Miguel Angel Martin / Dante Reload
Dimenticare Gustave Doré e guardare a Lucio Fulci. Per entrare nell’Inferno di
Dante, Miguel Ángel Martín ha scelto una strada che sembra quasi una
dichiarazione di metodo: liberarsi della sterminata tradizione iconografica
cresciuta nei secoli intorno alla Divina Commedia e tornare direttamente al
testo, ai corpi martoriati, alle pene, ai diavoli, alla materialità delle
sofferenze descritte dal poeta. Il risultato è una versione immaginifica
dell’Inferno, pubblicata per NPE, che appartiene pienamente all’universo
dell’autore spagnolo, dove la precisione del segno rende ancora più evidente la
violenza esercitata sui corpi. E dove i dannati possono assomigliare agli zombie
del cinema horror molto più che alle figure romantiche consegnate
all’immaginario collettivo dalle incisioni ottocentesche.
È proprio con Doré, del resto, che Martín stabilisce immediatamente una
distanza. Non per mettere in discussione la qualità del suo disegno, quanto il
modo in cui l’illustratore francese ha trasformato in immagini i grandi
classici. Una convinzione maturata già durante il lavoro sul Don Chisciotte:
«Doré è un bravissimo disegnatore, ma secondo me non è un bravo illustratore.
Quando ho letto Don Quijote non l’ho visto riflesso nelle sue illustrazioni. Fa
un Chisciotte romantizzato e troppo teatrale». Il romanzo di Cervantes gli aveva
restituito tutt’altro paesaggio: polvere, povertà, sole, qualcosa che Martín
arriva ad accostare allo spaghetti western e persino a Lo chiamavano Trinità.
Con Dante il meccanismo si ripete. «Non ho trovato “infernali” le illustrazioni
di Doré. Mi sembra un Inferno troppo idealizzato». Da qui una scelta
preliminare: non confrontarsi con quella genealogia, ma provare deliberatamente
a dimenticarla. Persino Virgilio, protagonista del viaggio e presenza quasi
inevitabile nella rappresentazione visiva della Commedia, viene espulso dalle
immagini. Al suo posto Martín mette ciò che maggiormente lo ha attratto durante
la lettura: «Dante offre descrizioni dettagliate dei dolori e delle sofferenze
dei dannati, che io ho trasformato nei veri protagonisti, insieme ai diavoli».
Martín ha incontrato davvero Dante grazie a questo progetto. Non aveva mai letto
prima la Commedia e, non sentendosi sufficientemente sicuro dell’italiano per
affrontare un testo tanto complesso, ha utilizzato una traduzione spagnola in
prosa. Una mediazione che lo ha portato a concentrarsi specificamente sul
sistema narrativo e figurativo dell’Inferno. A colpirlo è soprattutto
l’organizzazione delle pene, la distribuzione dei dannati nei diversi livelli e
quella minuziosa ingegneria del castigo che trasforma il peccato in una
condizione fisica. «Le descrizioni sono dettagliate, ma senza morbosità o
autocompiacimento», osserva, ed è difficile immaginare un territorio più adatto
al suo segno. Da decenni il corpo rappresenta infatti uno dei campi di battaglia
privilegiati dell’opera di Martín: penetrato, sezionato, mutilato, trasformato
dalla tecnologia o sottoposto alla violenza, viene mostrato attraverso una linea
paradossalmente limpida, controllata, quasi asettica.
Nell’Inferno questa grammatica visiva incontra naturalmente quella del
contrappasso. Alla complessità della pena corrisponde la nettezza dell’immagine,
senza che Martín senta però la necessità di modificare il proprio linguaggio:
«Sono stato semplicemente me stesso, come al solito. Quella relazione tra
chiarezza formale e atrocità è la stessa che esiste negli altri miei lavori».
Non è un caso che, completate le illustrazioni, Martín abbia scoperto un
predecessore nel quale si è riconosciuto assai più che in Doré: Priamo della
Quercia, pittore del Quattrocento e autore delle miniature che accompagnano una
celebre Commedia manoscritta. «Lì ho visto un vero Inferno. Mi sento vicinissimo
a Priamo e lontanissimo da Doré». Una parentela scoperta a posteriori e proprio
per questo significativa: due immaginari lontanissimi cronologicamente possono
incontrarsi nella concretezza attribuita al corpo, al supplizio e allo spazio
infernale.
Ma nell’interpretazione di Martín il corpo non è l’unico protagonista. C’è anche
l’architettura. Durante la lettura ha compreso quasi immediatamente quale
direzione avrebbe preso il progetto e ha scelto di attribuire particolare
importanza a quanto descritto nel poema, trasformandolo in strutture «brutaliste
e industriali». È un altro spostamento interessante: l’Inferno non è soltanto un
repertorio di torture, ma un ambiente costruito, una macchina spaziale nella
quale il castigo assume dimensioni monumentali.
Più sorprendente è invece ciò che Martín decide di lasciare fuori. La Commedia
nasce all’interno di un sistema teologico e morale rigidissimo, mentre il suo
lavoro ha quasi sempre preferito mostrare comportamenti estremi senza
accompagnarli con un giudizio esplicito. «Ho trovato l’Inferno troppo morale per
me», dice ridendo. «Ma questo fa parte del suo interesse come capolavoro
letterario. Semplicemente l’ho omesso». Per questo sarebbe fuorviante leggere la
violenza delle immagini come un tentativo di scandalizzare. Martín rifiuta
questa interpretazione persino a proposito di Psychopathia Sexualis, una delle
sue opere più estreme, che continua a definire essenzialmente «un fumetto
umoristico». Tanto meno intende farlo con Dante: «Non è mai stata mia intenzione
turbare lo spettatore. Volevo soltanto apportare una visione artistica diversa
da quelle abituali. Non ho trovato un altro Inferno di Dante che assomigli al
mio».
Nemmeno la lunga permanenza tra gironi, demoni e dannati sembra aver modificato
la sua concezione del male. Per Martín bene e male appartengono allo stesso
territorio, quello della natura umana, e sono molto meno facilmente separabili
di quanto suggeriscano i sistemi morali costruiti per distinguerli. «C’è un
saggio molto interessante titolato The Lucifer Principle, di Howard Bloom»,
spiega, «dove si mostra che il rapporto del male con il bene è così stretto che
non sempre è facile distinguerli. Ho letto una volta che l’ipocrisia e
l’autoinganno sono tratti evolutivi di sopravvivenza, e mi sono reso conto che
sono la base psicologica e emozionale di tutti le religioni e tutti ideologie».
È proprio in questa distanza da Dante che il suo Inferno trova una delle ragioni
della propria forza. Martín accetta la topografia, i corpi, i demoni e la
fantasia punitiva della Commedia, ma non il sistema morale che li ordina.
Restano i dannati con i loro corpi e resta un Inferno che, privato della
necessità di stabilire da quale parte si trovino il bene e il male, finisce per
assomigliare molto più inquietantemente al mondo dei vivi.
L'articolo Miguel Angel Martin / Dante Reload proviene da Pulp Magazine.