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Solido, Solidale
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Quando l’attesa diventa una forma di resistenza, gli aventurier si definiscono soldati:  pronti, ai margini del confine, per prepararsi a superarlo. il linguaggio della guerra sostituisce qui quello del semplice viaggio: ci sono caporali, guide, comandanti. Ma il nemico non è un esercito. È il confine stesso. Essere soldat significa imparare la disciplina dell’attesa, condividere ciò che si possiede, affidarsi al gruppo. Significa resistere alla paura, alla fame, alle incursioni della polizia e all’incertezza dei giorni. Il soldato è parte di una collettività che cerca di aprirsi un varco, non per conquistare un territorio, ma per raggiungere un luogo dove poter continuare il proprio cammino. SOLDAT a cura di Vincenza Pellegrino e Hamid Ben Moussa La parola soldat è utilizzata negli accampamenti all’interno dei quali ci si nasconde e ci si prepara alla boza (si veda Zitounes N.d.R. ancora da pubblicare), con particolare riferimento alle foreste circostanti le aree urbane di Ceuta e Melilla dove sono collocate le frontiere ispano-marocchine, ma poi utilizzato per altri accampamenti, anche in Tunisia. È una parola che nasce per indicare il grado più semplice con cui partecipare alla armata della boza, vale a dire all’organizzazione che consente di tentare l’attraversamento della barriera metallica che circonda Ceuta e Melilla, oltre la quale finalmente si potrà chiedere la protezione internazionale. Il termine, quindi, indica al tempo stesso l’uomo comune (in questo contesto è più rara la presenza delle donne poiché gli assalti alla valla comportano grandi resse e forza fisica), che non ha grado, e la necessaria affiliazione al gruppo, con le sue gerarchie e le sue differenziazioni interne. Da un lato quindi il termine rimanda alla configurazione materiale del confine (se devi superare una barriera e dall’altra parte hai dei militari che puntano fucili, ti rappresenti come un soldato avversario). Dall’altro lato identifica un atteggiamento: hai una missione, devi restare focalizzato, devi essere forte e combattere la paura. Si tratta nei fatti di rappresentare la piramide sociale creatasi nell’attesa, per difendersi e opporsi alle polizie marocchina e spagnola, la cui presenza incombente è mirata a ostacolare l’attraversamento delle barriere proprio per impedire le richieste di protezione internazionale, e le cui incursioni violente generano la specifica dinamica organizzativa in cui vive il soldat per riuscire nella sua impresa. Si tratta quindi di una parola che aiuta a rappresentare l’organizzazione, che si percepisce come per fare da traduzione e cassa di trasmissione delle informazioni «insieme di resistenti» e che detta regole simili a quelle di molte forze di guerriglia resistente non orientate all’offesa quanto piuttosto al nascondimento e alla logistica necessaria al movimento senza essere intercettate (lo scopo è appunto riuscire a superare le barriere metalliche che funzionano da confine). Nella descrizione dei testimoni la parola soldat sta quindi alla base di una precisa piramide gerarchica dentro i grandi assembramenti che negli ultimi anni sono arrivati a contare diverse decine di migliaia di migranti. «Soldat siamo tutti noi migranti», dice Hamid parlandone, «perché si vive come una armata che resiste ‘contro’: la legge mi attacca, la polizia mi attacca, è come in una guerra dove tutto il mondo è nemico e tu resisti con i tuoi compagni di brutta avventura». Coloro che spiegano le regole fondamentali ai soldat neoarrivati sono chiamati caporali, persone che raggruppano sotto di sé insiemi variegati di nazionalità e lingue madri e utilizzano le lingue coloniali (francese o inglese), e spiegano loro le regole del gioco. Perché, se tutti hanno diritto di entrare nelle forêts per tentare l’attraversamento del confine e la boza, esistono tuttavia regole precise per restare. Una delle regole più importanti è quella che riguarda la messa in comune dei propri averi: i soldi in moneta, i soldi sui conti bancari che si controllano a distanza attraverso il cellulare (quando si hanno), le carte sim, il poco cibo, i piccoli libri di preghiera. Tutto. Tranne le cose di pochissimo valore, quali vestiti logori, scampoli di stoffa, fotografie e oggetti intagliati autonomamente nel legno. Un altro ruolo importante nell’organizzazione a cui partecipa il soldat è il tiemo: sono i rappresentanti dei diversi gruppi linguistici che collaborano con i caporali per capire cosa succeda nei diversi sottogruppi, per parlare con le specifiche persone, per fare da traduzione e cassa di trasmissione delle informazioni date dai vertici dell’organizzazione verso le basi. I caporali e i tiemo si relazionano con gli officiers che a loro volta rispondono a un comandant, una sorta di equivalente terrestre del capitain per la boza marittima, colui che con le guides (che sono da lungo tempo in foresta e conoscono benissimo i luoghi e le dinamiche degli assalti delle polizie) prepara la boza, decide quando, quanti, come potranno tentare di attraversare questo confine. Sono molti i racconti sulle difficoltà di vivere in questa armata poiché, sebbene le regole ci siano e siano chiare, le prepotenze, i ricatti, i furti sono all’ordine del giorno in un contesto dove le privazioni sono tante. Qui, ancora più che negli zitounes o in altri luoghi della coabitazione resistente, la vita è «fuori dal mondo» e l’arbitrio di chi governa il campo è grande. Come abbiamo già sottolineato, maggiore è la violenza con cui le persone migranti sono respinte e impedite alla richiesta di protezione, maggiore è la durata della loro disperazione, maggiore sarà la difficoltà con cui essi organizzano la propria resistenza. Infine, anche in questo contesto si creano specifici assesta menti di classe sociale: «i soldat con qualche soldo alle spalle» (una famiglia, una carta sim e la possibilità di attingere a un conto) favoriscono la propria collocazione ma si rendono anche molto ricattabili, attenzionati; i soldat con competenze utili sono maggiormente favoriti dall’organizzazione: parlare molte lingue resta elemento importante, ma qui contano competenze diverse rispetto agli attraversamenti marittimi (contano meno le conoscenze dei motori, ad esempio, e di più le abilità fisiche, e così via). ESEMPI DAL CAMPO La boza è gratuita, tutti hanno diritto di inserirsi nell’armata e tentare la boza. Ma devi mettere tutto in comune: i soldi, gli oggetti, il cibo. Tutto. Ho visto molte perquisizioni. Anche il Corano si metteva in comune. I vestiti erano sempre pochi e logori, quelli non contano. Se il soldat nasconde per sé delle cose il fakop è grande. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia Appena sono entrato a Melilla ho sentito parlare un caporale in hausa e ho risposto in hausa. Mi ha preso da parte, mi ha chiesto se ero solo, mi ha detto che ero sotto la sua protezione. La mia perquisizione è stata molto più leggera, praticamente non l’ho fatta. Sono stato a guardare le cose che facevano agli altri frugando nelle cachette. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia Nella foresta siamo soldati semplicemente perché abbiamo tutti contro, e quando hai tutti contro se non fai un’armata muori. È un’armata di resistenza. Ma poi devi resistere anche all’armata. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia
Voices from the border: Ceuta e Melilla – 2° episodio
Ceuta e Melilla sono tornate al centro delle attenzioni europee e internazionali la scorsa estate, dopo che migliaia di persone hanno attraversato la frontiera dal Marocco a fine luglio. È l’ennesima “crisi” di questo confine, che rappresenta l’unico di terra tra Marocco e Unione Europea. La prima, però, dall’applicazione del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo. La risposta dell’Europa a queste “crisi” continua a essere la stessa: inviare militari e polizia,  spostare i confini sempre più lontano, pagare altri Stati per bloccare le persone e chiamarlo “controllo”. Ma queste politiche non fermano le migrazioni: aumentano i rischi e moltiplicano la violenza. Sostieni Melting Pot ABBIAMO UN OBIETTIVO: 2.667 PERSONE CHE CI SOSTENGONO CON 12 € È così che possiamo continuare a fare informazione libera, accessibile e indipendente. Ci sei anche tu? Sostieni ora → Con le politiche di esternalizzazione delle frontiere europee, le migrazioni sono gestite come questioni di sicurezza nella negoziazione tra gli Stati e le persone vengono strumentalizzate e sacrificate come una leva diplomatica nel loro braccio di ferro. È uno degli effetti più perversi dell’esternalizzazione europea: delegare ad altri Paesi il controllo dei movimenti umani significa rendersi ancora più vulnerabili a quegli stessi movimenti. Il Nuovo Patto su Migrazione e Asilo dell’Unione Europea porta ancora più risorse e centralità al controllo rigido e violento delle frontiere esterne, per impedire alle persone di entrare e respingere i sopravvissuti. Come Melting Pot Europa, siamo state a Ceuta e Melilla nell’aprile 2026, prima dei fatti quest’estate. Abbiamo ripercorso la storia di una frontiera che da oltre vent’anni continua ad uccidere. Una frontiera di cui si parla raramente. E quando accade, è quasi sempre nel linguaggio di un’emergenza: una narrazione che si ripete identica negli anni, fatta di immagini di “assalti”, che riproducono la percezione di un assedio permanente e di una vera e propria invasione. Attraverso l’ascolto di chi, ogni giorno, si fa strada attraverso il filo spinato e lotta tra le crepe della Fortezza Europa, cerchiamo di rispondere ad alcune domande centrali: come si sono create le condizioni che hanno portato agli attraversamenti di massa di questa estate? Che cosa spinge davvero così tante persone a partire? E soprattutto, che cosa succede in questi territori durante il resto dell’anno, quando i media hanno già distolto lo sguardo? Nel secondo episodio, vi portiamo in Marocco, a Tétouan e Martil, due città vicine al confine con Ceuta e fortemente interessate dai movimenti migratori verso l’enclave spagnola.  IN QUESTO EPISODIO ASCOLTERETE: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco, un’associazione nata nel 2005 nella foreste di Belyounech, dopo un tentativo di attraversamento collettivo della frontiera da parte delle diverse comunità migranti che l’abitavano, represso con estrema violenza dalle autorità marocchine e spagnole. * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni. che ci ha parlato delle campagne di regolarizzazione delle persone straniere in Marocco avvenuta nel 2014 e nel 2017. La strategia nazionale che inquadrava queste regolarizzazioni oggi mostra limiti evidenti di fronte al fatto che molte persone hanno sempre più problemi a rinnovare i loro documenti. * Achraf Maimoun e Jamila El Abboudi, dell’Associazione Marocchina per i Diritti Umani, sezione di Tétouane, che ci hanno parlato del momento storico e politico che vive il Regno del Marocco oggi; di come motivazioni economiche e politiche coesistono nella scelta di tante persone a partire; soprattutto, dell’impatto negativo della cooperazione europea in materia di sorveglianza ai confini e controllo della mobilità rispetto ai processi di politica interna e sui movimenti che vogliono maggiore partecipazione democratica, diritti civili, politici e il rispetto dei diritti umani in Marocco. * Ahmed e Mehdi (nomi di fantasia), due giovani studenti sudanesi arrivati con grande fatica a Ceuta nei primi mesi del 2026, che ci hanno raccontato come e perché hanno attraversato la frontiera, ma anche quello che hanno vissuto durante tutto l’arco del loro viaggio dal Sudan. * Mariam (nome di fantasia), una giovane lavoratrice originaria della Costa d’Avorio, che vive in Marocco e ci ha raccontato delle grandi difficoltà che vivono le persone nero-africane in Marocco e in particolare le donne impiegate nel lavoro domestico. Le interviste di Radio Melting Pot Voices from the border: Ceuta e Melilla – 2° episodio Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:40:42 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:40:42 | Registrato il 22 Ottobre 2026 Hanno partecipato agli episodi: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco; * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni; * Achraf Maimoun, presidente della sezione di Tetouan e coordinatore della Commissione; Centrale per la Migrazione e l’Asilo dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani; * Jamila El Aboudi, membro del comitato amministrativo nazionale dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani e volontaria della sua sezione di Tétouane; * Fernando Moreno, volontario dell’associazione Espuntes de Primavera a Melilla;Antonio Sampere, fotoreporter di Ceuta; * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta; * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel; * Ahmed, Mehdi, Abdullah, Nazim, Mariam, nomi di fantasia per mantenere l’anonimato di chi ha prestato la propria storia per denunciare quanto vissuto dalle persone migranti al confine tra il Marocco e le enclavi spagnole. In redazione: Nicoletta Alessio, Federica Toninello, Ludovica Alberti e Fabrizia Elena Savini. Voce narrante: Nicoletta Alessio. Voci e doppiaggio: Micol Bottacin, Davide Salvadori, Marco Sirotti, Luca Ramello, Riccardo Bigi, Luca Cuzzato, Lisa Giacon, Aurèlie Elisa Morra, Lorenzo Mazzotta, Na Haby Stella Faye, Stefane Ngiombe, Ludovico Carofano, Matteo Parola, Emanuele Lepore. Le musiche e gli effetti sonori utilizzati sono distribuiti su licenza Envato Elements e appartengono ai rispettivi autori (licenza commerciale). Reportage e inchieste/Confini e frontiere VOICES FROM THE BORDER: CEUTA E MELILLA – 1° EPISODIO Un podcast realizzato nell’ambito del progetto “Voices from the border: anti-racist and solidarity network” 15 Ottobre 2026 -------------------------------------------------------------------------------- Questo progetto è finanziato nell’ambito del progetto TACKLE, finanziato dalla Commissione europea (Riferimento: EuropeAid/173998/DH/ACT/Multi) e attuato daAvocats Sans Frontières, un’organizzazione non governativa, in collaborazione con Alternatives Européennes, ENCLE (European Network for Clinical Legal Education), CLEDU (Legal Clinic for Human Rights), Associazione IUC (International University College) di Torino, Associazione DiFro (Diritti di Frontiera APS) – Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, APDHA (Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía), UAF (Action de l’Union Féministe de Tanger), Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES), Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi Roma Tre, Sciences Po – Ecole de Droit, Université Libre de Bruxelles – Equality Law Clinic, Amsterdam Law Clinics dell’Università di Amsterdam. Il contenuto è di esclusiva responsabilità di Melting Pot Odv e S-Com e non può in alcun caso essere considerato come espressione della posizione dell’Unione europea.
Voices from the border: Ceuta e Melilla – 1° episodio
Il 26 luglio 2026, Ceuta è tornata al centro delle attenzioni mediatiche spagnole ed europee per l’arrivo non autorizzato di circa 60 mila persone in sole 24 ore. La maggior parte sono giunte via mare, dopo aver nuotato per molte ore consecutive. In centinaia hanno provato anche la via di terra, accampandosi nella foresta, scavalcando le recinzioni e il filo spinato.  Anche a Beni Nsar, nella provincia di Nador al confine con Melilla, sono migliaia le persone accorse alla frontiera nella speranza di riuscire a passare. Già nella notte del 31 luglio Border Resistance ha pubblicato sui social video di agenti marocchini che sparavano ad altezza uomo nelle strade della città per cacciare via le persone dai pressi della frontiera. Come si sono create le condizioni favorevoli all’esodo di questa estate? E cosa spinge davvero così tanti a partire? E, soprattutto, cosa succede in questi territori durante il resto dell’anno, quando nessuno guarda? Come Melting Pot Europa, siamo state a Ceuta e Melilla nell’aprile 2026, prima dell’attraversamento di massa di quest’estate. Abbiamo ripercorso la storia di una frontiera che da oltre vent’anni continua ad uccidere. Una frontiera di cui si parla raramente. E quando accade, è quasi sempre nel linguaggio di un’emergenza: una narrazione che si ripete identica negli anni, fatta di immagini di “assalti”, che riproducono la percezione di un assedio permanente e di una vera e propria invasione.  Racconteremo il nostro viaggio in due episodi: un viaggio all’ascolto di chi, ogni giorno, si fa strada attraverso il filo spinato e lotta tra le crepe della Fortezza Europa. Quello di attiviste, giornaliste, operatrici sociali, ma soprattutto persone migranti e candidate alla migrazione.  IN QUESTO EPISODIO ASCOLTERETE: * Antonio Sampere, fotoreporter e residente di Ceuta, che ci ha descritto come funziona il pattugliamento congiunto di guardia civile spagnola e forze ausiliare marocchine alla frontiera terrestre di Ceuta. * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta, un’associazione impegnata nel supporto umanitario e nell’accompagnamento sociale e giuridico delle persone migranti nella cittadella. * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel, che si occupa del sostegno socio-giuridico delle persone in arrivo nell’enclave spagnole di Melilla. * Abdullah e Nazim (nomi di fantasia), due giovani lavoratori marocchini della città di Tétouane, che ci hanno raccontato come e perché hanno attraversato la frontiera nel 2021 e soprattutto le pratiche di respingimento che hanno subito da parte della Guardia Civile Spagnola e degli agenti marocchini. Le interviste di Radio Melting Pot Voices from the border: Ceuta e Melilla – 1° episodio  Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:33:22 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:33:22 | Registrato il 15 Ottobre 2026 Hanno partecipato agli episodi: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco; * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni; * Achraf Maimoun, presidente della sezione di Tetouan e coordinatore della Commissione; Centrale per la Migrazione e l’Asilo dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani; * Jamila El Aboudi, membro del comitato amministrativo nazionale dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani e volontaria della sua sezione di Tétouane; * Fernando Moreno, volontario dell’associazione Espuntes de Primavera a Melilla;Antonio Sampere, fotoreporter di Ceuta; * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta; * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel; * Ahmed, Mehdi, Abdullah, Nazim, Mariam, nomi di fantasia per mantenere l’anonimato di chi ha prestato la propria storia per denunciare quanto vissuto dalle persone migranti al confine tra il Marocco e le enclavi spagnole. In redazione: Nicoletta Alessio, Federica Toninello, Ludovica Alberti e Fabrizia Elena Savini. Voce narrante: Nicoletta Alessio. Voci e doppiaggio: Micol Bottacin, Davide Salvadori, Marco Sirotti, Luca Ramello, Riccardo Bigi, Luca Cuzzato, Lisa Giacon, Aurèlie Elisa Morra, Lorenzo Mazzotta, Na Haby Stella Faye, Stefane Ngiombe, Ludovico Carofano, Matteo Parola, Emanuele Lepore. Le musiche e gli effetti sonori utilizzati sono distribuiti su licenza Envato Elements e appartengono ai rispettivi autori (licenza commerciale). --------------------------------------------------------------------------------  Questo progetto è finanziato nell’ambito del progetto TACKLE, finanziato dalla Commissione europea (Riferimento: EuropeAid/173998/DH/ACT/Multi) e attuato da Avocats Sans Frontières, un’organizzazione non governativa, in collaborazione con Alternatives Européennes, ENCLE (European Network for Clinical Legal Education), CLEDU (Legal Clinic for Human Rights), Associazione IUC (International University College) di Torino, Associazione DiFro (Diritti di Frontiera APS) – Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, APDHA (Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía), UAF (Action de l’Union Féministe de Tanger), Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES), Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi Roma Tre, Sciences Po – Ecole de Droit, Université Libre de Bruxelles – Equality Law Clinic, Amsterdam Law Clinics dell’Università di Amsterdam. Il contenuto del presente documento è di esclusiva responsabilità di Melting Pot Odv e S-Com e non può in alcun caso essere considerato come espressione della posizione dell’Unione europea.
Fuori dai riflettori, a Ceuta continuano le violenze
Dopo l’attenzione mediatica esplosa tra la fine di luglio e agosto, Ceuta è progressivamente scomparsa dalle cronache. Ma mentre i riflettori si spengono, la situazione sul terreno continua a essere segnata da violenze, sgomberi e respingimenti. Gli aggiornamenti raccolti da No Name Kitchen, che monitora la situazione sul campo, e le testimonianze documentate da Amnesty International 1 restituiscono il quadro di una gestione fondata sulla repressione, sull’abbandono e su una pressione continua sulle persone in movimento. “OCCHI SU CEUTA”: LA SITUAZIONE È DISUMANA Delle oltre 80 mila persone entrate a Ceuta dal confine con il Marocco alla fine di luglio 2026, al centro dell’attenzione di media e giornali per tutto il mese successivo, ora rimane ben poco nelle cronache. La notizia, che aveva attirato una forte attenzione mediatica ed era stata utilizzata per alimentare narrazioni propagandistiche e razziste, prima fra tutte quella dell’«invasione», è progressivamente scomparsa dal dibattito pubblico.  Mentre è facile fare notizia quando si tratta di puntare il dito contro un presunto nemico costruito attraverso retoriche populiste, più difficile è continuare a raccontare ciò che accade quando emerge una realtà in cui sono le istituzioni a esercitare violenza. Le loro responsabilità vengono taciute, così come tutto ciò che ne consegue. Oggi, a quasi due mesi dagli ingressi, si parla poco di ciò che accade sulle coste di Ceuta, così come poco spazio è stato dato ai numeri delle vittime del confine: almeno 142 persone sono morte tra Ceuta e Melilla, annegate nel tentativo di raggiungere la costa.  Nel frattempo, migliaia di persone continuano a lottare per la propria sopravvivenza dentro una città che si è progressivamente militarizzata contro di loro. Ma anche se l’attenzione si spegne, a Ceuta la situazione non si è «risolta». Al contrario, nell’ombra calata sulla vicenda, la gestione continua a essere segnata da militarizzazione, violenza e repressione. Attualmente, il numero di persone in movimento che vivono in condizioni estremamente precarie a Ceuta rimane elevatissimo. Tra loro c’è una presenza significativa di minori stranieri non accompagnati: sono 2.383 quelli identificati, secondo il capo del Comando unico di Ceuta.  Tra 500 e 700 di loro vivono ancora oggi in strada, senza alcuna forma di tutela, nel contesto di una disputa politica che ostacola l’accoglienza, la presa in carico e la nomina di rappresentanti legali, nonostante si tratti di diritti sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989.  Molti minori hanno raccontato di essersi rivolti quasi quotidianamente alla polizia per chiedere protezione, venendo tuttavia respinti, in violazione degli obblighi internazionali di tutela. Anche nei centri per minori, tuttavia, emergono testimonianze di violenze che spingono alcuni ragazzi a fuggire e a tornare a vivere in strada. Si crea così un paradosso: ciò che dovrebbe tutelare diventa esso stesso un deterrente, rendendo evidente una forma di de-protezione che si riproduce all’interno del sistema. Sono inoltre circa 800 le donne, alcune con figli minori, che vivono in strada in una grave situazione di assenza di protezione. A fronte delle carenze del sistema di accoglienza sono sorti accampamenti informali: circa 20 famiglie monoparentali, composte da donne e figli, sono alloggiate in una tenda nei pressi della moschea Sidi Embarek per evitare di dormire completamente all’aperto, ma in condizioni tutt’altro che dignitose.  È degli ultimi giorni la notizia dell’apertura imminente di un nuovo campo rivolto alle donne, che rende evidente la lentezza della risposta statale e le carenze della gestione. In alcuni casi, infatti, donne e bambini sono stati inseriti anche in strutture rivolte agli uomini, senza adeguati accorgimenti per la loro protezione, come è avvenuto solo qualche settimana fa al CETI (Centro di accoglienza temporanea). Poi ci sono ragazzi giovanissimi, molti dei quali neo maggiorenni, uomini, padri e anziani, dispersi per la città, negli accampamenti sulle spiagge, tra i vicoli e nella foresta. Qui cercano rifugio per sottrarsi alle violenze sempre più diffuse perpetrate dalle forze armate, da gruppi di estrema destra e, in alcuni casi, anche da cittadini di Ceuta.  Con l’arrivo del freddo e delle piogge, le condizioni diventano ancora più difficili e aumentano le persone che necessitano di beni di prima necessità. Negli ultimi giorni, molte persone sono rimaste per giorni completamente bagnate, senza vestiti asciutti né un luogo in cui ripararsi. Per loro non c’è cibo, non c’è acqua, non c’è accoglienza, non c’è la possibilità di prendersi cura della propria igiene personale, né un luogo in cui dormire senza il timore di ritrovarsi immersi in una pozzanghera o di essere svegliati a manganellate. Non ci sono diritti rispettati, ma solo un clima costante di violenza e minaccia: «O torni in Marocco, come vogliono loro, oppure resisti e vivi questo incubo ogni giorno, sperando che prima ci facciano chiedere asilo». Testimonianza SGOMBERI E DEPORTAZIONI ILLEGALI DI GRUPPO Negli ultimi giorni, il 4 e 5 ottobre, la polizia spagnola ha sgomberato gli accampamenti sulla spiaggia di El Trampolín. Le forze armate hanno costretto le persone a radunarsi e a rimanere sedute per terra per ore, per poi caricarle su autobus diretti verso il confine con il Marocco, senza fornire informazioni sulle ragioni dell’operazione, sui loro diritti e sulle modalità del trasferimento.  Le persone prelevate, inoltre, non erano state precedentemente identificate né registrate e non hanno avuto la possibilità di esercitare il proprio diritto a chiedere asilo. In una giornata segnata da forte tensione e violenza, circa 1.000 persone sono state condotte oltre il confine, in Marocco; le altre sono state lasciate in città e si sono trovate a cercare un nuovo posto in cui sistemarsi. Le immagini video realizzate durante quelle ore mostrano anche alcune persone attraversare la frontiera a piedi, in quello che viene presentato come un gesto «volontario». No Name Kitchen è rimasta al confine per ore, monitorando e documentando la situazione 2.  Nei video si vedono gli autobus arrivare dalla spiaggia di El Trampolín e, successivamente, piccoli gruppi di cinque persone alla volta accompagnati attraverso una porta. Qui la polizia fornisce, in tre minuti, una spiegazione sommaria della situazione, senza la presenza di interpreti né legali; negli stessi tre minuti, i componenti del gruppo devono decidere se rimanere o tornare in Marocco. Tre minuti non possono essere considerati un tempo adeguato per ottemperare all’obbligo di informazione, fornire in una lingua comprensibile indicazioni complete sulle procedure per la richiesta di asilo e permettere a ciascuna persona di comprendere le proprie possibilità. Tanto più considerando che, secondo quanto previsto dalla legge, ogni situazione dovrebbe essere valutata individualmente, tenendo conto delle specifiche circostanze personali.  Quanto osservato sembra invece configurarsi come una procedura collettiva, nella quale non è possibile verificare quali informazioni vengano effettivamente fornite dalla polizia durante quei pochi minuti. In questo contesto, è necessario interrogarsi sulle condizioni in cui viene compiuta una scelta che le autorità presentano come libera e sulla possibilità che le persone abbiano realmente ricevuto tutte le informazioni necessarie per prendere una decisione consapevole. Il dubbio è ancora più rilevante alla luce della gestione complessiva della presenza delle persone in movimento a Ceuta, che sembra portare le persone allo stremo delle proprie forze, fino a spingerle a rinunciare alla possibilità di rimanere e chiedere protezione. Le testimonianze raccolte raccontano inoltre di trasferimenti forzati una volta raggiunto il territorio marocchino, con persone prelevate e trasferite direttamente verso il sud del Paese. Già nel mese precedente si erano verificate operazioni analoghe, condotte più o meno nell’ombra e senza una procedura individuale, come descritto nel rapporto di agosto, di cui riportiamo una testimonianza: «Eravamo seduti vicino al mare quando sono venuti da noi e ci hanno detto: “Non abbiate paura, vi portiamo alle tende così potete dormire lì”. E invece ci siamo ritrovati qui, al confine; sono stato deportato in Marocco. Ci hanno scaricati in una città a caso, lontana da casa nostra. Ora non so cosa fare, mi sento senza speranza». Reportage e inchieste/Confini e frontiere CEUTA: MILITARIZZAZIONE, VIOLENZA RAZZISTA E REPRESSIONE DELLA SOLIDARIETÀ Un reportage scritto sul campo, attraversato dalle testimonianze delle persone che vivono e resistono alla frontiera Giulia Stella Ingallina 7 Settembre 2026 Sono dei primi giorni di ottobre anche i video che mostrano persone in fuga mentre cercano di sottrarsi alla polizia e ai trasferimenti forzati. Alcune corrono verso il mare per raggiungere a nuoto un altro tratto della costa spagnola, mentre le autorità le inseguono, utilizzando anche quelle che, dalle immagini, sembrerebbero armi da fuoco. Considerate nel loro insieme, queste operazioni assumono le caratteristiche di trasferimenti collettivi verso il Marocco e sollevano seri interrogativi rispetto al diritto di chiedere asilo e al principio di non-refoulement. La questione appare ancora più grave nel caso di minori e donne, che hanno subito lo stesso trattamento.  La sistematicità di queste operazioni sembra inoltre inserirsi in una più ampia gestione dello spazio urbano orientata a rimuovere progressivamente gli accampamenti e la presenza delle persone in movimento dalla città. L’operazione del 4 e 5 ottobre è avvenuta a pochi giorni dalla visita di re Felipe VI e della regina Letizia, prevista per il 13 ottobre, rendendo significativa la coincidenza tra la rimozione degli accampamenti e la preparazione della città all’arrivo dei reali.  Ma quelle condizioni di abbandono esistono e renderle invisibili non significa farle scomparire: significa soltanto cancellarne le tracce dallo spazio pubblico, in nome del decoro, mentre migliaia di persone continuano a vivere nelle stesse condizioni. VIOLENZE ESTREME, FINO A CONFIGURARE TORTURA: LA DENUNCIA DI AMNESTY INTERNATIONAL Il 30 settembre Amnesty International ha pubblicato gli esiti di un’inchiesta condotta a Ceuta dal 10 al 15 settembre 3. L’organizzazione ha raccolto 22 testimonianze dirette di violenze da parte dei militari e 65 interviste, tra cui quelle di 31 minori e 26 donne, due delle quali incinte. Tra le pratiche denunciate, insulti e minacce sono all’ordine del giorno e della notte, così come le aggressioni fisiche. I segni dei manganelli restano sui corpi, con lividi e ferite anche in punti particolarmente sensibili, come la testa. Ci sono persone aggredite mentre dormono, colpite alla schiena, prese a calci, minacciate, private del cibo o sottoposte all’uso di spray urticanti. Un ragazzo denuncia anche l’utilizzo di armi bianche da parte delle autorità: «Non va bene! Perché in certe zone hanno iniziato ad accoltellare la gente. Mi trovavo proprio in uno di quei quartieri quando un tizio è stato accoltellato alla spalla e alla schiena! E meno male che quella notte siamo riusciti a scappare.» Testimonianza Un altro racconta di non essere riuscito a camminare per 25 giorni dopo essere stato svegliato, aggredito e poi spinto giù dall’Eremo di San Antonio, nei pressi del quale stava dormendo prima dell’attacco. Alla prevaricazione della forza si accompagnano richieste umilianti. Un ragazzo riferisce di essere stato obbligato da un militare a inginocchiarsi davanti a lui prima di essere picchiato. In altri racconti, ragazzi sono stati costretti a radersi i capelli oppure a inginocchiarsi e baciare una croce cristiana nonostante la propria fede musulmana. Gesti che sembrano avere come unico scopo l’affermazione della forza, del potere e del controllo sull’altro, ridotto a un corpo da dominare e umiliare. La violenza non si limita così a infliggere dolore, ma colpisce la dignità e la percezione di sé. Altre percosse sono state precedute dall’immobilizzazione del corpo. Alcune persone riportano di essere state legate con fascette ai polsi, i cui segni sono rimasti impressi sulla pelle. Un ragazzo racconta di essere stato legato e gettato nel bagagliaio di un’automobile.  Quando lo hanno tirato fuori, gli hanno imbavagliato la bocca e gli hanno sbattuto il volto contro un albero, prima di buttarlo giù da un terrapieno. Un racconto di violenza estrema che, per la sua gravità, non può essere ridotto alla definizione di «abuso» o «uso eccessivo della forza»: episodi di questo tipo possono configurare tortura. La violenza assume forme specifiche anche nei confronti delle donne. Amnesty International ha raccolto testimonianze di insulti e abusi a sfondo sessuale, rivolti anche a donne incinte. Tra questi, quello rivolto da un militare a una donna: «Come fai a non essere capace di prendere la tua spazzatura se sei stata capace di aprire le gambe». Secondo i dati del Consiglio Generale della Magistratura, sono state avviate 37 indagini per violenze sessuali: 28 risultano ancora aperte, mentre 8 sono state archiviate provvisoriamente. Le vittime complessive sono 39, di cui 38 donne e un uomo, e 14 minorenni. Questa violenza verbale e fisica, con finalità intimidatorie e di «castigo», si inserisce in un clima di crescente ostilità, alimentato da una retorica pubblica che presenta la presenza migrante come una minaccia. Espressioni come «invasori» o «devono essere cacciati» hanno trovato ampia diffusione nel dibattito pubblico, sui media e sui social network. Amnesty riporta i dati dell’OBERAXE, che confermano l’intensificazione dell’odio razzista e xenofobo, aumentato ad agosto di circa il 76% rispetto al mese precedente. La retorica stigmatizzante colpisce anche chi presta assistenza o denuncia le violazioni dei diritti. Le organizzazioni impegnate nella distribuzione di cibo e beni di prima necessità hanno riferito di insulti, molestie e ostacoli nello svolgimento delle attività. Il 12 settembre, un veicolo militare ha bloccato per circa due ore l’ingresso della sede di No Name Kitchen, ostacolando la distribuzione quotidiana di cibo.  Il 20 settembre, l’attivista Rafa Borrego, l’avvocata per i diritti umani Sofía Cánovas e la deputata di Ceuta Julia Ferreras sono stati aggrediti al porto di Ceuta da alcuni manifestanti, in un contesto di crescente ostilità nei confronti di ONG e attivisti impegnati nell’assistenza alla popolazione migrante. Il quadro restituito dall’inchiesta di Amnesty International è quello di una violenza che attraversa Ceuta nella sua totalità, non solo nell’uso della forza e nel trauma di un singolo momento, ma nel suo esercizio come strumento di dominio, controllo e umiliazione.  Attraverso il corpo, la violenza afferma una gerarchia, ricordando continuamente a chi la subisce chi può comandare, chi può colpire, chi può decidere dove dormire o quando muoversi. Una pratica che si ripete nello spazio pubblico e che, attraverso la sua sistematicità e il silenzio che la circonda, finisce per diventare parte della quotidianità. NEGARE IL DIRITTO D’ASILO, LASCIARE NEL LIMBO Un altro elemento emerso dall’analisi della situazione e dalle testimonianze raccolte riguarda la difficoltà, e in alcuni casi l’impossibilità, di accedere alla procedura di protezione internazionale. Anche persone entrate a Ceuta ben prima del 30 luglio raccontano gli ostacoli incontrati nell’accesso al diritto d’asilo, quando ancora non era stata dichiarata alcuna situazione di «emergenza». Tra le testimonianze raccolte da Amnesty International vi sono quelle di persone provenienti da Paesi in situazione di conflitto, come Yemen e Somalia.  Questo mostra come, sebbene tutte le persone abbiano il diritto di accedere alla procedura, gli ostacoli riguardino anche chi proviene da Paesi non considerati «sicuri». In diversi casi, le procedure non erano ancora state avviate; le persone non erano state sottoposte alla valutazione delle eventuali vulnerabilità, prevista con l’entrata in vigore del Regolamento Screening il 12 giugno, né avevano ricevuto informazioni adeguate sulle procedure a cui avrebbero potuto accedere. Particolarmente grave è la testimonianza di tre cittadini yemeniti espulsi da Ceuta. Uno di loro, 34 anni, era entrato nell’enclave spagnola alla fine di giugno e, dopo essere stato soccorso dalla Croce Rossa, era stato accompagnato al CETI. A causa della mancanza di posti, tuttavia, non era stato accolto nel centro ed era stato costretto a trascorrere le notti nascondendosi nella foresta, come ancora oggi fanno molte delle persone presenti sul territorio. Sei giorni dopo, quando era tornato in città alla ricerca di cibo, era stato fermato dai militari insieme ad altre circa settanta persone. Sarebbe stato poi picchiato e caricato su un mezzo militare diretto verso la frontiera. Nonostante avesse gridato per manifestare la propria volontà di chiedere asilo e avesse mostrato il passaporto yemenita, il documento sarebbe stato ignorato e gettato a terra dalle autorità. L’uomo è quindi stato deportato e consegnato, insieme alle altre persone, alla polizia marocchina. Una simile condotta non si limita dunque a negare, nei fatti, l’accesso alla procedura d’asilo, ma può configurare una violazione del principio di non-refoulement quando il respingimento avviene senza una valutazione individuale del caso e dei rischi specifici cui la persona potrebbe essere esposta nel Paese verso cui viene rinviata. Altre testimonianze raccontano gli ostacoli incontrati nel tentativo di ottenere un minimo di protezione, per poi, in alcuni casi, andare incontro a trattamenti ancora peggiori. La storia di un ragazzo può riassumere quella di molte delle persone incontrate. Dopo essere entrato a Ceuta, ha trascorso settimane per strada, cambiando ogni tre o quattro giorni il luogo in cui dormiva e cercando gli spazi più nascosti e sicuri per evitare di essere trovato e picchiato dalla polizia, cosa che accadeva comunque con frequenza. Quando hanno iniziato a circolare le informazioni sull’apertura, e poi sull’aumento dei posti letto, di un campo di accoglienza nei pressi dell’ospedale, ha cominciato a dormire nelle sue vicinanze, monitorando la situazione. Con il passare dei giorni, le persone in attesa all’esterno sono diventate sempre più numerose. Entrare nel campo, inizialmente guardato con sospetto per il timore che potesse trattarsi di un centro di pre-rimpatrio, anche a causa della sua vicinanza al confine, è diventato progressivamente l’unica speranza per sottrarsi alla violenza sempre più presente nelle strade. Dopo diversi giorni di attesa, a metà settembre il ragazzo è riuscito a ottenere un posto nel campo, inizialmente senza che venisse avviata alcuna procedura. Nei giorni successivi racconta di essere stato accompagnato dalla polizia per quella che si ipotizzava fosse la registrazione della domanda d’asilo, visto che ne aveva già da tempo manifestato la volontà. Al termine dell’incontro, tuttavia, non gli è stato consegnato alcun documento, né vi è stata alcuna formalizzazione o spiegazione chiara sui passaggi successivi. Uscito dall’incontro ancora più confuso, ha cercato informazioni sulla procedura d’asilo attraverso i volontari, riferendo di aver percepito una forte pressione verso l’ipotesi del ritorno volontario. Non era quindi chiaro quale procedura fosse effettivamente in corso, né quale fosse la sua posizione. A un certo punto, tuttavia, gli è stato comunicato, sempre e solo a voce, che sarebbe stato ascoltato da una commissione nell’aprile 2027, a circa sette mesi di distanza: «Ho l’impressione che qui stiamo solo perdendo tempo e che alla fine ci respingeranno. Avremo perso un anno della nostra vita, durante il quale abbiamo persino perso la nostra dignità, capisci? Molti ragazzi stanno tornando in Marocco, sono stanchi. Anche le persone che erano in giro nascoste, le hanno portate in città ma hanno respinto la loro richiesta di asilo. Qui abbiamo solo sprecato tempo e salute.» Testimonianza LA STRATEGIA DELLO SFINIMENTO Le quotidiane molestie e violenze di natura razzista e xenofoba sembrano produrre l’effetto di logorare progressivamente la salute psicologica delle persone, portandole verso un limite di sopportazione sempre più difficile da sostenere. Si va dagli impedimenti più banali alla vita quotidiana, come la difficoltà nel farsi la doccia, reperire articoli per l’igiene personale e vestiti puliti, all’impossibilità di dormire perché continuamente svegliate a colpi dagli agenti di polizia. Anche l’accesso al cibo e all’acqua potabile risulta problematico, tra la quantità insufficiente distribuita dalle organizzazioni umanitarie e l’impossibilità, in alcuni casi, di entrare nei negozi e nei supermercati.  L’accesso a questi luoghi è infatti presidiato dalle autorità che, attraverso identificazioni aggressive e forme di profilazione razziale basate sul colore della pelle e sull’abbigliamento, decidono arbitrariamente chi può entrare. Una pratica che non riguarda soltanto le persone in movimento, ma anche cittadini di Ceuta con origini marocchine. A questo si aggiunge l’abbandono per mesi delle persone negli insediamenti sulle spiagge di Benítez e El Trampolín, nelle Naves del Tarajal, nelle aree periferiche del CETI, nel centro equestre La Hípica de Ceuta, nei terreni adiacenti alla moschea di Sidi Embarek e in altre zone della città, dalla foresta ai quartieri periferici di Loma Colmenar ed El Príncipe. A rendere ancora più grave questa condizione è la mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria. Dopo essere state ferite o esposte a condizioni insalubri, le persone incontrano difficoltà nell’accesso alle cure. Sono state raccolte testimonianze di discriminazioni e commenti razzisti e xenofobi rivolti ad alcune persone in movimento che si recavano all’Ospedale Universitario di Ceuta, con casi in cui sarebbero state costrette ad attendere all’esterno del pronto soccorso.  Persone con ferite aperte alla testa hanno riferito di aver atteso per molte ore in strada prima di ricevere cure, subendo nel frattempo anche molestie da parte dell’esercito che pattugliava l’area. Amnesty International ha inoltre raccolto la testimonianza di un uomo in sedia a rotelle, con gravi ferite alle caviglie, alle braccia e al busto dopo essere stato spinto da alcuni soldati da un’altezza superiore ai sei metri. Secondo quanto riferito, non gli sarebbe stata nemmeno effettuata una radiografia, ma soltanto applicata una benda d’emergenza. Si delinea così una condizione fatta di violenze strutturali e sistemiche, impedimenti alla vita quotidiana, pressione psicologica, paura e minaccia. Da alcune settimane, inoltre, gli agenti avrebbero iniziato a utilizzare mascherine sanitarie durante le ronde finalizzate a individuare e picchiare le persone.  Alla luce della diffusione di video che documentano le violenze, l’utilizzo delle mascherine sembra avere l’obiettivo di impedire il riconoscimento degli agenti, in contrasto con l’obbligo di identificazione previsto per le autorità pubbliche in divisa. Questo espediente diventa alienante anche per chi subisce le violenze: l’agente non è più riconoscibile come persona, ma soltanto come una divisa che si impone sul corpo di chi la subisce, rendendo ancora più difficile qualsiasi possibilità di appello a un’umanità comune. I trattamenti descritti, crudeli, disumani e degradanti, sembrano dunque rispondere a un modello, come emerge anche dalle parole riportate da Amnesty International: «Abbiamo ordini affinché non si sentano a loro agio», avrebbe detto un ufficiale militare per giustificare identificazioni e molestie nei confronti delle persone in movimento. Quella che sembra essere in atto a Ceuta è una strategia dello sfinimento. Di fronte a una situazione che dovrebbe essere affrontata attraverso gli strumenti previsti dalle norme di tutela e dal diritto d’asilo, le autorità arrivano, all’opposto, a disumanizzare le persone e a compiere gesti estremi, che per le loro modalità possono configurare forme di tortura, fino a spingerle al limite della sopportazione. Attraverso una pressione continua, sembra che l’effetto sia quello di esaurire le forze e la capacità di resistere delle persone, fino a spingerle ad abbandonare la volontà di rivendicare i propri diritti in Europa e a scegliere di tornare «volontariamente» in Marocco. Una strategia che sembra riuscire, in alcuni casi, a produrre proprio quell’effetto: «Qui non c’è niente di buono; ho iniziato a sentire che sto perdendo me stesso. Sento che il mio tempo qui è finito, forse tornerò in Marocco». Testimonianza LA GRAVITÀ DELLA SITUAZIONE: UNA RIFLESSIONE SUL DIVIETO DI TORTURA E DI TRATTAMENTO INUMANO O DEGRADANTE La situazione che emerge oggi a Ceuta solleva una questione più ampia, relativa agli obblighi dello Stato ai sensi dell’articolo 5 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e, in particolare, dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ripreso dalla Carta di Nizza all’articolo 4, che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. A livello internazionale, lo stesso principio trova una formulazione specifica nella Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984, che definisce la tortura come: «Qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine […] di intimorirla o di far pressione su di lei […] o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o col suo consenso espresso o tacito. […]» Nel tempo, la giurisprudenza ha interpretato la norma estendendone l’applicazione, oltre che alle forme più evidenti di violenza, anche a condizioni capaci di ledere la dignità e l’integrità della persona.  Nella valutazione assumono rilievo la durata della condotta e i suoi effetti fisici e mentali, così come il sesso, l’età e lo stato di salute della vittima. Possono inoltre essere considerati la premeditazione, lo scopo perseguito e l’eventuale volontà di umiliare o avvilire la persona.  Nella sentenza Taştan c. Turchia 4, infatti, la Corte di Strasburgo ha ritenuto rilevante quest’ultimo elemento, precisando che l’umiliazione non deve necessariamente essere pubblica, ma è sufficiente che sia percepita come tale dalla vittima. A Ceuta, le testimonianze raccolte parlano di persone picchiate, immobilizzate, minacciate, private del cibo, sottoposte a umiliazioni e, in alcuni casi, a violenze estreme. È dunque alla luce dell’articolo 3 che occorre interrogarsi sul limite oltre il quale l’esercizio della forza e il trattamento riservato a una persona diventano incompatibili con la sua dignità, valutando sia le singole aggressioni sia le modalità con cui si producono nel contesto complessivo. La violazione dell’articolo 3 può infatti riguardare anche le condizioni complessive nelle quali una persona viene lasciata vivere e la mancata protezione da parte delle autorità. Un precedente significativo è Khan c. Francia 5, relativo alla situazione di un minore straniero non accompagnato che viveva nella cosiddetta Jungle di Calais.  La sentenza mostra come gli obblighi derivanti dalla norma non si esauriscano nel dovere dello Stato di non maltrattare una persona, ma possano comprendere anche un obbligo positivo di proteggerla quando si trova in una condizione di particolare vulnerabilità. È questo il parametro attraverso cui interrogare la responsabilità dello Stato: a Ceuta, ancor prima delle violenze e delle pessime condizioni materiali in cui migliaia di persone sono costrette a vivere, viene meno l’obbligo di protezione.  Minori non accompagnati, donne e altre persone vulnerabili continuano a vivere per strada e, invece di trovare presa in carico e protezione, incontrano nello spazio pubblico controllo, minacce, percosse e umiliazioni, oltre al rischio di essere allontanate e trasferite. Bisogna, in questo senso, prendere in considerazione anche il principio di non-refoulement che, proprio sotto il profilo dell’articolo 3, costituisce un limite all’azione dello Stato: una persona non può essere trasferita qualora esistano motivi per ritenere che, nel Paese di destinazione, possa essere esposta a violenze.  Tra i precedenti più significativi vi è Hamed c. Austria 6, nel quale la Corte ha ritenuto che l’espulsione verso la Somalia avrebbe comportato una violazione dell’articolo 3, e Hirsi Jamaa e altri c. Italia 7, nel quale ha ribadito che anche di fronte alla pressione degli arrivi e alla complessità della gestione delle frontiere lo Stato non è sollevato dai propri obblighi, sottolineando anche il divieto di trasferimento senza una valutazione individuale della situazione e dell’eventuale rischio. Questo principio assume una rilevanza particolare a Ceuta, dove persone in movimento vengono allontanate verso il Marocco in forma collettiva e senza una valutazione dei rischi cui potrebbero essere singolarmente esposte. Il margine di discrezionalità dello Stato incontra dunque un limite nell’articolo 3, in quanto disposizione priva di eccezioni e non suscettibile di deroga, neppure in circostanze eccezionali, comprese quelle legate alla lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata o alla sicurezza nazionale. La Corte ha più volte ribadito il carattere assoluto del divieto e l’impossibilità di bilanciarlo con altri interessi dello Stato. È proprio alla luce di questo principio che occorre interrogarsi su quanto accade a Ceuta: l’eccezionalità del numero degli ingressi, la difficoltà della gestione o le esigenze di sicurezza non possono giustificare comportamenti violenti, degradanti o inumani, né l’assenza di protezione nei confronti di persone vulnerabili. La questione, quindi, non è soltanto stabilire se una singola aggressione abbia oltrepassato la soglia dell’articolo 3, ma allargare lo sguardo a ciò che accade quando violenza, umiliazione, abbandono e mancata protezione diventano elementi ricorrenti di un sistema di gestione che, invece di garantire protezione e accesso ai diritti, produce paura, precarietà e sfinimento. È proprio su questo che dovrebbe misurarsi la responsabilità dello Stato: sulla capacità di garantire che, anche alle frontiere, i diritti fondamentali non smettano di valere. 1. España: Amnistía Internacional denuncia tortura y tratos crueles, inhumanos y degradantes a personas migrantes y solicitantes de asilo en Ceuta por parte de fuerzas militares y condiciones indignas de acogida, Amnesty International (30 settembre 2026) ↩︎ 2. Vedi il post video di NNK ↩︎ 3. España: Amnistía Internacional denuncia tortura y tratos crueles, inhumanos y degradantes a personas migrantes y solicitantes de asilo en Ceuta por parte de fuerzas militares y condiciones indignas de acogida, Amnesty International (30 settembre 2026) ↩︎ 4.  Corte, sentenza Taştan c. Turchia, 04.03.2008, riferimento n. 63748/00 §31 ↩︎ 5. Vedi la decisione della CEDU ↩︎ 6. Corte, sentenza Hamed c. Austria, 17.12.1996, riferimento n. 25964/94, §§39-41 ↩︎ 7. Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 23 febbraio 2012 – Ricorso n. 27765/09 – Hirsi Jamaa e altri c. Italia ↩︎
Ceuta: militarizzazione, violenza razzista e repressione della solidarietà
GIULIA INGALLINA E NO NAME KITCHEN 1 Nell’enclave spagnola nordafricana di Ceuta, la violenza contro le persone in movimento ha conosciuto nelle ultime settimane una nuova e violenta escalation. Il 27 agosto 2026, gruppi composti da abitanti di Ceuta e da persone provenienti dalla penisola, riconducibili in molti casi ad ambienti di estrema destra, hanno intrapreso un’azione diretta e violenta contro le persone migranti presenti in città. Nel pomeriggio, il gruppo organizzato in corteo ha impedito l’ingresso di un camion della Croce Rossa sulla spiaggia di Trampolín, che trasportava cibo destinato alle persone in movimento, ostacolando così l’arrivo di beni di prima necessità. Successivamente, i manifestanti si sono diretti verso Playa Benítez, dove hanno distrutto i ripari di fortuna che le persone avevano costruito autonomamente, come forma di risposta dal basso alla mancanza di un sistema di accoglienza in grado di garantire loro un luogo in cui dormire e proteggersi. Gli accampamenti sono stati presi a calci e smantellati con la forza; sono stati incendiati due ombrelloni e, progressivamente, le fiamme sono state alimentate anche con gli effetti personali delle persone, che venivano deliberatamente gettati nel fuoco o in mare dalla folla manifestante, mentre i loro proprietari erano costretti a scappare per sottrarsi alle aggressioni. Nel frattempo, le forze di polizia osservavano la situazione e, in ogni occasione possibile, colpivano con i manganelli le persone che cercavano di allontanarsi. Tutte le fotografie sono state scattate sul campo principalmente dall’autrice e, alcune, da altri volontari di No Name Kitchen e Border Resistance. Sono rappresentative degli eventi descritti e della militarizzazione della città I manifestanti sono entrati nell’area portando una grande bandiera spagnola e gridando «Ceuta no se vende, Ceuta se defiende», «Invasores, expulsión» e altri slogan contro le persone in movimento presenti in città, come «Ceuta lucha», «Ceuta combatte». In questa rappresentazione la città viene costruita come un corpo da difendere e le persone migranti come il nemico da espellere, ed è proprio questa costruzione del nemico a dover essere interrogata. Le persone che in questi giorni dormono sulle coste di Ceuta, spesso senza un riparo, senza accesso stabile al cibo, all’acqua e alle cure, non sono la causa della situazione in cui si trovano né possono essere considerate il nemico contro cui una città dovrebbe combattere. Sono invece inserite in un sistema di frontiere, accordi geo-politici e dispositivi di controllo che ha progressivamente spostato il costo umano della gestione della mobilità. Il nemico è allora un sistema politico che utilizza la migrazione come strumento di pressione e come terreno di conflitto, trasformando le persone in pedine: presentandole come criminali mentre le rende vittime, sfruttando e alimentando il razzismo come arma. Ceuta non può essere intesa soltanto come il luogo in cui, alla fine di luglio, migliaia di persone hanno cercato di entrare nel territorio spagnolo. È un punto dentro un sistema di frontiere molto più ampio, in cui l’Unione europea ha progressivamente spostato verso i Paesi di transito parte del controllo delle persone che cercano di raggiungerne il territorio. Questa esternalizzazione della frontiera ha una dimensione storica, politica ed economica. Secondo la Commissione europea, nell’ambito del sostegno alla migrazione in Marocco, 179 milioni di euro – il 77% dei fondi allora considerati – sono stati destinati alla gestione integrata delle frontiere. Nel 2022 sono stati inoltre destinati al Marocco altri 150 milioni di euro, attraverso un programma quadriennale di sostegno di bilancio finalizzato anche al rafforzamento della cooperazione in materia migratoria. La frontiera, dunque, non è soltanto un muro, una recinzione o una linea sulla carta. È un insieme di finanziamenti, accordi, pattugliamenti, controlli, procedure e dispositivi che producono effetti concreti sui corpi. Diventa allora difficile non interrogarsi sulla costruzione del «nemico»: le persone in movimento vengono presentate come la causa dell’insicurezza, mentre un sistema di controllo che opera dall’alto continua a determinarne concretamente condizioni di esclusione e vulnerabilità. Eppure, è proprio attraverso questa narrazione distorta che la propaganda attecchisce e alimenta manifestazioni razziste come quella avvenuta il 27 agosto sulle spiagge di Ceuta. Quanto accaduto non può essere ridotto a una semplice protesta. Quando una folla individua le persone sulla base della loro origine, le insegue, cerca di allontanarle con la forza, distrugge i luoghi in cui dormono e tenta di impedire loro di ricevere cibo e assistenza, non si può parlare semplicemente di una manifestazione di disagio. Ciò a cui si assiste è una forma di violenza razzista organizzata: una pratica profondamente politica, che individua un gruppo come corpo estraneo e ne rivendica l’allontanamento dallo spazio urbano, secondo una logica che ha storicamente accompagnato il fascismo. I fatti si inseriscono, dunque, in un quadro di condotte che, oltre a essere socialmente e umanamente condannabili, possono assumere rilevanza anche sul piano penale. L’articolo 510 del Codice penale spagnolo prevede specifiche fattispecie relative alla promozione o all’incitamento pubblico, diretto o indiretto, all’odio, all’ostilità, alla discriminazione o alla violenza nei confronti di persone o gruppi per motivi, tra gli altri, razzisti o legati all’appartenenza a un’etnia nonché all’origine nazionale. Inseguimenti, aggressioni, distruzioni e intimidazioni non possono essere giustificate attraverso il ricorso a parole come «insicurezza» o «disagio di vicinato». Nessuna di queste categorie può trasformare la violenza contro un gruppo di persone in una pratica legittima. Eppure, ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni è un’escalation nella quale la violenza viene progressivamente normalizzata e la presenza stessa delle persone migranti nello spazio urbano viene trattata come un problema da eliminare. In questo senso, quanto accaduto a Playa Benítez il 27 agosto non può essere considerato un episodio isolato, ma si colloca nel continuum di una violenza che da settimane attraversa la città: una violenza che intimidisce e colpisce persone già esposte a condizioni di estrema vulnerabilità, negando loro non solo la possibilità di abitare lo spazio urbano, ma la stessa legittimità di essere presenti, di essere riconosciute come persone. > A Ceuta, la violenza non è un’eccezione: è parte del modo in cui il confine > viene esercitato. Screenshot UN’ESCALATION DI VIOLENZA: TESTIMONIANZE DEGLI ABUSI DI MILITARI, POLIZIA E GUARDIA CIVIL Nelle ultime tre settimane, la situazione a Ceuta è diventata progressivamente più tesa. La città è militarizzata: corpi di polizia e dell’esercito sono ovunque, fermano le persone per strada, le perquisiscono, minacciano, feriscono e spesso rubano i loro averi. Le ronde attraversano continuamente le vie della città, in una presenza che è già di per sé intimidatoria ma che tuttavia non li limita al ricorrere ad ulteriore violenza. Una capillare presenza poliziesca che non produce sicurezza ma paura, negando gli spazi urbani e restringendo progressivamente le possibilità di movimento e di vita delle persone in movimento, costrette sempre di più a nascondersi e scappare. Gli Harragas 2 vengono picchiati quotidianamente, potenzialmente in ogni momento della giornata, dalla polizia, dai militari e dalla Guardia Civil. Molte testimonianze riguardano aggressioni avvenute durante la notte, mentre le persone dormivano sulle spiagge: gli agenti arrivano, le svegliano con i manganelli e le costringono ad allontanarsi. I racconti restituiscono un elemento ricorrente, la violenza non sembra essere utilizzata per impedire un comportamento specifico, ma come strumento attraverso cui rendere materialmente impossibile la permanenza delle persone nello spazio pubblico. Il 22 agosto, intorno alle sei del mattino, è arrivata la segnalazione che alcuni militari si sono accaniti sulle persone che dormivano a Benzu Beach. Quando il gruppo di volontari è arrivato sul posto, i militari si erano già allontanati. I presenti hanno raccontato di essere state aggredite mentre dormivano, le ferite erano evidenti sui loro corpi, i manganelli impressi sulla carne. «Noi non stavamo facendo niente, stavamo dormendo pacificamente. I soldati sono passati di fianco a noi, ci hanno circondato da tutti i lati. Quattro o cinque di loro si sono avvicinati ancora, hanno iniziato a picchiarci con i manganelli, noi abbiamo cominciato a correre via». Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen Dopo meno di mezz’ora, le persone migranti presenti sulla spiaggia hanno richiamato i volontari: poco dopo che questi si erano allontanati, infatti, i militari erano tornati e avevano ricominciato a usare la violenza contro di loro. Poi i militari sono tornati una terza volta. A quel punto, però, i volontari si erano stanziati all’ingresso della spiaggia e avevano iniziato a videoregistrare ciò che accadeva. Quando si sono accorti di essere ripresi, gli agenti hanno attraversato il gruppo senza intervenire, limitandosi a chiedere, con apparente normalità e in maniera quasi ridicola, se «andasse tutto bene». La presenza di volontari, giornalisti e telecamere sembra, in alcuni casi essere in grado di attenuare il comportamento delle forze armate. «I militari abusano e ci umiliano, se ti trovano ti picchiano. Quando la stampa è presente non ci picchiano, si trattengono un po’». Così, l’uso della forza sembra diminuire quando diventa visibile: la documentazione può diventare una forma di difesa; ma la telecamera non elimina la violenza, la rende soltanto più rischiosa per chi la esercita. La presenza di osservatori esterni può quindi costituire, in determinati contesti, una forma di protezione e un deterrente per chi pensa di poter esercitare il proprio potere sugli altri senza conseguenze. Ma ciò che la telecamera non riesce a registrare continua ad accadere. > Una violenza che rimane invisibile nel gesto, ma si iscrive sui corpi delle > persone e riemerge dai loro racconti. Quotidianamente si incontrano uomini, donne e soprattutto minori, che raccontano di essere state picchiate, inseguite o private dei propri beni; chiedono aiuto per disinfettare le ferite sui loro corpi: lividi, tagli, segni dei proiettili di gomma che hanno bucato la carne. Telefoni rotti o sottratti, denaro e oggetti personali portati via, colpi ricevuti alla schiena, sulle gambe o sulla testa. Con l’obiettivo di spaventare, cacciare e isolare, il controllo del corpo sembra accompagnarsi al controllo degli oggetti che permettono alle persone di comunicare, orientarsi, chiedere aiuto e mantenere un rapporto con l’esterno. «I militari sono arrivati da dietro di noi, ci hanno lanciato delle pietre addosso. Se prendono qualcuno, e trovano qualcosa addosso a loro, glielo prendono, prendono i loro telefoni, prendono i loro soldi; loro abusano di noi». «Tante persone sono state derubate qui dai militari, tante persone sono state ferite, molte hanno preso i colpi sulla schiena. Siamo qui a Miramar Alto, le persone qui, che dio le benedica». Alcuni racconti sono così brutali da essere difficilmente immaginabili; sembra che gli agenti non provino alcuna pietà per nessuno. Questo aspetto emerge dai racconti di alcune donne che si trovano a dormire nelle tende in una zona più riparata della città, che comunque non viene risparmiata alla violenza: «Stavamo dormendo nelle tende quando i militari arrivano. Un soldato donna ha iniziato a distruggere la tenda e ci ha costrette ad uscire. Ha alzato un bastone al mio occhio, voleva farmi male. Lei e un altro soldato hanno iniziato a ridere. Si prendevano gioco di noi». «La ragazza è svenuta, quando i soldati l’hanno vista hanno detto: “non mi interessa se è incinta, se sviene ti devi arrangiare tu”; hanno alzato il bastone e detto al marito se vai vicino a tua moglie ti picchio. Dopo loro sono corsi via quando hanno visto la donna svenire, l’hanno lasciata lì senza sensi». Queste testimonianze non descrivono soltanto episodi di uso eccessivo della forza, raccontano la produzione quotidiana di una condizione di paura. Dormire diventa rischioso, fermarsi in un luogo diventa rischioso, possedere un telefono diventa rischioso, chiedere aiuto può diventare rischioso. Lo spazio pubblico, anziché essere uno spazio di protezione, viene trasformato in uno spazio dal quale le persone devono continuamente fuggire. La stessa logica emerge nell’episodio avvenuto la sera del 24 agosto, sul dislivello collinare tra l’ospedale e il mare, nei pressi del campo costruito per la situazione di emergenza e destinato ai cittadini marocchini. Molte persone si trovavano nell’area nella speranza di poter entrare nel campo, come era stato loro indicato dalle istituzioni che avevano annunciato un ampliamento dei posti disponibili. Quella sera, diverse camionette della Polizia Nazionale spagnola hanno bloccato il passaggio; successivamente, una pattuglia è entrata nella zona collinare dove alcune persone si erano accampate per dormire e ha iniziato a sparare proiettili di gomma. Le persone hanno iniziato a correre, mentre la polizia continuava a sparare. Qual era l’obiettivo di questa operazione? Allontanare le persone da lì? E, in quel caso, per condurle dove? Oppure si trattava di diffondere terrore, di rendere quella presenza indesiderata attraverso l’esercizio stesso della forza? Quando l’obiettivo dell’azione non è più immediatamente riconoscibile, ciò che rimane visibile è la violenza nella sua dimensione più brutale e, proprio per questo, più difficile da ricondurre a una finalità diversa dalla sua stessa riproduzione. «Altri ragazzi stavano dormendo, i militari sono arrivati da dietro, ci siamo ritrovati a saltare giù dalla montagna per scappare. Ci siamo feriti tutti; questo è quando mi sono fatto male al mio ginocchio». Il paradosso è evidente: le persone vengono spinte verso una condizione di precarietà e contemporaneamente punite per la loro presenza in quella stessa precarietà. Viene chiesto loro di spostarsi, ma senza indicare un luogo in cui poter andare; vengono allontanate dai ripari di fortuna in cui dormono, senza che venga garantito un altro spazio; vengono respinte verso una condizione di invisibilità, mentre la loro stessa visibilità viene utilizzata per giustificare ulteriori misure di controllo. La distruzione degli accampamenti è un’altra forma quotidiana di abuso: un uso della forza che sembra avere anche la funzione di estenuare le persone, stancarle e rendere insicuro ogni luogo in cui cercano di ripararsi. Quello che è successo il 27 agosto sulla spiaggia di Trampolín, quando gruppi di manifestanti di estrema destra hanno distrutto e dato fuoco agli accampamenti di chi dormiva sulla spiaggia, si ripete quotidianamente, seppure in forme meno spettacolari. Ricordo un gruppo di persone che aveva costruito un riparo all’interno di una piccola incanalatura lungo una collina. Un giorno sono arrivati i militari, hanno cacciato le persone e distrutto la struttura con la forza, prendendola a calci e lanciandone i pezzi lungo il dislivello. Prima di sera, chi vi abitava ha recuperato il materiale e l’ha ricostruita. Per qualche giorno il riparo è rimasto in piedi, fino al passaggio di un’altra pattuglia, che ha ripetuto lo stesso gesto, e così via. Una distruzione quotidiana dei piccoli spazi che le persone riescono a costruire e di cui cercano, temporaneamente, di appropriarsi. La violenza, quindi, non si esaurisce nell’aggressione fisica. Produce anche una geografia dell’accesso: alcuni corpi possono dormire, altri no; alcuni possono sostare, altri vengono allontanati; alcuni possono avere un riparo, altri sanno che il loro verrà distrutto; e infine alcuni possono entrare in un ospedale, altri devono prima dimostrare di avere il diritto di essere lì. A tutto questo si aggiunge infatti la difficoltà di accesso alle cure. Il primo soccorso delle associazioni spesso non è sufficiente e alcune persone avrebbero bisogno di essere visitate in ospedale. Eppure, in più occasioni, persone ferite hanno incontrato difficoltà nell’accesso alla struttura ospedaliera anche quando necessitavano di cure urgenti. Il privilegio di accesso agli spazi diventa così particolarmente evidente: dall’ospedale alla città, fino al campo, viene continuamente imposto dall’alto dove e come una persona possa stare, e se le sia consentito di essere presente o meno in un determinato luogo. Lunedì 31 agosto, sembra che 300 persone siano state ammesse nel campo, la cui configurazione e il cui assetto di “accoglienza” rimangono ancora poco chiari. Da settimane molte persone aspettavano all’esterno nella speranza di poter entrare, mentre altre continuano a rimanere lì, senza molte altre alternative se non quella di attendere. Un’attesa, anche quella, segnata dalla violenza: ore trascorse seduti per strada, esposti al caldo durante il giorno e al freddo durante la notte, senza nemmeno la certezza di poter accedere a un luogo sicuro. In assenza di comunicazioni ufficiali, permane infatti il dubbio che il campo possa costituire una sistemazione «pre-rimpatrio». Eppure, per alcune persone questo rischio appare preferibile alla prospettiva di continuare a dormire nascoste, in una condizione di precarietà nella quale si può rimanere per giorni senza mangiare e si è esposti alla violenza di quella che alcuni ragazzi hanno definito night war. «Non so cosa dire. Il trattamento non è buono, soprattutto da parte delle guardie di sicurezza che lavorano qui, non sono brave persone. Però almeno questo è meglio della strada, qui è più sicuro. Ma cosa succederà dopo? Dopo questo non c’è sicurezza. Non lo sappiamo. Per quanto tempo continueremo a scappare? Spero che le cose migliorino». La paura del rimpatrio non aleggia soltanto tra chi si trova nel campo. Pare infatti che siano già avvenuti respingimenti e deportazioni verso il confine marocchino di persone che si trovavano a Ceuta da giorni, alcune delle quali avevano espresso oralmente la volontà di chiedere protezione internazionale. Si tratterebbe di operazioni illegali, in violazione del diritto di chiedere asilo e del principio di non-respingimento, effettuate nell’invisibilità, lontano dagli occhi dei media e nella segretezza; come ci ha raccontato un ragazzo che, da una notte all’altra, si è ritrovato dall’altra parte del confine: «Eravamo seduti vicino al mare quando sono venuti da noi e ci hanno detto: “Non abbiate paura, vi portiamo alle tende così potete dormire lì”. E invece ci siamo ritrovati qui, al confine; sono stato deportato in Marocco. Ci hanno scaricati in una città a caso, lontana da casa nostra. Ora non so cosa fare, mi sento senza speranza». Testimonianze raccolte sul campo Chi viene deportato, chi continua a vivere nella paura, chi subisce aggressioni quotidiane, chi rimane per giorni senza accesso all’acqua e al cibo: sembra che lo Stato non riesca a rispondere all’emergenza umanitaria se non alimentandola con la violenza. In questo momento, a Ceuta, diventa sempre più difficile trovare protezione, sicurezza e umanità, fino a condizioni che possono portare all’estremo esaurimento delle persone. L’Associazione Marocchina dei Diritti Umani ha pubblicato, nella giornata del 3 settembre, un comunicato in cui denuncia la morte di un minore nel centro di accoglienza La Esperanza di Ceuta. Il decesso sarebbe riconducibile a complicazioni legate a una patologia diabetica, ma le autorità devono ancora avviare un’indagine. Al di là della malattia, resta il peso di un contesto in cui quasi 2.000 minori sono costretti a vivere, in condizioni precarie e violente, che non possono essere separate dalla tragedia, né dalle responsabilità di chi dovrebbe garantire a quei minori protezione e dignità. > «Ci sono strutture statali che vengono create, soprattutto dal Nord Globale, > che sono strutture di morte». Noor Ammar Lamarty La giurista e ricercatrice Noor Ammar Lamarty propone di leggere queste strutture attraverso il concetto di necropolitica elaborato da Achille Mbembe: un potere che non governa soltanto la vita, ma stabilisce chi possa essere esposto alla morte, alla violenza e all’abbandono. È in questa prospettiva che anche Ceuta può essere letta come uno spazio nel quale il confine produce una diversa distribuzione della protezione e della vulnerabilità. È una sproporzione che dice qualcosa sul modo in cui viene governata la mobilità: la vita delle persone viene gestita soprattutto attraverso il controllo della loro presenza, non attraverso la garanzia delle condizioni minime che permetterebbero loro di vivere. Le persone in movimento vengono lasciate senza riparo, cibo e acqua, inseguite, colpite e sottoposte a condizioni di precarietà permanente. La violenza non appare allora come una deviazione dal funzionamento del confine, ma come una delle modalità attraverso cui il confine stesso viene riprodotto. Il problema non è soltanto stabilire fino a dove possa arrivare una frontiera, è chiedersi che cosa accade quando la logica della frontiera invade la vita quotidiana. Il problema non sono le persone che attraversano il confine, è il modo in cui la loro presenza viene gestita attraverso l’allontanamento, la paura, la violenza, la privazione di spazi per dormire, l’ostacolo all’accesso ai beni di prima necessità e aggressioni che si ripetono quotidianamente. UNA CACCIA NELLA FORMA DELLA PROFILAZIONE RAZZIALE: L’EMBODIMENT DEL CONFINE La violenza colpisce principalmente chi ha attraversato la frontiera e non possiede documenti, ma in alcuni episodi, il bersaglio sembra essere la stessa origine percepita della persona. Violenza generalizzata nella forma della profilazione razziale, si accanisce su chiunque visivamente viene percepito come “possibile migrante”. Durante la ronda notturna del 24 agosto, alla Playa del Chorrillo, alcune camionette della polizia nazionale erano ferme sul lungomare, quattro agenti si rivolgevano con fare aggressivo a due ragazzi seduti in spiaggia. Hanno preso i loro telefoni e li hanno gettati in mare, spingendoli poi ad allontanarsi. I due ragazzi hanno raccontato: «Eravamo seduti in spiaggia quando la polizia è arrivata senza alcun motivo. Hanno visto un immigrato e hanno pensato che lo fossimo anche noi, ma siamo ragazzi di Ceuta. […] loro ci hanno buttati a terra, me e il mio amico, e ci hanno picchiati entrambi. Poi ci hanno portato via i telefoni. Quegli agenti non sono di Ceuta, fanno parte dell’UPR (Polizia Nazionale spagnola). Noi non sappiamo chi siano, non abbiamo il loro numero di distintivo né altro». Testimonianza raccolta sul campo Episodi analoghi avrebbero coinvolto anche un turista statunitense, aggredito dalla polizia per le sue origini marocchine. La dinamica mostra con particolare chiarezza il meccanismo della profilazione razziale: non è lo status giuridico della persona a determinare il sospetto, ma l’identità che le viene attribuita sulla base di ciò che il corpo rende visibile. Se a determinare l’intervento delle forze armate non è ciò che una persona sta facendo, ma il modo in cui viene percepita, allora il controllo non riguarda più soltanto la mobilità, riguarda il corpo, e il più delle volte un corpo razzializzato. Il volto, il colore della pelle, i tratti somatici diventano indicatori attraverso cui stabilire chi può essere considerato fuori posto. La frontiera, in questo senso, non coincide più con la barriera fisica che separa Ceuta dal Marocco: viene riprodotta quotidianamente nelle strade, nelle spiagge e nei corpi. È ciò che Achenbach definisce quando afferma, nell’ambito della biopolitica, che «il confine penetra nel corpo» (2024, p. 183) 3 tramite un processo di embodiment (incorporazione) che sigilla il confine sulla persona. Il corpo, nella sua fisicità così come il nome o la lingua parlata, si fanno confine in una società che demonizza e criminalizza “il migrante”, andando ad esemplificare quell’incarnazione di cui parlava Khosravi (2019) 4 dichiarando «io sono confine». La letteratura antropologica ha evidenziato come i confini esterni vengano riprodotte all’interno degli spazi sociali, spostandosi dal «bordo» al «centro» (Balibar, 2001 5) e assumendo la forma di «separatori identitari, simbolici e mentali» (Cuttitta, 2014, p. 165 6). Il migrante, anche dopo aver varcato la frontiera, anche dopo aver chiesto asilo per cui dovrebbe ottenere (in teoria) uno status legale della sua presenza, non smette mai di dover affrontare i confini interni del razzismo. Quando si sceglie di assumere il «confine come metodo» (Cuttitta, 2014) questo si riproduce continuamente attraverso l’esclusione e la violenza che viene prodotta e riprodotta nello spazio urbano. Il risultato è che il confine può essere ovunque, può trovarsi tra il Marocco e Ceuta, ma anche sulla spiaggia dove una persona viene picchiata mentre dorme, davanti all’ospedale dove una persona ferita cerca assistenza, nel momento in cui un telefono viene sottratto o distrutto, oppure nel modo in cui una persona viene identificata sulla base del proprio aspetto. È in questa dimensione quotidiana che la frontiera mostra il suo carattere più violento: non si limita a impedire il passaggio, ma organizza la possibilità stessa di stare in un luogo. A Ceuta, il confine prende corpo nelle perquisizioni, nelle intimidazioni e nelle incursioni violente negli spazi personali: il razzismo istituzionale si manifesta così anche attraverso pratiche quotidiane (Basso, 2010 7; Essed, 1991 8) messe in atto dagli agenti statali di controllo e dai gruppi sociali di estrema destra. La città diventa allora lo spazio nel quale il «migrante» viene costruito come corpo estraneo, qualcuno che, proprio perché associato alla frontiera, può essere sottoposto a forme di controllo e violenza che ne mettono in discussione la piena umanità. Il corpo del migrante diventa così, come osserva Sorgoni (2022) 9, anche il luogo nel quale la violenza dello Stato si rende visibile e si inscrive materialmente nelle ferite cucite addosso. Non si tratta di assumere una lettura vittimizzante delle persone, ma di interrogare i processi attraverso cui il confine produce corpi più esposti al controllo, alla discriminazione e alla violenza. Ciò che accade oggi a Ceuta non è dunque estraneo alle forme attraverso cui le politiche europee di gestione della migrazione producono e spostano continuamente i confini, anche dentro lo spazio urbano. È proprio questa continuità che rende necessario interrogare criticamente il ricorso allo «stato di emergenza» come dispositivo attraverso cui pratiche discriminatorie e violente possono essere presentate come necessarie o legittime, quando invece non sono mai né legalmente né umanamente giustificabili. OSTACOLARE E CRIMINALIZZARE LA SOLIDARIETÀ Nelle ultime settimane, la violenza esercitata contro le persone in movimento si è estesa fino a colpire anche chi cerca di garantire loro forme di assistenza e accoglienza: associazioni e volontari che provano a colmare il vuoto lasciato dalle istituzioni nella gestione umanitaria della crisi in corso. La situazione appare infatti gestita prevalentemente attraverso la forza e la militarizzazione, mentre mancano servizi effettivi di tutela. Le persone rimangono senza cibo, acqua e beni di prima necessità, in una condizione di abbandono alla quale le istituzioni sembrano non offrire risposta. «Le associazioni vengono a portarci da mangiare, e i militari ci danno la caccia per mandarci via, e inseguono le associazioni per mandare via anche loro». La testimonianza restituisce una dinamica in cui la solidarietà diventa essa stessa un elemento da ostacolare. Chi porta cibo, acqua o cure mediche non si limita infatti a intervenire materialmente in una situazione di abbandono, ma rende visibile quella stessa condizione, interrompendo l’isolamento nel quale le persone vengono lasciate e documentando, attraverso la propria presenza, ciò che accade. È forse anche per questo che la solidarietà diventa un ostacolo: non soltanto perché rende più difficile che la violenza rimanga invisibile ma anche perché intralcia il progetto politico di disumanizzazione. Una sera di agosto, una camionetta della Polizia Nazionale spagnola è arrivata mentre alcuni volontari stavano distribuendo pasti a un gruppo di persone in movimento. Gli agenti sono scesi con i manganelli e si sono diretti verso le persone in fila, inseguendole e colpendole. Un ragazzo è stato raggiunto e immobilizzato a terra dagli agenti, ammanettato e caricato sulla camionetta, dopo che gli erano stati sottratti alcuni effetti personali, tra cui il telefono. Quella sera anche due volontari sono stati ammanettati e arrestati; al di là della valutazione giuridica che dovrà essere fatta sui singoli episodi e sulle accuse, il dato politico è significativo: la presenza di chi offre assistenza e, nello stesso tempo, documenta e denuncia ciò che accade viene trattata come un problema a cui rispondere attraverso la repressione. La solidarietà, in questo modo, viene trasformata da pratica di sostegno a pratica sospetta. Chi porta cibo diventa un ostacolo; chi filma diventa un soggetto da identificare; chi denuncia la violenza diventa parte del problema che le autorità dichiarano di voler gestire. Ma una frontiera che non tollera testimoni è una frontiera che cerca di controllare anche la possibilità di raccontare ciò che accade, perché sa di agire nell’illegalità. Nei giorni successivi, i volontari si sono trovati esposti a intimidazioni su più fronti; in modo sospetto, fotografie e dati personali hanno iniziato a circolare al di fuori dei canali istituzionali, anche all’interno di gruppi WhatsApp nei quali cittadini di estrema destra si organizzano per intervenire contro la presenza delle persone migranti a Ceuta. Parallelamente, fotografie e video dei volontari venivano pubblicati sui social, accompagnati da messaggi diffamatori e intimidatori. Nei giorni successivi, diverse volontarie hanno riferito di aver ricevuto minacce e di essere state oggetto di aggressioni verbali e fisiche da parte di persone riconducibili, secondo le loro testimonianze, a questi gruppi. L’esposizione dei volontari li rende a loro volta bersaglio di una rete di intimidazione che li categorizza come nuovi obiettivi, dando vita, accanto alla caccia al migrante, a una caccia alla solidarietà: altri corpi da controllare, intimidire e allontanare. La circostanza, se accertata, assumerebbe particolare gravità, poiché la raccolta di dati da parte delle autorità non consente il loro utilizzo per finalità diverse da quelle per cui sono stati raccolti, né la loro comunicazione a soggetti estranei in assenza di una base giuridica. La trasmissione o diffusione di dati personali da parte di un’autorità pubblica deve infatti rispettare le finalità e le garanzie previste dalla normativa sulla protezione dei dati. Il Regolamento europeo 2016/679 (GDPR) stabilisce, tra gli altri, i principi di liceità, trasparenza, limitazione della finalità, minimizzazione e sicurezza del trattamento dei dati personali. L’articolo 6 richiede inoltre che ogni trattamento sia fondato su una specifica base giuridica. In questo caso, però, il problema non riguarda soltanto la privacy. La circolazione di fotografie e dati identificativi assume una funzione politica quando queste informazioni vengono utilizzate per individuare, intimidire e minacciare persone impegnate nell’assistenza e nella documentazione delle violenze. La fotografia, in questo contesto, smette di essere soltanto uno strumento di identificazione e diventa uno strumento di esposizione: il corpo fotografato viene reso riconoscibile a una rete di soggetti che può utilizzarlo per esercitare ulteriore pressione. Durante una manifestazione anti-migrazione di estrema destra del 25 agosto, il corteo si è fermato sotto l’abitazione di alcuni volontari, rivolgendosi a loro con insulti e minacce. Da quel momento, anche la casa è diventata uno spazio di controllo e intimidazione, sorvegliato continuamente da esponenti del gruppo e dalle forze di polizia. Il clima di tensione cresce di giorno in giorno. Il 27 agosto, mentre due volontarie stavano documentando una nuova scena di violenza sulla spiaggia di Benítez, alcuni vicini riconducibili ai gruppi di estrema destra si sono avvicinati con fare intimidatorio, posizionandosi tra loro e la scena per impedire che potessero continuare a filmare. In quel momento, la polizia stava nuovamente utilizzando i manganelli e sparando proiettili di gomma contro le persone che cercavano di fuggire dalla spiaggia. I vicini hanno intimato alle volontarie di non utilizzare i telefoni per documentare la scena e le hanno minacciate nel caso lo avessero fatto. Hanno provato ad aggredirle fisicamente e hanno sottratto loro i telefoni. > Tutto questo accadeva davanti agli occhi degli agenti di polizia presenti, che > non sono intervenuti. Quella sera un’altra volontaria è stata arrestata. In questo quadro di violenza, la criminalizzazione della solidarietà significa indebolire una delle poche forme di protezione ancora disponibili alle persone in movimento. Significa anche usare la paura come deterrente, spingendo chi offre assistenza a desistere dal farlo nuovamente. Quando distribuire cibo a chi ha fame diventa un’attività pericolosa, in un contesto in cui tanto le persone in condizioni di vulnerabilità quanto chi offre loro assistenza vengono trasformati in bersagli, la violenza finisce per essere usata come se fosse legittima. Eppure, la stessa normativa spagnola stabilisce, che nell’esercizio delle loro funzioni le forze di sicurezza devono agire senza discriminazioni e che le identificazioni devono rispettare i principi di proporzionalità, uguaglianza di trattamento e non discriminazione, anche per origine razziale o etnica. La Ley Orgánica 2/1986 impone inoltre agli agenti di evitare pratiche abusive, arbitrarie o discriminatorie che comportino violenza fisica o morale e di utilizzare i mezzi a propria disposizione secondo i principi di congruenza, opportunità e proporzionalità. Nonostante ciò, la diffusione e la sistematicità del ricorso alla forza sembrano averla resa, nella quotidianità della città, una pratica quasi normalizzata. Gli agenti ridono durante le aggressioni, si confrontano tra loro sui metodi utilizzati, ironizzando sulla paura delle persone, banalizzano la violenza e la giustificano attraverso il confine, come mostrano le parole di un agente: Dovrebbero tornarsene in Marocco, così non ci sono aggressioni in Marocco. Se tu vai dall’altra parte della frontiera, perché tu sei venuto nel mio paese illegalmente, se tu vai dall’altra parte, di là non ci sono aggressioni. Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen Quando la violenza viene non solo esercitata, ma anche banalizzata e giustificata, la domanda non riguarda più soltanto dove sia la giustizia, ma quale spazio rimanga, in una città attraversata dall’odio, per far valere l’umanità. Conclusione «Lo sguardo non è un atto innocente di vedere.» (Khosravi 2019, p.76) Quando Khosravi parla di sguardo di confine, lo definisce come un’episteme che determina chi e cosa può essere visto e riconosciuto. A Ceuta, questo sguardo sembra operare attraverso un doppio movimento: da un lato, rende le persone migranti visibili come «nemico», come presenza da controllare e allontanare; dall’altro, tende a renderle invisibili nello spazio pubblico, una volta che il loro allontanamento può essere presentato come il risultato di una gestione efficace della mobilità. > Anche la violenza che produce questo processo tende così a essere sottratta > allo sguardo. È proprio per questo che la solidarietà diventa scomoda: perché interrompe questo meccanismo di invisibilizzazione. Chi distribuisce cibo, offre assistenza e documenta ciò che accade rende nuovamente visibili tanto le persone, in quanto persone, quanto la violenza a cui sono sottoposte. La solidarietà diventa così un contro-sguardo: non permette che il «migrante» rimanga la figura astratta e propagandistica del nemico, ma ne restituisce la presenza concreta, i bisogni, i corpi e, insieme, rende visibili le pratiche attraverso cui quella presenza viene controllata e allontanata. No Name Kitchen, organizzazione sul territorio, è testimone della paralisi istituzionale che continua a fallire nel garantire i diritti fondamentali di migliaia di persone abbandonate per le strade e le foreste di Ceuta; ha raccolto nell’ultimo mese più di centocinquanta testimonianze di persone che hanno subito aggressioni da parte di Ufficiali della Policía Nacional e soldati spagnoli dell’Arma, tra cui lancio di pietre e percosse notturne. La maggior parte di queste testimonianze viene fornito con prove documentate delle lesioni risultanti e spesso anche di video registrati durante l’azione violenta. E adesso anche l’associazione stessa si trova sotto attacco: La convivenza è diventata impossibile, il livello di tensione e violenza è salito senza controllo e la gente di Ceuta ha raggiunto un punto di rottura senza modo di tornare indietro. Gli attacchi sono costanti, provenienti da ogni direzione. In mezzo a tutto questo orrore, la violenza sessuale subita dai minori espone il lato più spregevole dell’umanità e rivela il fallimento del sistema di protezione dei minori e dei regimi di controllo delle frontiere esternalizzati. […] Comprendiamo la disperazione e la rabbia causate dalla mancanza di soluzioni reali e immediate […] ma niente di questo può mai giustificare l’incitamento all’odio. Quello che sta accadendo nell’enclave spagnola non può essere raccontato semplicemente come una «crisi migratoria». È una crisi umanitaria e, di fronte alla violenza che la attraversa, anche una crisi dell’umanità. È una crisi del modo in cui le istituzioni scelgono di trattare persone che si trovano in condizioni di estrema vulnerabilità. È una crisi dello spazio pubblico, quando strade, spiagge e luoghi in cui le persone cercano di dormire diventano spazi di inseguimento, controllo e intimidazione. Ed è, infine, una crisi morale quando la violenza viene normalizzata al punto da poter essere esercitata senza esitazione contro persone vulnerabili, senza più riconoscerne la sofferenza, senza più guardarle in faccia. È qui che il razzismo e il governo della migrazione si incontrano. La violenza razzista non nasce semplicemente dall’odio individuale di chi aggredisce ma viene alimentata da un sistema politico che costruisce alcune persone come problema, le rende permanentemente sospette e finisce per rendere accettabili pratiche che, se rivolte contro altri corpi, apparirebbero immediatamente intollerabili. Ma nessuna frontiera può rendere il razzismo legittimo, e nessuno stato di emergenza può rendere legittima la violenza razziale. Chi attraversa il confine è una persona che deve essere riconosciuta come tale, con tutti i suoi diritti. Oggi, a Ceuta, anche diritti fondamentali vengono negati, tra cui quello a non subire trattamenti inumani o degradanti: settimane trascorse senza acqua, cibo e un luogo in cui dormire, nella continua necessità di fuggire dalle aggressioni della polizia e dei gruppi di estrema destra. Eppure, le persone affrontano questa disumanizzazione perché continuano a vedere nell’Europa la possibilità di un luogo in cui approdare e in cui i propri diritti possano essere riconosciuti. Un’Europa la quale, osservando ciò che accade ai suoi confini, anche noi ci chiediamo se esista ancora. La frontiera non è una semplice linea che, una volta attraversata, si può rivalicare al contrario. È un processo che porta con sé un insieme di significati, aspettative e possibilità, e dal quale spesso non è possibile tornare indietro. «In fin dei conti, qui c’è il terrore, chiediamo a Dio di trovarci una strada per uscirne. Tornare indietro non è un’opzione, anche se ci vogliono rimandare indietro, noi non ci andremo, a meno che loro non ci uccidano, non torneremo indietro». Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen 1. No Name Kitchen (NNK) è una organizzazione senza scopo di lucro che documenta e monitora la violenza alle frontiere esercitata dalla polizia e dai funzionari statali. Fondata nel 2017, lavora in stretta collaborazione con le comunità colpite per raccogliere testimonianze e denunciare violazioni dei diritti umani. NNK opera a Ceuta dal febbraio 2021 ↩︎ 2. Harragas significa letteralmente “coloro che bruciano” alludendo alla pratica dei migranti di bruciare i propri documenti di identità e personali per impedire l’identificazione da parte delle autorità in Europa. Il termine harraga è anche usato in riferimento all’atto di attraversare segretamente il confine di un paese. Viene rivendicato dalle persone che si definiscono harragas (bruciatori), corrispettivo dei sans-papiers in Francia, come atto politico di rivendicazione e delle ingiustizie che subiscono in Europa ↩︎ 3. Achenbach, A. (2024). ‘The Body Carries the Border’ - A Somatechnical Approach to Borderscape Violence. Somatechnics, Volume 14 Issue 2, 181-198 ↩︎ 4. Khosravi, S. (2019). Io sono confine. Milano: Elèuthera ↩︎ 5. Balibar, E. (2001). Nous, citoyens d’Europe? Les frontières, l’État, le peuple. Parigi: La Découverte ↩︎ 6. Cuttitta, P. (2014). Il confine come metodo. Rivista di Storia delle Idee 3:2, 165-168 ↩︎ 7. Basso, P. (Ed.). (2010). Razzismo di Stato. Stati Uniti, Europa, Italia. Milano: Franco Angeli ↩︎ 8. Essed, P. (1991). Understanding everyday racism. Newbury Park: Sage ↩︎ 9. Sorgoni, B. (2022). Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati. Roma: Carocci editore ↩︎
Era l’estate del 2026 a Ceuta
LE FRONTIERE Da oltre trent’anni la Spagna delega progressivamente al Marocco una parte del controllo dei propri confini: gli accordi di riammissione dei primi anni Novanta si sono trasformati in una vera politica di esternalizzazione delle frontiere. Attraverso finanziamenti ed una robusta cooperazione bilaterale, Rabat è incaricata di impedire ai migranti di raggiungere le enclave spagnole di Ceuta e Melilla, frammenti d’Europa incastonati sulla costa africana. La frontiera è sempre più militarizzata. La Spagna ha rafforzato la presenza delle forze di sicurezza e investito in un articolato sistema di difesa composto da recinzioni multiple, torri di sorveglianza, manutenzione del perimetro, sensori elettronici e barriere installate anche in mare per scoraggiare gli attraversamenti a nuoto. Le barriere di Ceuta e Melilla, lunghe complessivamente circa 20 chilometri – 8,2 a Ceuta e circa 11,5 a Melilla – sono il risultato di oltre trent’anni di costruzioni, innalzamenti e interventi tecnologici. Solo tra il 2005 e il 2013 il Ministero dell’Interno spagnolo dichiarò di aver investito quasi 72 milioni complessivi tra il perimetro di Ceuta (24,6 milioni di euro) e quello di Melilla (47,3 milioni). A queste somme vanno aggiunti gli interventi precedenti e quelli successivi, tra cui il grande piano di modernizzazione da 32,72 milioni avviato nel 2019 (comprendente anche fondi UE), il cui programma includeva: il rafforzamento della barriera; la sostituzione delle concertinas con sistemi ritenuti meno lesivi; nuovi tratti del vallado, in alcuni punti portati fino a circa 10 metri; telecamere CCTV; sistemi di riconoscimento facciale; fibra ottica; sistemi di rilevamento e allarme; miglioramento del posto di frontiera di El Tarajal e sistemi automatici di controllo degli ingressi e delle uscite. A causa di questi limiti, molti giovani migranti tentano di nascondersi all’interno dei camion, tra gli assi dei rimorchi, nel vano delle ruote degli autobus o approfittare delle carovane commerciali per attraversare il confine senza essere scoperti, ma correndo il rischio di rimanere schiacciati o soffocati. Ultimo modo per raggiungere Ceuta è nei tre chilometri di mare che la separano dal Marocco, dove le acque del Mediterraneo incontrano quelle dell’Atlantico dando origine a correnti forti e imprevedibili. Notizie NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 8 Agosto 2026 Chi riesce ad attraversare il confine entra formalmente in territorio spagnolo. Tuttavia, i migranti in ingresso, pur potendo chiedere asilo politico non godono del principio di libera circolazione perché Ceuta e Melilla, pur appartenendo alla Spagna, non rientrano integralmente nel regime di Schengen. Inoltre, l’accesso alla protezione internazionale cambia a seconda dell’enclave in cui si arriva. A Melilla è possibile presentare domanda di asilo presso il posto di frontiera di Beni Enzar. A Ceuta, invece, questa possibilità è di fatto assente: la procedura viene generalmente avviata soltanto dopo l’ingresso nel Centro di soggiorno temporaneo per immigrati (CETI) 1. Nonostante ciò, la disperata ricerca di una vita migliore non si è mai fermata e gli assalti di gruppo alla recinzione si sono succeduti nel corso degli anni 2. IL MARE Nel luglio del 2026, pur senza modificare in modo sostanziale il sistema di accoglienza nelle due enclave, che continua a essere caratterizzato da procedure particolarmente restrittive, il Tribunal Supremo di Madrid stabilisce che i respingimenti immediati previsti dalla normativa spagnola sull’immigrazione – i cosiddetti devoluciones en caliente – non possono essere applicati ai migranti intercettati in mare mentre tentano di raggiungere a nuoto Ceuta o Melilla. Poco dopo, sui social media, iniziano a circolare alcuni video: mostrano persone che si avvicinano alla costa, gruppi di giovani diretti verso Ceuta e altri che hanno già raggiunto il territorio spagnolo. Le immagini sono diffuse rapidamente online e decine di account anonimi iniziano a raccontare Ceuta come una frontiera attraversabile. TikTok e Instagram amplificano la notizia. Gli account vengono segnalati o rimossi, ma alcuni ricompaiono poco dopo con nomi diversi, riprendendo la stessa narrazione. Altri pubblicano contenuti dedicati alla preparazione del viaggio e all’organizzazione dei gruppi. Utilizzando mute improvvisate, galleggianti, gonfiabili, camere d’aria o bottiglie di plastica vuote legate al corpo come improvvisati giubbotti di salvataggio, tra il 30 e il 31 luglio 2026, almeno 84 persone sono morte in quei tre chilometri di mare nel tentativo di raggiungere Ceuta. Dinanzi a loro, la Guardia Civil e l’Esercito bloccavano l’accesso via mare, negando “acqua e coperte ai bambini a pochi metri di distanza, fradici, tremanti, alcuni a malapena in grado di stare in piedi dopo ore in acqua“, riferisce No Name Kitchen 3 Dopo gli arrivi, la maggior parte delle circa 70.000 persone entrate in Marocco a nuoto o via terra è stata costretta a salire sui camion e ad essere rimpatriata; i confini dell’Europa sono stati rafforzati con la costruzione di una barriera fisica sul mare; l’enclave è assediata da esercito, polizia e Guardia Civil e i cadaveri alla frontiera (eccetto 9) stanno venendo sepolti con dei semplici numeri sulle lapidi. DA BAMBINI A BAMBINI DI STRADA A Ceuta rimangono soprattutto coloro che non possono semplicemente essere rimandati indietro: i MENA (Menor Extranjero No Acompañado). PH: Raffaello Rossini (Ceuta, agosto 2026) Dopo gli arrivi, una delle operazioni più delicate è stabilire l’identità della persona. Secondo una ricostruzione pubblicata l’8 agosto 2026, la polizia stava lavorando per identificare oltre 1.000 minori marocchini, raccogliendo innanzitutto elementi fondamentali come nome, cognome e data di nascita. Una settimana dopo, come segnalato da No Name Kitchen, molti minorenni non erano ancora stati registrati o conteggiati. Quando il ragazzo non possiede documenti, quando quelli disponibili non consentono di verificare con certezza l’età dichiarata o quando esistono dubbi sulla minore età, la normativa spagnola prevede che il caso sia portato all’attenzione del Ministerio Fiscal, al quale compete la determinazione giuridica dell’età. Nello specifico, il Defensor del Pueblo ha più volte denunciato che gli accertamenti sull’età vengono talvolta effettuati senza l’effettiva supervisione del Ministero Fiscale, nonostante si tratti di una garanzia essenziale per la tutela dei minori. L’istituzione ha, inoltre, documentato casi nei quali persone che dichiaravano di essere minorenni sono state sottoposte ad accertamenti radiologici prima che la Fiscalía fosse informata o senza che risultasse la necessaria autorizzazione. In altri procedimenti, sono state rilevate carenze nell’esame medico, nell’ascolto dell’interessato e nella comunicazione formale della decisione. Reportage e inchieste LA RATONERA DEL PRÍNCIPE. CRONACHE DALLA PENOMBRA DI CEUTA Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 17 Agosto 2026 Un secondo elemento di criticità riguarda l’affidabilità degli esami utilizzati per stimare l’età: alcuni metodi medico-forensi presentano margini di errore e non possono essere considerati, da soli, strumenti capaci di stabilire con precisione il giorno o l’anno di nascita di una persona. Nel corso degli anni, inoltre, l’istituzione ha segnalato casi nei quali i decreti della Fiscalía non erano stati adeguatamente notificati agli interessati prima dell’adozione di provvedimenti che potevano incidere sulla loro permanenza in Spagna. Negli anni addietro, Organizzazioni per i diritti umani e organismi di controllo hanno denunciato episodi di abuso, l’assenza di un’adeguata supervisione e trasferimenti coatti tra Comunità Autonome effettuati senza valutare i legami familiari, sociali o territoriali del minore. Il primo approdo, dopo l’identificazione per minorenni e non accompagnati, è il sistema di protezione dell’infanzia, che si traduce in una rete che si dilata e si contrae seguendo la pressione migratoria. Nel maggio 2021, quando circa 8.000 persone riuscirono a entrare nell’enclave spagnola di Ceuta in meno di due giorni, in seguito all’allentamento dei controlli sul lato marocchino della frontiera, l’ingresso di 1.500 minorenni a Ceuta mise sotto pressione un sistema già fragile e privo di spazi sufficienti. Nel luglio 2025 erano 528 i minori accolti a Ceuta, mentre la capacità ordinaria attribuita alla città era di 27 posti 4. La Esperanza rappresenta il principale dispositivo residenziale e, paradossalmente, alcuni bambini preferiscono non dichiararsi minorenni o dichiararsi maggiorenni perché temono di essere trattenuti in un’attesa che può durare anni: sebbene i dati ufficiali sulle fughe dei minori dai centri di Ceuta siano frammentari, la Fiscalía registrava, già nel 2017, 142 minori di Ceuta nella categoria “en fuga”, definita come quella dei ragazzi che avevano abbandonato un servizio di protezione e risultavano irreperibili. Molti di loro, raccontavano di essere fuggiti per sottrarsi a violenze, maltrattamenti e condizioni di vita ritenute insostenibili. Ad oggi, circa 700/800 bambini e bambine si sono raccolti nella zona di Las Naves, poiché al centro minori La Esperanza non risultano posti dal primo giorno della ‘crisi‘. I bambini e le bambine dormono per strada e, in tanti, hanno perso i contatti con i propri cari. Viaggi pericolosi, separazioni familiari, paura del rimpatrio; assenza di bagni, un solo pasto al giorno, una sola bottiglietta d’acqua; nessuna scuola, nessuna cura, nessuna alternativa alla miseria. Per centinaia di loro, se non quella di tentare, nuovamente, di oltrepassare il porto: nei camion diretti ai traghetti per Algeciras, nei rimorchi, vicino agli assi delle ruote o negli spazi più nascosti dei veicoli. Era il 6 aprile del 2018, quando “El Susi”, di circa 16 anni, morì dopo essere stato investito da un camion all’interno del porto di Ceuta. Nel febbraio 2019, Ilias E.O., di 15 anni morì sul colpo quando il mezzo pesante sotto cui era nascosto si mise in movimento. Sebbene la definizione istituzionale più diffusa sia MENA; a Madrid, Valencia e nei Paesi Baschi si è diffusa l’espressione MIVI (Menores de Vida Independiente). A Ceuta e Melilla, al di fuori del linguaggio amministrativo, l’identità di questi bambini e queste bambine, ricondotta alle condizioni di marginalità e alla protezione che non hanno, è di essere “niños de la calle”, un laboratorio tra esclusione sociale e presenza nello spazio urbano. Era l’estate del 2026 a Ceuta: le frontiere, il mare e migliaia di bambini nel buio. 1. I richiedenti asilo vengono registrati all’interno dei CETI e, se la procedura prosegue, possono ottenere l’autorizzazione al trasferimento verso la penisola spagnola. Il trasferimento, però, non è automatico e l’ordine di partenza dipende da una serie di valutazioni amministrative e politiche. Nel 2017, ad esempio, una domanda di asilo su tre è stata respinta. ↩︎ 2. Nel settembre 2005, durante un tentativo di attraversamento collettivo, morirono cinque persone e centinaia rimasero ferite negli scontri e nella confusione generata dall’assalto. Il 6 febbraio del 2014, almeno 14 migranti morirono annegati mentre cercavano di raggiungere l’enclave spagnola a nuoto (tragedia del Tarajal). Nel 2017 circa 2.244 persone riuscirono a entrare irregolarmente a Ceuta. Una parte significativa degli ingressi avvenne attraverso assalti collettivi alla doppia recinzione di frontiera: nel febbraio dello stesso anno quasi 500 persone riuscirono a superare la barriera in un solo tentativo ↩︎ 3. No Name Kitchen (NNK) è un’organizzazione non governativa che opera lungo le rotte migratorie dei Balcani e del Mediterraneo, offrendo assistenza, monitoraggio e supporto alle persone in movimento. A Ceuta documenta le condizioni dei minori e delle persone migranti e denuncia le violazioni dei loro diritti ↩︎ 4. Nel 2026 la Città ha messo a gara altri 100 nuovi posti per il periodo 2026-2028. ↩︎
La ratonera del Príncipe. Cronache dalla penombra di Ceuta
A Ceuta la frontiera non finisce con il muro, le pattuglie e il confine di El Tarajal. Si sposta dentro la città, nei quartieri dove migliaia di persone rimangono sospese in un limbo fatto di attesa, sovraffollamento e invisibilità.  Notizie/Confini e frontiere NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 8 Agosto 2026 Nel Príncipe, a pochi chilometri dalla frontiera, centinaia di persone vivono nascoste, dormono negli spazi di fortuna e cercano di sottrarsi a un sistema che continua a controllarne gli spostamenti e a riportarle verso il confine. È il risultato di una politica di frontiera che non si limita a impedire l’ingresso: produce spazi di sospensione, seleziona chi può essere visto e chi deve rimanere invisibile, e trasforma la permanenza stessa in una forma di controllo. 1. LA SPUGNA DI CONFINE Ceuta – El Príncipe Alfonso è la ratonera di Ceuta, il trappolone urbano a un passo dal valico di El Tarajal. In qualsiasi altro luogo dell’exclave, il dispositivo di gestione della frontiera opera secondo una logica vettoriale e prevedibile: pattuglie, cinturamenti di strade, raduni coatti e il cosiddetto “pastoreo” che riaccompagna la massa verso il territorio marocchino nel giro di poche ore. Nel Príncipe, no. La densità dell’abusivismo edilizio, la trama minuta di case autocostruite e una secolare rete informale di solidarietà e commercio oppongono una resistenza passiva alla visibilità dello Stato. Qui il confine è una spugna che assorbe e trattiene. Sotto questa superficie si accumula la pressione di numeri imponenti. La Città Autonoma di Ceuta – un lembo di territorio di appena 18,5 chilometri quadrati – si trova a gestire la presenza stimata di oltre 3.000-4.000 persone bloccate in un limbo giuridico e logistico, entrate a nuoto o via terra lungo le scogliere di Benzú e Tarajal. La dimensione della tragedia sottotraccia emerge dal conteggio drammatico delle croci in mare: il bilancio ufficiale provvisorio parla di almeno 88 corpi recuperati (con stime istituzionali locali che attestano tra 77 e 84 salme repertoriate), mentre le organizzazioni per i diritti umani e le associazioni indipendenti come Caminando Fronteras stimano fino a 130-141 vittime totali compresi i dispersi. PH: Raffaello Rossini 2. LA NORMALITÀ DELL’ANOMALIA In questa penombra stratificata vive Yassin. Viene da Targha, ha la serenità paradossale di chi si trova al centro esatto della tempesta e dorme da dieci giorni nell’abitacolo di un’auto abbandonata. Si è fatto accettare dalla geografia del quartiere con la naturalezza dei sopravvissuti, parla al telefono con i genitori per mostrare la normalità dell’anomalia e circonda di sorrisi il proprio stato di sospensione. I suoi amici mettono in posa i corpi davanti all’obiettivo con la joya immediata e infantile di chi sente di avercela fatta, anche se «farcela», qui, significa soltanto aver guadagnato qualche giorno di latenza prima di essere riassorbiti. L’illusione dell’accoglienza ha però margini strettissimi. Il Centro di Permanenza Temporanea per Immigrati (CETI) della città, progettato per una capienza massima di 512 posti, è crollato sotto un tasso di sovraffollamento che supera il 300%, costringendo le autorità a stipare centinaia di persone in tendopoli di emergenza presso la zona industriale di Tarajal o a lasciarle all’addiaccio. Ancora più critica è la situazione dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MENA): la rete d’accoglienza della Città Autonoma di Ceuta registra una presenza di oltre 500 minori a fronte di una capacità ricettiva ordinaria pari a circa 132 posti, costringendo il Governo locale a richiedere l’attivazione dei protocolli nazionali di ripartizione solidale verso le altre Comunità Autonome della penisola. Il bambino che ti prende per mano per accompagnarti da una famiglia seduta fuori dalla porta di casa non sta compiendo un gesto di cortesia: sta attivando la micro-procura di controllo del territorio. L’interrogatorio che ne segue è rapido, pragmatico, privo di affettazione: chi sei, da dove vieni, fai parte di una ONG, hai una telecamera? Poi la raccomandazione che suona come una sentenza sul clima del luogo: «Stai attento, ti potrebbero rapinare». PH: Raffaello Rossini 3. FRATTURE NEL BARRIO Poco distante, un altro ragazzo spagnolo musulmano che masticando qualche parola d’italiano cerca di misurare la presenza dello straniero, esplicita la regola non scritta della convivenza transfrontaliera. Tra il 5 e il 6 agosto, le cronache locali della Jefatura Superior de Policía de Ceuta hanno registrato l’arresto del latitante “Pleita” e l’ingresso all’Hospital Universitario di Loma Colmenar di un trentanovenne ferito da arma bianca al costato, accoltellato da un connazionale al culmine di un litigio per la strada. > «Finché si comportano bene e portano rispetto va bene», dice con una calma > fredda, «ma se esagerano, qui la gente deve farsi sentire». È la frattura interna all’emigrazione stessa. Da una parte la comunità storica del Príncipe – cittadini spagnoli di fede musulmana e lingua darija, incastrati da decenni tra il traffico dell’hachís, un tasso di disoccupazione giovanile locale che le rilevazioni INE (Instituto Nacional de Estadística) attestano costantemente sopra il 60%, e il sospetto perenne delle forces di sicurezza – e dall’altra la nuova marea di connazionali che preme per trovare riparo, portando con sé la disperazione, la fame e il disordine di chi non ha più nulla da perdere. 4. LE GEOMETRIE FATISCENTI DELLA PROTEZIONE Arrampicandosi verso il cuore più alto del barrio, tra cubi di edilizia popolare arancioni, grigi e rossi schiacciati da un caldo atroce, questa tensione sociologica trova una sua inaspettata, rudimentale forma di autogoverno. Sul cemento rovente di un campetto da calcio di quartiere era stato improvvisato un recinto fatto di transenne di plastica rossa, teli stesi alla ben e meglio per schermare il sole e un’infinità di materassi e tappeti appoggiati a terra. Uno spazio nato per proteggere donne e ragazze dai rischi della strada, gestito direttamente dai residenti. L’infrastruttura di questa protezione informale è interamente autofinanziata: tendoni, materassi e i pasti somministrati sono il frutto di una colletta interna promossa dagli abitanti. Un quartiere storicamente marginale che estrae dal proprio tessuto informale una capacità di contenimento che le istituzioni formali non riescono o non vogliono garantire. Tuttavia, il campo è amministrato da persone del barrio con strumenti empirici, una formazione approssimativa e categorie organizzative rigide. Nelle ultime ore sono arrivate altre trecento persone, quasi tutte giovani donne e minori. La capienza informale è exploded, costringendo gli organizzatori a decidere il trasferimento del campo verso un impianto sportivo più grande. Lo sgombero del primo spazio ha rivelato l’estetica della deprivazione urbana del Príncipe: la struttura smontata ha messo a nudo un recinto privo persino delle porte da calcio o di un canestro, recintato da reti di metallo strappate e arrugginite dove giocare significa rischiare a ogni tiro di perdere il pallone per sempre nei burroni del quartiere. Un residente, osservando i volontari caricare le stuoie, commentava con un’amarezza senza sconti: «A Ceuta ci sono diversi campi da calcio moderni e attrezzati; com’è possibile che per fare accoglienza debbano usare il nostro, che cade a pezzi?». PH: Raffaello Rossini 5. IL SOMMERSO, L’IGNORANZA E GLI SGUARDI Oltre le centinaia di presenze tracciabili nel campetto, esiste un secondo livello di invisibilità ancora più profondo: decine di giovanissime sono nascoste all’interno delle case private del barrio. La paura di essere intercettate e riassorbiti dal dispositivo di rimpatrio le spinge a una clausura volontaria nelle stanze buie delle case autocostruite. In questo sottoscala sociale domina un radicale analfabetismo giuridico: sia le minori sia le maggiorenni ignorano completamente i propri diritti, non conoscono le tutele teoricamente offerte dalla Ley de Extranjería per chi è sotto la fascia protetta, né quantificano i rischi reali di espulsione automatica o di trattenimento arbitrario. Attorno al perimetro del recinto la vita adolescenziale scorre alterata da una maturazione precoce. Fuori dalle transenne si calcano gruppi di ragazzi del posto: si creano dinamiche di promiscuità inevitabili, fatte di sguardi insistenti, numeri di telefono scritti sui cartoni, risate lanciate a distanza e tentativi di contatto. In un contesto segnato dalla totale assenza di mediazione professionale, la vulnerabilità delle minori esposte alla minaccia di molestie o violenze di genere rimane una costante latente, sfumata appena dalla presenza sul campo degli operatori di Mujeres en Zona de Conflicto (MZC). Questa ONG spagnola, attiva storicamente nei contesti di frontiera per la prevenzione della tratta e della violenza sulle donne, tenta un’opera di monitoraggio e orientamento, muovendosi con cautela tra la diffidenza dei ragazzi del quartiere e la lentezza della Polizia Nazionale, presente sul posto per raccogliere dati, fotosegnalare e catalogare le minori ai fini del conteggio istituzionale. PH: Raffaello Rossini 6. «IO SONO DI MIA MADRE»: LA VOCE DEL BARRIO L’intreccio tra disillusione, cinismo e una forma di disperata lucidità emerge nelle parole dei giovani che sono cresciuti nelle strade del Príncipe, dove l’infanzia si accorcia fino a sparire. Un ragazzo del posto restituisce la grammatica di questo margine: «I ragazzi fuori hanno troppa pressione addosso, vogliono solo fare i loro giri. Guardati intorno: ci sono tutte le ragazze dentro e tutti i ragazzi fuori che aspettano, guardano, mandano messaggi. Questo mi fa pena. Invece di vederli buttati così, io gli dico “spostati là” e si spostano. E se qualcuno non ascolta, glielo si fa capire con le maniere forti. Sono adolescenti, poco più che bambini. E la gente dall’alto parla di musulmani, marocchini, urla “fuori, fuori!“. Ma sono persone. In che momento abbiamo smesso di essere persone? Io non sono di destra, non sono di sinistra, non sono di Sánchez né del PP. Che cazzo me ne frega? Io sono di mia madre. A me ha cresciuto mia madre, mi ha scaldato il cibo mia madre, esattamente come la tua. Non la Meloni, non i politici. Mia madre, grazie a Dio. Vedi questo documento? È il mio DNI spagnolo, nato qui a Ceuta. È scaduto. E non lo vado a rinnovare. Non me ne importa niente, quando vorrò andare via ci penserò. Se non ti serve, lo tiri via, lo bruci, fai una denuncia e ti dicono che c’è un altro modello. Non mi interessa perché la Spagna a me non dà niente». 7. IL VUOTO ISTITUZIONALE E LE OMBRE SULLE RISORSE Dopo quattro giornate trascorse tra le sterrate del Príncipe, la percezione sul campo è quella di una polveriera a lento rilascio. Tra i vicoli si rincorrono ossessivamente le voci di un imminente sfollamento forzato o di una chiusura ermetica della frontiera di Tarajal, mentre gli agenti addetti ai valichi interpellati liquidano l’ipotesi bollandola come un’assurdità irrealizzabile. La realtà materiale, tuttavia, precipita nell’incuria: nel campo non ci sono docce, né servizi igienici adeguati; la presenza strutturale delle ONG è pressoché inesistente. I membri di Mujeres en Zona de Conflicto esternano una forte preoccupazione per il clima di militarizzazione strisciante: in mattinata perfino reparti dell’Esercito (Ejército de Tierra) si sono spinti fin dentro il quartiere per effettuare una specie di censimento informale. Ahmed, che con immensa fatica e sacrificio cerca di coordinare il campo, rimarca infastidito come l’atteggiamento dei militari sia stato inutilmente muscolare e provocatorio, sottolineando amaramente che se le forze armate tornassero per portare via le persone con la forza, lui non potrebbe fare nulla per impedirlo. L’unica certezza materiale resta il cibo, che continua ad arrivare grazie allo sforzo congiunto degli abitanti e al supporto logistico di entità assistenziali come la Cruz Blanca. Fa tuttavia rumore l’assenza totale di qualsiasi istituzione civile, sociale o socio-sanitaria della Ciudad Autónoma de Ceuta. L’unico volto dello Stato a farsi strada nell’incrocio tra edilizia abusiva e degrado è quello in divisa della Polizia Nazionale e dei blindati militari. Nei bar del barrio si parla apertamente del paradosso economico del margine: i finanziamenti straordinari versati dal Governo centrale di Madrid e dai fondi europei per la gestione dell’emergenza transfrontaliera. Tra i residenti ricorre l’amarezza per le cifre – come i circa 25 milioni di euro stanziati ed erogati per la gestione dell’accoglienza e dell’emergenza migratoria – chiedendosi dove vadano a finire queste risorse prima di arrivare in un quartiere dove le scuole cadono a pezzi, le abitazioni versano in uno stato di cronico semiabbandono e non esiste un solo centro di aggregazione giovanile o uno spazio sociale per impedire che i ragazzi della zona finiscano inghiottiti dai circuiti informali della frontiera. PH: Raffaello Rossini 8. L’INTERCAPEDINE PERMANENTE Nelle parole dei giovani del barrio si sovrappongono il rifiuto delle categorie ideologiche istituzionali, il senso di abbandono da parte dello Stato centrale e l’accettazione della violenza come unico codice regolatore dell’ordine locale. In questo frammento di conversazione si riassume la condizione antropologica del Príncipe: una comunità che rifiuta l’identificazione con le narrazioni statali – siano esse spagnole o marocchine – per rifugiarsi in un tribalismo primario fondato sulla lealtà familiare e sulla legge del più forte. Il Príncipe non si costituisce come rifugio politico né come ghetto chiuso: risponde alle caratteristiche di un non-luogo di transito spinto all’estremo, un’intercapedine architettonica e sociale dove l’identità individuale viene congelata nell’attesa. Un limbo dove l’autorità formale recede lasciando spazio a un’infrastruttura d’emergenza autoprodotta, in cui la solidarietà comunitaria e la minaccia della pistola convivono nello stesso spazio, divise soltanto dal perimetro precario di una transenna rossa. Sullo sfondo, mentre le camionette della Polizia scendono lungo i tornanti polverosi dopo aver completato l’ennesimo censimento formale, le ragazze rimaste dentro la rete tentano di riappropriarsi del tempo con una palla sgonfia o una chiamata verso casa. Sotto la superficie di Ceuta, la marea non si è fermata: si è limitata a spostarsi di poche centinaia di metri, occupando un altro campetto sbrecciato in cui continuare ad attendere. PH: Raffaello Rossini
Confini europei in Nord Africa: la lezione di Ceuta
Tra l’ultimo giovedì di luglio e i giorni successivi sono arrivate, principalmente a Ceuta, decine di migliaia di persone. Tra queste, almeno 142 sono morte nel tentativo di raggiungere l’enclave spagnola, molte delle quali durante l’attraversamento a nuoto 1. Le persone migranti hanno raggiunto Ceuta utilizzando gommoni, imbarcazioni di fortuna e, soprattutto, nuotando. Sono molte le immagini e i video che circolano sui social dei disordini che hanno interessato la città: le spiagge affollate di persone che cercano di fuggire dalla polizia, le manifestazioni dei militanti di estrema destra contro una presunta invasione, le immagini della polizia marocchina che lancia pietre contro i migranti e quelle di molte associazioni che distribuiscono cibo. Le Ong presenti sul posto raccontano una situazione di difficile gestione, in cui mancano beni di prima necessità e i rimpatri svolti con procedure poco chiare sono costanti. Nella narrazione mediatica della vicenda ci scontriamo con un linguaggio caratterizzato da una forte violenza: si parla di “invasione”, di “assalto” e di arrivi in massa sulle coste spagnole. Una premessa è doverosa: Ceuta è geograficamente situata in Marocco. Notizie/Confini e frontiere NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 8 Agosto 2026 Sarebbe scorretto non ricordare che le persone in questione non hanno mai, geograficamente parlando, lasciato l’Africa. Quello che è accaduto è che hanno superato un confine che risale all’Europa coloniale, la stessa Europa che oggi si lamenta di essere invasa. I partiti di destra, spagnoli e non, si sono subito affannati a trovare il capro espiatorio nel governo di Pedro Sánchez e in particolare nel processo di regolarizzazione che ha avviato, volto a concedere un permesso di soggiorno, e non la cittadinanza, alle persone migranti che vivono in Spagna da prima del 2026. Notizie/Confini e frontiere LA REGOLARIZZAZIONE IN SPAGNA: NOVECENTOMILA PERSONE MIGRANTI STABILIZZATE Mentre la Spagna riconosce diritti e alimenta il boom economico, l’Italia continua ad essere solo fabbrica di marginalità   Chiara Concetta Starita, Avv. Gennaro Santoro (Roma) 29 Giugno 2026 D’altra parte, la sinistra incolpa il Marocco della pressione sulle frontiere e invoca controlli più ferrei sui confini. Osservando tutto questo vale la pena chiedersi a che tipo di contraddizioni stiamo assistendo e che dinamiche produce questo dibattito. Questo tipo di attraversamento dei confini europei, con molte persone che si muovono contemporaneamente, si è verificato altre volte nella storia, tuttavia l’attenzione mediatica riservatagli non è sempre la stessa. > La scelta di utilizzare i fatti di Ceuta per parlare di assalto e invasione > strizza l’occhio a un clima politico di avanzata generale delle destre in > Europa. Con un meccanismo ormai facilmente prevedibile, il tema delle persone in movimento viene strumentalizzato per lanciare dichiarazioni da campagna elettorale. Un processo che si è accentuato a causa dell’avvicinarsi delle elezioni spagnole, previste per il 2027. Inoltre, bisogna considerare che la costruzione delle barriere tra Ceuta e il resto del Marocco è iniziata negli anni ’90. Infatti, la frontiera terrestre tra Africa e Unione Europea è caratterizzata dalla massiccia presenza di controlli. Pertanto, sembra che la crisi che sta attraversando Ceuta sia da imputare alla presenza dei controlli rigidi sui confini e non alla loro assenza. Notizie/Confini e frontiere «HO TENTATO DI ARRIVARE A CEUTA. MI HANNO FERMATO, MI HANNO MESSO SU UN BUS E MI HANNO PORTATO NEL SUD. ORA STO PEGGIO DI PRIMA» Le testimonianze di due persone migranti nere 7 Agosto 2026 La domanda da porsi è: le politiche europee in tema di controllo dei confini stanno realmente impattando sui tentati attraversamenti? La risposta sembra essere negativa: l’aumento dei controlli sulle frontiere europee non ha eliminato i tentativi di attraversamento. Ad aumentare sono piuttosto le violenze e le morti. Ancora una volta, osservando Ceuta possiamo riflettere sul potere dei confini. I paesi situati alla frontiera dell’Ue rappresentano già da molti anni dei laboratori per la sperimentazione e il perfezionamento delle politiche in materia di gestione dei “flussi” e della “lotta all’immigrazione clandestina”. Ad oggi, i confini non rappresentano più delle semplici linee che dividono un territorio da un altro, ma funzionano come se fossero filtri: il passaggio della linea di frontiera determina chi ha il diritto di muoversi e chi no. È proprio sui confini che si compie quella che diversi antropologi, riprendendo Foucault, hanno chiamato “biopolitica dell’alterità”: un’operazione politica che si muove dai confini esterni tra i territori e quelli interni sociali, attraverso cui gli Stati attribuiscono alle vite valori morali differenti. L’alterità, cioè la persona migrante che arriva da fuori, viene amministrata attraverso dispositivi biopolitici che combinano assistenza, controllo e soprattutto selezione. In questo clima, risulta del tutto inappropriato invocare un maggior controllo dei confini perché la politica attuale si basa proprio su questo. Bisogna ricordare che l’Ue ha recentemente approvato un nuovo Patto su migrazione e asilo che agevola le procedure di rimpatrio alla frontiera. Nel concreto, è da almeno 15 anni che l’Europa ha avviato un processo di esternalizzazione delle frontiere, basato su accordi bilaterali tra Stati: territori esterni all’Unione, come il Marocco, assumono il ruolo di gendarmi della Fortezza Europa, a cui viene affidato il controllo dei flussi. Che cosa ha prodotto questa politica? La militarizzazione dei confini e l’aumento della violenza esercitata sulle persone che li attraversano. Il potere generativo del confine si esplica in una dinamica chiara: attraverso l’attuazione di determinate pratiche e leggi è lo Stato che produce attivamente categorie di persone “irregolari” e “fuori legge”, negando loro garanzie. Per estensione, tutto il territorio di frontiera, l’intera Ceuta, si caratterizza per la presenza di illegalità. Questo è un espediente narrativo che giustifica immediatamente la sospensione dei diritti e l’uso della violenza. Una categoria su cui è necessario riflettere è quella del “migrante illegale”. Seguendo quanto espresso in Migrant “illegality” and deportability in everyday life da Nicholas De Genova (2002), l’illegalità non può essere utilizzata come categoria descrittiva, perché non è una condizione intrinseca dell’essere migrante. Nessuna persona nasce illegale, ma diventa tale perché uno Stato stabilisce che la sua presenza non è conforme alle norme vigenti. Attraverso meccanismi di vario tipo, tra cui procedure burocratiche complesse e inaccessibili, è lo Stato che produce l’illegalità dei migranti. Infatti, viaggiare legalmente dal Marocco alla Spagna è molto complesso, se non addirittura impossibile. Così le persone migranti diventano irregolari: non hanno commesso un reato, però non rientrano in uno stato giuridico legale. Pensare che l’irregolarità sia una condizione prodotta dalle istituzioni cambia la narrazione, perché ci permette di decostruire l’idea secondo cui essere migranti illegali sia una scelta individuale. Ci troviamo di fronte a un dibattito in cui l’etichetta di “illegale” ha sostituito del tutto l’identità delle persone. Parlare di “invasione” e “assalto” produce un effetto simbolico molto importante: il migrante è colui che deliberatamente viola la legge, non più un individuo con una storia e con dei diritti. Quando l’identità giuridica prevale sull’identità della persona ci troviamo nella sfera della deumanizzazione: meccanismo per cui l’umanità di alcune categorie viene negata. Il lessico utilizzato per descrivere quello che accade a Ceuta è caratterizzato dalla sistematica omissione dei numeri delle persone morte in mare e del fatto che molti hanno compiuto l’attraversamento a nuoto. Le categorie utilizzate dalla stampa e dalla politica per descrivere le persone migranti – “clandestino”, “illegale” o “invasore” – non sono affatto neutre, perché non descrivono soltanto la realtà ma contribuiscono a produrla. La classificazione giuridica diventa una forma di potere che incide sulle possibilità di accedere ai propri diritti e di essere riconosciuti come soggetti politici attivi. Approfondimenti/Confini e frontiere CEUTA E MELILLA: COSA STA REALMENTE ACCADENDO Per comprendere davvero dobbiamo guardare oltre l'emergenza e interrogarci sul modello di gestione delle frontiere europee  3 Agosto 2026 Al di là della ricerca dei diretti responsabili, quello che è avvenuto a Ceuta non può essere considerato un episodio isolato, ma una storia tristemente destinata a ripetersi. Si tratta della manifestazione concreta di un sistema che continua a produrre sofferenza e violazioni dei diritti come effetti strutturali delle proprie politiche di gestione delle frontiere. Fino a quando la gestione europea delle migrazioni continuerà a privilegiare i confini, a basarsi sulla deterrenza e sui controlli violenti, casi come quello di Ceuta saranno sempre più inevitabili. Per comprendere i fenomeni migratori è spesso necessario andare oltre la cronaca e interrogarsi sulle rappresentazioni e sul linguaggio con cui le vicende vengono raccontate. La deumanizzazione non si manifesta solo attraverso l’uso della violenza sui confini, ma affonda le sue radici nella progressiva riduzione delle persone a “invasori” o “assaltatori”. Inoltre, parlare di “emergenza” occulta spesso il fatto che la violenza è strutturale e costante, sia nelle cause della migrazione, sia nella gestione del fenomeno. Ci troviamo all’interno di un dibattito che da anni sostituisce le persone con i numeri e con le statistiche, in cui l’indignazione iniziale è diventata totale assuefazione. È un concreto effetto della deumanizzazione normalizzare e accettare l’inaccettabile: il fatto che da un lato abbiamo una destra che parla di “prioridad nacional” e una sinistra che invoca controlli più ferrei sui confini, ma che nessuno parli delle persone che decidono di migrare a nuoto o su barche di fortuna ne è la rappresentazione concreta. Ogni società costruisce la propria politica della vita, decidendo quali vite sono considerate degne di essere protette e soccorse e quali possono essere esposte al rischio. Le frontiere europee e gli spazi come quello di Ceuta riflettono una gerarchia morale in cui il diritto al movimento è distribuito in maniera totalmente diseguale. > Le città di frontiera sono diventate aree in cui i diritti diventano pedine di > scambio geopolitiche. Ceuta rappresenta il fallimento di una precisa idea di Europa: quella che ha preferito investire progressivamente nella militarizzazione delle frontiere e non nella costruzione di vie di accesso sicure e legali, nel rispetto dei diritti fondamentali della persona; un’Europa che ha affidato a paesi terzi il controllo dei movimenti migratori, chiudendo prima un occhio poi l’altro di fronte alle sistematiche violazioni dei diritti umani e che ha trasformato la solidarietà tra gli Stati membri in un principio evocato solo nei documenti ufficiali e inesistente, o ridotto a un compenso economico, nella pratica. I fatti di Ceuta mostrano che l’Unione sta alimentando politiche che non difendono le persone, ma i confini. Di fronte a queste dinamiche è necessario riumanizzare la narrazione, restituendo alle persone in movimento quello che le politiche securitarie tendono a togliere: un nome, una storia e delle ragioni. Va ribadito chiaramente che nessuno affronta il mare o il deserto per invadere l’Europa. Le cause principali dei movimenti di persone vanno ricercate nella violenza strutturale, nella povertà estrema, nei processi di sviluppo diseguali tra Stati e nella totale mancanza di opportunità future, che sta segnando intere generazioni di giovani in Nord Africa e in Africa subsahariana. Inoltre, la situazione è aggravata dall’accelerazione di un forte processo di desertificazione che distrugge i mezzi di sussistenza e costringe ad abbandonare la propria terra. Questo dato dovrebbe essere preso particolarmente in considerazione oggi, in un’Europa che brucia per le temperature da bollino rosso. Se il nostro obiettivo è la comprensione dei fenomeni migratori, non possiamo ridurre Ceuta a una sterile individuazione delle responsabilità. Questi fatti di cronaca mostrano la necessità di un cambio di paradigma. Il dibattito dovrebbe concentrarsi sulla necessità di una politica che rimetta al centro la difesa della vita, con vie di accesso all’Europa che siano sicure. Cosa vuole difendere la nostra Fortezza Europa che si chiude sempre più su se stessa? Continuare a misurare il successo delle politiche migratorie sulla base del numero dei respingimenti o sulla riduzione degli arrivi significa accettare che la tutela dei confini prevalga sulla tutela delle persone. Invertire questa prospettiva è necessario, perché nessuna frontiera è sicura se il prezzo della sua sicurezza è la perdita di vite umane. 1. Una ONG marroquí eleva a 141 los fallecidos en Ceuta y Melilla, Diario de Sevilla (7 agosto 2026): Recuperado el cuerpo de otro migrante en Ceuta, los muertos suman 142, Ansa Latina (9 agosto 2026) ↩︎
Note su un passaggio di stato tra Ceuta e Fnideq
Fnideq, Marocco – Cominciamo dalla fine. Dalla risacca di un evento che si è già riassorbito, dall’arrivo sul campo a caos concluso, quando la cronaca ha già voltato pagina e restano solo le tracce termiche sul territorio. A Fnideq, il margine può essere uno scivolo di cemento che si perde nel buio del bagnasciuga. La spiaggia, priva di qualsiasi infrastruttura formale o servizio urbano, brulica di un’umanità che occupa lo spazio con la naturalezza dei mercati temporanei. Gruppi di donne velate sedute sulle aiuole della moschea, capannelli di ragazzini che corrono in ciabatte, famiglie intere in movimento costante fino a tarda notte. L’intera cittadina funziona come un formicaio impazzito: motorini, cibo di strada, sigarette di contrabbando, borse, un’infinità di magliette contraffatte del Marocco o con il nome di Lamine Yamal. Qui le maree umane si muovono sincronizzate con i ritmi della notte, montano e si riassorbono lungo la costa senza mai fermarsi davvero. Due uomini seduti su sedie di plastica offrono un servizio essenziale per la geografia informale della spiaggia: il noleggio della seduta per la serata. Rispondo in italiano con un «No, grazie» per non interrompere la dinamica, e continuo a camminare lungo la battigia per mimetizzarmi nella topografia del luogo. Al ritorno verso la strada principale, uno dei due mi aggancia in un italiano privo di inflessioni straniere. Si chiama I… . Ha circa cinquantacinque anni, un corpo segnato dal lavoro manuale e una storia che segue la parabola tipica della frammentazione identitaria. Dai sedici anni fino all’età matura ha vissuto a Ravenna: lavoro, due figli, una moglie italiana. Poi le prime deviazioni, il fallimento del nucleo familiare, la perdita dei contatti con i figli, il passaggio infruttuoso in Francia e infine il rientro forzato in Marocco. Nei codici sociali dell’emigrazione magrebina, il rientro senza la vettura con targa europea o la casa di proprietà costruita con le rimesse estere equivale a una condanna per fallimento. I… non torna da vincitore; rifiuta l’aiuto della famiglia e finisce a fare il pescatore nell’estremo sud del paese, per poi ripiegare su Fnideq e il noleggio delle sedie sul bagnasciuga. Un ulteriore, silenzioso passaggio di stato sociale verso l’invisibilità. Il confine, prima di essere una barriera fisica, è un’alterazione della percezione, uno stato mentale fatto di attesa e di occasioni percepite. Giovedì scorso, mentre era in spiaggia, l’attenzione di I… è stata attratta da un movimento collettivo. Centinaia di ragazzi hanno iniziato a radunarsi sulla collina che sovrasta la costa. La dinamica dell’evento è quella dei fenomeni di massa istantanei: alcune voci affermano che le stesse forze di sicurezza abbiano allentato il cordone, sollecitando o lasciando intendere la possibilità di buttarsi in mare per raggiungere la costa di Ceuta. Si è scatenato il caos. Centinaia di persone hanno abbandonato all’istante le proprie attività quotidiane, spogliandosi sulla spiaggia e lasciando pantaloni, borse e altro sulla sabbia. I… ha tentato di proteggere il proprio cellulare avvolgendolo in un sacchetto di plastica raccolto da terra e si è lanciato in acqua in maglietta e boxer. La traversata a nuoto verso l’enclave spagnola, sotto la spinta della corrente e con visibilità ridotta, è durata per diverse ore – i minori incontrati a Ceuta parlano di percorsi in acqua fino a otto ore. È lì che avviene il passaggio di stato più radicale: il corpo solido e terrestre si dissolve nell’elemento liquido, esposto a una fisica spietata. Nel racconto di I… compare la rimozione del rischio: la visione di corpi che perdevano galleggiabilità, la transizione irreversibile di chi scompare inghiottito dall’oscurità dello Stretto, scivolando sotto la superficie senza più riemergere, non ha interrotto la spinta della massa. È la forza cieca di queste maree politiche e disperate, dove l’illusione di una breccia nell’architettura del confine invalicabile azzera qualsiasi calcolo di sopravvivenza. L’impatto con la sponda spagnola riproduce la consueta sequenza della gestione di frontiera: l’arrivo sulla scogliera, il telefono inutilizzabile per via dell’acqua, i fermi e le percosse da parte dei reparti antisommossa, la fuga momentanea negli anfratti urbani di Ceuta e la successiva, sistematica riammissione nel territorio marocchino. Un dispositivo collaudato che azzera la spinta e ripristina lo status quo in poche ore. Superato il varco, la distinzione tra la Spagna e il Marocco non è solo una questione linguistica o valutaria, ma una frattura nell’ordine dello spazio. A Ceuta, i ragazzi marocchini che sono riusciti a rimanere temporaneamente vagano per la città spagnola con la curiosità dei turisti: si fotografano sorridenti davanti ai monumenti coloniali, pur avendo perso tutto in mare. Molti parlano un francese corretto, sono studenti o lavoratori precoci, ed esprimono la normale complessità emotiva di chi ha tentato un salto sistemico. In Europa, e in particolare nel dibattito pubblico italiano, questa materia umana viene regolarmente sterilizzata all’interno di una narrazione bidimensionale: da un lato la retorica dell’invasione, dall’altro un pietismo astratto. Entrambe le visioni ignorano la natura strutturale del fatto politico. La realtà di chi attraversa il confine rifiuta le categorie semplificate di “migrante“: si tratta di persone esposte alla violenza delle politiche di controllo, soggette a dinamiche di sfruttamento e spesso usate come merce di scambio geopolitico tra le due sponde del Mediterraneo. Seduto sulla sedia di plastica a Fnideq, I… conclude il suo monologo con una presa di coscienza priva di concessioni ideologiche: l’amarezza per un governo che utilizza la spinta e la disperazione dei propri cittadini meno abbienti come una leva di pressione diplomatica verso l’Unione Europea. Sullo sfondo, il rumore del mercato e del mare continua indifferente alla contabilità dei corpi rimasti in acqua 1, mentre la marea riassorbe i superstiti e li restituisce alla solita, immobile attesa. Galleria fotografica di Raffaello Rossini 1. Fonti indipendenti, come la Ong Caminando Fronteras, hanno accertato oltre 140 morti ↩︎
«Ho tentato di arrivare a Ceuta. Mi hanno fermato, mi hanno messo su un bus e mi hanno portato nel sud. Ora sto peggio di prima»
ILARIA MOHAMUD GIAMA 1 Le parole di A. arrivano da lontano. Non solo geograficamente. Arrivano da un limbo che dura da anni. L’ho conosciuto questo gennaio a Rabat, durante le proteste davanti all’UNHCR. Un ragazzo aveva appena tentato di darsi fuoco davanti alla sede. La disperazione di chi resta bloccato senza via d’uscita era nell’aria. A. era lì. Sudanese, senza documenti riconosciuti, senza lavoro, senza prospettive. Viveva esattamente ciò che le associazioni denunciano da tempo: il Marocco non dispone di un vero sistema nazionale di asilo. Non esiste una procedura strutturata, con tempi certi, diritti garantiti e un’autorità indipendente che valuti le domande. C’è solo l’ufficio dell’UNHCR, che raccoglie le richieste preliminari e rilascia documenti di registrazione. Nella pratica, quei documenti offrono scarse tutele. Chi li possiede resta comunque esposto a rastrellamenti, controlli arbitrari, fermi e trasferimenti forzati verso il sud del paese. Quando a metà luglio ha sentito che qualcosa si stava muovendo verso Ceuta, ha deciso di tentare. Si è messo in viaggio. Non è mai arrivato. Su un bus, durante un controllo, lo hanno fatto scendere insieme ad altri migranti neri. Poi lo hanno caricato su un altro mezzo e lo hanno portato centinaia di chilometri più a sud. La sua esperienza non è un incidente. È il funzionamento ordinario di un confine che non si limita a fermare le persone, ma produce gerarchie. Decide chi può muoversi e chi deve restare fermo, chi può tentare e chi viene allontanato. Foto di A. – Prima della deportazione Foto di A. – Luogo dove vengono scaricate le persone In quei giorni i giovani marocchini potevano raggiungere la frontiera e attraversarla. I migranti di origine subsahariana trovavano invece strade e bus trasformati in filtri. La selezione basata sul colore della pelle non è un dettaglio operativo: è una tecnologia di confine. A. mi ha messo in contatto con un’altra persona, W., che ha seguito un percorso diverso, ma con lo stesso esito. Era riuscito ad arrivare in Spagna via terra. Assieme a lui migliaia di altre persone. Immagini di W. – Durante la rotta per le foreste Dopo poco è stato però respinto con la forza oltre il confine e, una volta tornato in Marocco, è stato caricato su un mezzo e deportato nel sud del Marocco. Due traiettorie, lo stesso meccanismo di allontanamento e isolamento. Queste operazioni non sono un’iniziativa autonoma del Marocco. Sono parte di un sistema commissionato e finanziato dall’Unione Europea. Attraverso accordi, fondi e pressioni politiche, l’Europa ha trasformato il paese in un gatekeeper: un territorio incaricato di contenere, selezionare e disperdere chi cerca di muoversi verso nord. I trasferimenti di massa verso il sud – spesso senza procedure, senza documenti, senza possibilità di ricorso – sono uno degli strumenti di questa esternalizzazione. Il video virale di un agente delle Fuerzas Auxiliares che lancia ripetutamente una grossa pietra contro un giovane vicino al confine non è un’eccezione. È un fotogramma della violenza ordinaria con cui questo sistema si mantiene. A. oggi è di nuovo nel sud. Ha perso giorni, soldi, energie. È tornato nello stesso limbo da cui aveva cercato di uscire, solo più isolato. W., dopo aver toccato territorio spagnolo, è stato respinto e deportato nel sud del Paese, e al momento risulta irreperibile. L’ultimo aggiornamento riguarda un luogo di detenzione per migranti nel sud del Marocco. Ultima immagine di W. All’interno di una struttura di detenzione per migranti neri Le loro storie non sono eccezioni. Sono il risultato concreto di una politica che ha delegato la violenza del confine a paesi terzi, finanziandone i meccanismi di controllo senza costruire reali sistemi di protezione. Mentre i media contano quanti marocchini sono entrati a Ceuta e quanti sono tornati, sulle strade del nord del Marocco continua a funzionare un filtro silenzioso. Un filtro che non si limita a bloccare. Produce differenze. Decide chi può tentare e chi deve essere allontanato. E lo fa, ancora una volta, lungo la linea del colore della pelle, con il sostegno indiretto ma decisivo dell’Unione Europea. 1. Ricercatrice e attivista per i diritti umani, studentessa di Geografia all’Università di Bologna. Mi occupo di scrittura e divulgazione su temi geografici, culturali e geopolitici, con particolare attenzione alle dinamiche di confine, alla mobilità e ai diritti nelle zone di frontiera interne ed esterne all’Europa. ↩︎