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Processo Naufragio Cutro, non era una barca con migranti… anzi sì
La differenza lessicale tra dubbio e incertezza sullo sfondo di una certezza, purtroppo, indubbiamente certa: 94 persone morte sulla spiaggia di Steccato di Cutro. È stata caratterizzata anche da questa discussione semantica la tredicesima udienza del processo ai sei militari (quattro della Guardia di Finanza e due della Capitaneria di Porto) accusati dei presunti ritardi nei soccorsi al caicco Summer Love, il cui naufragio, avvenuto il 26 febbraio 2023 sulla spiaggia di Cutro, ha causato 94 morti accertati e decine di dispersi. Protagonista, nella tredicesima udienza svolta il 30 giugno, è stato ancora il capitano di fregata Gianluca D’Agostino, all’epoca dei fatti capo dell’Italian Maritime Rescue Coordination Center. La sua è stata una deposizione proseguita nel segno delle contraddizioni in merito alla valutazione dei fatti di quella notte. “L’aereo di Frontex aveva avvistato una decina di barche quella notte, ma segnalò solo il caicco perché faceva rotta verso terra, era stata intercettata una telefonata verso la Turchia e sottocoperta c’erano altre persone”, ha dichiarato il capitano di fregata rispondendo a una domanda diretta e precisa del presidente del collegio penale del Tribunale di Crotone, Alfonso Scibona. Una risposta che ha destato un boato di sorpresa nell’aula – nella quale era presente anche l’europarlamentare Mimmo Lucano – perché fino a quel momento D’Agostino aveva sempre sostenuto che, a suo avviso, su quella barca non ci fossero persone, né tantomeno migranti. Le divergenze con Frontex nel processo di Cutro D’Agostino ha ribadito di aver avallato la valutazione dell’International Coordination Centre (struttura interforze istituita presso il Comando Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza), secondo cui non si trattava di una barca di migranti. Questo nonostante – come emerge dagli atti, ma anche dal dibattimento e dalle stesse parole di D’Agostino – l’imbarcazione viaggiasse senza Ais acceso (il sistema di tracciamento automatico), non avesse una bandiera visibile, presentasse un’alta risposta termica sottocoperta e da Frontex fossero giunti messaggi che descrivevano il caicco come “possible migrant vessel”. Rispondendo all’avvocato di parte civile Lidia Vicchio, il capitano di fregata è arrivato a sostenere che: “Frontex cita i migranti solo per un errore di trascrizione”. Inoltre, replicando a una domanda dell’avvocato di parte civile Stefano Bertone, ha contestato le dichiarazioni fatte dal direttore di Frontex, Hans Leijtens, durante un’audizione del 23 maggio 2023 alla commissione Libe dell’Europarlamento (vedi il Crotonese del 26 maggio 2023), secondo il quale c’erano molte persone sottocoperta: “Il direttore di Frontex è un poliziotto, la sua affermazione è eccessiva”, ha chiosato D’Agostino. Ha poi ripetuto che il calore registrato dall’Eagle 1 di Frontex poteva essere provocato anche da due o tre persone, da stufette o dalla porta della sala macchine aperta: “Che ci siano due o 300 persone, la colorazione del rilievo termico non fa differenze”. La Finanza non era dove avevano detto che si trovava A proposito della sigla IM posta davanti al numero della segnalazione di Frontex, ha dichiarato: “È un codice usato perché Frontex di quello si occupa. Non è il codice IM solo perché sono immigrati. Si deve andare a controllare… e nella maggior parte dei casi si tratta di migranti.” Ricordando di aver visto in diretta il video di Frontex “un’ora prima della segnalazione ufficiale”, D’Agostino ha ribadito più volte che il caicco Summer Love – senza Ais, senza bandiera e con telefonate dirette verso la Turchia – “non era la barca tipica dello scenario e della rotta turca”. Quindi si è sfogato sulla mancata presenza di unità in mare durante il controesame del pm Matteo Staccini: “L’informazione che avevo ricevuto era che la V5006 fosse indicata nell’area delle operazioni dalle 20:00 del 25 febbraio alle 6:00 del 26 febbraio. Invece, sedici minuti dopo la telefonata che ci informava di questo, era agli ormeggi a Crotone. Vuol dire che, quando ci hanno chiamato, era praticamente in porto. Questo ha fatto scattare la mia domanda di chiarimento al generale Caci e quella mia dichiarazione di cui mi scuso: perché io sapevo che fino alle 6:00 avevo una barca lì, e invece quella barca era in un posto diverso. Una nave del genere, quando esce, non va a fare bunkeraggio (operazione di rifornimento di combustibile). Se so che dalle 20:00 alle 6:00 sei lì, fare bunkeraggio due ore dopo l’inizio delle operazioni stride un po’”. I dettagli anomali: salvagenti e telefonate nel naufragio di Cutro Il presidente Scibona, anche sulla scorta della sua esperienza nei processi agli scafisti, ha sollecitato il testimone su alcuni particolari, come l’assenza di salvagenti in coperta e la mancanza di telefonate dalla barca ai parenti o ai numeri di emergenza, elementi che D’Agostino aveva utilizzato per spiegare i motivi per cui il caicco non era stato considerato una barca di migranti. “Quanti salvagenti vengono posizionati sulla coperta di una nave di migranti? Sono sempre abbandonati in modo caotico? Ci sarebbero dovuti essere 200 salvagenti?”, ha domandato Scibona. D’Agostino ha replicato: “Solitamente sulla coperta c’è grande caos, con salvagenti di ogni tipo. Non avevo mai visto prima una barca di migranti i cui passeggeri fossero nascosti in questo modo, né una simile capacità degli scafisti di interdire le comunicazioni telefoniche.” Il presidente Scibona ha ribattuto: “Mi risulta che, proprio per evitare che telefonino e vengano intercettati, si tolgano i telefonini ai migranti. L’ho riscontrato in diversi processi.”   Redazione Italia
July 1, 2026
Pressenza
Sei contraddizioni nella riforma della magistratura
Quando si vuole cambiare una parte della Costituzione il minimo richiesto sarebbe che le nuove norme siano coerenti tra loro e con quelle che non vengono coinvolte nelle modifiche. Invece, il testo della legge di revisione costituzionale di sette articoli del Titolo IV della seconda parte della Carta Costituzionale è colmo di contraddizioni. Ecco le sei incongruenze più evidenti. * Il Consiglio Superiore della Magistratura viene duplicato: uno per i giudici, l’altro per i pubblici ministeri. Una scelta che dai promotori viene ritenuta coerente con la netta separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, che è in palese contrasto con la composizione dell’Alta Corte Disciplinare, nuovo organismo istituito dalla riforma, dove si ritroveranno insieme giudici e pubblici ministeri. * Se le carriere tra magistrati giudicanti e requirenti devono essere assolutamente divise, non si comprende per quale ragione la riforma introduca la possibilità che il Consiglio Superiore della Magistratura dei giudici possa – per meriti insigni – ammettere alle funzioni giudicanti della Corte di Cassazione anche “appartenenti alla magistratura requirente”. * L’Alta Corte Disciplinare esercita la giurisdizione disciplinare nei riguardi dei magistrati ordinari, escludendo quelli amministrativi, contabili e militari. In questo modo l’Alta Corte si configura come un giudice speciale. Ci si può chiedere quale sia la ragione per trattare in modo diverso i magistrati ordinari da tutti gli altri, tenendo conto che la vigente Costituzione stabilisce che “non possono essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali” (art. 102). * Il testo di revisione prevede che “contro le sentenze emesse dall’Alta Corte in prima istanza è ammessa impugnazione, anche per motivi di merito, soltanto dinanzi alla stessa Alta Corte, che giudica senza la partecipazione dei componenti che hanno concorso a pronunciare la decisione impugnata”. Ma la Costituzione prescrive che “contro le sentenze … è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazioni di legge” (art. 111). * Togliendo al Consiglio Superiore della Magistratura la competenza relativa ai provvedimenti disciplinari e lasciando quella relativa ai trasferimenti dei magistrati, di fatto si crea un conflitto di competenze per i trasferimenti d’ufficio, poiché il potere di trasferire spetta ai Consigli Superiori e quello di utilizzare il trasferimento come sanzione spetta all’Alta Corte. * Nell’Alta Corte faranno parte “sei magistrati giudicanti e tre requirenti”. Si tratta di una proporzione (2/3 e 1/3) che non rispecchia il numero reale dei giudici e dei pubblici ministeri in servizio (3/4 e 1/4). Nessuno ha spiegato perché la proporzione è stata alterata a favore dei magistrati requirenti e a scapito dei giudicanti. Di fronte a queste evidenti incongruenze e ad altre scelte irragionevoli (basti ricordare il sorteggio) contenute nel testo di revisione della Costituzione ci si può chiedere se i presentatori (Giorgia Meloni e Carlo Nordio) l’abbiamo davvero scritto, o almeno letto e compreso. Se non si trattasse della Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro della Giustizia si potrebbe parlare di dilettanti allo sbaraglio. Forse invece queste contraddizioni sono volute, per incuneare scientemente contrasti tra i magistrati e nelle norme costituzionali relative alla magistratura. “Divide et impera”, ci ammonisce la nota locuzione latina. In ogni caso, non è possibile approvare questa riforma sgangherata della Costituzione. Anche soltanto, come scrisse Dante Alighieri, “per la contradizion che nol consente”. Rocco Artifoni
February 25, 2026
Pressenza
La montatura contro i palestinesi arrestati in Italia perde pezzi
L’inchiesta contro Mohammed Hannoun e i palestinesi dell’Associazione Palestinesi in Italia e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese sta perdendo i primi pezzi. Ieri a Genova si è riunito il Tribunale del Riesame ed ha posto in libertà tre dei palestinesi arrestati alla fine di dicembre ma ne […] L'articolo La montatura contro i palestinesi arrestati in Italia perde pezzi su Contropiano.
January 20, 2026
Contropiano
Il Giubileo “dei ritardatari”
Leggo sui social frasi del tipo «Questa non è la mia piazza» (riferita al 7 giugno). Come se fosse un sabba di Sinistra per Israele, mentre è un appuntamento assai più largo e diffuso, che vuole ribadire l’isolamento morale e in prospettiva politico ed economico di Israele per i massacri di Gaza. Una manifestazione multistrato, che comprende portatori di opzioni differenziate e soprattutto di gruppi che sono arrivati a una condanna di Israele in tempi scaglionati rispetto all’inizio dei bombardamenti intensivi, chi dopo più di un anno e oltre 50.000 morti. Non è una graduatoria morale, caso mai di intelligenza e sensibilità umana. Sono qualità naturali distribuite nell’umanità in modo irregolare, che però con un certo sforzo possono essere acquisite. Perciò diciamo: meglio tardi che mai, è un anno giubilare e qualche indulgenza si può concedere loro, purché facciano numero e tengano un profilo confacente. Poi ci sono gli ipocriti, che si accodano per non essere tagliati fuori da un movimento irresistibile dell’opinione pubblica o addirittura a tempo scaduto. Apprezziamo sempre, nell’ipocrisia, l’omaggio che il vizio rende alla virtù, anche se nessuno ci obbliga a prendere un caffè con i viziosi e in qualche caso neppure a sfilare insieme. Una manifestazione non è un atto di fede, ma un oggetto pratico, situato. Ci si accontenta di quello che si dice e si fa oggi. Per più vasti programmi e parole d’ordine più avanzate c’è sempre tempo. Del resto, anche quando manifestavamo per la Palestina dopo la Guerra dei sei giorni, ci si divideva fra chi gridava “Palestina rossa!” e “Palestina libera!” – e io, che ovviamente scandivo il primo slogan, devo constatare con amarezza che oggi, 58 anni dopo, nessuna delle due opzioni si è realizzata. E continuammo a impegnarci sulla Palestina, malgrado lo sgretolamento delle strutture politiche locali e l’avanzata di nuove ma non più fortunate ondate islamiste in tutto il mondo arabo. Per dire che un filo di indulgenza ce la possiamo permettere, commisurandolo alla difficoltà dell’impresa. Il salto del 7 giugno rispetto ai molti appuntamenti che già abbiamo praticato tenacemente in forma minoritaria – con tensioni e varietà di promotori – sta nell’ampiezza della partecipazione con diluizione, parziale, dei contenuti. Non tutti – come invece le redattrici e i redattori di questo sito – nomineranno il genocidio, ma preferisco marciare con decine di migliaia di persone che hanno in bocca massacro, sterminio, pulizia etnica, piuttosto che contare quelli e quelle che maneggiano il mio stesso lessico. Il 7 giugno non è una tavola rotonda ma un raduno a base politico-emozionale, che serve a moltiplicare l’indignazione per la politica di guerra israeliana e a favorire misure concrete di isolamento internazionale, a cominciare dai trattati di associazione europei e dagli investimenti italiani. È la prima messa a terra di un disagio e di una protesta che finora ha avuto espressioni meritorie ma sporadiche e minoritarie e che vorremmo diventasse senso comune e sentimento condiviso di una larga maggioranza in Italia, mettendo in difficoltà le destre, il Governo e le imprese di morte come Leonardo e le università complici. Il testo di convocazione è una mozione unitaria parlamentare delle opposizioni, largamente insufficiente e per sua stessa natura volta a vantaggi elettorali e a riposizionamenti tra le forze che l’hanno sottoscritto. Non importa, è un primo passo e che vadano pure a caccia di voti, al momento vogliamo impedire che le e gli abitanti di Gaza muoiano di fame o di bombe e che i villaggi cisgiordani vengano annessi a Israele e le e i superstiti espulse ed espulsi. Qualsiasi battaglia contro il colonialismo sionista richiede che le e i combattenti siano vie e vivi, sul posto e relativamente libere e liberi di lottare. Per questo possiamo e dobbiamo batterci, lontani come siamo dal fronte immediato di morte e di lotta. Non che l’adesione al corteo sia cieca e indifferente alla qualità delle forze in campo. Senza nulla concedere a un settarismo in nome di identità immaginarie, tuttavia – e proprio in quanto è un primo passo cui dovranno seguirne molti altri – valutiamo criticamente certe ambiguità presenti (quelle passate lasciamole pure perdere). I renziani si sono inventati (insieme allo sfigato Calenda) un secondo appuntamento il 6 giugno a Milano, in cui esecreranno Hamas come il responsabile di tutto, insisteranno sul diritto di Israele a difendersi e porteranno le bandiere palestinesi insieme con quelle israeliane per testimoniare la loro solidarietà con le forze che in Israele, a loro dire, si oppongono a Netanyahu, considerato l’unico cattivo della scena insieme a Ben Gvir e Smotrich. Come se pulizia etnica e genocidio fossero cominciati solo dopo il 7 ottobre e non costituissero invece un cancro di tutta l’esperienza sionista. > Sappiamo bene che nella storia moderna del popolo ebraico e attualmente nella > Diaspora (molto meno, purtroppo, dentro i confini di Israele) esiste una > gloriosa tradizione laica e religiosa anti-sionista, che però non sventola le > bandiere di Israele e coniuga con simboli diversi identità e anti-colonialismo > in Europa e ancor più negli Usa. La diatriba delle bandiere e l’equiparazione fra anti-sionismo e anti-semitismo le liquideremmo come una piccola provocazione marginale se, per calcoli personali e di corrente (neppure di partito), una bella fetta del Pd non ostentasse la doppia partecipazione al 6 e al 7 giugno come alta mediazione politica e se Renzi non tentasse di infiltrarsi a San Giovanni per non perdere uno strapuntino nel campo largo. Le divergenze e le furberie su questo tema, d’altronde, sono perfettamente simmetriche a quelle che si sono registrate riguardo alla campagna referendaria, indebolendola oggettivamente. > Quindi l’allargamento dell’eterogeneo fronte pro-Pal è una grande cosa ma è > tutt’altro che stabilmente acquisito e operativo e andrà costruito con altre > iniziative per aprire contraddizioni all’interno della compagine che ha > convocato il corteo, rendendo difficile e politicamente sconveniente un > completo esproprio e neutralizzazione della lotta al fianco della Palestina. Tanto più che, nel caso tutt’altro che facile che si conseguisse l’epocale risultato di un cessate il fuoco a Gaza e in Cisgiordania e di un crollo della coalizione Netanyahu, balzerebbe in primo piano l’assenza di una classe dirigente di ricambio in Israele e in Palestina, dunque la prima condizione per la soluzione politica di un problema aggravato da un vortice di odio e vendetta che non potrebbe essere tenuto a bada da giochi di potere neo-coloniali o da una egemonia saudita imposta dall’esterno. Se già oggi non sappiamo immaginare un “dopo Gaza”, figuriamoci domani, in un contesto di guerre guerreggiate e commerciali, per cui Rafah e Khan Yunis saranno i modelli di “bonifica” urbana come lo furono, all’alba della Seconda guerra mondiale, Guernica e Coventry. E allora, quelle che oggi sono contraddizioni secondarie su cui insistono soltanto i provocatori professionali – la retorica decoloniale e le sbavature antisemite – potrebbero diventare rilevanti ostacoli per una pace giusta in Medio Oriente, ovvero per un modus vivendi realistico fra una maggioranza regionale araba e iranica e una minoranza ebraica dotata di armi atomiche e vettori adeguati – quindi entrambe non annientabili o deportabili in massa in una perversa logica di “remigrazione”. L’immagine di copertina è di Marta D’Avanzo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. 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June 6, 2025
DINAMOpress