti diplomatici con partner regionali e internazionali, tra cui Pakistan, Arabia Saudita, Turchia, Qatar e Oman, e che una proposta iraniano-omanita per l’apertura di una nuova rotta marittima temporanea attraverso lo Stretto di Hormuz, a tutela degli interessi e della sovranità nazionale di entrambe le parti, è giunta alle fasi finali. GAZA – Fonti mediche hanno annunciato che il numero delle vittime dell’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza iniziata nel 2023 è salito a 73˙375 morti e 174˙220 feriti. Ieri sera, due palestinesi sono stati uccisi e altri feriti in un raid aereo israeliano a sud-ovest di Gaza City. Nostri contatti in loco hanno riferito che un drone israeliano ha lanciato un missile contro un veicolo civile sulla strada costiera nel quartiere di Sheikh Ajlin, a sud-ovest di Gaza City, uccidendo due palestinesi e ferendone diversi altri, che sono stati trasportati all’ospedale al-Shifa. Intanto, lunedì 3 agosto Justin Brady, capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) nei territori palestinesi, ha avvertito che Gaza sta affrontando un’emergenza alimentare che rischia di raggiungere la Fase 5 dell’Indice Internazionale di Sicurezza Alimentare (FISI), la fase che dichiara ufficialmente la carestia. Ha sottolineato che il 67% della popolazione della Striscia di Gaza soffre di insicurezza alimentare, mentre il 10% è sull’orlo della carestia. Durante una conferenza stampa a Ramallah, dove ha presentato i risultati dell’ultima valutazione della situazione alimentare nella Striscia di Gaza, Brady ha affermato che lo studio si basa su un lavoro tecnico che ha coinvolto oltre 60 esperti di 20 diverse organizzazioni. Ha incluso una valutazione scientifica del contesto circostante, insieme a indagini sul campo specificamente incentrate sulla sicurezza alimentare. Ha descritto i risultati come basati su una rigorosa metodologia scientifica. CISGIORDANIA – Fonti locali hanno riferito che gruppi organizzati di coloni, sotto la protezione dei soldati israeliani, hanno attaccato la città di Beita e appiccato il fuoco a terreni di proprietà palestinese nella zona di “Al-Hara’iq”, bruciando diversi alberi. In un altro attacco, i coloni hanno lanciato pietre e sparato proiettili contro veicoli palestinesi sulla strada di circonvallazione vicino al villaggio di Burin, a sud di Nablus, mettendo in pericolo la vita dei residenti palestinesi. I dati di fonte palestinese indicano un’escalation quantitativa e qualitativa nella portata delle violazioni israeliane in Cisgiordania, in particolare quelle perpetrate dai coloni, nell’ambito di un sistema unitario volto a smantellare la capacità dei palestinesi di rimanere sulle proprie terre. Intanto tre rapporti ufficiali e un quarto rapporto di un ente per la difesa dei diritti umani, pubblicati dalla Commissione per la Resistenza al Muro, dal Ministero dei Beni Religiosi, dal Governatorato di Gerusalemme e dal Centro di Informazione Palestinese (un’organizzazione non governativa), documentano l’intera gamma delle violazioni, tra cui uccisioni, sfollamenti, molestie, distruzioni, espansione degli insediamenti e attacchi a luoghi sacri. Secondo il Centro d’Informazione Palestinese, nel mese di luglio 16 palestinesi sono stati uccisi e altri 237 feriti da colpi d’arma da fuoco e attacchi perpetrati dai coloni e dall’esercito israeliano in Cisgiordania. Un rapporto del Governatorato di Gerusalemme ha indicato che tre palestinesi sono stati uccisi in città, mentre 15 sono rimasti feriti e 115 sono stati arrestati. Sono stati emessi diciassette ordini di espulsione, 11 dei quali vietavano ai palestinesi l’accesso al complesso della moschea di Al-Aqsa, mentre i restanti vietavano loro l’accesso ad altre zone di Gerusalemme. Secondo la Commissione per la Resistenza al Muro e agli Insediamenti, l’esercito israeliano e i coloni hanno compiuto 2˙256 attacchi contro cittadini palestinesi, le loro terre e le loro proprietà nel corso dell’ultimo mese, “a testimonianza della persistenza della violenza coloniale come politica sistematica quotidiana volta a colpire la presenza palestinese e la sua capacità di rimanere sulla propria terra”. ITALIA / BOLOGNA – È nato il gruppo PD Bologna per Gaza, costituito “per promuovere iniziative di solidarietà concreta, informazione e mobilitazione politica a sostegno della popolazione civile di Gaza e per contribuire, anche dal territorio bolognese, alla richiesta di pace, giustizia, tutela dei diritti umani e rispetto del diritto internazionale” e che, divulgando le notizie online, raccoglie informazioni su “i progetti, le iniziative pubbliche, i materiali informativi e i canali attraverso cui cittadine, cittadini, circoli e realtà associative possono partecipare e dare il proprio contributo”. Tra i progetti elencati c’è il sostegno ai bambini di Gaza tramite l’associazione Al-Najdah, a cui ANBAMED ha trasferito le donazioni raccolte da gennaio a maggio: 39˙291 € e cominciato a inviare per email le schede delle adozioni a distanza, a affidatari e affidatarie, secondo l’ordine di prenotazione, di cui presto fornirà la documentazione (una foto + un certificato di nascita in arabo e una breve scheda sociale in italiano), scusandosi per il ritardo che è causato dalle difficoltà di trasferire i documenti da Gaza e dalla mole di lavoro di traduzioni. ANBAMED
August 4, 2026
Pressenza
Ceuta e il mito dell’Europa
YULEISY CRUZ LEZCANO 1 La crisi di Ceuta non racconta soltanto una frontiera sotto pressione ma racconta il potere dei sogni, delle aspettative e delle disillusioni. Racconta una dinamica antica che l’Italia ha conosciuto molto bene: quella di giovani uomini e donne che guardano oltre il proprio Paese non necessariamente perché stanno morendo di fame, ma perché immaginano che altrove esista una vita migliore, più moderna, più libera, più ricca di possibilità. È una storia che il nostro Paese ha vissuto in prima persona. L’Italia meridionale degli anni Sessanta e Settanta era povera rispetto al Nord Europa, aveva profonde disuguaglianze economiche e sociali, ma non era una terra dove la maggioranza delle persone viveva nella fame assoluta. Le famiglie avevano spesso poco, il lavoro era difficile da trovare, molte zone rurali erano arretrate, ma esistevano reti familiari, solidarietà comunitaria e forme di sopravvivenza che impedivano il collasso sociale. Eppure migliaia di giovani partirono. La Germania divenne il grande mito. Per un’intera generazione di meridionali rappresentava la promessa del futuro. Il sogno non era soltanto economico: era un’immagine complessiva di modernità. La Germania significava fabbriche, stipendi più alti, automobili, consumi, indipendenza, una società percepita come più aperta. Molti ragazzi italiani poco più che ventenni lasciavano paesi dove avrebbero potuto comunque vivere, magari con sacrifici, per inseguire quella che sembrava una porta verso un mondo nuovo. Partivano con poche certezze. Molti facevano lavori pesanti, dormivano in sistemazioni precarie, affrontavano difficoltà linguistiche e culturali, ma il mito era più forte della paura. Tornavano nei paesi d’origine con la macchina nuova, con i racconti della Germania industriale, con il desiderio di mostrare di avercela fatta e, perché no? Con la donna (“stangona”) tedesca da mostrare. Era una migrazione determinata dalla povertà? In parte sì. Ma era anche una migrazione alimentata dall’immaginario. La stessa dinamica, con differenze enormi di contesto storico e politico, può aiutare a comprendere il fenomeno di molti giovani marocchini che oggi guardano verso l’Europa. Il Marocco non è un Paese in guerra, non è un Paese dove milioni di persone rischiano quotidianamente la morte per fame. È un Paese con problemi economici importanti, con disuguaglianze, con aree rurali difficili e con opportunità limitate per molti giovani, ma è anche uno Stato che negli ultimi decenni ha conosciuto crescita economica, grandi investimenti infrastrutturali, sviluppo urbano e ambizioni internazionali. È un Paese che ha costruito porti moderni, reti ferroviarie ad alta velocità, grandi opere, programmi di sviluppo e una proiezione internazionale crescente. E proprio questo sviluppo ha creato una nuova aspettativa. Una generazione più istruita, con accesso a internet e ai social network, vede quotidianamente un mondo diverso. L’Europa non è più soltanto un luogo lontano raccontato dai parenti emigrati. È una vetrina permanente davanti agli occhi di milioni di giovani. È fatta di immagini, automobili, libertà personali, consumi, possibilità professionali e anche di una maggiore autonomia nella vita privata. Per molti giovani nordafricani il desiderio di partire non nasce esclusivamente dalla fame. Nasce dalla percezione di essere bloccati, dalla sensazione che il proprio futuro sia limitato, dalla convinzione che altrove esista una vita impossibile da raggiungere, restando dove sono nati. Una sorta di prigione a cielo aperto: non una prigione fatta soltanto di povertà, ma di confini, di aspettative negate e di possibilità percepite come irraggiungibili. È questo il significato simbolico di Ceuta, che, geograficamente, è Africa, ma è territorio spagnolo situato sulla costa marocchina, a pochi chilometri dal continente europeo. Chi arriva a Ceuta non è ancora in Europa dal punto di vista geografico. Eppure, nell’immaginario di chi attraversa quella frontiera, quel passaggio rappresenta una rottura totale. Non si attraversa soltanto un confine fisico, si attraversa un confine mentale e si entra nel luogo che per anni è stato raccontato come la terra della libertà e del benessere. Per questo quelle immagini di persone che esultano dopo aver raggiunto Ceuta hanno una forza simbolica enorme. Non celebrano soltanto un ingresso territoriale, celebrano l’idea di aver superato una barriera che sembrava impossibile. Su questa realtà complessa si è però innestata la reazione politica italiana. Le dichiarazioni di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e di altri esponenti della maggioranza, con la richiesta di misure come la sospensione di Schengen con la Spagna, appartengono soprattutto alla logica della comunicazione politica immediata. Dal punto di vista geografico e operativo, infatti, Ceuta e Melilla sono molto lontane dall’Italia, e sono territori africani sotto amministrazione spagnola e la dinamica della crisi riguarda principalmente il rapporto tra Marocco e Spagna, non un’immediata emergenza migratoria italiana. Presentare quella frontiera come una minaccia diretta per l’Italia significa semplificare un fenomeno complesso e trasformarlo in uno strumento di consenso. È una dinamica tipica della politica contemporanea: una crisi lontana viene utilizzata per alimentare paure vicine. Nel caso di Ceuta si è aggiunto anche un elemento di confronto politico con il governo spagnolo di Pedro Sánchez. La relazione tra Sánchez e il governo italiano è stata spesso segnata da divergenze sulle politiche migratorie e su altre questioni europee. Allo stesso tempo, va ricordato che il premier spagnolo aveva difeso Meloni in occasione degli attacchi personali ricevuti da Donald Trump durante il vertice del G7. Trasformare una crisi umanitaria in un’occasione di rivalsa politica appare quindi soprattutto una scelta di bassa politica, una ripicca che non contribuisce a risolvere il problema. La questione reale è un’altra, ed è che la crisi di Ceuta rientra nella lunga storia dei rapporti tra Marocco e Spagna. Rabat ha spesso utilizzato il controllo dei flussi migratori come strumento di pressione diplomatica. Le tensioni sul Sahara Occidentale, gli equilibri con l’Algeria e gli interessi strategici nella regione fanno della migrazione una leva geopolitica. In questi casi i migranti diventano purtroppo strumenti nelle mani degli Stati. La loro sofferenza viene utilizzata per ottenere vantaggi politici. Ma anche l’Europa ha una responsabilità. Negli ultimi anni molti Paesi hanno cercato di esternalizzare il controllo delle frontiere, affidandosi sempre di più alla collaborazione di Stati terzi. Questo modello può essere utile dal punto di vista operativo, ma crea anche una dipendenza politica: chi controlla i flussi acquisisce un potere negoziale. Il problema migratorio, tuttavia, non può essere risolto con slogan o con la sola chiusura dei confini. Le persone che partono provengono da realtà diverse. Alcune fuggono da guerre, persecuzioni e instabilità: conflitti africani, crisi del Medio Oriente, Afghanistan, aree del Pakistan segnate da tensioni profonde. Altre partono per ragioni economiche e sociali, inseguendo un miglioramento della propria vita. Sono dinamiche differenti che spesso vengono confuse nel dibattito pubblico. Nessun governo possiede una bacchetta magica. Le migrazioni sono un fenomeno globale che coinvolge economia, demografia, politica internazionale e disuguaglianze tra Paesi. Ma una cosa dovrebbe essere chiara: molti dei giovani che oggi cercano l’Europa non sono così diversi dai giovani italiani che negli anni Sessanta cercavano la Germania. Anche allora c’era chi diceva che l’Italia non era un Paese invivibile. Ed era vero. Ma il desiderio di partire nasceva dalla convinzione che altrove ci fosse qualcosa in più. La differenza è che oggi gli italiani possono viaggiare, studiare e lavorare in gran parte dell’Europa con un semplice documento. Per milioni di giovani africani, invece, quella libertà rimane un privilegio legato al luogo di nascita. La vera frontiera non è soltanto quella costruita con cemento e filo spinato, è quella invisibile dei passaporti. Ed è forse questo il punto più difficile da accettare: dietro ogni crisi migratoria non ci sono soltanto numeri, statistiche e controlli. Ci sono persone che guardano una porta chiusa e immaginano cosa potrebbe esserci dall’altra parte. E così come fecero milioni di italiani quando guardavano verso la Germania, fanno oggi migliaia di giovani marocchini quando guardano verso l’Europa. 1. Yuleisy Cruz Lezcano è una poetessa, scrittrice, attivista e professionista della salute, nata a Cuba e residente a Marzabotto, in provincia di Bologna. Laureata in Scienze Biologiche e successivamente in Scienze Infermieristiche e Ostetriche presso l’Università di Bologna, ha saputo coniugare una solida formazione scientifica con una profonda sensibilità umanistica ↩︎
Prima dei flussi, c’è un padre
La crisi a Ceuta dimostra che le persone diventano strumenti della geopolitica solo perché l’Europa ha costruito un sistema di frontiere che lo rende possibile. Cosa spinge un padre a nuotare per chilometri, dai due ai cinque a seconda del punto della costa marocchina da cui si parte, insieme ai suoi cinque bambini? Cosa ha pensato mentre infilava loro i giubbotti salvagente? Perché ha ritenuto meno rischioso affrontare il mare che restare dov’era? Perché ha scelto una traversata nella quale sapeva di poter morire, o di essere rimpatriato anche nel caso fosse riuscito a raggiungere Ceuta? In questi giorni sono almeno sessanta le persone morte nel tentativo di arrivare nell’enclave spagnola. Proviamo allora, almeno per un momento, ad assumere la prospettiva di quel padre e dei suoi cinque figli. Cosa avranno pensato mentre indossavano i giubbotti salvagente? Quali parole avrà trovato quel padre per convincere dei bambini a entrare in mare? Quali paure li accompagnavano mentre nuotavano nelle acque del Mediterraneo? E quale speranza poteva essere così grande da essere più forte della paura della morte? Se non si parte da queste domande, gran parte delle dotte riflessioni che in questi giorni affollano il dibattito pubblico, le iniziative propagandistiche dei governi e il continuo rumore dei social perdono di senso. O, peggio ancora, rischiano di trasformarsi in un oltraggio alla vita umana. C’è chi legge quanto sta accadendo esclusivamente attraverso la lente della geopolitica. Richiama le tensioni tra Marocco e Spagna, il ruolo delle autorità marocchine che hanno scelto di non impedire le partenze, lo scontro tra Spagna e gli altri governi europei, tra Spagna USA e Israele, gli equilibri nel Mediterraneo… Tutto questo è reale. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma se ci fermiamo qui, finiamo per guardare soltanto all’ultimo atto di una storia molto più lunga e, soprattutto, smettiamo di vedere quel padre e i suoi cinque figli. In questi giorni si ripete spesso che i flussi migratori vengono utilizzati come strumento di pressione geopolitica. È vero. Ma proviamo a chiederci: perché questo è possibile? È possibile perché gli Stati europei hanno costruito negli ultimi quarant’anni, dagli Accordi di Schengen in poi, un sistema fondato sulla chiusura delle frontiere, sulla loro esternalizzazione e sulla delega del controllo migratorio a Paesi terzi, spesso autoritari o comunque poco democratici. L’Unione Europea e i singoli Paesi dell’UE hanno scelto di affidare ad altri il “lavoro sporco” del contenimento delle migrazioni e, così facendo, hanno consegnato a quei governi un potente strumento di ricatto. Quando uno di questi Stati decide di allentare i controlli non sta semplicemente sfruttando una debolezza dell’Europa. Sta utilizzando una leva che l’Europa stessa ha costruito e volontariamente messo nelle sue mani. La possibilità di utilizzare le persone in movimento come strumento di pressione non nasce dunque dalle migrazioni in sé, ma dal modello di governo delle migrazioni costruito dai Paesi del Nord globale. Non sono i “flussi” a diventare una pedina della geopolitica. Sono le persone, sono quel padre e i suoi cinque figli. È la loro vita a essere trasformata in una leva negoziale, in uno strumento di pressione, in un mezzo attraverso il quale gli Stati cercano di affermare i propri interessi. E questo non accade perché sia inevitabile, ma perché è stato costruito un sistema giuridico e politico che rende possibile farlo. Questo è il punto a mio avviso centrale. Ed è grave che anche una parte della sinistra sembri incapace di sottrarsi a questa logica. Perché la differenza dovrebbe stare proprio qui: nel non smettere mai di vedere le persone. Questa situazione è in primo luogo frutto delle conseguenze delle frontiere chiuse. Sono le leggi che, pur non riuscendo a impedire gli ingressi, riescono perfettamente a produrre irregolarità e morte. Più di trentamila persone hanno perso la vita nel Mediterraneo solo negli ultimi dieci anni. Non perché esistano le migrazioni, ma perché si è deciso che l’unico modo per migrare, per milioni di persone, debba essere quello irregolare e pericoloso. Su questo si regge principalmente la macchina della propaganda utilizzata principalmente dalle forze di destra, ma non completamente disdegnata da quelle di sinistra. Il governo italiano ha sospeso l’accordo di Schengen con la Spagna. Ma quale effetto concreto dovrebbe produrre? Nessuno. Tra Ceuta e il territorio continentale spagnolo esistono già controlli rigidissimi. È un annuncio simbolico, utile soprattutto a trasmettere l’idea che si stia facendo qualcosa. Chi oggi si scandalizza per la sospensione di Schengen farebbe bene, prima ancora, a scandalizzarsi per le migliaia di morti che quel sistema di frontiere produce ogni anno. Le parole di ieri di Pedro Sánchez non sono state neutre, hanno sancito una netta presa di posizione.  Avrebbe potuto chiedere ai cittadini spagnoli di provare a mettersi nei panni di quel padre e dei suoi cinque figli. Avrebbe potuto dire che nessuna ragione geopolitica può cancellare il valore di quelle vite. Invece ha ricordato che “la solidarietà è opzionale, i trattati no”. Ha mostrato dati per dimostrare che gli arrivi irregolari in Spagna sono inferiori a quelli registrati in altri Paesi europei e ha rassicurato l’opinione pubblica sul fatto che i rimpatri stanno procedendo rapidamente. Vorrei invitare Pedro Sánchez a essere presente a uno di quei rimpatri. A guardare negli occhi quel padre e i suoi cinque figli mentre vengono riportati indietro. A spiegare loro, uno per uno, perché la loro richiesta di una vita diversa deve essere respinta. Forse soltanto allora ci si renderebbe conto di quanto la propaganda possa deformare il nostro sguardo fino a rendere accettabile ciò che, visto da vicino, sarebbe semplicemente insopportabile perché ignobile. No, Pedro. Non limitarti a contare gli arrivi irregolari. Quei numeri raccontano solo una parte della realtà. L’immigrazione irregolare non è fatta soltanto di persone che attraversano il mare. È prodotta soprattutto da leggi che costruiscono irregolarità. In Spagna, come in gran parte d’Europa, la quota più consistente dell’irregolarità nasce dagli ingressi perfettamente regolari: persone che arrivano con un visto turistico e, una volta scaduto, rimangono perché nel proprio Paese non hanno alcuna possibilità di costruire un futuro. Lo sai bene anche tu. Lo dimostra la regolarizzazione straordinaria promossa dal tuo stesso governo: a fronte di circa cinquecentomila posizioni previste, sono state presentate oltre un milione di domande, in larga parte da cittadini latinoamericani. È difficile sostenere che siano arrivati attraversando il Mediterraneo a nuoto. Se volete davvero ridurre l’irregolarità, create canali regolari. Se volete davvero fermare le morti, togliete alle persone la necessità di affidarsi al mare. Aprite le frontiere! Lo so. Per molti questa è una richiesta utopica, irresponsabile, perfino pericolosa. Ma è una mezza verità. Rendere finalmente la libertà di movimento un diritto universale è incompatibile con un modello di sviluppo che continua a fondarsi sulla disuguaglianza globale. Un modello che ha bisogno di rendere la mobilità un privilegio per alcuni e una colpa per altri; che trae vantaggio dall’esistenza di milioni di persone prive di diritti, facilmente ricattabili proprio perché irregolari. Per questi motivi la questione delle frontiere non riguarda soltanto le migrazioni. Riguarda il modello di società che vogliamo costruire. Alla fine, la domanda resta sempre la stessa. Da che parte stiamo? Dalla parte delle frontiere e dei privilegi che esse difendono? O dalla parte di quel padre che, stringendo la mano ai suoi cinque figli, ha scelto il mare perché tutto il resto gli appariva ancora più pericoloso? Non è una domanda astratta. È una domanda politica. Ed è una domanda morale. Rosa Luxemburg la riassumeva in un’alternativa semplice: socialismo o barbarie. Se quella parola oggi fa paura, sostituitela pure con equità. Il senso non cambia.
Ceuta e Melilla: cosa sta realmente accadendo
NICOLETTA ALESSIO, FEDERICA TONINELLO Le immagini hanno fatto il giro d’Europa in poche ore. Migliaia di persone in mare, con ciambelle salvagenti di fortuna, aggrappate agli scogli, gruppi che corrono lungo la battigia, militari schierati, elicotteri, ambulanze. Nel giro di pochi minuti il racconto era già scritto: assalto all’Europa, invasione, crisi migratoria. Ma cosa stiamo realmente guardando? Scriviamo dopo essere state a Ceuta e Melilla, enclavi spagnole in territorio marocchino, a fine aprile. In questi mesi stiamo sviluppando Voices from the border, un progetto che costruisce una rete transnazionale di realtà di base impegnate su migrazioni, antirazzismo e giustizia sociale, con un focus su Ceuta e Melilla quali frontiere simbolo delle politiche migratorie europee: luoghi in cui l’esternalizzazione dei confini si traduce in violenza sistemica, discriminazione e violazioni dei diritti umani. Abbiamo raccolto testimonianze di chi quella violenza la vive e la documenta ogni giorno. È da queste voci che proviamo a leggere ciò che sta accadendo. LA PRIMA DOMANDA: COSA STIAMO GUARDANDO? Il bilancio è ancora provvisorio: sarebbero 84 i morti rinvenuti tra le spiagge di Ceuta e Fnideq e circa 50 mila le persone entrate a Ceuta e Melilla da giovedì scorso. Secondo il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska, sarebbero già 48.300 le persone “rimpatriate” in Marocco, senza che sia ancora chiaro attraverso quali procedure. Numeri destinati a cambiare, ma che si inseriscono in una storia già drammatica. Il 2025 era stato l’anno più letale mai registrato sul litorale di Ceuta, con almeno 47 corpi recuperati in mare. Nessuna statistica, però, riesce a restituire il numero reale delle persone scomparse: molte vengono inghiottite dal mare o muoiono tentando il passaggio via terra, attraverso i boschi che circondano le enclave, su di loro non vi è nessuna stima ufficiale.  > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da No Name Kitchen (@no_name_kitchen) Anche a Melilla, alla frontiera con Beni Ensar, si sono registrati tentativi di attraversamento e violenze. Secondo l’associazione locale Solidary Wheels, decine di persone sono rimaste ferite durante i tentativi di attraversamento a nuoto, alcune con lesioni gravi attribuite all’intervento delle forze di sicurezza spagnole e marocchine. Sebbene le autorità abbiano dichiarato l’ingresso di 130 persone, tra cui 84 minori, molte altre sarebbero state respinte sommariamente verso il Marocco, compresi minorenni, mentre resta ancora poco chiaro quante persone siano effettivamente riuscite a entrare, quante siano state respinte e se abbiano ricevuto assistenza sanitaria e legale. Comunicati stampa e appelli/Confini e frontiere E COSA STA SUCCEDENDO AL CONFINE DI MELILLA? Comunicato di Solidary Wheels - 31 luglio 2026 1 Agosto 2026 In una crisi umanitaria che corre alla velocità dei social network, l’opinione pubblica si trova davanti a immagini virali – la massa di persone in acqua, i corpi ammassati che oltrepassano le reti, i festeggiamenti, ma anche i momenti di tensione – e quasi nessun strumento per contestualizzarle. Proviamo a farlo insieme con quanto abbiamo imparato da chi il territorio lo vive tutto l’anno. DOVE SONO, DAVVERO, QUESTE PERSONE? Ceuta e Melilla sono due città autonome spagnole situate sulla costa nord del continente africano. Pur appartenendo politicamente alla Spagna e all’Unione europea, sono interamente circondate dal territorio marocchino e costituiscono gli unici confini terrestri tra l’Europa e l’Africa. Le persone arrivate “a nuoto a Ceuta” non hanno attraversato il Mediterraneo e non sono approdate sulla Spagna peninsulare: hanno raggiunto pochi metri di territorio europeo situato in Africa. Una precisazione geografica che cambia il significato del racconto: non è un grande sbarco sulle coste europee, ma il superamento di un confine estremamente anomalo, dove pochi metri d’acqua separano due mondi profondamente diseguali.  Melilla si trova circa 400 chilometri più a est e resta spesso fuori dai riflettori. I suoi dodici chilometri quadrati sono circondati da barriere alte diversi metri, dalle quali si vedono le case delle città marocchine di Farkhana e Beni Ensar. Entrambe sorgono nel Rif, regione del nord del Marocco segnata da una lunga storia di marginalizzazione economica, mobilitazioni sociali e repressione politica. Abbiamo attraversato Farkhana, Beni Ensar, Nador, Tétouan, Martil e Fnideq: ovunque era evidente una sensazione diffusa di frustrazione e soffocamento. Inoltre, al contrario di quanto affermato dalle destre, Ceuta e Melilla città sono di fatto fuori dall’area di libera circolazione di Schengen e chi vi arriva o parte è sottoposto a controlli di frontiera.  CHI SONO E PERCHÉ FUGGONO? La maggior parte delle persone che arrivano a Ceuta per mare sono di nazionalità marocchina. Quando eravamo lì abbiamo incontrato due giovani di Tétouan che avevano attraversato Ceuta durante l’ondata del 2021. «La prima volta che ho pensato di emigrare è stato perché sono stato costretto a farlo. Ho capito che i diritti che cercavo in questo Paese non li ho trovati. A Tétouan lavoravamo nel commercio informale: da quando avevo 9 anni aiutavo mio padre. Andavamo a Ceuta con il passaporto, portavamo la merce e riuscivamo a vivere. Non avevo motivo di partire. Poi con il Covid la frontiera si è chiusa e non è più tornata la stessa: serviva un visto per entrare e il Marocco ci ha impedito di vendere per strada. Mio padre è stato costretto a fare il facchino e io a cercare un modo per emigrare, per lasciare il Paese e aiutarlo». L’altro ragazzo ci ha detto: «Abbiamo provato a trovare altri modi di viaggiare, ma non c’è una soluzione che ti porti a destinazione. Per ottenere un visto ti chiedono un lavoro e molti soldi in banca. Per noi è inaccessibile. L’unica soluzione rimasta è via mare o attraverso la montagna, verso il confine». Anche le organizzazioni impegnate nelle zone di frontiera parlano di questi afflussi come “grandi fughe”. Gli stessi organismi marocchini per i diritti umani hanno letto in questa chiave il tentativo collettivo di raggiungere Ceuta. L’Instancia Democrática Marroquí ha espresso “profonda preoccupazione” per la condizione dei giovani nel Paese, parlando di “fallimento politico” del governo marocchino. “Ciò a cui si sta assistendo nella regione settentrionale del Marocco, qualunque siano le ragioni circostanziali che hanno mosso questa migrazione di massa simile a quella che ha avuto luogo due anni fa, è una palese espressione di una profonda crisi strutturale e l’accumulo di decenni di emarginazione sociale ed economica. Il fatto che un gran numero di giovani e minori, donne e uomini di tutte le età, rischino la vita e fuggano dai loro paesi così è un serio indicatore della disperazione pervasiva e della perdita di fiducia nelle istituzioni e nelle politiche pubbliche e nel futuro nel suo insieme.” – Dichiarazione sugli eventi di Ceuta e Melilla del 30 e 31 Luglio 2026 dell’Associazione Marocchina per i Diritti Umani. In Marocco la forbice sociale si è allargata mentre il governo ha speso oltre 16 miliardi di dollari per i grandi eventi sportivi. Ha appena organizzato la Coppa d’Africa e si prepara a ospitare i Mondiali di calcio del 2030. Un paradosso stridente, in quanto la co-organizzerà proprio con Spagna e Portogallo. Un Paese di cui in Europa si racconta poco, ma dove le proteste lo scorso anno, proprio per denunciare la crisi sociale, sono state represse violentemente 1 . Achraf Maimon, presidente della sezione locale dell’Associazione marocchina per i diritti umani e coordinatore della sua Commissione Centrale per la Migrazione e l’Asilo, ci ha spiegato:  «Il Marocco registra un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 13%, secondo i dati ufficiali; tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni, oltre il 50% è senza lavoro, senza istruzione, e non fanno nulla nella loro vita. Cioè non lavorano, non studiano e non fanno nulla. Questi giovani hanno perso la speranza, non ricevono un’istruzione adeguata e non hanno opportunità di lavoro. Inoltre, diversi movimenti sociali sono stati vietati e repressi. Ai loro giovani sono state inflitte condanne severe. La maggior parte dei giovani che non sono riusciti a trovare una via d’uscita è emigrata all’estero, sia con mezzi legali che illegali. Questo è evidente nel movimento del Rif. La maggior parte dei giovani che partecipavano al movimento del Rif ha attraversato il mare da Al Hoceima verso la Spagna in quella che potremmo definire un’emigrazione quasi collettiva, in fuga dalla realtà politica ed economica». Ridurre tutto a una “migrazione economica” significa non vedere la complessità di queste partenze. Disoccupazione, precarietà, assenza di prospettive, repressione politica e perdita di fiducia nelle istituzioni concorrono a spingere un numero crescente di persone a fuggire, anche rischiando la vita. PERCHÉ IL MAROCCO LI HA LASCIATI ENTRARE? Diversi osservatori hanno notato che le misure di sicurezza marocchine sono state, in queste giornate, quasi assenti. Le immagini di questi giorni hanno riportato alla memoria il maggio 2021, quando il Marocco allentò i controlli e migliaia di persone, come i ragazzi che abbiamo conosciuto entrarono a Ceuta 2.  I confini, è ormai noto, sono usati come strumento di pressione diplomatica: la loro “apertura” o “chiusura” risponde a interessi geopolitici legati al Sahara occidentale, ai rapporti tra Spagna, Marocco e Algeria, agli equilibri di potere nella regione. Ma spiegare tutto con la volontà di Rabat di esercitare pressione politica significa ignorare una realtà fondamentale: che la spinta sociale è reale, esiste e preme come non mai alle frontiere.  I tentativi di attraversamento a Ceuta sono costanti. Spesso avvengono in gruppo proprio per le caratteristiche specifiche di questa frontiera: siccome è molto difficile passare, ci provano in tanti affinché almeno qualcuno riesca. Ne abbiamo parlato con Serge Aime Guemou del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco: «È tutto organizzato in modo che i più forti vengano messi dietro, i più deboli davanti, quelli con maggiore resistenza fisica ancora più avanti. Sono dinamiche straordinarie. E riescono a ottenere dei risultati, come dicevo, perché alcune persone riescono a entrare».  Questo vale soprattutto per la via di terra, dove le persone si accampano nella foresta di Beliounes per scavalcare i 3 strati di recinzioni alte dai 7 ai 10 metri che la separano a Ceuta. La logica è la stessa anche via mare: entrare in gruppo permette più chance di farcela, almeno a qualcuno. La realtà è quindi più complessa di una teoria del complotto. Il Marocco può usare le frontiere come leva politica, ma questo non spiega da solo migliaia di persone che rischiano la vita per attraversarle. Del resto, nel 2022, il Marocco non si fece scrupoli a reprimere il tentativo di migliaia di persone subsahariane di entrare a Melilla dal valico del Barrio Chino. La repressione fu durissima su entrambi i lati del confine: l’Associazione marocchina per i diritti umani (AMDH) e le inchieste indipendenti parlarono di almeno 37 vittime e di circa 70 persone scomparse, mentre la polizia spagnola ne respinse verso il Marocco almeno 470. Fu, con ogni probabilità, la strage più letale mai avvenuta sulla frontiera terrestre tra Unione europea e Marocco 3. QUANTO CONTA LA SENTENZA DEL TRIBUNAL SUPREMO SPAGNOLO? Parte del racconto istituzionale e mediatico ha indicato una recente sentenza del Tribunal Supremo spagnolo come un “incentivo” agli attraversamenti, quasi che avesse aperto la frontiera. In realtà, la decisione nasce da un lavoro di contenzioso strategico portato avanti da Servicio Jesuita a Migrantes, Coordinadora de Barrios e No Name Kitchen e stabilisce che chi raggiunge Ceuta e Melilla via mare non può essere sottoposto al rechazo en frontera, cioè al respingimento sommario. La sentenza è stata pubblicata il 20 luglio 2026 e stabilisce che entrare via mare non equivale a scavalcare una barriera fisica e le persone intercettate devono poter accedere alle procedure ordinarie con le garanzie previste dal diritto internazionale. Non si tratta quindi di una “apertura” della frontiera, ma del riconoscimento di tutele giuridiche fondamentali.  Può davvero una sentenza che impone garanzie giuridiche “causare” un effetto moltiplicatore così immediato? Attribuire a questa decisione l’aumento degli arrivi significa ignorare le cause profonde che spingono migliaia di persone verso la frontiera. Mentre si invocano misure straordinarie – come Giorgia Meloni che ha deciso per la sospensione unilaterale di Schengen per chi proviene dalla Spagna – vale la pena non perdere la memoria.  Nel settembre 2023 a Lampedusa approdarono 6.000 persone in ventiquattro ore, in uno degli anni con più arrivi in Italia degli ultimi dieci anni. Allora il governo italiano chiese il sostegno dell’Unione, che poi nei fatti non arrivò. Stessa cosa, con numeri ancora più elevati, avvenne nelle isole greche del Mar Egeo nel 2015 durante la cosiddetta “crisi dei rifugiati” siriani 4. Anche oggi dovrebbe essere il richiamo alla solidarietà di tutta l’Unione europea il messaggio politico più forte. Non la chiusura reciproca dei confini interni, non la forza militare, non la deportazione di massa la soluzione. QUELLO CHE È URGENTE FARE L’emergenza è anzitutto umanitaria. Il CETI di Ceuta, pensato per 512 persone, è saturo. Quando eravamo lì, fuori dall’emergenza, alcuni giovani già dormivano in sette in una stanza. Anche il centro per minori è al collasso e molti dormono per strada, bambini compresi. I supermercati sono chiusi; quelli aperti non sono accessibili a tutti: No Name Kitchen ha recentemente riportato che è l’esercito che decide chi entra e chi no. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da No Name Kitchen (@no_name_kitchen) La risposta istituzionale è solo repressiva, con esercito e carri armati schierati per incanalare le persone. La Spagna si è apprestata a un accordo-lampo con Rabat per i “ritorni urgenti”, con il ministro spagnolo Marlaska che ha affermato che il governo di Madrid è pronto a rimpatriare tutte le persone considerate irregolari. Il direttore della Comisión Española de Ayuda al Refugiado (CEAR), Mauricio Valiente, ha definito i rimpatri accelerati una “cattiva soluzione“, ricordando che il Marocco non è un Paese sicuro e che la collaborazione tra Stati non può tradursi in una consegna sommaria, senza esaminare la situazione individuale di ciascuno. E inoltre c’è da rispettare la sentenza del Tribunal Supremo. Ma la soluzione non può essere la chiusura dei confini o la deportazione. Nel frattempo alcuni video cominciano a circolare sui social media che riprendono agenti marocchini picchiare persone nero-africane a bordo di bus, la cui destinazione non è nota. A Ceuta in molti si sono rimboccati le maniche per offrire cibo e riparo alle persone sfollate, ma adesso mancano viveri e prodotti per rifornire supermercati ed esercenti. Serve che l’Europa porti sostegno e aiuti materiali a Ceuta e a chi a Ceuta si è già attivato per aiutare. Soprattutto, servono vie sicure di accesso che non costringano le persone a morire per attraversare una linea immaginaria. Quello che accade a Ceuta e Melilla non dimostra una “crisi dell’Europa assediata”. Dimostra il fallimento di un modello che tenta di difendere una frontiera senza affrontare la spinta che vi preme sopra. L’esternalizzazione non protegge davvero nessuno: non protegge le persone che partono, che continuano a rischiare la vita; non protegge chi vive alle frontiere, trasformate in zone permanenti di tensione; e non protegge nemmeno l’Europa, che risponde a una realtà complessa con una politica sempre più violenta e miope. Il compito della rete che stiamo costruendo è proprio questo: riportare al centro le voci di chi vive queste frontiere e impedire che ogni nuova crisi diventi soltanto un pretesto per costruire muri più alti. -------------------------------------------------------------------------------- “Voices from the border. Anti-racist solidarity and advocacy networks” è finanziato nell’ambito del progetto TACKLE, finanziato dalla Commissione europea (Riferimento: EuropeAid/173998/DH/ACT/Multi) ed è realizzato da Avocats Sans Frontières, un’organizzazione non governativa, in collaborazione con Alternatives Européennes, ENCLE (Rete europea per la formazione giuridica clinica), CLEDU (Clinica legale per i diritti umani), Associazione IUC (International University College) di Torino, Associazione DiFro (Diritti di Frontiera APS) – Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, APDHA (Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía), UAF (Action de l’Union Féministe de Tanger), Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES), Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi Roma Tre, Sciences Po – École de Droit, Université Libre de Bruxelles – Equality Law Clinic, Amsterdam Law Clinics dell’Università di Amsterdam. I contenuti del presente articolo sono di esclusiva responsabilità di Melting Pot Odv e S-Com e non possono in alcun caso essere considerati rappresentativi della posizione dell’Unione europea. 1. Otto donne morte di parto in ospedali fatiscenti mentre nascono stadi sempre più grandi: il calcio che spacca il Marocco – Il Fatto Quotidiano, 20 dicembre 2025 ↩︎ 2. Sui fatti di Ceuta – Meltingpot.org, 24 maggio 2021 ↩︎ 3. 24 J. Il massacro di Melilla. La ricostruzione degli eventi nel rapporto di Caminando Fronteras – Meltingpot.org, 29 marzo 2023 ↩︎ 4. Sull’isola greca di Lesbo è crisi umanitaria – Meltingpot.org, 23 luglio 2015 ↩︎