Lettera aperta al Presidente Mattarella sulla ICMESA 50 anni dopo. Parte primaCaro Presidente di tutti gli italiani, mi permetto di salutarti persino dandoti
del tu, come si fa con gli amici di lunga data. Desidero innanzitutto darti il
Benvenuto per la giornata della tua visita in Brianza in occasione del
cinquantesimo anniversario dell’incidente verificatosi presso la ditta Icmesa di
Meda il giorno 10 luglio 1976.
Sinora non ti ho detto a che titolo mi permetto di inviarti questi miei
ripensamenti, e mi scuso. Ho operato dal marzo 1977 (pochi mesi dopo l’evento)
sino all’agosto 2011, in qualità di medico specialista in Medicina del Lavoro,
presso le strutture pubbliche sanitarie della zona di Desio e dintorni (il mio
servizio si chiamò prima SMAL, poi TSLL, poi ancora PSAL). Ho avuto un’occasione
di esperienza umana più unica che rara, conoscere queste popolazioni terremotate
anche nell’animo dall’evento. Affiancarle, aiutarle e in qualche momento non
condividere le loro espressioni di ribellione alle istituzioni che a tentoni
cercavano, giorno dopo giorno, di risolvere i nuovi problemi, come quando in
diversi volevano rientrare nelle abitazioni dalle quali erano stati evacuati. Ma
in fondo li ho amati, tanto da decidere di rimanere a costruire prevenzione nei
luoghi di lavoro sino al mio pensionamento, pur essendo cittadino milanese.
Come tu ben sai la nostra Italia è specializzata sia nel rimuovere dalla memoria
collettiva eventi terribili che hanno colpito la nostra popolazione,
organizzando momenti commemorativi come quello cui tu parteciperai, sia
addirittura nell’operare negando che tali fatti si siano verificati o che, nel
nostro caso, abbiano lasciato tracce nei corpi di chi li aveva subiti.
Tu che appartieni alla mia stessa generazione, sopravanzandomi di soli tre anni,
conosci bene le amare vicende più oscure come quelle celate nell’armadio di
Forte Boccea, le stragi ripetute dopo piazza Fontana, le uccisioni di troppi
servitori dello Stato, la strage di Ustica, per fare solo alcuni esempi, che
ancora oggi presentano un’enorme carenza di conoscenza e di giustizia. Chi
furono i mandanti di molte di quelle stragi e uccisioni? Sono i misteri di
questa nostra Repubblica.
Ebbene desidero informarti che, il 10 luglio 2026 a Seveso, molte persone, anche
con ruoli istituzionali, cercheranno di convincerti che “fortunatamente” o
grazie agli sforzi profusi tutto andò per il meglio. Guardati da coloro che
trionfalmente diranno “alla fine non ci furono né morti né feriti, come avevano
preconizzato la sinistra e gli ambientalisti!”.
Parlavo di “misteri”. Iniziamo dal 1976: ancora oggi si ascoltano fior di
esperti che sostengono non si potesse conoscere da subito l’entità dei problemi
e la pericolosità delle sostanze in gioco. Raccontano favole: trascorse poche
ore dall’incidente in diversi centri di ricerca italiani ed esteri si
conoscevano i potenziali rischi per la salute umana prodotti dal triclorofenolo
e da centinaia di suoi derivati, tra cui la famosa TCDD. Perché si continua a
sostenere ciò?
Il secondo mistero furono le quantità dichiarate, in peso approssimativo, della
nube fuoriuscita dal camino dell’Icmesa. La proprietà della fabbrica ha sempre
sostenuto che si trattasse di circa 2 chilogrammi, tale cifra alla fine fu
quella accettata passivamente anche dalla Regione. Ma ci furono altri tecnici
che sostennero, calcoli approssimativi alla mano, che la fuoriuscita fosse di 10
chilogrammi (ipotesi del professor Zurlo, inizialmente responsabile del settore
bonifica dell’Ufficio Speciale di Seveso) oppure di 140 chilogrammi (ipotesi del
professor Alberto Frigerio, ex direttore del Laboratorio di spettrometria
dell’Istituto Mario Negri di Milano). Oggi, dopo cinquanta anni, qualcuno
riuscirà a fare finalmente una operazione verità, magari con la collaborazione
di ex dirigenti dell’Icmesa?
Il terzo mistero: come mai i coltivatori vicini alla fabbrica hanno sostenuto (i
racconti sono ascoltabili nei filmati televisivi di allora) che a volte, prima
dell’incidente, furono costretti a recarsi in portineria dell’Icmesa portando
gli animali defunti dopo aver mangiato foraggio inquinato per farseli
rimborsare?
Non era forse un potente campanello di allarme?
Uno dei più gravi misteri fu quello in cui, dopo lunghe diatribe tra tecnici e
politici, si stabilirono i confini delle famose zone (A la più inquinata, B con
inquinamento medio, la R o zona di rispetto a minor rischio), alla luce delle
campionature effettuate in diversi comuni e territori della zona. Qui nascono i
silenzi, le parole a mezza bocca, le smentite, le conferme e infine le decisioni
politiche molto contestate. Ti faccio un paio di esempi, Presidente, che molti
ricorderanno: la mappa di Desio attorno all’ospedale fu una presa in giro del
buon senso, infatti la zona B era tracciata lungo il perimetro dell’ospedale
stesso lasciandolo fuori. L’altro caso fu quello misterioso dell’esclusione del
Comune di Nova Milanese dalle zone cui si sarebbe dovuto applicare il
monitoraggio sanitario alla popolazione (almeno a quella del quartiere in cui si
erano riscontrati valori molto alti), quindi dal riconoscimento che Nova era
risultata inquinata; tutto ciò alla luce di animali da cortile morti in un
allevamento da e soprattutto di un dato altissimo di presenza di TCDD
(sovrapponibile ai valori della zona A!) su ortaggi della cascina. Ricordo che
sia il presidente del C.S.Z. che il Sindaco di Nova Milanese, su suggerimento
dei medici, tentarono inutilmente di far riconoscere l’allargamento della zona
di inquinamento. Perché non ci vollero ascoltare? Credo questa volta di avere la
risposta: alla Roche-Givaudan e alla Regione non avrebbe fatto gioco allargare
l’area di studio a nuovi Comuni.
Qui possiamo collegare un nuovo elemento misterioso: siamo proprio sicuri che le
molecole di diossina ritrovate da quel giorno in poi fossero tutte provenienti
dall’incidente del 10 luglio 1976 e soprattutto da quella fabbrica?
Mi spiego. Secondo la bibliografia mondiale esistente risulta che diossine siano
state ritrovate come inquinanti presenti nelle seguenti attività lavorative:
produzione del triclorofenolo (il nostro caso), trattamento di materiali di
scarico, operazioni di pulizia e decontaminazione post combustione, trattamenti
di impianti contenenti idrocarburi aromatici policlorurati. Ne risulta pertanto
la possibilità che altre attività lavorative abbiano, negli anni, inquinato
terreni e popolazioni ivi residenti, come ad esempio fonderie, produzioni
chimiche e farmaceutiche, produzioni di mobili con combustione di legno
trattato, ecc.. Non pare questa sinteticamente la descrizione delle fabbriche
che dal nord-Milano si estendevano per tutta l’area della Brianza? Se fosse
confermata tale ipotesi dovremmo ripensare i criteri seguiti allora nel
tracciare la mappa delle aree più inquinate.
Ora ci si apre un altro dei misteri legati alla storia della TCDD di Seveso:
come vennero analizzati i dati, trascorsi alcuni decenni, per verificare con la
tecnica epidemiologica la ricaduta nel tempo dei danni prodotti nella
popolazione dalla TCDD. Mi permetto di ricordare diverse osservazioni critiche
presentate da studiosi in primis sul campione del gruppo di controllo scelto, da
raffrontare con il gruppo di Seveso. Infatti risulta che, seguendo una serie di
argomentazioni di tipo economico-antropologico-sociale, si sia scelta una vasta
area del nord-Milano. Ma non era, sulla base di quanto appena argomentato dal
sottoscritto, forse una popolazione che avrebbe potuto confondere le ricerche!?
Temo che qualche tecnico abbia di proposito scelto quella popolazione del gruppo
controllo nella speranza di poter sostenere che l’Icmesa aveva combinato ben
pochi danni. Credo ci sia riuscito!
Concludo questa parte ricordando quanto si legge nelle indagini epidemiologiche
pubblicate dalla Clinica del Lavoro di Milano che mi ha lasciato fortemente
sconvolto. Potremmo definire questo ultimo mistero “che fine ha fatto una bella
quota degli addetti alle bonifiche?”. Sì, perché nelle relazioni si legge che “…
E’ stata anche verificata la possibilità di rintracciare informazioni su
eventuali casi di tumore occorsi fuori regione contattando il medico curante per
un campione di 500 soggetti emigrati in Abruzzo, Calabria, Veneto… La
percentuale di risposta è risultata del 55% in Abruzzo, 61% in Veneto, 65% in
Calabria … Si è deciso di restringere lo studio di incidenza ai soli residenti
in Lombardia…”. Si tenga presente che molti operatori delle demolizioni e
bonifiche effettuate in zona A provenivano proprio da queste regioni. Ripeto la
domanda: i lavoratori sicuramente più esposti al rischio diossina furono proprio
quelli provenienti da fuori regione, e forse pure extracomunitari. Com’è stato
verificato il loro stato di salute negli anni Novanta e come viene verificato
oggi!?
-continua-
di Tullio Maria Quaianni
(medico del lavoro)
Redazione Milano