Dalla Dichiarazione Universale ai decreti sicurezza: quale spazio resta al diritto di protestare?
Dalla Dichiarazione Universale ai decreti sicurezza: quale spazio resta al
diritto di protestare?
Ci sono diritti che sembrano così scontati da farci dimenticare quanto siano
fragili. La possibilità di esprimere liberamente le proprie idee, di scendere in
piazza, di partecipare a una manifestazione o a un presidio sono tra questi.
Eppure sono proprio questi diritti a permettere a una democrazia di restare
viva.
La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani lo afferma con chiarezza.
L’articolo 19 riconosce il diritto alla libertà di opinione e di espressione,
mentre l’articolo 20 tutela il diritto di riunione e di associazione pacifica.
Non si tratta soltanto di libertà individuali: sono gli strumenti attraverso cui
le persone possono partecipare alla vita pubblica, criticare il potere, chiedere
cambiamenti e difendere i propri diritti.
La storia ci insegna che nessuna conquista sociale è nata nel silenzio. Il
diritto di voto, le tutele dei lavoratori, le battaglie femministe, i movimenti
per i diritti civili o quelli per la giustizia climatica hanno trovato nelle
piazze uno spazio di confronto e di rivendicazione. Protestare non significa
soltanto esprimere un dissenso: significa partecipare alla costruzione della
società.
Negli ultimi anni, però, il rapporto tra libertà e sicurezza sembra essersi
progressivamente spostato. Il dibattito nato intorno ai decreti sicurezza del
governo Meloni non riguarda soltanto nuove sanzioni o nuovi reati. Riguarda il
modo in cui viene guardata la protesta. Sempre più spesso il dissenso viene
raccontato come un problema di ordine pubblico piuttosto che come una componente
fisiologica della democrazia.
Lo Stato ha il dovere di garantire la sicurezza dei cittadini e di contrastare
la violenza. Su questo non ci sono dubbi. Ma sicurezza e libertà non dovrebbero
essere considerate valori in contrapposizione. Una democrazia matura è quella
che riesce a tutelare entrambe, senza sacrificare l’una in nome dell’altra.
Le nuove disposizioni introdotte dai decreti sicurezza hanno suscitato le
preoccupazioni di numerosi giuristi e organizzazioni per i diritti umani. Il
timore non riguarda soltanto l’inasprimento delle pene o l’introduzione di nuovi
strumenti di prevenzione, ma il messaggio che queste norme trasmettono. Se il
dissenso viene affrontato principalmente attraverso il diritto penale e gli
strumenti di controllo, il rischio è che partecipare a una manifestazione
diventi sempre più difficile, soprattutto per chi porta avanti proteste sociali,
ambientali o studentesche.
Il diritto di manifestare, però, non è una concessione dello Stato. È un diritto
umano fondamentale, riconosciuto prima ancora delle legislazioni nazionali. Ogni
sua limitazione dovrebbe essere necessaria, proporzionata e motivata dalla
tutela di altri diritti. Quando invece il costo della protesta aumenta, che sia
sul piano economico, amministrativo o penale, molte persone possono scegliere di
non partecipare. Non perché abbiano smesso di credere in una causa, ma perché
temono le conseguenze.
Anche la Costituzione italiana, all’ articolo 17, riconosce il diritto dei
cittadini di riunirsi pacificamente e senz’armi. È un principio che ricorda come
il conflitto sociale non rappresenti una minaccia per la democrazia, ma uno dei
modi attraverso cui essa si esprime. Una società nella quale nessuno protesta
non è necessariamente una società più giusta o più sicura. Può essere
semplicemente una società nella quale sempre meno persone si sentono libere di
far sentire la propria voce.
Il sociologo Max Weber definiva lo Stato come il soggetto che detiene il
monopolio dell’ uso legittimo della forza. Proprio quell’ aggettivo,
“legittimo”, invita però a una riflessione. La forza dello Stato trova la sua
legittimazione solo se viene esercitata nel rispetto dei diritti fondamentali e
secondo criteri di proporzionalità. Quando il ricorso a strumenti repressivi
diventa la risposta prevalente al conflitto sociale, è inevitabile chiedersi
quale spazio rimanga per il dialogo democratico.
Negli ultimi anni alcune manifestazioni studentesche, ambientaliste e sindacali
hanno riportato al centro del dibattito proprio questo tema. Le immagini delle
cariche contro gli studenti a Pisa e Firenze nel febbraio 2024 hanno sollevato
interrogativi che vanno oltre il singolo episodio: qual è oggi il confine tra
tutela dell’ ordine pubblico e diritto di manifestare?
E fino a che punto la protesta può essere considerata un problema di sicurezza?
Il rischio più grande forse non è soltanto quello di limitare alcune forme di
mobilitazione. È un cambiamento culturale più profondo. Se il dissenso viene
percepito come una minaccia, anche chi manifesta pacificamente finisce per
essere guardato con sospetto. Poco alla volta si modifica il rapporto tra
cittadini e istituzioni e si restringe lo spazio del confronto democratico.
Gli articoli 19 e 20 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ci
ricordano che la libertà di espressione e quella di riunione appartengono alle
persone, non ai governi. Sono diritti che esistono proprio per consentire il
dissenso, soprattutto quando è scomodo. Difenderli non significa giustificare
comportamenti violenti o illegali. Significa riconoscere che una democrazia si
misura anche dalla capacità di accogliere il conflitto senza trasformarlo
automaticamente in una questione di ordine pubblico.
Forse è questa la domanda che i decreti sicurezza pongono a tutti noi: quale
idea di democrazia vogliamo costruire? Una democrazia che considera la protesta
una risorsa di partecipazione oppure una democrazia che tende a scoraggiarla
attraverso strumenti sempre più restrittivi?
Le risposte a questa domanda riguardano il futuro dei diritti di ciascuno di
noi. Perché le libertà non scompaiono soltanto quando vengono abolite. A volte
si riducono poco alla volta, fino a quando ci accorgiamo che lo spazio per
esprimere il dissenso è diventato molto più stretto di quanto immaginassimo.
Arianna Carpineta, tirocinante del Centro Pace di Forlì
Redazione Romagna