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Gli inviati di Trump tra Mosca e Kiev, mentre l’Europa cerca strade per impedire la pace
Una maratona diplomatica di quarantotto ore ha portato gli inviati speciali di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, a un duplice colloquio, sabato al Cremlino con Vladimir Putin e domenica a Kiev con Volodymyr Zelensky e rappresentanti di Germania, Francia e Regno Unito. Il sunto della due-giorni è che […] L'articolo Gli inviati di Trump tra Mosca e Kiev, mentre l’Europa cerca strade per impedire la pace su Contropiano.
September 8, 2026
Contropiano
Il Forum Economico Orientale disegna le future rotte artiche alternative all’Occidente
Si è svolto dal primo al quattro settembre l’importante Forum Economico Orientale (EEF) di Vladivostok a cui ha partecipato anche il presidente russo Vladimir Putin, secondo il quale l’Estremo Oriente della Federazione Russa deve diventare un centro della crescita economica accelerata, della cooperazione e dello sviluppo infrastrutturale per l’intero immenso Paese. Il Forum – istituito nel 2015 e giunto alla sua undicesima edizione – infatti, ha lo scopo di incentivare gli investimenti esteri nell’estremo oriente russo e il tema chiave dell’edizione di quest’anno è stato “L’Estremo Oriente: sviluppo a beneficio delle persone”. Al Forum sono così stati firmati 318 accordi commerciali per un valore di circa 81 miliardi di dollari, ma soprattutto è stato sottoscritto un accordo che prevede un investimento di mille miliardi di rubli per sviluppare le future rotte artiche e in particolare il Corridoio di Trasporto Transartico. L’evento, infatti, guarda molto più in là del mero sviluppo economico locale ed è diventato una piattaforma attraverso cui ampliare la cooperazione commerciale delle nazioni della regione Asia-Pacifico e disegnare nuove rotte commerciali strategiche nell’Artico come alternativa alle vie di trasporto “tradizionali”, interrotte o rallentate dalla guerra in Medio Oriente. Inoltre, lo sviluppo di quest’area permette a Mosca di controbilanciare le sanzioni europee e statunitensi. Sebbene, dunque, i media occidentali abbiano ridotto l’intervento di Putin al Forum esclusivamente al piano della guerra in Ucraina e al rapporto con l’Occidente, in realtà il capo del Cremlino ha dedicato ben poco spazio alla questione, concentrandosi invece sulle vie commerciali e gli investimenti che potranno ridefinire gli equilibri commerciali internazionali del prossimo futuro, non tralasciando comunque le difficoltà che Mosca si trova ad affrontare a causa della guerra con Kiev. Tra queste, la ridotta capacità di raffinazione del petrolio a causa degli attacchi ucraini e la conseguente carenza di carburante, ma anche la sospensione dei voli dalla Turchia alla Russia decisa dalla compagnia Turkish Airlines. «Oltre 7.000 persone provenienti da 78 paesi hanno partecipato al forum nell’arco di tre giorni. Le delegazioni più numerose provenivano da Cina, Indonesia, Giappone, Vietnam, Repubblica di Corea, India e Myanmar», ha spiegato Yuri Trutnev, vice primo ministro e inviato plenipotenziario presidenziale per il Distretto federale dell’Estremo Oriente. Al forum hanno partecipato 2.400 rappresentanti di imprese russe e straniere provenienti da oltre 1.000 aziende, 15 capi di corpo diplomatico, nove ministri russi, 10 capi di servizi e agenzie federali e 13 capi di regioni russe. Gli accordi più significativi riguardano la creazione del corridoio di trasporto internazionale Mohe-Naiba in Yakutia, la realizzazione di un progetto globale di sviluppo artico e di un Corridoio di Trasporto Transartico. Secondo Trutnev, «Questi progetti avranno un impatto sull’intero sviluppo dell’Estremo Oriente». Per realizzare il Corridoio di Trasporto Transartico saranno necessari circa 1.000 miliardi di rubli (11,5 miliardi di dollari) di investimenti e a tal fine, durante il Forum è stata firmata un’intesa dalla Far East and Arctic Development Corporation, dal VIS Group e dalla Crystal of Growth Foundation. «Tutti i futuri grandi progetti infrastrutturali saranno in un modo o nell’altro collegati al Corridoio di Trasporto Transartico, poiché non si tratta semplicemente di un percorso da Kaliningrad e Murmansk a Vladivostok e Shanghai, ma di una vera e propria arteria che collega l’Atlantico e il Pacifico», ha dichiarato il Ministro per lo Sviluppo dell’Estremo Oriente e dell’Artico russo, Alexey Chekunkov. Molto interessata allo sviluppo delle infrastrutture nella regione artica è anche la Cina: secondo il vice primo ministro russo Alexander Novak, infatti, le aziende cinesi partecipano a importanti progetti russi nella zona artica e questo anche perché le forniture di gas naturale liquefatto dalla Russia alla Cina sono aumentate di oltre 50 volte nell’ultimo decennio. Ma non è l’unico motivo: la Cina cerca infatti vie alternative alle sempre più instabili rotte rappresentate dallo Stretto di Hormuz, dal canale di Suez e dallo Stretto di Bab-al-Mandab. Non a caso, ha ufficialmente avviato il trasporto di merci lungo la gelida Rotta del Mare del Nord (NSR). Rientra in questo contesto anche il progetto congiunto di gas naturale liquefatto (GNL) che Russia e Cina stanno sviluppando nell’Artico per l’estrazione e la liquefazione del gas nella regione. Inoltre, è stato promosso il progetto di un corridoio economico che collega Russia, Mongolia e Cina per incrementare il volume degli scambi commerciali tra i tre Paesi e ridurre i tempi e i costi di trasporto. Ma le nazioni dell’Asia-Pacifico non sono le uniche coinvolte nei progetti di cooperazione commerciali promossi dalla Russia: secondo Anton Kobyakov, consigliere presidenziale e segretario esecutivo del comitato organizzatore dell’EEF, infatti, oltre 300 aziende statunitensi continuano a operare in Russia nonostante il divieto posto da Washington. «Nessuno vuole andarsene. Tutti comprendono il valore di questi canali di comunicazione e i propri interessi commerciali», ha affermato, aggiungendo che alcune aziende europee sono già state «messe alle strette dai propri governi nel tentativo di impedire loro di collaborare con noi». Per quanto attiene la guerra in Ucraina, Putin ha affermato che c’è la possibilità di trovare una soluzione al conflitto, ma non ha mancato di etichettare come «manifestazione di terrorismo di Stato» l’attacco alle navi mercantili civili e le minacce di attaccare aerei civili, cose che indubbiamente «complicano le prospettive per i colloqui di pace bilaterali». Se da un lato, dunque, Mosca continua a dirsi disponibile a una soluzione diplomatica alla guerra, dall’altro, guarda già al futuro del commercio e delle rotte globali in un probabile scenario multipolare, spostando la propria attenzione e i propri investimenti sul polo in ascesa dell’Asia-Pacifico. The post Il Forum Economico Orientale disegna le future rotte artiche alternative all’Occidente appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 5, 2026
L'INDIPENDENTE
I “Rambini” da battaglia
L’opinionista un tanto al chilo, ma con le bretelle, si esibisce in un “potente” editoriale del Corsera con un incipit che sintetizza l’avvitamento su se stessa della “narrativa” tardo-imperiale: “Al quinto anno di una guerra che doveva durare due settimane, Putin ha la tentazione di una fuga in avanti, allargando […] L'articolo I “Rambini” da battaglia su Contropiano.
September 4, 2026
Contropiano
Antifa, il nuovo nemico globale – di Emanuele Braga
Perché la destra radicale avanza, e la sinistra ha smarrito gli strumenti per fermarla Da Washington a Budapest, fino a Torino, l’antifascismo viene progressivamente riscritto come minaccia terroristica. Mentre una nuova internazionale delle destre radicali costruisce nemici, alleanze e un linguaggio comune, una sinistra che per trent’anni ha creduto nella fine delle ideologie fatica persino [...]
August 30, 2026
Effimera
Cosa sappiamo del viaggio del capo della CIA a Mosca
A due giorni dalla visita del direttore della CIA nella capitale russa, il vero obiettivo della missione resta ancora avvolto nel mistero, alimentato dalle versioni contrastanti filtrate da Washington e Mosca. Secondo i media americani, John Ratcliffe avrebbe portato un avvertimento a non mettere alla prova la NATO, in particolare sul fianco baltico. Donald Trump ha invece minimizzato definendo il viaggio «semi-routine», aggiungendo che «potrebbe venirne fuori qualcosa di buono», perché gli Stati Uniti stanno «lavorando sodo per porre fine a questa guerra». Una spiegazione che non chiarisce, tuttavia, perché per consegnare quel messaggio sia stato mobilitato personalmente il capo della CIA in una delle missioni più insolite degli ultimi anni. A rendere ancora più difficile decifrare il viaggio è ciò che emerge dalle indiscrezioni americane. Secondo il Wall Street Journal, l’intelligence statunitense avrebbe rivisto al rialzo il rischio che Putin possa tentare di testare direttamente la capacità di reazione della NATO, soprattutto nell’area baltica: non necessariamente con un’invasione su larga scala, ma attraverso incursioni territoriali, cyberattacchi, sabotaggi o altre operazioni ibride sufficientemente aggressive da costringere l’Alleanza a decidere se e come reagire. Una valutazione che modifica almeno in parte le precedenti previsioni americane, secondo cui Mosca avrebbe evitato di provocare direttamente la NATO finché impegnata nella guerra in Ucraina. Sullo sfondo rimane anche l’ipotesi di una nuova mobilitazione russa dopo le elezioni. Ma quello della NATO potrebbe essere stato soltanto uno dei dossier affidati a Ratcliffe. CBS e Politico riferiscono, infatti, che il direttore della CIA avrebbe esortato la Russia a ridurre il suo sostegno militare ed economico all’Iran e avrebbe prospettato nuove sanzioni qualora lo Stretto di Hormuz non venisse riaperto al traffico marittimo. Su un punto, intanto, Mosca ha fatto chiarezza. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha confermato che Ratcliffe ha incontrato funzionari dei servizi di sicurezza russi, ma non Vladimir Putin, che sarebbe stato comunque immediatamente informato dell’esito dei colloqui. Giovedì è arrivata anche la conferma di Sergey Naryshkin, direttore del Servizio di intelligence estera russo (SVR): «L’incontro ha avuto luogo e non c’è nulla di insolito», ha dichiarato ai giornalisti. La natura della missione sembra del resto emergere anche dalle sue modalità. Ratcliffe è arrivato a bordo di un Boeing C-17A Globemaster III dell’aeronautica statunitense, partito dalla Joint Base Andrews e transitato da Riga; il volo era rintracciabile attraverso i normali servizi di monitoraggio e, dopo l’atterraggio a Vnukovo, a Mosca è stato avvistato anche un corteo di auto diplomatiche americane. Una visita discreta, dunque, ma tutt’altro che invisibile, e sufficientemente breve da suggerire agli osservatori una missione destinata soprattutto a consegnare un messaggio, più che ad aprire un vero negoziato. Il precedente, peraltro, è significativo: nel novembre 2021 l’allora direttore della CIA William Burns era stato inviato a Mosca per mettere in guardia la Russia contro un’invasione dell’Ucraina. Che Washington considerasse la missione particolarmente delicata emerge anche dalle precauzioni prese prima dell’arrivo di Ratcliffe. Secondo fonti citate dalla stampa americana e ucraina, Washington aveva informato Kiev dell’arrivo della delegazione e chiesto di limitare temporaneamente gli attacchi contro Mosca, San Pietroburgo e altre aree settentrionali della Russia. Il Kyiv Independent riferisce che Kiev avrebbe accettato di sospendere gli attacchi contro le due città tra il 24 e il 26 agosto. A rendere ancora più singolare la giornata moscovita è stata la contemporanea presenza nella capitale russa di Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, che ha incontrato Sergei Lavrov ribadendo la disponibilità della Santa Sede a offrire i propri «buoni uffici» per favorire una soluzione della guerra in Ucraina. Due missioni formalmente distinte e senza collegamenti accertati, ma svoltesi quasi in parallelo: da una parte il capo della CIA, dall’altra il responsabile della diplomazia vaticana. A infittire ulteriormente il quadro è poi emersa un’anomalia nella numerazione dei decreti presidenziali russi. Sul portale ufficiale degli atti giuridici, dopo il decreto 604 del 24 agosto compaiono il 25 agosto i numeri 608, 609 e 610. Il salto nella numerazione ha portato The Moscow Times e altre testate a sostenere che i numeri 605, 606 e 607 corrispondessero a tre decreti non pubblicati e, dunque, secretati, ipotesi contestata da fonti russe secondo cui i documenti sarebbero invece consultabili. Mentre Washington manda il capo della CIA a Mosca, a Kiev si allarga un nuovo fronte interno. Dall’inchiesta anticorruzione “Forrest Gump” è riemerso il nome di Timur Mindich, ex socio di Zelensky nella società televisiva Kvartal 95 e oggi latitante in Israele. Secondo quanto sostenuto in aula dalla Procura specializzata anticorruzione (SAPO), Mindich avrebbe fornito parte del denaro contante destinato all’operazione con cui furono raccolti e riciclati 150 milioni di grivne, circa 2,9 milioni di euro, utilizzati per pagare la cauzione dell’ex ministro Herman Halushchenko. Gli inquirenti sostengono che i fondi, di presunta origine illecita, sarebbero stati fatti transitare attraverso operazioni fittizie e la banca pubblica Sense Bank per trasformarli in denaro apparentemente lecito. Le accuse sono ancora da provare in giudizio, ma il nome di Mindich costituisce ormai un filo che attraversa tre grandi inchieste dell’ultimo anno – “Midas”, “Dynasty” e “Forrest Gump” – arrivando all’ex vicecapo dell’Ufficio del presidente Iryna Mudra. Un elemento che rende ancora più fragile il quadro politico ucraino proprio mentre la diplomazia sembra spostarsi, almeno in parte, fuori da Kiev. 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August 27, 2026
L'INDIPENDENTE
Ucraina, 15 anni di carcere per l’attivista Bogdan Syrotiuk
L’Ucraina è il paese dove, con Poroschenko prima e con Zelensky oggi, i comunisti vanno in galera e i nazifascisti sono elevati a eroi nazionali. Il 10 agosto 2016, Bogdan Syrotiuk, militante comunista di tendenza troskista di 27 anni, è stato condannato a 15 anni di carcere, dopo averne passati due, sempre in carcere, in precarie condizioni di salute in attesa di processo. Bogdan, membro di spicco della Giovane Guardia Bolscevica-Leninista (YGBL), è stato condannato per “alto tradimento… in base alla legge marziale” sebbene gli atti processuali non contengono alcun atto di tradimento: nessun spionaggio, nessun sabotaggio, nessuna collaborazione con forze militari. La sentenza afferma che Bogdan ha agito “su istruzioni di un rappresentante del World Socialist Web Site , sotto lo pseudonimo di ‘David'”, identificato nella sentenza stessa come David North, presidente del comitato editoriale internazionale del WSWS.  Gli esperti dello Stato hanno esaminato 14 scritti di Bogdan e ne hanno inclusi sette nell’atto d’accusa. Il tribunale è stato poi costretto a escluderne uno dei sette, un articolo sui violenti sequestri di leva da parte dei commissariati militari, dopo che la propria commissione forense non vi ha riscontrato alcuna prova di reato. Bogdan è stato condannato a 15 anni di carcere per sei articoli di informazione indipendente. Qual era il contenuto sovversivo di questi articoli? Quali reati avrebbe commesso con la stesura di questi articoli? La colpa sta nell’aver scritto articoli di opposizione alla guerra NATO – Russia; per la sua denuncia della riabilitazione a “eroe nazionale” del nazista ucraino Stepan Bandera e per aver fatto appello all’unità tra i lavoratori ucraini e i lavoratori russi. Tra le “prove” di tradimento citate dal tribunale figurano l’articolo di Bogdan “I crimini dei banderoviti contro il popolo ucraino: appunti di un trotskista ucraino” e il suo discorso del Primo Maggio 2023, “Per l’unità della classe operaia di Russia e Ucraina!”. Tutti argomenti che, se trattati in un Paese democratico, non sarebbero minimamente concepibili come “reati” ma bensì come legittime opinioni in nome della libertà di espressione e di dissenso. In qualsiasi Paese in cui i diritti democratici hanno ancora un senso, i contenuti di questi articoli sarebbero tutelati dalla libertà di parola. Nell’Ucraina di Zelensky, invece, comportano una condanna a 15 anni di carcere. L’unica prova presentata contro di lui consisteva nei suoi scritti, pubblicati sul World Socialist Web Site, e nelle sue comunicazioni con i redattori che li pubblicavano. Lo Stato e il governo ucraino si sono arrogati il diritto – profondamento antidemocratico in violazione delle libertà costituzionali – di dichiarare organizzazioni criminali le pubblicazioni socialiste e pacifiste internazionali e di considerare la collaborazione con esse un “atto di tradimento”. Le motivazioni della Corte ucraina confermano la deriva antidemocratica dello Stato ucraino portata avanti da Zelensky. Secondo la corte, infatti, gli articoli contenevano “il mancato riconoscimento della leadership politica ucraina legittimamente eletta e dei processi democratici”, “paragonabili con fascisti e nazisti”, “valutazioni negative delle forze armate ucraine” e “una reinterpretazione di eroi nazionali e figure storiche”. Peccato che la reinterpretazione, la riabilitazione e la rilegittimazione di figure storiche, come Stepan Bandera, elevate a “eroi nazionali” sia stata proprio opera dei governi Poroschenko e Zelensky: Stepan Bandera era uno dei leader dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) e della Divisione Galizia delle Waffen-SS, collaboratori nazisti che appoggiarono l’invasione dell’Unione Sovietica da parte di Hitler nel 1941 e furono implicati nello sterminio di massa di ebrei e polacchi (e su questo la storia non mente!).  Quando Bogdan fu arrestato dal Servizio di Sicurezza Ucraino (SBU) il 25 aprile 2024, lo Stato affermò che agiva come “agente del governo russo”, ma negli oltre due anni trascorsi da allora, non è emerso nulla a sostegno di tale accusa, ma anzi si può sostenere il contrario: gli articoli citati nella condanna criticavano esplicitamente il presidente russo Vladimir Putin e condannavano l’invasione russa dell’Ucraina, criticando al contempo anche il governo del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Un rapporto di 65 pagine redatto da Yuri Irkhin, uno dei principali criminologi ucraini, non ha riscontrato negli scritti di Bogdan “dichiarazioni, frasi, periodi o combinazioni di parole che presentino segni di propaganda volta a sostenere l’aggressione armata della Federazione Russa”. La difesa ha dimostrato che nulla agli atti costituiva gli elementi del reato di tradimento e che gli scritti di Bogdan erano espressione politica protetta dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Purtroppo però le prove presentate a difesa di Bogdan non hanno mai trovato risposta: invece di rispondere in base alle prove presentate che confutano l’accusa, il tribunale ha ordinato una nuova perizia a un istituto forense statale, il quale, tuttavia, non ha trovato negli articoli alcun appello al rovesciamento dello Stato, alla presa del potere, ad atti sovversivi o alla modifica dei confini dell’Ucraina. Nonostante ciò, nuovamente la Corte ha respinto tutte queste argomentazioni ed ha persino ordinato a Bogdan di pagare più di 178.000 grivne per coprire i costi delle “perizie” forensi utilizzate per condannarlo. La sentenza, emessa da un tribunale distrettuale nella regione di Nikolaev, dispone inoltre anche la confisca dei beni e dispositivi elettronici di Bogdan, nonché la distruzione dei libri, dei volantini e dei documenti programmatici di stampo socialista che gli erano stati sequestrati. La decisione di distruggere il programma della YGBL, i suoi opuscoli, volantini e raccoglitori di articoli stampati svela il vero contenuto della sentenza. I metodi sono quelli dei regimi fascisti: imprigionare l’opposizione, confiscare il suo materiale, bruciare i suoi scritti. La sentenza fa riferimento più volte alle “conseguenze socialmente pericolose” delle posizioni di Bogdan e ciò dimostra che il processo a Bogdan è un processo politico risultato di una persecuzione politica: la sentenza non è stata il risultato di un procedimento legale, bensì l’esecuzione di una direttiva politica della dittatura di Zelensky. L’obiettivo non è tanto il pretesto del “sostegno alla Russia di Putin”, ma bensì è mirato alla crescente opposizione alla guerra e al regime di Zelensky tra i lavoratori e i giovani ucraini. Da quando la reazione militare su vasta scala della Russia nel febbraio 2022 in risposta a 8 anni di pulizie etniche ucraine in Donbass (che hanno provocato 14.000 morti), le autorità ucraine hanno adottato una serie di misure contro organizzazioni politiche e organi di informazione considerati una minaccia per la sicurezza. Il governo ha messo al bando numerosi partiti politici e ha limitato o bloccato un gran numero di siti web. La legislazione ucraina in tempo di guerra punisce oggi severamente chiunque si opponga alla linea bellica della NATO e di Kiev e il famigerato SBU (servizio di sicurezza ucraino che risponde direttamente a Zelensky e famoso per le sue pratiche di torture) assimila l’attivismo marxista, internazionalista, antifascista, nonviolento e pacifista al reato di favoreggiamento del “nemico russo”. La condanna di Bogdan avviene in un Paese in cui la politica di sinistra è stata messa al bando. I partiti e i simboli comunisti sono vietati in Ucraina sin dalle leggi di “decomunistizzazione” del 2015. Il Partito Comunista dell’Ucraina (KPU) è stato ufficialmente messo fuori legge attraverso un percorso normativo e giudiziario iniziato nel 2015 e definitivamente consolidato nel 2022 con firma di Zelensky. Sempre nel 2022, Zelensky ha messo fuori legge ben 11 partiti di opposizione con la solita accusa di essere “filo-russi”, tra cui il principale partito di opposizione in parlamento che è stato successivamente bandito definitivamente. La misura anti-democratica ha colpito sia forze storiche con una forte rappresentanza parlamentare, sia formazioni minori. Di seguito la lista dei partiti messi fuori legge: * Piattaforma d’Opposizione – Per la Vita (il principale partito di opposizione in parlamento); * Blocco d’Opposizione Nashi (Nostro) * Partito di Shariy * Opposizione di sinistra * Unione delle Forze di sinistra; * Stato (Derzhava) * Partito Socialista Progressista dell’Ucraina * Partito Socialista dell’Ucraina * Socialisti * Blocco di Volodymyr Saldo In realtà buona parte di questi partiti intercettavano il voto della popolazione ucraina di etnia russofona: circa 9 milioni di persone (18% censimento 2001). Più di 6.000 persone provenienti da circa 60 paesi hanno firmato una lettera aperta chiedendo il rilascio di Syrotiuk. I suoi sostenitori hanno espresso preoccupazione per la sua salute, affermando che le condizioni del ventisettenne si sono aggravate durante la detenzione. Sostengono che le condizioni del sistema carcerario ucraino rappresentino una seria minaccia per la sua salute e possano equivalere a una “condanna a morte”. Il caso ha richiamato l’attenzione su un pubblico più ampio riguardo alle restrizioni all’attività politica e alla libertà di espressione in Ucraina durante la guerra. I sostenitori di Syrotiuk sostengono che la sua condanna dimostra come le misure di sicurezza adottate in tempo di guerra vengano utilizzate contro gli oppositori politici interni, in particolare contro coloro che criticano sia Mosca che Kiev. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, nel settembre 2025 sono stati aperti circa 20.000 procedimenti penali ai sensi delle leggi ucraine sul tradimento e la collaborazione con gli Stati Uniti. L’organizzazione ha inoltre riferito che “continua a documentare casi di tortura e maltrattamenti” nei confronti dei detenuti nelle mani dello Stato ucraino. Human Rights Watch definisce le leggi sulla collaborazione “eccessivamente ampie e vaghe”; tra gli indagati figurano persone che hanno svolto “servizi di emergenza, lavori di costruzione, soccorso umanitario e rimozione dei rifiuti” nei territori occupati.   Ulteriori fonti: https://www.wsws.org/en/articles/2026/08/11/oqko-a11.html?pk_campaign=wsws-newsletter&pk_kwd=wsws-daily-newsletter https://www.balcanicaucaso.org/cp_article/un-paese-diviso-lingua-e-identita-etnica-in-ucraina/ https://www.theguardian.com/world/2022/mar/20/ukraine-suspends-11-political-parties-with-links-to-russia https://www.azernews.az/region/262688.html   Lorenzo Poli
August 24, 2026
Pressenza
La Russia degli oligarchi di oggi
Ma come è stato possibile che in un Paese dove c’era il “socialismo reale”, dove l’impresa privata era bandita, si sia potuta formare una classe di miliardari capitalisti che controllano l’economia dello Stato più esteso del Globo? La Russia degli oligarchi di oggi poggia le sue radici nel regime di corruzione che era presente in Unione Sovietica già dall’epoca di Bréžnev e che si è andato rafforzando fino allo scioglimento dell’URSS. Dopo il colpo di stato dell’estate 1991, e il conseguente scioglimento dell’URSS nel dicembre dello stesso anno, Boris Yeltsin accelera i processi di liberalizzazione e di smantellamento dell’economia sovietica che erano stati già avviati da Mikhail Gorbaciov nella seconda metà degli anni 80. Interi settori dell’economia sovietica vengono liberalizzati in tutta fretta e vengono ceduti ai privati senza un sistema organico ben definito di passaggio dalla proprietà dello Stato al mercato libero. Yeltsin è il responsabile diretto dall’affermazione in Russia di quello che è stato definito il capitalismo criminale e selvaggio. In Russia si instaura un vero e proprio clima da far west, con sparatorie ed eliminazione fisica degli avversari concorrenti per l’accaparramento dei beni che erano dello stato. Dal caos imperante emergerà il sistema degli oligarchi, una élite che si era formata ed arricchita col traffico delle valute e col contrabbando durante l’Unione Sovietica. Gli oligarchi nascono come politici, funzionari, dirigenti di aziende pubbliche che hanno avuto piena libertà di agire e commerciare con l’Occidente capitalista durante i lunghi anni della guerra fredda, facendo entrare nell’URSS i prodotti introvabili nel mercato sovietico e accumulando di conseguenza ingenti capitali. Una élite, nata e cresciuta in seno al partito comunista sovietico, che aveva ed ha il potere di condizionare chi governa a Mosca. Yeltsin nel 1992 dà il via alla terapia shock di passaggio rapido all’economia di mercato. Il governo della Russia privatizza tutti i settori dell’economia ex sovietica distribuendo al 97% della popolazione dei voucher convertibili in azioni. Già nel 1994 il 74% del PIL russo proviene dall’economia di libero mercato. Il divario fra la minoranza di nuovi ultra-ricchi e il resto della popolazione cresce in modo esponenziale. Gli oligarchi arricchiti durante l’Unione Sovietica sono gli unici a detenere enormi somme di denaro, oltre ad avere grandi aderenze nell’apparato politico del nuovo Stato capitalista, di cui ne fanno parte integrante. Dopo lo scioglimento del PCUS e dell’Unione Sovietica la maggioranza degli uomini e delle donne di potere rimane invariata: hanno semplicemente dismesso il colbacco sovietico per indossare gli abiti dei politici borghesi. Gli oligarchi in questo periodo di caos politico ed economico, approfittando della crisi economica che ha fatto crollare per oltre il 40% i redditi, fanno incetta dei voucher che il governo aveva distribuito ai cittadini. I cittadini sono ben felici di liberarsi dei voucher, considerati pezzi di carta straccia, per potere raggranellare qualche spicciolo e così potere sbarcare il lunario. In questo modo gli oligarchi espropriano la popolazione dei voucher/azioni e si impossessano in pochissimo tempo dell’apparato produttivo, delle fabbriche, delle risorse energetiche e persino delle abitazioni dei cittadini russi. Alla fine degli anni 90 il PIL in Russia crolla di oltre il 60% con il 30% della popolazione che va al di sotto della soglia di povertà. In quegli anni Boris Yeltsin, per affrontare la crisi economica,  chiede prestiti cospicui agli oligarchi, prestiti che vengono ripagati con la cessione di cospicue quote dell’apparato produttivo ancora rimasto nelle mani dello Stato. Vengono cosi cedute anche le dodici aziende strategiche ancora in mano allo Stato. La politica di Yeltsin, mentre fa arricchire in modo spropositato la casta degli oligarchi, rende lo Stato russo sempre più povero, arrivando addirittura al default nel 1998. La ciambella di salvataggio arriva nel 1999 con la nomina a capo del governo di Vladimir Putin. Il 31 dicembre di quell’anno Yeltsin rassegna le dimissioni e Putin viene nominato presidente della Russia ad interim. Putin mostra da subito il pugno duro e promette di mettere fine alle violenze dilaganti e alla corruzione. In questo modo alle elezioni presidenziali riesce a superare il 52% dei consensi e da allora Putin non lascerà più il potere, alternando la nomina di Presidente a quella di primo ministro. Putin a differenza di Yeltsin cerca di imbrigliare sotto il suo controllo il sistema degli oligarchi. Tratta con loro spingendoli ad accettare il ruolo dello Stato per dirimere le loro dispute di potere. Putin usa il sistema degli oligarchi per dare al governo una potente arma per potere agire al di fuori della legge. Putin in controtendenza rispetto a Yeltsin rinazionalizza i settori strategici delle comunicazioni, del petrolio, del gas, delle banche, e i settori legati all’esercito. Gli oligarchi che detenevano questi settori, comprati per pochi spiccioli, verranno ricompensati in modo miliardario. Gli oligarchi in era Putin aumenteranno notevolmente di numero invece di diminuire, divenendo sempre più ricchi. Putin crea negli anni 2000 diverse holding statali nei settori aerospaziale, navale, dei gasdotti, delle ferrovie e nel settore automobilistico. Gli oligarchi che accettano di rimanere in linea con le decisioni prese dal Cremlino riceveranno massima tutela e protezione. Gli oligarchi che rifiutano la collaborazione offerta da Putin verranno perseguiti per crimini fiscali e finanziari, con la conseguente confisca delle aziende. Putin non smantella il sistema criminale degli oligarchi ma cerca di governarlo, facendo ovviamente anche gli interessi degli stessi oligarchi. Con Putin già nei primi dieci anni di governo il reddito medio pro-capite aumenta di ben 8 punti percentuali all’anno e il PIL cresce del 539%. Con Putin rinasce l’orgoglio della grande potenza russa, si rispolverano i miti zaristi e stalinisti, si riattiva lo stato sociale e si dà una forte boccata d’ossigeno alla popolazione dopo la tremenda crisi economica e sociale dell’era Yeltsin. Tutto questo in un regime autocratico e fortemente repressivo che garantisce in modo sfrontato la casta dei nuovi ricchi. Putin, nei suoi lunghi anni di potere, ha lasciato pressoché intatto il capitalismo criminale che governa la Russia con il sistema degli oligarchi, sistema consolidato negli anni 90 in era Yeltsin, ma nato già in quella che fu l’Unione Sovietica. Pubblicato su “Sicilia Libertaria” di luglio/agosto (SICILIA LIBERTARIA | Sito anarchico per la liberazione sociale e l’internazionalismo)   Renato Franzitta
July 29, 2026
Pressenza
La Russia, fuori dalla propaganda guerrafondaia
L’enciclopedico volume di Richard Sakwa, professore alla Kent University – Russian Politics and Society, edito da Routledge – non è solo un lavoro monumentale sulla Russia 1990-2020, ma uno strumento di conoscenza fondamentale per orientarsi nelle tenebre della barbarie intellettuale e bellicista del nostro tempo. Per “provare a capire“: ciò […] L'articolo La Russia, fuori dalla propaganda guerrafondaia su Contropiano.
July 26, 2026
Contropiano
La guerra alla Russia e i ras del nazigolpismo di Kiev
Promozione dell’industria di guerra. Réclame dei prodotti del complesso militare-industriale di mezza Europa e, di concerto, pubblicità del “crescente potenziale” bellico ucraino, di contro alla “catastrofica situazione” di una Russia che non solo non è in grado di garantire la sicurezza nemmeno della capitale, ma sta perdendo sempre più soldati, […] L'articolo La guerra alla Russia e i ras del nazigolpismo di Kiev su Contropiano.
June 21, 2026
Contropiano
Il 12 giugno della Russia e l’accerchiamento euro-atlantico
12 giugno – Il 12 giugno si celebra in Russia la festa nazionale con cui si evoca la data in cui, nel 1990, il primo Congresso dei Deputati del Popolo della RSFSR adottava la Dichiarazione di Sovranità nei confronti dell’URSS: prima tappa dei passi che avrebbero portato alla fine dell’Unione […] L'articolo Il 12 giugno della Russia e l’accerchiamento euro-atlantico su Contropiano.
June 15, 2026
Contropiano