Nella macchina delle deportazioniUna cronaca dal tribunale dell’immigrazione di New York
Il palazzo al numero 26 di Federal Plaza, nell’estremità meridionale di
Manhattan, da un anno e mezzo è al centro della politica trumpiana delle
deportazioni e dei tentativi di resistervi. In questa torre rettangolare in
vetro e cemento, dall’aspetto brutale fuori e angusto dentro, si trovano sia la
sede newyorkese dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) sia le corti del
tribunale dell’immigrazione del Dipartimento della Giustizia.
Qui, ogni giorno centinaia di migranti vengono convocati e messi alla sbarra per
essere entrati illegalmente negli Stati Uniti nel corso di udienze in cui
vengono esaminate, e nella maggior parte dei casi respinte, le loro domande di
asilo, e si decide se e dove saranno espulsi. Il numero di questi removal
hearings è quasi raddoppiato dall’insediamento della seconda amministrazione
Trump. A essere convocati non sono più prioritariamente i migranti con una
condanna o un carico penale pendente, come sotto le amministrazioni precedenti,
ma tutte e tutti coloro che sono entrati o rimasti nel paese irregolarmente,
inclusi in sempre più casi bambine e bambini non accompagnati arrestati al
confine. Il crimine è la migrazione stessa.
Nel frattempo, negli ultimi tre mesi l’ICE ha raggiunto il picco di arresti
effettuati nelle strade, nelle case e negli ospedali (51.000 nel solo mese di
agosto) e annuncia l’assunzione di altri 5.000 agenti, i quali, si teme,
potrebbero essere impiegati a scopo intimidatorio anche nei seggi elettorali
durante le elezioni di midterm.
Sono i segnali di una macchina delle deportazioni che sta accelerando, non
ricorrendo più alle operazioni ostentate dello scorso anno, che avevano
suscitato proteste da Los Angeles a Minneapolis, ma a un apparato meno visibile,
ma più capillare ed efficiente. Anche in una “città santuario” come New York,
quindi, dove il sindaco Mamdani ha ristabilito lo storico impegno a non
cooperare con il governo federale nell’applicazione delle leggi
sull’immigrazione (dopo la parentesi collaborazionista di Eric Adams), la
minaccia della deportazione incombe su donne e uomini migranti.
Razzismo d’ufficio
In una mattina di fine settembre entriamo al 26 di Federal Plaza insieme alle
attiviste e agli attivisti di Jews for Racial and Economic Justice, che ogni
settimana – alternandosi con altri collettivi, tra cui i Democratic Socialists
of America – fanno da court watchers per informare le e i migranti dei loro
diritti in tribunale, per aiutarli a districarsi in una burocrazia razzista
soverchiante, per indirizzarli verso le cliniche legali che possano assisterli
gratuitamente, o anche solo per garantire una presenza amichevole e solidale a
donne, uomini, bambine e bambini che lo Stato americano cerca di terrorizzare. I
corridoi sono affollati, le sale del tribunale piccole, dimesse, stipate di
persone, con due o tre file di panche in legno da cui seguire l’udienza, mentre
gli osservatori devono spesso origliare da fuori.
Fino al maggio scorso, gli agenti dell’ICE erano qui una presenza costante e
avevano licenza di fare arresti subito fuori dalle courtrooms, non appena veniva
emesso un ordine di deportazione, cosa che per mesi ha prodotto tensioni e
violenze da parte degli agenti. Oggi non è più così, dopo la sentenza di un
giudice federale del maggio scorso l’ICE può effettuare arresti in tribunale
solo in casi eccezionali e solo contro chi abbia condanne a carico. La scena è
quindi prevalentemente tranquilla, composta: risalta il carattere burocratico
della violenza razzista che si esplica tra le pieghe delle procedure.
Migranti in attesa di entrare al n° 26 di Federal Plaza (Keren Carrión/NPR).
Dalle 8:30 iniziano ad arrivare donne, uomini, da soli, in coppia o con tutta la
famiglia. Sono haitiani, venezuelani, domenicani, ecuadoriani, peruviani,
senegalesi, bengalesi, rumeni. La stragrande maggioranza di loro arriva senza
avvocato, che non si possono permettere e che non viene garantito d’ufficio
poiché si tratta di una procedura amministrativa e non penale. Si trovano quindi
a fronteggiare i giudici da sole e da soli, con il solo aiuto di un interprete,
e lo fanno con grande coraggio, a testa alta, riconoscendo che sì, in effetti
sono entrati negli Stati Uniti illegalmente (nella maggior parte dei casi tra
2023 e 2024), che hanno chiesto asilo perché nei loro paesi sarebbero in
pericolo e che di conseguenza no, signor giudice, non vogliono tornare nei paesi
da cui sono scappati, ma neanche vogliono essere deportati in un paese dove non
hanno mai messo piede.
A queste affermazioni, però, i giudici e le giudici sono del tutto indifferenti.
Assistiamo a diversi casi in cui, di fronte a migranti che ribadiscono i rischi
che correrebbero a tornare in Venezuela, la risposta automatica è comunque la
prescrizione del rimpatrio. Maduro, del resto, grazie all’intervento
statunitense dello scorso gennaio, si trova in una prigione di Brooklyn, a pochi
chilometri da qui, e pertanto, per il governo federale, il pericolo non sussiste
più.
Nelle udienze a cui assistiamo, le deportazioni sono quasi sempre stabilite
verso i paesi di origine, ma in questi mesi i casi di deportazioni verso i paesi
terzi con cui i migranti non hanno alcun legame sono stati molti e, proprio in
questi giorni, la Corte Suprema ha stabilito che possono continuare, smentendo
per la seconda volta le decisioni dei tribunali di grado inferiore.
A questo scopo, il governo statunitense ha tentato di stringere accordi con 41
paesi africani, molti dei quali accettano solo migranti senza precedenti penali,
smentendo così la retorica trumpiana sulla presunta criminalità dei deportati,
destinando allo scopo 410 milioni di dollari. Attualmente sembra che il numero
di deportati in queste zone ammonti a circa 22.000 persone. Di fronte al rischio
di trovarsi in questa situazione, ascoltiamo alcuni migranti che accettano di
«auto-deportarsi», dovendo rinunciare così, per i dieci anni successivi, alla
possibilità di fare domanda d’asilo negli Stati Uniti.
Quelli che osserviamo sono master calendar hearings, udienze preliminari e
collettive da ottanta, cento persone alla volta, in cui a ciascun caso sono
dedicati pochi minuti, durante i quali si stabilisce un paese dell’eventuale
rimpatrio su proposta della controparte, l’avvocato del Dipartimento
dell’Homeland Security, e una data per una successiva udienza individuale a
qualche mese di distanza. In quella sede, la richiesta di asilo sarà esaminata
nel merito.
L’onere della prova, però, è tutto a carico delle e dei migranti: spetterà a
loro, individualmente, dimostrare perché e per come il ritorno nel paese
d’origine rappresenterebbe un pericolo immediato e individuale, non generico. I
giudici consigliano quindi, non senza cinismo, di ingaggiare un avvocato, perché
i documenti da preparare e le prove da presentare sono molte e la voce dei e
delle migranti conta molto poco.
Una di loro, peruviana, prova insistentemente a spiegare di non aver mai
ricevuto la prima convocazione a presentarsi in aula: all’epoca risiedeva in un
accampamento in Texas dove erano stipati moltissimi migranti che avevano
attraversato il confine illegalmente. Per la giudice non è un motivo sufficiente
per crederle, la considera responsabile della sua assenza all’udienza: un fatto
grave, le ricorda, la cui conseguenza può sempre essere la deportazione.
REUTERS/David Dee Delgado
Lottare contro il tempo
Per i più fortunati la data fissata per la prossima udienza è per l’estate, per
altri, arrivati da più tempo, è più vicina, anche per il gennaio 2027, che in
realtà è dietro l’angolo: bisogna preparare una domanda dettagliata, mettere
insieme prove, compilare documenti, farli tradurre e certificare e presentarli
un mese prima dell’udienza.
Alcuni chiedono ai giudici più tempo: ne hanno bisogno, dicono, a guadagnare i
soldi necessari a pagare un avvocato, ma non viene concesso loro. Buying time è
l’obiettivo di tutti coloro che si presentano qui, ci dicono gli altri court
watchers: cercano di cogliere ogni occasione per prendere tempo, posticipare,
fare appello, dilatare i tempi delle procedure. Nel frattempo, chissà cosa può
succedere, possono cambiare le norme, le maggioranze, persino i presidenti, e
nel frattempo si lotta per restare e garantirsi condizioni di vita migliori.
La macchina delle deportazioni, però, cerca di accelerare con ogni mezzo. Se
oggi le convocazioni per le udienze sono circa 400, nei giorni successivi è
previsto arrivino a essere anche il doppio. Gli appuntamenti per le udienze,
poi, vengono sempre più spesso anticipati senza preavviso e chi non si presenta
può essere dichiarato immediatamente deportabile in contumacia. È così che viene
emessa la maggioranza degli ordini di deportazione.
Ci raccontano che un’udienza preliminare collettiva fissata a maggio 2027 è
stata anticipata prima a dicembre 2026 e poi qualche giorno fa all’inizio di
ottobre. È una corsa contro il tempo, quella dell’amministrazione Trump, che
sembra voler anticipare una possibile sconfitta nelle elezioni di novembre e
poter presentare le deportazioni di massa come un fatto compiuto, un processo da
cui non si possa tornare indietro.
In questo contesto, le procedure burocratiche lasciano sempre più spazio
all’arbitrio. Nelle settimane scorse, davanti ad aule di tribunale troppo
affollate, è successo che alcune persone venissero ascoltate in minuscoli
stanzini del palazzone, senza testimoni, lasciando spazio alle decisioni più
brutali, come quella che ha imposto la deportazione di una famiglia ecuadoriana
di quattro persone (due genitori e due figli) in tre paesi diversi.
Ad oliare i meccanismi della macchina e a presiedere queste courtrooms in
miniatura sono i giudici dell’immigrazione, che in realtà sono giudici solo di
nome e non fanno parte della magistratura, ma sono funzionari alle dipendenze
del Dipartimento di Giustizia, ovvero dello stesso governo federale che vuole
deportare i migranti (riposi in pace la separazione dei poteri). In quanto tali,
se non garantiscono un numero sufficiente di dinieghi alle domande d’asilo,
vengono licenziati e sostituiti, cosa che nell’ultimo anno e mezzo è avvenuto a
quasi il 40% dei giudici dell’immigrazione in carica all’inizio del secondo
mandato di Trump.
Conosciamo una delle giudici licenziate, di cui tutti ricordano un durissimo
scontro con gli agenti dell’ICE in tribunale, che oggi rappresenta le e i
migranti come avvocata. Il risultato di questa massiccia epurazione del corpo
giudicante è un blocco quasi completo del diritto d’asilo. Se durante
l’amministrazione Biden erano circa la metà le domande di asilo respinte, nel
giugno del 2026 sono state il 94%. Negli Stati Uniti come in Europa, siamo di
fronte all’abolizione del diritto d’asilo.
In queste condizioni, quindi, quasi nessuno delle donne, uomini, bambine e
bambini che incrociamo mentre attraversano queste aule ha una ragionevole
speranza di vedere la propria domanda di asilo accolta. È probabile che, dopo le
udienze individuali del prossimo anno, molte e molti di loro dovranno affrontare
ordini di deportazione, come sta succedendo a decine di migliaia di migranti in
questi giorni e in questi mesi. Chi ne ha la possibilità, cercherà di sparire
nei meandri della metropoli per qualche tempo, nella speranza che, da qui al
prossimo anno, almeno alcune condizioni possono cambiare. Nel frattempo, si
procede buying time.
Redazione Italia