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Quando l’autonomia infantile passa dallo smartphone
Un recente ed interessante studio del CNR-ISTC rivela come il cellulare accompagni sempre più spesso le prime esperienze di indipendenza dei bambini, consentendo però ai genitori di mantenere una supervisione costante a distanza. Il rischio è che lo smartphone limiti le occasioni di sviluppare fiducia in sé stessi, capacità decisionali e gestione del rischio. E’ quanto evidenzia una ricerca dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR ISTC), secondo la quale il cellulare sta diventando una sorta di “lasciapassare” per l’autonomia infantile: i genitori concedono ai figli maggiori libertà di movimento purché possano restare costantemente in contatto con loro. Lo studio, realizzato nell’ambito del progetto internazionale “La città delle bambine e dei bambini”, e pubblicato sulla rivista “Sistemi intelligenti”, ha coinvolto 234 bambini tra i 5 e i 10 anni e 215 genitori residenti a Castel Madama, Latina e Roma. I dati mostrano che lo smartphone è il dispositivo personale più diffuso: a possederne uno è il 49,8% dei figli intervistati. L’età media del primo smartphone è di appena 7,2 anni. Il dispositivo viene utilizzato soprattutto per giocare (47,4%), ma la sua funzione principale sembra essere quella di mantenere il collegamento tra genitori e figli. Il 46,7% dei bambini afferma che il telefono viene usato dai genitori per chiamarli quando sono soli a casa, mentre il 30,3% riferisce di essere contattato quando si trova fuori con gli amici. Anche le risposte dei genitori confermano questa tendenza. > “La ricerca mostra come l’introduzione precoce dello smartphone stia > contribuendo a ridefinire le modalità attraverso cui viene concessa e vissuta > l’autonomia infantile, spiegano le ricercatrici Daniela Renzi e Marica Notte > del CNR-ISTC. L’autonomia, fondamentale per lo sviluppo dell’autostima e della > capacità di gestire il rischio, finisce sempre più spesso per diventare una > concessione subordinata alla possibilità di esercitare un controllo a > distanza, più che un processo fondato sulla fiducia nelle competenze del > bambino”. Quando vengono usati i dispositivi? La ricerca evidenzia che essi vengono adoperati prevalentemente in solitudine. Il 56,5% dei bambini dichiara di usarli da solo, contro il 33,2% che li utilizza insieme ai genitori. Se televisione e smart tv dominano “la vita” mediatica dei più piccoli, la vera novità riguarda il ruolo che questi strumenti assumono nella crescita dei bambini. Esse rappresentano il dispositivo più usato (58,9% secondo i bambini e 78,4% secondo i genitori), seguito dallo smartphone (52,4% e 61,9%). Preoccupa anche il contesto di utilizzo: il 37,7% dei bambini afferma di usare i dispositivi prima di addormentarsi e il 23,4% durante i pasti. Secondo loro il dispositivo viene concesso soprattutto come premio (44,4%), mentre i genitori indicano più spesso l’uso durante i viaggi in automobile (20,9%). Particolarmente interessanti sono i risultati relativi al benessere emotivo. Quando giocano all’aperto con gli amici, il 90,4% dei bambini dichiara di sentirsi felice. Al contrario, quando giocano da soli in casa con i dispositivi digitali, la percentuale di felicità scende al 56,7%, mentre aumentano noia (26,8%) e solitudine (22,9%). Tra i bambini più grandi, l’utilizzo individuale dei dispositivi si associa ancora più frequentemente a sentimenti di noia e isolamento. > “La tecnologia non sostituisce il valore delle relazioni tra pari e del gioco > libero, sottolineano le due autrici dello studio, Daniela Renzi e Marica > Notte. I dati mostrano chiaramente come le esperienze all’aperto e condivise > con gli amici continuino a rappresentare la principale fonte di benessere per > i bambini”. Sul fronte della mobilità emergono differenze significative. I bambini di Castel Madama risultano più autonomi rispetto ai coetanei di Roma e Latina negli spostamenti quotidiani, come andare a scuola, al negozio o a giocare all’aperto senza accompagnamento degli adulti. In generale, tuttavia, la possibilità di uscire da soli appare fortemente associata al possesso di uno smartphone, indipendentemente dall’età, dal genere o dal luogo di residenza. Secondo le ricercatrici, accanto alla necessaria regolamentazione dell’uso degli schermi raccomandata dai pediatri, è fondamentale promuovere opportunità concrete di gioco libero e movimento autonomo nello spazio pubblico, restituendo ai bambini occasioni di crescita, socialità e sperimentazione diretta. Anche il recente policy brief pubblicato dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche- INAPP, intitolato “Proteggere il benessere dei minori. Un’infrastruttura per il monitoraggio delle politiche”, curato dalle ricercatrici Giovanna Giuliano, Cristina Lion e Paloma Vivaldi Vera e dal ricercatore Antonello Scialdone, evidenzia la pervasività dei dispositivi tecnologici e della vita online: la disponibilità dello smartphone personale passa dal 52,7% in 5ª elementare all’87% già in 1ª media, raggiungendo il 90,7% in 2ª media (in pratica solo un preadolescente su dieci non possiede un cellulare). A questa disponibilità corrisponde un vero e proprio boom nell’accesso ai social media: l’iscrizione alle piattaforme social passa dal 31,5% in 5ª elementare al 74,8% in 2ª media; l’uso ad altissima frequenza (quotidiano o quasi, pari a 7 o più volte a settimana) schizza dal 20,4% a ben il 55,3% tra i ragazzi di 12 anni, senza rilevanti differenze di genere. Tale sovraesposizione comporta inevitabili ricadute sul benessere psicofisico e familiare. In 2ª media, un ragazzo su tre (32,5%) ammette di aver provato a ridurre l’uso di internet senza riuscirci, e un quarto del campione (25%) riconosce che l’uso della rete gli crea problemi Qui per approfondire lo studio del CNR-ISTC: https://www.rivisteweb.it/doi/10.1422/121188. Qui il policy brief dell’INAPP: https://oa.inapp.gov.it/server/api/core/bitstreams/f9f0e4ca-ccbd-4dce-8fd8-094d4797f16e/content. Giovanni Caprio
October 7, 2026
Pressenza
Intelligenza Artificiale nella didattica: dispositivi per la militarizzazione della scuola?
A ridosso delle vacanze pasquali, con nessun preavviso e tempi strettissimi di scadenza, il Ministero dell’Istruzione e del merito fa uscire il PNRR relativo al DM 219 – 2025 (Intelligenza Artificiale per la Scuola: competenze, didattica e organizzazione digitale), costringendo i Collegi Docenti a discutere e deliberare su una questione complessa e delicata, che potrebbe stravolgere i fondamenti stessi della professione insegnante e del processo di apprendimento delle nuove generazioni, senza aver prima fornito informazioni, tempi e spazi di discussione adeguati per preparare i votanti a deliberare con sufficiente chiarezza. La maggior parte del personale docente e ATA non si preoccupa più di tanto, distratta dai ritmi incalzanti della burocrazia digitale che, soprattutto dai tempi del COVID, hanno reso molti aspetti della nostra professione un lavoro impiegatizio, opaco e frustrante. Molti Collegi Docenti si svolgono on-line, utilizzando le piattaforme Google-Suite, sul cui uso mai nessuno ha interrogato il personale della scuola, anche solo per capire se fosse d’accordo o ne conoscesse le possibili criticità dal punto di vista della condivisione dei dati, della privacy, della sicurezza, della reale efficacia nel raggiungimento di decisioni condivise democraticamente e di molte altre questioni su cui la ricerca scientifica in ambito neuro-linguistico e pedagogico-didattico si sta interrogando. Ma c’è di più: una pervasiva campagna pubblicitaria, fatta di spot sui media e circolari ministeriali sempre più insistenti, sembra suggerire a tutti i protagonisti del mondo della scuola, famiglie, giovani, docenti, DS e ATA, che questo ulteriore salto quantico nella direzione di una scuola digitale avanzata, moderna ed efficiente sia non solo auspicabile ma orami irreversibile e necessario. E, inoltre, che non ci sia nulla di preoccupante, essendo la tecnologia, per definizione di chi sposa il positivismo del progresso contemporaneo, uno strumento neutrale, che ha solo bisogno di essere resa “antropocentrica” ed “etica” per diventare un’ottima alleata del nostro mestiere. A questo punto potremmo legittimamente domandarci: se i software denominati IA sono arrivati a una sofisticazione tale per cui riescono a riprodurre il ragionamento e il linguaggio umani, allora noi stessi/e, le nostre menti, i nostri cervelli sono degli algoritmi? Noi pensiamo sotto forma di algoritmo? Parliamo come delle macchine-robot e ci relazioniamo con le nostre classi come potrebbe fare un PC? Quindi siamo perfettamente sostituibili da questi strumenti digitali? La didattica e la psicopedagogia, pertanto, altro non sarebbero che una forma molto complessa di cibernetica? E, allora, perché tali strumenti sono stati progettati e resi così efficaci a partire dall’ambito militare e trovato larga applicazione nel controllo dei territori e delle popolazioni? Forse che anche la scuola sia un dispositivo di guerra e noi insegnanti esercito addestrato di un potere violento? Qui si aprono degli scenari apocalittici e intricati che, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vorremmo analizzare meglio con la dovuta calma e in collaborazione con la ricerca anche accademica, se non vogliamo costruire dell’IA una narrazione magica. Fortemente illusoria ci appare, infatti, dall’interno dei nostri istituti, nelle discussioni di persona in sala insegnanti e nei corridoi, la sensazione di aver avuto più tempo e migliore gestione del nostro lavoro da quando computer, internet e LIM sono entrati nelle aule a gamba tesa, senza chiederci il permesso. Certo, ci vuole una IA etica e antropocentrica, questo appare scontato, ma guardando al multiculturalismo delle classi ci chiediamo: “Quale etica usare tra le tante? Quale concezione culturale? Quale linguaggio?”. No, non era una questione da delegare al voto on line delle ultime sedute dell’anno scolastico 2025/26. E probabilmente non era neppure da proporre una tecnologia di questo tipo in un ambito, per sua natura, dedicato all’educazione alla cittadinanza, alla pace, al rispetto dei diritti, alla sostenibilità ambientale. Per demistificare del tutto questa narrazione sui presunti poteri incredibili dell’IA, bisognerebbe, infine, andare a verificarne gli effettivi miglioramenti economici e di sviluppo nel mondo aziendale: anche qui, al di là degli squilli di tromba della propaganda, non ci sembra di vedere niente di buono. Claudia Giella, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università --------------------------------------------------------------------------------