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L’ex consigliere di Fauci si è dichiarato colpevole di cospirazione sui segreti del Covid
David Morens, consigliere senior dell’Ufficio del direttore del NIAID dal 2006 al 2022, ha ammesso davanti a un tribunale federale di avere partecipato a un piano per occultare documenti sui finanziamenti alla ricerca sui coronavirus e sottrarre alla trasparenza comunicazioni sulle origini della pandemia. Account privati, informazioni riservate ed email fatte «sparire» servivano a proteggere EcoHealth Alliance e a contrastare la pista della fuga dal laboratorio di Wuhan. In cambio delle sue «manovre dietro le quinte», Morens ricevette regali illeciti – tra cui bottiglie di vino – e la promessa di cene in ristoranti stellati. Rischia fino a cinque anni di carcere e una multa di 250 mila dollari, ma la portata della sua confessione supera il destino giudiziario personale: ora l’inchiesta potrebbe travolgere anche Anthony Fauci, finora protetto dalla grazia preventiva concessagli da Joe Biden. La dichiarazione di colpevolezza ha consentito a Morens di ottenere il ritiro degli altri quattro capi d’imputazione, alcuni dei quali prevedevano fino a vent’anni di carcere. La sentenza sarà pronunciata a novembre. Secondo il Dipartimento di Giustizia, il piano prese forma nell’aprile 2020, dopo la revoca del finanziamento NIH a EcoHealth Alliance per un progetto sui coronavirus dei pipistrelli, condotto anche attraverso il Wuhan Institute of Virology. La decisione arrivò mentre cresceva il sospetto che il SARS-CoV-2 potesse essere fuoriuscito dal laboratorio cinese. Morens e gli altri soggetti coinvolti si impegnarono allora ad aiutare il presidente dell’organizzazione, Peter Daszak, a recuperare i fondi e a «contrastare la tesi secondo cui il Covid-19 sarebbe fuoriuscito da un laboratorio». Per eludere le richieste di accesso agli atti previste dal Freedom of Information Act, il gruppo spostò le comunicazioni sull’account Gmail personale di Morens. In una delle email successivamente acquisite dal Congresso, l’ex consigliere scrisse di avere imparato a «far sparire le email». Nell’aprile 2021, spiegò inoltre che il sistema consentiva di raggiungere anche i vertici del NIAID: «Non c’è da preoccuparsi per le richieste FOIA. Posso inviare il materiale a Tony [Fauci] sul suo account Gmail privato, oppure consegnarglielo al lavoro o a casa sua. È troppo intelligente per permettere ai colleghi di inviargli materiale che potrebbe causare problemi». Attraverso questi canali circolarono informazioni non pubbliche del NIH, vennero revisionate lettere destinate alla dirigenza dell’agenzia e trasmessi retroscena a un «Alto funzionario 1 del NIAID» che, secondo la ricostruzione della CBS, sarebbe proprio Fauci. Morens ammise infine l’accordo con Daszak per l’elargizione di regali illeciti: dopo aver ricevuto delle costose bottiglie di vino, indicò come modo per «meritarlo»: la pubblicazione, su una prestigiosa rivista medica, di un commento scientifico a sostegno dell’origine naturale del virus. Fauci ha sempre negato di conoscere le attività del collaboratore “senior” e, al momento, non è accusato nel procedimento. Nei suoi diari, pubblicati dal senatore Rand Paul, annotava colloqui con Morens proprio mentre cresceva la pressione sui finanziamenti a EcoHealth. Le stesse 1.141 pagine mostravano che fin dal gennaio 2020 era al corrente dei sospetti sul sito di clivaggio della furina e della possibilità che il virus fosse stato modificato e poi fuoriuscito accidentalmente dal biolaboratorio di Wuhan. Ipotesi discussa privatamente ai massimi livelli, ma successivamente liquidata davanti al pubblico come una «teoria del complotto». La confessione di Morens arriva così nel momento peggiore per l’immunologo statunitense. Il 29 luglio l’ex consigliere sanitario della Casa Bianca si è appellato 111 volte al Quinto emendamento durante l’audizione davanti alla Commissione del Senato per la Sicurezza interna, rifiutando di rispondere anche a domande apparentemente innocue. Pochi giorni dopo, la Commissione lo ha dichiarato in oltraggio al Congresso e ha trasmesso il deferimento al Dipartimento di Giustizia. Intanto, dagli oltre 34 mila SMS recuperati dal suo telefono governativo sono emersi i dubbi espressi in privato sul possibile rischio di aborto dopo la seconda dose dei vaccini a mRNA, appena nove giorni prima delle rassicurazioni pubbliche rivolte alle donne incinte. La dichiarazione di colpevolezza di Morens non dimostra, da sola, una responsabilità penale di Fauci. Certifica, però, l’esistenza di un sistema organizzato per sottrarre documenti alla trasparenza, proteggere EcoHealth Alliance e contrastare la pista della fuga dal laboratorio. Ciò che per anni è stato liquidato come “complottismo” è ora entrato negli atti di un tribunale federale. The post L’ex consigliere di Fauci si è dichiarato colpevole di cospirazione sui segreti del Covid appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Il caso Fauci riguarda anche noi, e Burioni lo sa
Proponiamo di seguito l’articolo pubblicato dal Dottor Eugenio Serravalle su ASSIS in merito al caso Fauci negli USA. Interessante è anche l’introduzione all’articolo che il dottore ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Roberto Burioni scrive che «se si mette male per Fauci, si mette male per tutti noi». Credo che abbia ragione, anche se probabilmente per ragioni diverse dalle sue. Quello che sta accadendo negli Stati Uniti non dovrebbe interessarci perché qualcuno desidera vedere Anthony Fauci sul banco degli imputati. Non è questo il punto, e sarebbe altrettanto sbagliato trasformare un’indagine in una condanna anticipata. Mi interessa invece un’altra questione: possiamo davvero difendere l’autonomia della scienza sostenendo, contemporaneamente, che chi ha esercitato un enorme potere in suo nome debba essere protetto dal controllo pubblico? Durante la pandemia abbiamo assistito a una pericolosa sovrapposizione tra persone, istituzioni e “Scienza”. Contestare una decisione diventava facilmente un attacco alla scienza; chiedere documenti poteva essere interpretato come diffidenza; discutere un’ipotesi scientifica poteva trasformarsi in una questione di appartenenza. Oggi abbiamo l’occasione di fare qualcosa di molto più utile: ricostruire. Servono documenti, comunicazioni, registri dei finanziamenti, protocolli, verbali. Serve confrontare quello che si sapeva nelle stanze delle istituzioni con quello che veniva comunicato ai cittadini. Se le accuse rivolte a Fauci si riveleranno infondate, dovremo riconoscerlo. Se emergeranno omissioni, contraddizioni o errori nella supervisione, il prestigio scientifico non potrà sostituire le risposte. La scienza ha bisogno di libertà. La democrazia ha bisogno di responsabilità. Le due cose non sono nemiche.” La vicenda che si sta sviluppando negli Stati Uniti intorno ad Anthony Fauci va molto oltre il destino personale dell’ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases. Riguarda il rapporto tra scienza e potere, il modo in cui furono gestite informazioni e incertezze durante la pandemia e la responsabilità di chi, in quegli anni, occupava posizioni dalle quali poteva orientare decisioni destinate a incidere sulla vita di milioni di persone. Il 6 agosto la Commissione per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi del Senato americano ha votato, con una netta divisione tra repubblicani e democratici, per contestare a Fauci l’oltraggio al Congresso. Pochi giorni prima, convocato formalmente nell’ambito dell’indagine sulle origini del Covid-19, Fauci aveva invocato il Quinto Emendamento più di cento volte, rifiutandosi di rispondere alle domande sui finanziamenti americani alla ricerca sui coronavirus, sui rapporti con EcoHealth Alliance e con l’Istituto di Virologia di Wuhan e sulla gestione delle comunicazioni e dei documenti governativi. Il Quinto Emendamento protegge dal dover fornire dichiarazioni che possano contribuire alla propria incriminazione. Fauci aveva quindi il diritto di invocarlo se riteneva che le sue risposte potessero esporlo a conseguenze penali. Rand Paul, presidente repubblicano della commissione, sostiene invece che l’ampio provvedimento preventivo di clemenza concessogli da Joe Biden prima di lasciare la Casa Bianca abbia sostanzialmente eliminato questo rischio. La questione è controversa e potrebbe finire davanti a un giudice: Fauci non è stato incriminato per i fatti sui quali è stato interrogato e appellarsi al Quinto Emendamento non equivale a confessare un reato. Anche la procedura utilizzata da Paul per trasmettere il caso direttamente al Dipartimento di Giustizia potrebbe essere contestata. Tutto vero, ma insufficiente a spiegare l’importanza di ciò che sta accadendo. Fauci non è un ricercatore qualunque trascinato davanti alla politica per avere espresso un’opinione sgradita. Ha diretto per quasi quarant’anni una delle più importanti istituzioni sanitarie americane, amministrando e orientando enormi programmi di ricerca, e durante la pandemia ha acquisito un’influenza che pochi funzionari pubblici hanno avuto nella storia recente. Per milioni di persone è diventato il volto della risposta scientifica alla Covid. Le sue parole venivano riprese in tutto il mondo e le sue valutazioni contribuivano a stabilire non soltanto quali politiche sanitarie adottare, ma anche quali posizioni dovessero essere considerate scientificamente accettabili. Per questo ha ricevuto onorificenze in molti paesi, compreso il nostro. Questa identificazione tra un uomo e “la scienza” è stata uno degli errori degli anni della pandemia. La scienza non è Fauci, non è un ministero e non è un’agenzia governativa. È un metodo fondato sul dubbio, sul confronto tra ipotesi, sulla verifica e sulla possibilità di correggersi. Le istituzioni scientifiche sono invece organizzazioni umane, con gerarchie, interessi professionali, finanziamenti, reputazioni da difendere e gli stessi meccanismi di autoprotezione che possiamo trovare in qualunque altra struttura di potere. Criticare chi dirige queste istituzioni non significa quindi attaccare la scienza. Può significare esattamente il contrario. I DIARI DI FAUCI Tra i documenti che stanno contribuendo a ricostruire i primi mesi della pandemia ci sono oltre mille pagine di annotazioni di Fauci, conservate sui computer governativi e successivamente recuperate dal Dipartimento della Salute americano. I diari non dimostrano che Fauci conoscesse l’origine di laboratorio del SARS-CoV-2 e non dimostrano che abbia mentito al pubblico. Sono interessanti perché permettono di seguire quasi in tempo reale ciò che pensava e discuteva mentre le informazioni sul nuovo virus cominciavano ad arrivare dalla Cina. Già il 26 gennaio 2020 Fauci annotava che i dati epidemiologici e genetici suggerivano che le prime infezioni fossero precedenti al focolaio del mercato di Wuhan e che quel mercato potesse essere stato soprattutto un luogo di amplificazione della diffusione. Nella stessa annotazione continuava a considerare probabile un’origine animale e poche settimane dopo espresse pubblicamente valutazioni simili. Altri documenti mostrano però che, nelle primissime settimane del 2020, la possibilità di un collegamento con un laboratorio veniva discussa seriamente tra scienziati e funzionari di alto livello. È un elemento che merita attenzione perché l’immagine pubblica che si consolidò successivamente fu assai diversa. L’ipotesi di una fuoriuscita accidentale da un laboratorio venne rapidamente associata, soprattutto nel dibattito mediatico e sui social, alle teorie complottiste. Ancora oggi non sappiamo con certezza quale sia stata l’origine del SARS-CoV-2 e non esiste una prova definitiva che smentisca la fuoriuscita dal laboratorio di Wuhan. Proprio per questo colpisce la rapidità con cui una possibilità discussa privatamente da scienziati autorevoli venne considerata pubblicamente quasi impronunciabile. Non si può rimproverare a Fauci di avere avuto dubbi nel gennaio 2020. Sarebbe assurdo. Si può invece chiedere se l’incertezza presente nelle discussioni interne sia stata rappresentata con la stessa chiarezza ai cittadini. L’ARTICOLO CHE CONTRIBUÌ A CHIUDERE IL DIBATTITO Una vicenda collegata riguarda The Proximal Origin of SARS-CoV-2, l’articolo pubblicato nel marzo 2020 su Nature Medicine che ebbe un’enorme influenza sulla discussione internazionale. Gli autori concludevano che le caratteristiche del virus non sostenevano l’ipotesi di una sua costruzione o manipolazione deliberata in laboratorio. Quel lavoro venne presto utilizzato anche per ridimensionare più in generale la possibilità di un incidente di laboratorio. Le comunicazioni private successivamente acquisite dal Congresso mostrano che, durante la preparazione dell’articolo, alcuni degli autori avevano dubbi e prendevano in considerazione scenari più articolati. Nuovi messaggi resi pubblici dalla commissione di Rand Paul hanno riacceso la discussione sui rapporti tra gli autori, i National Institutes of Health e altri apparati governativi. Bisogna essere prudenti nell’interpretarli: sono documenti pubblicati all’interno di un’indagine fortemente politicizzata e le conclusioni dei repubblicani non possono essere assunte automaticamente come fatti. Resta però legittimo ricostruire come si passò dai dubbi iniziali alle conclusioni pubblicate e verificare quanto pesarono le prove scientifiche e quanto, eventualmente, considerazioni istituzionali e reputazionali. Uno scienziato può cambiare idea, naturalmente, ma quando un articolo scientifico contribuisce a orientare il dibattito mondiale sull’origine di una pandemia, conoscere il percorso attraverso il quale si è arrivati alle sue conclusioni non è curiosità politica ma è parte della storia scientifica della pandemia. I FINANZIAMENTI AMERICANI A WUHAN Un altro elemento è ormai documentato: fondi pubblici americani amministrati attraverso i National Institutes of Health e l’istituto diretto da Fauci arrivarono, attraverso EcoHealth Alliance, a ricerche sui coronavirus che coinvolgevano l’Istituto di Virologia di Wuhan. Questo non dimostra che gli Stati Uniti abbiano finanziato la creazione del SARS-CoV-2, né che gli esperimenti finanziati abbiano prodotto il virus responsabile della pandemia. Esiste però un problema indipendente dall’origine del Covid: quello dei controlli sulla ricerca riguardante virus potenzialmente pericolosi. Per anni la discussione si è impantanata nella definizione di gain of function, espressione utilizzata per alcune ricerche nelle quali vengono modificate determinate caratteristiche biologiche di un agente patogeno. La disputa terminologica ha finito talvolta per nascondere questioni molto più concrete: quali esperimenti venivano effettuati, quali rischi comportavano, quali misure di sicurezza erano previste e quanto efficacemente le istituzioni americane controllavano ricerche finanziate con denaro pubblico. Fauci dirigeva l’istituto coinvolto in quei finanziamenti. Non sarà stato personalmente responsabile di ogni progetto, ma deve rispondere del sistema di supervisione operante sotto la sua direzione. IL CASO MORENS A rendere più difficile liquidare queste indagini come semplice vendetta politica è anche la vicenda di David Morens, per anni consigliere di alto livello nell’ambiente professionale di Fauci. Nel corso delle indagini congressuali sono emerse sue comunicazioni nelle quali parlava dell’utilizzo di un account Gmail personale perché le comunicazioni sui sistemi governativi potevano essere richieste attraverso la legge americana sull’accesso agli atti. In altri messaggi discuteva della cancellazione di comunicazioni che non avrebbe voluto vedere pubblicate e faceva riferimento alla possibilità di trasmettere alcune informazioni a Fauci attraverso canali privati. Non abbiamo la prova che Fauci abbia partecipato a un sistema organizzato per sottrarre documenti al controllo pubblico, e sarebbe scorretto sostenerlo, ma quelle comunicazioni esistono e meritano una spiegazione. Nell’aprile 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha incriminato Morens con accuse che comprendono una presunta cospirazione contro gli Stati Uniti e l’occultamento, la distruzione o la falsificazione di documenti nell’ambito di indagini federali. Le accuse dovranno essere provate in tribunale e Morens è innocente fino a un’eventuale condanna. Fauci non è imputato in quel procedimento. Tuttavia, quando un collaboratore di alto livello viene accusato di avere occultato documenti relativi proprio ad alcune delle vicende sulle quali il suo superiore viene interrogato dal Congresso, verificare chi fosse a conoscenza di determinate pratiche e quale controllo venisse esercitato dai vertici non appare una richiesta irragionevole. IL SILENZIO DI FAUCI È dentro questa storia che assumono significato le oltre cento invocazioni del Quinto Emendamento. Sul piano giuridico Fauci può avere ottime ragioni per seguire il consiglio dei propri avvocati. Sul piano della fiducia pubblica l’effetto è diverso. Durante la pandemia ai cittadini è stato chiesto di fidarsi delle autorità sanitarie e di accettare, sulla base delle loro valutazioni, cambiamenti profondi nella vita quotidiana, nella scuola, nel lavoro, nelle relazioni sociali e nell’esercizio di alcune libertà personali. Fauci è stato uno dei simboli mondiali di quella richiesta di fiducia. Oggi è il momento di ricostruire ciò che avvenne, la disponibilità alla trasparenza dovrebbe essere proporzionata all’autorità esercitata allora. A rendere la situazione ancora più singolare c’è il provvedimento preventivo di clemenza concesso da Joe Biden prima di lasciare la Casa Bianca. Anche questo non dimostra alcuna colpevolezza: Biden lo giustificò con il timore di procedimenti ritorsivi da parte della nuova amministrazione Trump. Resta una sequenza difficile da ignorare: uno dei funzionari più influenti della pandemia riceve un’ampia protezione preventiva dal presidente e, successivamente, convocato dal Congresso per rispondere su quegli anni, invoca ripetutamente il diritto a non autoincriminarsi. BURIONI: «SE SI METTE MALE PER FAUCI, SI METTE MALE PER TUTTI NOI» Anche Roberto Burioni sta seguendo con preoccupazione la vicenda e vi è tornato più volte sul suo Substack. Il titolo di uno dei suoi ultimi interventi non lascia molti dubbi sulla sua posizione: «Per Fauci si sta mettendo male, e questo significa che si mette male per tutti noi». Burioni prende spunto anche da un lungo articolo del Washington Post, costruito attraverso interviste ad amici, critici ed ex colleghi, che racconta quella che viene descritta come una delle settimane peggiori della carriera di Fauci. Lo stesso Fauci, attraverso un portavoce, ha rifiutato di commentare. Burioni ritiene che questa vicenda stia definendo in maniera decisiva i futuri rapporti tra scienza e politica e che finirà quindi per riguardare tutti noi. Credo che su questo abbia ragione, ma non necessariamente per gli stessi motivi. Fauci non viene interrogato perché nel 2020 ha sbagliato una previsione, le indagini riguardano finanziamenti pubblici, conflitti di interessi, ricerca sui coronavirus, rapporti con EcoHealth Alliance e Wuhan, comunicazioni interne, gestione di documenti governativi e informazioni disponibili nei primi mesi della pandemia. Confondere queste domande con un processo alla scienza significa attribuire a chi esercita un’autorità scientifica una sorta di immunità dal controllo democratico. Ed è proprio questa idea a preoccuparmi. Difendere l’autonomia della scienza non significa concedere a chi esercita un potere in suo nome il diritto di sottrarsi alla responsabilità delle proprie decisioni. Un ricercatore deve poter formulare un’ipotesi impopolare senza temere la politica. Il direttore di una grande istituzione pubblica deve però rendere conto dei finanziamenti amministrati, delle decisioni prese, dei sistemi di controllo e delle informazioni comunicate ai cittadini. Tutto il contrario rispetto allo slogan che Burioni ripete:” La scienza non è democratica”. La pandemia ha avuto conseguenze umane, sociali, educative ed economiche enormi. Ha portato governi democratici ad adottare limitazioni delle libertà personali che fino a pochi mesi prima sarebbero sembrate impensabili, ha modificato per anni la vita scolastica e sociale dei bambini e ha lasciato una frattura profonda nel rapporto tra cittadini e istituzioni sanitarie. Una storia di questa portata non può essere affidata soltanto alle memorie dei suoi protagonisti. Servono documenti, comunicazioni originali, verbali, dati, registri dei finanziamenti e protocolli di ricerca. Bisogna confrontare ciò che si sapeva privatamente con ciò che veniva detto pubblicamente, senza decidere prima quale debba essere il risultato dell’indagine. Se i documenti dimostreranno che le accuse più gravi rivolte a Fauci erano infondate, sarà necessario riconoscerlo. Se mostreranno omissioni, contraddizioni, errori nella supervisione o discrepanze rilevanti tra comunicazioni private e pubbliche, la sua enorme reputazione scientifica non potrà essere utilizzata come uno scudo. Burioni ha ragione quando sostiene che questa storia riguarda anche noi, perché il caso Fauci contribuirà probabilmente a definire il rapporto tra scienza, politica e cittadini dopo il Covid. Ma la scelta non è tra proteggere gli scienziati e perseguitarli perché una scienza autorevole non teme il controllo, non confonde la critica con l’ostilità e non chiede fiducia in virtù del prestigio di chi parla. Accetta che le proprie istituzioni siano esaminate con particolare rigore proprio perché enorme è il potere che possono esercitare sulla società. La scienza non ha bisogno di uomini intoccabili. Ha bisogno di ricercatori liberi, privi di conflitti di interessi, istituzioni trasparenti e persone che, quando hanno esercitato un grande potere pubblico, siano disposte a renderne conto. Se davvero “la scienza non è democratica”, allora almeno chi esercita potere in suo nome dovrebbe ricordare che la democrazia, invece, pretende risposte. AsSIS
August 16, 2026
Pressenza
I diari rivelati di Anthony Fauci raccontano diverse cose interessanti sul Covid
«Ora sappiamo che il mercato non era la fonte, ma l’amplificatore». È il 26 gennaio 2020 quando Anthony Fauci affida ai suoi appunti privati una verità rimasta ai margini del racconto ufficiale sulle origini del Covid: i primi contagi risalivano all’inizio di dicembre e non sembravano collegati al mercato di Wuhan. Nei giorni successivi annoterà i sospetti su un virus costruito in laboratorio, stimerà la letalità tra lo 0,2 e lo 0,3% e sosterrà il prolungamento dei lockdown. Rivelerà anche di essere stato colpito, cinque mesi dopo il vaccino Moderna, da un infarto polmonare che Robert Kennedy Jr. indica oggi come possibile evento avverso, accusandolo di averlo taciuto mentre rassicurava il pubblico sulla sicurezza dei vaccini. Nelle 1.141 pagine dei “Tony’s Diary”, pubblicate da Rand Paul poche ore prima dell’audizione del 29 luglio, affiora così una doppia verità, che certifica la distanza tra ciò che Fauci scriveva in privato e la pandemia raccontata agli americani. A portare alla luce i diari non è stata una normale indagine parlamentare, ma una ricerca durata otto mesi tra undici server governativi, guidata proprio da Rand Paul su mandato di Robert Kennedy Jr. Il passaggio più esplosivo risale al 31 gennaio 2020. Fauci racconta di una telefonata con Jeremy Farrar, allora direttore del Wellcome Trust, e il biologo evoluzionista Kristian Andersen, futuro coautore dell’articolo utilizzato per sostenere l’origine naturale del SARS-CoV-2, Proximal Origin: «Le persone al telefono ritenevano che le mutazioni attorno al sito di clivaggio della furina della proteina Spike non potessero essersi verificate naturalmente». Gli scienziati «sollevarono la possibilità che [il sito] potesse essere stato inserito deliberatamente» e che il virus fosse poi fuoriuscito accidentalmente da un laboratorio. Il giorno successivo Fauci partecipò a una teleconferenza riservata con Francis Collins, Farrar, Andersen e altri esperti: «Non vi era un accordo completo sulla probabilità di un inserimento deliberato», conclude il virologo. Fouchier e Drosten propendevano per l’origine naturale, mentre «gli altri consideravano possibile l’inserimento deliberato» e ritenevano che, alla luce delle ricerche di Shi Zhengli sui coronavirus, non si potesse «lasciar cadere la questione». I diari non provano l’origine artificiale del SARS-CoV-2, ma dimostrano che l’ipotesi era sul tavolo di Fauci fin dall’inizio e veniva discussa ai massimi livelli della comunità scientifica. Eppure, nel dibattito pubblico, lo stesso virologo avrebbe poi liquidato quella pista come una «tipica teoria del complotto». La stessa ambiguità riguarda i finanziamenti del NIAID a EcoHealth Alliance, che trasferì parte dei fondi al laboratorio di Wuhan per studiare i coronavirus dei pipistrelli. Nell’ottobre 2021, Lawrence Tabak, vicedirettore del NIH, riconobbe che in un esperimento alcuni topi avevano mostrato una crescita virale maggiore e sintomi più gravi. Fauci si rifugiò nella classificazione amministrativa: il virologo non negava il risultato dell’esperimento, ma sosteneva che non rientrasse nella definizione burocratica sottoposta a controllo. È il cuore dell’accusa di Rand Paul: Fauci avrebbe fornito al Congresso una risposta formalmente difendibile, ma costruita per eludere la sostanza della domanda sulle ricerche nel campo del guadagno di funzione. Lo scarto tra pubblico e privato emerge anche sulla letalità dell’infezione. L’8 febbraio 2020 Fauci scriveva di condividere con l’ex direttore del CDC Tom Frieden la convinzione che il numero reale dei contagi fosse molto più alto, «rendendo il tasso di letalità più simile allo 0,2-0,3% anziché al 2%». L’11 marzo, davanti alla Camera, mise invece in primo piano il dato più allarmante: «La letalità dichiarata complessiva di questo virus, guardando a tutti i dati, compresi quelli della Cina, è di circa il 3%», concludendo che il Covid fosse dieci volte più letale dell’influenza stagionale. Il diario contiene anche un’annotazione sanitaria dirompente, rimasta finora sconosciuta. Il 19 giugno 2021 Fauci descrive una «terribile giornata sulle montagne russe»: dopo avere accusato dolori al petto, si sottopose a una TAC che inizialmente fece temere un tumore. Gli specialisti esclusero poi l’ipotesi oncologica, diagnosticarono un infarto polmonare e gli prescrissero immediatamente l’anticoagulante Eliquis. Fauci non attribuì la patologia al vaccino Moderna ricevuto cinque mesi prima. A ipotizzare oggi un collegamento è Robert Kennedy Jr., sulla scorta delle valutazioni formulate da alcuni medici, tra cui il cardiologo Peter McCullough. Secondo quest’ultimo, l’infarto sarebbe stato conseguenza di un’embolia polmonare riconducibile alla vaccinazione con mRNA. Un nesso causale che il diario non dimostra e che nessuno dei medici citati da Fauci formulò, ma che McCullough ritiene meriti di essere indagato, accusando le autorità federali di non avere informato adeguatamente il pubblico sui possibili effetti avversi di questi prodotti. Anche sulle chiusure i diari smentiscono il tentativo di Fauci di ridimensionare il proprio peso politico. Fu lui, secondo quanto annotò, a consigliare al governatore dello Stato di Washington Jay Inslee di adottare le misure di mitigazione e a convincere il sindaco Bill de Blasio a chiudere le scuole di New York, sollecitando poi la serrata di bar e ristoranti. Le sue dichiarazioni televisive, scrisse ancora, contribuirono anche alla decisione del governatore californiano Gavin Newsom di chiudere scuole e locali. Il 29 marzo 2020 Fauci annotò di avere convinto Trump, insieme alla coordinatrice della task force Deborah Birx, a prorogare fino alla fine di aprile le restrizioni inizialmente previste per quindici giorni. «È stato un buon risultato», scrisse, perché interromperle prematuramente sarebbe stato «un disastro». Nella stessa conferenza stampa Trump prospettò da 1,5 a 2 milioni di morti, una stima che Fauci giudicava in privato «lo scenario peggiore di un modello imperfetto». Secondo il virologo, il presidente continuava però a citarla perché riteneva che così «la gente avrebbe preso sul serio ciò che stavamo dicendo». Oggi, il cambio di paradigma è certificato persino da covid.gov, il portale ufficiale statunitense sulla pandemia, che reindirizza a una pagina della Casa Bianca intitolata “Fuga da laboratorio: le vere origini del Covid-19” e che indica come scenario più probabile un incidente al Wuhan Institute of Virology durante ricerche gain of function. Questo non chiude il dibattito scientifico, ma segna il ribaltamento politico di una narrazione che per anni aveva escluso e demonizzato la pista di Wuhan come “complottismo”. Nell’ottobre 2021 Fauci scriveva di essere attaccato perché rappresentava «la verità». I suoi diari mostrano invece che, dietro le certezze sbandierate in pubblico, quella “verità” era assai meno granitica di quanto venisse raccontato. The post I diari rivelati di Anthony Fauci raccontano diverse cose interessanti sul Covid appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 31, 2026
L'INDIPENDENTE
Dalla cravatta alle origini del Covid: Fauci si appella 111 volte al Quinto emendamento
«Su consiglio del mio legale, mi avvalgo della facoltà di non rispondere in base ai diritti garantiti dal Quinto emendamento». Sono 111 le volte in cui Anthony Fauci, convocato sotto giuramento davanti alla Commissione per la Sicurezza interna e gli Affari governativi del Senato americano, ha scelto il silenzio. L’ex direttore del NIAID si è rifiutato di rispondere non solo a domande compromettenti come l’origine del Covid o sui finanziamenti alle ricerche condotte a Wuhan, ma anche quando il senatore Josh Hawley gli ha chiesto: «Che giorno della settimana è oggi?», «Di che colore è la sua cravatta?» o «Di che colore è il tappeto davanti a lei?». Tre domande innocue, utilizzate per dimostrare che Fauci non stava valutando caso per caso il rischio di autoincriminarsi, ma aveva deciso di opporre alla Commissione un rifiuto assoluto. La risposta, identica, è risuonata per tutta l’audizione durata circa tre ore. Fauci era stato citato con un mandato di comparizione dopo essersi sottratto a un’audizione volontaria. Nella dichiarazione iniziale ha accusato il presidente della Commissione Rand Paul – che poche ore prima aveva reso pubblici i diari personali del virologo – di nutrire una «evidente ossessione» per la sua incriminazione e di averlo convocato con un solo obiettivo: indurlo a pronunciare «qualcosa, qualsiasi cosa» che potesse giustificare la promessa di mandarlo «dietro le sbarre». Ha quindi annunciato che, per quanto gli costasse, avrebbe seguito il consiglio dei suoi legali. La linea difensiva ha trasformato l’aula in un teatro dell’assurdo: Fauci non ha risposto nemmeno quando il senatore Bernie Moreno gli ha chiesto di recitare il Quinto emendamento sul quale fondava il proprio silenzio. Ancora una volta, la stessa formula. Hawley ha contestato la legittimità del ricorso generalizzato al Quinto emendamento richiamando la sentenza Brown v. Walker del 1896: secondo il senatore, la grazia concessa da Joe Biden avrebbe eliminato il rischio di incriminazione per i reati federali commessi nel periodo coperto dal provvedimento e, con esso, il diritto di non rispondere su quei fatti. Poi l’affondo: «Credo di sapere perché lo fa. Perché non vuole rispondere alle domande. Perché ha fatto ogni sorta di cose terribili. Perché durante la pandemia si è arricchito mentre la gente moriva». L’effetto giuridico della grazia sul diritto al silenzio resta tuttavia controverso e Rand Paul ha riconosciuto che la questione potrebbe dover essere risolta dai tribunali. La clemenza «piena e incondizionata», preventiva e retroattiva, firmata da Biden nel gennaio 2025 non copre comunque eventuali reati successivi, come una nuova falsa testimonianza, né impedisce al Congresso di proseguire le proprie indagini. Uno dei capitoli più duri dell’interrogatorio ha riguardato il denaro. Hawley ha accusato Fauci di avere utilizzato dipendenti e risorse federali in orario di lavoro per sollecitare candidature a premi personali che superavano complessivamente il milione di dollari. Al centro delle contestazioni figura il Dan David Prize, riconoscimento da un milione di dollari assegnatogli nel 2021, di cui il 10% era destinato per regolamento a borse di studio. Secondo i documenti citati durante l’audizione, funzionari federali avrebbero collaborato alla preparazione delle candidature e interpellato gli uffici etici sulla possibilità che Fauci incassasse i premi. Hawley gli ha chiesto se avesse ordinato ai propri dipendenti di lavorare alle pratiche, se avesse fatto pressioni per superare le obiezioni etiche e quanto denaro avesse ricevuto. Nessuna risposta. Il senatore ha inoltre sostenuto che, negli anni della pandemia, il patrimonio familiare di Fauci sia salito oltre i 12 milioni di dollari. Il silenzio dell’interessato ha impedito qualsiasi chiarimento nel merito. Le domande hanno attraversato l’intera gestione pandemica. Rand Paul ha chiesto conto dei finanziamenti del NIAID a EcoHealth Alliance e delle ricerche sui coronavirus svolte al Wuhan Institute of Virology, accusando Fauci di avere negato davanti al Congresso che si trattasse di ricerche nel campo del guadagno di funzione. Ashley Moody ha incalzato Fauci sulla regola dei sei piedi di distanziamento, pari a circa 1,8 metri, ricordando che lo stesso immunologo aveva ammesso come quella misura fosse «in qualche modo comparsa» senza il sostegno di studi clinici controllati. «Le scuole non riaprirono, le attività non riaprirono, le chiese non riaprirono», ha ricordato la senatrice. Ron Johnson lo ha invece interrogato sulla sicurezza e sull’efficacia dei vaccini, sui segnali avversi e sulle informazioni conosciute dalle autorità sanitarie. A entrambi Fauci ha opposto il Quinto emendamento. Dal canto loro, i democratici, guidati da Gary Peters e Maggie Hassan, hanno invece denunciato una procedura costruita per trasformarlo in un capro espiatorio. La tensione è esplosa quando l’avvocato David Schertler ha tentato ripetutamente di intervenire a difesa del suo assistito. «Lei non ha la parola», lo ha ammonito Paul. Dopo oltre un minuto di scontro, il presidente ha ordinato agli agenti di allontanarlo dall’aula, tra gli applausi di una parte del pubblico. Al termine della seduta, Paul ha annunciato un voto per dichiarare Fauci in oltraggio al Congresso. Hawley ha scelto, invece, il terreno politico: «Il silenzio è un’ammissione», ha scandito, sostenendo che le azioni del virologo non sarebbero state mosse solo dal denaro: «Alla fine dei conti non si trattava solo dei soldi, vero? In realtà si trattava di una questione di potere». Ed è proprio questa l’immagine consegnata dall’audizione. Dopo avere incarnato per anni la “scienza” che pretendeva obbedienza assoluta, Fauci si è trincerato dietro il diritto a non autoincriminarsi. L’uomo che chiedeva agli americani di fidarsi ciecamente delle regole e delle istituzioni non ha risposto neppure sul colore della propria cravatta. The post Dalla cravatta alle origini del Covid: Fauci si appella 111 volte al Quinto emendamento appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 30, 2026
L'INDIPENDENTE
USA, nel 2023 emergeva il vergognoso esperimento dei “gatti cannibali”
In tutto il mondo crescono le richieste di vietare i mercati di animali vivi, soprattutto dopo che la Covid-19 dal 2020 al 2021 ha terrorizzato il pianeta, è apparso nel sangue, nell’intestino e negli escrementi di animali terrorizzati macellati davanti ai clienti in un “mercato umido” (un mercato che vende animali vivi) a Wuhan, in Cina. E, mentre le nazioni di tutto il mondo tentavano di contenere la pandemia attraverso lockdown, quarantene e vari gradi di violazione dei diritti e delle libertà delle loro popolazioni – o delle loro “mandrie”, come direbbe Michel Foucault – il movimento per i diritti degli animali si è sollevato per chiedere un divieto mondiale della pratica oscena dei mercati di animali vivi. La condanna dei mercati di animali vivi, lungi dall’essere limitata ai paesi “occidentali”, proveniva da organizzazioni con sede in tutto il mondo: India, a Bangkok e persino in Cina. Il divieto proposto avrebbe riguardato tutti i paesi del mondo, compresi gli Stati Uniti (solo a New York si contano  80 mercati di animali vivi ), e avrebbe avuto ripercussioni sulle importazioni americane di animali per la ricerca scientifica provenienti dai mercati cinesi. Purtroppo nemmeno la Covid-19 ha posto fine al business della vivisezione e della sperimentazione animale che nasconde assurdità inconcepibili in un mondo che si sciacqua la bocca con i discorsi sull’eticità. A tal riguardo è interessante rievocare il famigerato esperimento dei “gattini cannibali” . Un’inquietante relazione del 2023 di un organismo di controllo affermava che il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) aveva speso 22,5 milioni di dollari per condurre ricerche “inutili e ingiustificabili” che prevedevano l’uccisione di gatti e l’induzione del “cannibalismo felino”, tra le altre pratiche riprovevoli. Il rapporto, redatto dall’organizzazione no-profit White Coat Waste Project – che si oppone alla sperimentazione animale da parte del governo – e dall’ex scienziato del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) Jim Keen – affermava che gran parte di questa ricerca riguardava la toxoplasmosi, una malattia trasmessa dal parassita Toxoplasma gondii . Secondo il rapporto, fino al 2015 il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) acquistava e uccideva gatti e cani provenienti da paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, e ne dava parti a gatti e altri animali allevati in laboratorio per la ricerca, di fatto imponendo quello che l’organismo di controllo definisce “cannibalismo felino”. Resti di gatti acquistati in Cina venivano anche iniettati nei topi, stando al documento. “Il consumo di carne di cane e di gatto rappresenta una dieta anomala per questi animali e per i topi, quindi è probabilmente irrilevante per la biologia naturale della toxoplasmosi” – affermava il rapporto – “La loro rilevanza e giustificazione scientifica sono, nella migliore delle ipotesi, discutibili, così come la loro rilevanza per la salute pubblica americana, dato che non consumiamo carne di cane e di gatto e tale pratica è ora illegale negli Stati Uniti”. “L’ARS continua a valutare le proprie attività per migliorare la ricerca sulla toxoplasmosi, salvaguardando al contempo la salute del popolo americano” – affermava il portavoce del Servizio di Ricerca Agricola (ARS) del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) – “L’USDA rimane impegnato a proteggere la sicurezza dell’approvvigionamento alimentare americano e mantiene la massima aderenza agli standard etici e alle migliori pratiche di gestione”. Il T. gondii è molto comune e la malattia può insorgere tramite il contatto con cibo contaminato, feci di gatto o trasmissione da madre a figlio, ma la maggior parte delle persone esposte non sviluppa mai sintomi di toxoplasmosi, secondo la Mayo Clinic . È più grave per le persone con un sistema immunitario compromesso, così come per le donne in gravidanza e i loro bambini. I gatti sono gli unici animali in cui il T. gondii può completare il suo intero ciclo vitale, quindi sono stati tradizionalmente utilizzati nella ricerca sulla toxoplasmosi, affermava il nuovo rapporto. La ricerca, condotta presso il Laboratorio per le malattie parassitarie degli animali del Servizio di ricerca agricola del Maryland, prevedeva l’allevamento di gatti specificamente per nutrirli con carne cruda infetta da T. gondii. I ricercatori raccoglievano poi le feci dei gatti per prelevare le uova del parassita da utilizzare nella ricerca sulla sicurezza alimentare e uccidevano gli animali una volta che smettevano di espellere uova, nonostante gli esperti veterinari avessero affermato che non avrebbero rappresentato un rischio per la salute pubblica se fossero stati dati in adozione, si legge nel rapporto. Il programma è costato 22,5 milioni di dollari e ha causato la morte di oltre 3.000 gatti dal 1982, secondo il rapporto. “La sperimentazione sulla toxoplasmosi dei gattini condotta dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) causa inutili dolori e sofferenze agli animali, apporta scarsi o nulli benefici scientifici e spreca milioni di dollari dei contribuenti a causa di un finanziamento federale interno perpetuo e non competitivo”, affermava il rapporto. Il White Coat Waste Project ha segnalato per la prima volta la ricerca sulla toxoplasmosi condotta dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) in un’indagine del 2022. In quell’anno i legislatori hanno presentato il KITTEN Act (Kittens in Traumatic Testing Ends Now) , che chiedeva la fine di questo tipo di sperimentazione sui gatti. Il disegno di legge è stato ripresentato al Congresso a dicembre 2023, come riportava la NBC News . “Il fatto che il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) abbia catturato animali domestici e altri cani e gatti innocenti in paesi stranieri, compresi i mercati della carne cinesi condannati dal Congresso, per poi ucciderli e darli in pasto a gatti da laboratorio qui negli Stati Uniti, è semplicemente disgustoso e ingiustificabile” – dichiarò alla NBC il deputato della Florida Brian Mast, co-firmatario della legge. Il Servizio di Ricerca Agricola (ARS) del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) ha annunciato il 2 aprile 2024 che avrebbe riorientato la sua ricerca sulla toxoplasmosi e che “l’uso di gatti come parte di qualsiasi protocollo di ricerca in qualsiasi laboratorio dell’ARS è stato interrotto e non verrà ripristinato”. Quattordici gatti che erano coinvolti nel programma di ricerca sono stati inoltre dati in adozione a dipendenti dell’USDA, secondo quanto riportato nella dichiarazione. In risposta, il presidente del White Coat Waste Project, Anthony Bellotti, ha dichiarato in un comunicato che il gruppo è “entusiasta che, dopo un anno di intensa campagna da parte del White Coat Waste Project e dei suoi 2 milioni di membri e sostenitori, insieme alla leadership di numerosi membri del Congresso repubblicani e democratici, il mattatoio di gattini dell’USDA sia stato finalmente relegato alla lettiera della storia”. Purtroppo questo è il destino ancora degli animali usati in moltissimi sperimenti e il copione si concretizza spesso con le stesse modalità. E’ arrivato il momento di porre fine a questa ecatombe. Lorenzo Poli
July 10, 2026
Pressenza