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25 anni fa i No Global “vedevano” il futuro
Il professore di economia ed ex direttore di un dipartimento del Fondo Monetario Internazionale Carlo Cottarelli in un’intervista rilasciata nel luglio 2021 ammetteva che: “I No Global guardavano avanti, i problemi persistono”. Proprio perchè “avevamo ragione” riporto quanto diffondemmo con il titolo: “Ciò che chiediamo” nel luglio del 2001 rispetto alle questioni di cui si parlava. Ognuno tragga le sue considerazioni. La globalizzazione e i fenomeni ad essa connessi non li hanno inventati i vertici dei G8, né la scadenza del 21 luglio a Genova. Vi sono stati lunghi processi, accelerati notevolmente nell’ultimo decennio, di sviluppo tecnologico e di innovazione nel campo dei trasporti e delle telecomunicazioni che hanno favorito un’impetuosa crescita dell’economia e degli scambi finanziari. Se a ciò si somma la caduta del Muro di Berlino e dei regimi comunisti dei Paesi dell’Est Europa con quello che ha comportato in termini di crisi dell’ideologia marxista e di presunta vittoria del modello capitalista, si può ben capire come in questi ultimi anni l’economia ha preso il sopravvento sulla politica. I temi in discussione saranno quelli relativi alla globalizzazione e al pensiero unico dominante legato ad un’idea di finanziarizzazione dell’economia e di massimo profitto ottenibile, dove l’idea della persona umana entra solo come “strumento”  della realizzazione di questi obiettivi. Eduardo Galeano, scrittore uruguayano, al Forum Sociale svoltosi a Porto Alegre (Brasile) nel gennaio 2001 ha apostrofato la globalizzazione con queste parole: “Mai come oggi il mondo ha creato tanta ineguaglianza nella distribuzione della ricchezza, rendendosi al tempo stesso tutti simili, oggetto di un unico catechismo della violenza e del consumo”. E’ evidente che noi siamo dentro la globalizzazione. La globalizzazione produce ricchezza, ma la sua distribuzione avvantaggia sempre di più i ricchi a discapito dei poveri. Circa 1,3 miliardi di persone vive con meno di 2.000 lire al giorno, 11 milioni di bambini muoiono ogni anno per denutrizione. Non ci muove solo un senso di giustizia, è che prima o poi i problemi legati all’immigrazione, alla desertificazione, alla scarsità di acqua e all’innalzamento della temperatura ricadranno su di noi con tutta la loro pesantezza. Senza voler demonizzare il fenomeno della globalizzazione, proponiamo che si rincominci a ridefinire le regole legate all’economia, riportando le scelte al primato della politica, a partire dai livelli istituzionali più alti. In particolar modo chiediamo: a) che i piani di ristrutturazione del FMI e della Banca Mondiale non siano discussi più solo con il Governo del Paese che chiede un prestito, ma con le realtà dei suoi gruppi intermedi (sindacati, associazioni, Organizzazioni Non-Governative, ecc.); b) la democratizzazione delle Istituzioni Internazionali, a partire dall’ONU; c) l’istituzione di forme di tassazione delle transazioni finanziarie internazionali di carattere speculativo. Si propone che i proventi siano destinati a progetti di sviluppo e crescita portati avanti anche dalle realtà locali dei Paesi coinvolti e dalle ONG; d) la cancellazione del debito dei Paesi poveri in cambio del rispetto dei diritti umani e della riduzione significativa delle spese militari; e) la lotta alla privatizzazione dei servizi sociali e dei beni essenziali (acqua, luce, gas); f) che ci si batta per la sottoscrizione di codici di condotta tra imprese e organizzazioni sindacali che favoriscano le libertà di organizzazione sindacale e di contrattazione e impediscano lo sfruttamento minorile e il lavoro forzato; g) il sostegno al Commercio Equo e Solidale e alla Finanza Etica; h) la sperimentazione delle biotecnologie alimentari e non, limitata e rigorosamente verificata prima di estenderne i suoi risultati in campo agricolo ed alimentare; i) il sostegno alle economie locali, contrapposto alla volontà delle multinazionali di ottenere l’Accordo Multilaterale sugli Investimenti (M.A.I.); l) la riduzione delle spese militari e il finanziamento di studi, ricerche e sperimentazione di forme di risoluzione nonviolenta dei conflitti (Corpi Civili di Pace per interventi umanitari non armati in zone di conflitto); m) l’accettazione del protocollo di Kyoto e l’avvio di rigorose politiche verso la riconversione ecologica dei Paesi Industrializzati. n) l’abolizione dei brevetti sui medicinali salvavita. La salute non è un bene che può essere sottoposto agli interessi del profitto (vedi il caso del Sudafrica e dei medicinali per la cura dei contagiati da Aids). Brevetti e scoperte scientifiche devono essere a disposizione dell’umanità intera. I valori della democrazia, della libertà, della pace e il rispetto della dignità e della vita della controparte ci motivano ad una protesta e, soprattutto, ad una proposta rigorosamente nonviolenta. Rifuggiamo da chi usa la violenza, anche solo con il pretesto della “difesa personale”, nella partecipazione a queste iniziative. Forlì, 14 luglio 2001, Gruppo Alon-Gan FC, Centro per la Pace Forlì (Raffaele Barbiero) Redazione Romagna
August 10, 2026
Pressenza
Una testimonianza datata al 25 luglio 2001: G8 di Genova, 25 anni fa
Sono Raffaele Barbiero, ed oltre ad essere Segretario provinciale della Fim-Cisl Forlì-Cesena, sono il referente di un gruppo nominato “Gruppo di Affinità Forlì e dintorni” che da 3 mesi circa lavora sulle tematiche della globalizzazione, del commercio mondiale e della nonviolenza. A Forlì, nella nostra città di provenienza, abbiamo organizzato diverse iniziative: volantinaggi a feste, avvenimenti di rilievo (es. spettacolo di Beppe Grillo), ecc., una presenza difronte a Mc Donald’s, un corteo silenzioso e un concerto con lettura di poesie, un tavolino informativo nella piazza centrale della nostra città, un seminario formativo sulla nonviolenza e le dinamiche di gruppo, e, ovviamente, la partecipazione alla manifestazione del 21 luglio. Premetto che la mia è una testimonianza diretta e scriverò solo delle cose di cui sono stato testimone e che ho visto personalmente. Noi siamo arrivati alla stazione di Quarto dei Mille in treno, di lì ci siamo incamminati in una splendida giornata di sole verso Piazza Sturla da dove doveva iniziare il corteo. Eravamo in migliaia con bandiere, striscioni di tutti i colori. La sinistra, con Rifondazione era molto presente e pure formazioni straniere (greci, spagnoli, francesi). Eravamo talmente tanti che siamo stati fermi per circa mezz’ora fra l’incrocio di via Pisa, via Felice Cavallotti e via Caprera. Lì abbiamo visto una decina di ragazzi, all’apparenza giovanissimi, vestiti con la “divisa” dei famigerati Black Blocs. Un mio amico, di professione avvocato, che mi era accanto ha chiamato il 113 per segnalare di questa presenza e si è sentito rispondere pressappoco in questi termini: <Non si preoccupi, dall’elicottero controlliamo la situazione>. Il corteo iniziò a muoversi intorno alle 12/12:30 e fino a Corso Italia, in prossimità dei Giardini Gilberto Govi, vi erano stati la simpatica iniziativa di alcuni gruppi protestanti inglesi con un pullman rosso difronte alla chiesa di Boccadasse e, per me nota stonata, alcuni cori contro la polizia e gesti offensivi all’avvicinarsi dell’elicottero della polizia, per il resto un normale corteo con slogan tutt’altro che offensivi, ma relativi al tema della manifestazione. Noi (una decina di persone) sfilavamo dietro uno striscione dal titolo “La difesa popolare nonviolenta è l’alternativa alla difesa armata”. Sul lungomare, 4/500 metri prima di giungere in una grande piazza dove si doveva svoltare per la parte finale del percorso, il corteo si fermò. Si è incominciato a vedere fumo nero e poi lacrimogeni lanciati dalle forze dell’ordine. Il corteo iniziò a indietreggiare, ordinatamente e lentamente. La strada era in leggera pendenza verso la piazza per cui si poteva scorgere di lontano che vi era della confusione, anche se non si capiva cosa succedeva. Ci siamo ammassati fra noi, poi abbiamo alzato le mani e tutti si sono messi ad urlare <nonviolenza, nonviolenza>, in lontananza si vedeva il cordone della polizia avanzare lentamente, poi si è succeduta una fitta serie di lacrimogeni e quindi ovviamente la fuga disordinata. Io e altre due persone con me ci siamo arrampicati dentro un caseggiato alle spalle di un ristorante e ci siamo ritrovati in un cortile di 50 mt per 10 dove abbiamo capito di essere “in trappola”. Un elicottero ci ha sorvolato una prima volta, alla seconda ha lanciato dei lacrimogeni, se non abbiamo ricevuto grossi danni è per la generosità di un signore genovese che ci ha aperto la porta di casa (siamo entrati in una cinquantina) e ci ha fatto lavare dal liquido dei gas. Ero molto arrabbiato perché non capivo per quale motivo bisognava lanciare lacrimogeni in un posto dove si erano rifugiati solo manifestanti impauriti, che gli occupanti dell’elicottero avevano potuto ben identificare. Dopo circa 20/30 minuti siamo usciti di casa e dopo alcuni minuti 2 poliziotti, uno in tenuta antisommossa e uno senza casco ci hanno detto di andare via di là, di ritornare indietro che tutto era tranquillo. Abbiamo ritrovato due del nostro gruppetto e mano nella mano siamo scesi e ci siamo incamminati verso il ritorno, la strada era vuota, piena solo di carta, occhiali rotti, pezzi di bandiere e altro. Per ritornare al corteo, tre/quattrocento metri dopo, siamo stati costretti ad attraversare un cordone di black blocs dotato di spranghe, bastoni, elmi di plexiglas che al nostro passaggio ci ha deriso. Siamo rimasti stupiti di come queste persone stessero tranquillamente a fare il battistrada del troncone di corteo che era arretrato notevolmente e di come la polizia, nel dirci di tornare indietro, ci avesse segnalato che tutto “era tranquillo”. Un altro tafferuglio l’abbiamo visto sulla strada del rientro quando un piccolo gruppo di manifestanti ha incominciato ad inveire contro una caserma di polizia e a lanciare bottiglie piene d’acqua, abbiamo cercato di parlare con questi e gli abbiamo urlato contro. Si sono però dispersi solo al lancio di un paio di lacrimogeni. Infine dopo essere ritornati alla stazione di Quarto, preso un autobus per Nervi, un treno per Brignole ed aver aspettato fino alle 2:30 del mattino, siamo partiti alla volta di casa dove siamo giunti intorno alle 9:30 del mattino. La stazione di Brignole aveva un presidio di 30/40 poliziotti a fronte di alcune migliaia di manifestanti, ma nessuno –giustamente- ha fatto il benchè minimo gesto o ha proferito la benchè minima parola di offesa nei loro confronti. Le forze dell’ordine e chi le governa devono sicuramente riflettere su quello che accaduto per recuperare il significato della loro funzione che non è quello della repressione, ma di tutela della libertà democratica di manifestazione del pensiero. Sono convinto però che il GSF deve ripensare alcune cose: 1. distinguere nettamente fra chi vuole raggiungere gli obiettivi delineati con la nonviolenza e chi pensa che si possa lasciare correre in determinate occasioni; 2. organizzare un servizio di accoglienza ai manifestanti (noi giunti a Quarto non avevamo nessuna indicazione e se non c’era il servizio di Rifondazione non avremmo avuto nessuna segnalazione utile), 3. organizzare un servizio d’ordine, o almeno un presidio ogni 500/600 metri di corteo, con personale riconoscibile dotato di megafono e cellulare per poter dare indicazioni precise ai manifestanti sul comportamento da tenere, sulle cose da fare, 4. evitare che gruppi di manifestanti gridino slogan offensivi o violenti, 5. chiedere ai manifestanti che si facciano carico dei rifiuti che si portano appresso. Le vie di Genova toccate dalla manifestazione sembravano una discarica, nonostante si manifestasse per il rispetto dell’ambiente e la sottoscrizione del protocollo di Kyoto, 6. in certe occasioni e in certi contesti (dopo il fatto gravissimo di venerdì a me sembrava di essere in questa situazione) la manifestazione più che caratterizzarsi per i “colori” e il “rumore” dovrebbe essere silenziosa e senza bandiere o striscioni di partito. Mi sarebbe sembrato un modo più rispettoso anche di ricordare il ragazzo morto il giorno prima, 7. infine, se si valuta che il pericolo di atti violenti sia alto, lasciati correre o provocati “poco importa”, forse sarebbe il caso di non svolgere manifestazioni di questa portata e valutare se fare manifestazioni locali o regionali, più facilmente gestibili. Forlì, 25 luglio 2001 Raffaele Barbiero Redazione Romagna
July 30, 2026
Pressenza
25 anni dal Social Forum di Genova
Torniamo su “i fatti di Genova 2001” in un momento in cui i movimenti si interrogano insistentemente sulla postura corretta da assumere di fronte alla violenza istituzionale. Quella che segue è una testimonianza e, al contempo, una riflessione Con un gruppo di compagne e compagni di Palermo che facevano riferimento ai COBAS e al “Network per i diritti Globali”, che riuniva oltre i cobas diverse strutture di base e centri sociali di tutto il Paese, il 19 luglio del 2001 partii in aereo da Palermo fino Milano per raggiungere da li Genova in treno (l’aeroporto di Genova era chiuso). Il grosso dei compagni di Palermo era arrivato direttamente a Genova con un treno speciale, fra di loro i compagni del CSOA ExKarcere che faceva riferimento al “Network per i diritti Globali”. Cobas e “Network per i diritti Globali” erano riusciti ad ottenere dall’amministrazione comunale di  Genova due scuole nella periferia di Levante della città, dove furono organizzate sia la logistica che le strutture abitative per migliaia di manifestanti. A ben venticinque anni di distanza la memoria di quelle giornate è ancora presente come cosa viva, come se fosse ieri. Il Social Forum di Genova contro il G8 faceva parte del movimento transnazionale contro la globalizzazione che conquistò le prime pagine dei giornali già dalla fine del 1999 con le imponenti manifestazioni che videro decine di migliaia di persone scendere in piazza a Seattle (USA), intenzionate a bloccare il vertice del WTO (Organizzazione mondiale del commercio).  A Seattle, gli scontri di piazza, la fermezza di migliaia di donne e uomini, le barricate erette per fermare la violenza della polizia, furono il battesimo sul campo di un potente e multiforme movimento internazionale che aveva l’obbiettivo unificante di contrastare i padroni del Mondo. Il movimento, chiamato dalla stampa “NoGlobal”, si diffuse in tutto il Pianeta. Il Movimento era multiforme e univa al suo interno sia idee che pratiche di piazza differenti. Tanti modi diversi di vedere lo scontro con i “Potenti”, una folta pluralità di approcci che però riuscivano a stare nello stesso contenitore. Religiosi, rete Lilliput, sindacati di base e componenti significative anche dei sindacati storici come la FIOM, anticapitalisti, ecologisti, comunisti di varie tendenze, femministe, movimenti dei migranti, centri sociali, movimento anarchico, pacifisti, insurrezionalisti, disobbedienti. Un variopinto aggregato dove non c’era distinzione fra buoni e cattivi. Il Movimento globale fu presente a tutti gli appuntamenti scanditi dall’agenda del capitalismo internazionale. Dopo Seattle (dicembre 1999), a Praga (settembre 2000), a Nizza (dicembre 2000), a Palermo (dicembre 2000), a Davos (gennaio 2001), a Napoli (marzo 2001), a Göteborg (Giugno 2001). Ad ogni appuntamento la violenza degli apparati repressivi dello Stato si fece vedere in modo sempre più marcato. La repressione fu gestita con estrema violenza sia da Governi di destra che da quelli di sinistra. Napoli fu l’ennesimo banco di prova. Nel capoluogo campano le forze del “disordine” attuarono una vera e propria mattanza in piazza Plebiscito e furono messe in atto torture sistematiche dei fermati portati nella caserma Raniero. Prove generali di repressione organizzate dal governo di “sinistra” a guida Amato (con al suo interno due ministri del Partito dei Comunisti Italiani) e dall’allora Ministro degli Interni Bianco. L’obiettivo del Social Forum di Genova era quello di dimostrare che “un altro Mondo è possibile”, e che era possibile disturbare pesantemente i lavori degli 8 “padroni” della Terra. Assediare, infrangere e penetrare la cosiddetta zona rossa (zona interdetta delimitata da barriere metalliche e alti muri fatti con container) era un comune obiettivo delle varie componenti del Movimento. Come andò a Genova nelle giornate dal 19 al 21 luglio del 2001 lo sappiamo tutti. Dopo la grandissima manifestazione dei migranti del 19 luglio le cose cambiarono drasticamente. Venerdì 20 luglio mattina i Cobas furono pesantemente attaccati dalle forze della repressione a piazza da Novi, da dove doveva partire un grossissimo corteo, che oltre ai COBAS aveva in prima fila le Mamme di Plaza de Mayo argentine, i Sam Terra brasiliani, la Confédération Paysanne di Bovè francese e tanti altri. La piazza fu letteralmente aggredita da carabinieri e poliziotti inferociti in assetto di guerra. Una pioggia fitta di candelotti lacrimogeni ammorbò l’aria. Con grande prontezza di spirito serrammo i ranghi, contrastammo con fermezza gli aggressori e riuscimmo a portare diverse migliaia di manifestanti nel vicino piazzale Kennedy, dove innalzammo alte barricate per fermare l’avanzata delle forze della repressione. Ma la storia non era finita li. Mezzi cingolati militari con enormi pale meccaniche atte a demolire le nostre difese si videro all’orizzonte. Con prontezza riuscimmo a fare sgattaiolare le migliaia di manifestati concentrati a piazzale Kennedy attraverso la linea di costa lungo la battigia e dirigerli verso i concentramenti di Sestri Levante. Il lunghissimo serpentone si mosse appena in tempo per evitare l’invasione violenta delle forze della repressione che di lì a poco invasero piazzale Kennedy. La marcia verso i nostri campi non fu facile, più volte cellulari e blindati di polizia e carabinieri cercarono di bloccarci con caroselli e cariche violente. La nostra risposta fu decisa e dura e riuscimmo a portare tutte e tutti nelle scuole che ci erano state assegnate. Al campo durante una affollatissima assemblea arrivarono le notizie che il corteo pomeridiano dei disobbedienti/tute-bianche, partito dallo stadio Carlini, era stato attaccato violentemente dai carabinieri. Le “tute bianche” avevano retto lo scontro e i disordini si erano diffusi nelle vie e nelle piazze adiacenti la manifestazione. Durante gli scontri si contavano decine e decine di feriti ed era cominciata a circolare la notizia di eventuali morti. Dall’assemblea fu deciso di scendere il giorno dopo (il 21 luglio) in piazza con un serrato e organizzato servizio d’ordine di almeno 200 compagne/i, con tanto di caschi, maschere anti gas e bandiere rinforzate, per garantire la sicurezza delle migliaia di manifestanti che avrebbero seguito le nostre bandiere. Solo a sera inoltrata, dai telegiornali, apprendemmo la tragica notizia dell’uccisione di Carlo Giuliani. Fummo assaliti da tanta rabbia, dolore e parecchia preoccupazione. La mattina seguente la tensione era salita alle stelle. In una giornata estiva con tanto caldo, compagne e compagni non riuscivano a governare l’emozione e piangevano abbracciandosi a vicenda. Il nostro corteo si mosse aperto dallo striscione del network dei diritti globali “viviamo per calpestare i re”, subito dietro noi del servizio d’ordine composto da diverse file di compagne/i incordonate/i per garantire la sicurezza di tutte/i. Un lunghissimo fiume di almeno trecentomila persone invadeva le vie di Genova. Il lungo serpentone veniva aperto dallo striscione “noi 8 miliardi, voi G8”.  Sfilava un enorme corteo pieno di famiglie con bambini, con i movimenti non violenti, pax cristi, le femministe, quelli di Cancellare il debito (tutti con le mani tinte di bianco), i comunisti di varie parti del Mondo, l’ARCI, ATTAC, la FIOM,  i sindacati di base, gli anarchici, gli ecologisti, le tute bianche, tantissimi partecipanti del blocco nero venuti da tutta Europa. Dopo ore di corteo pacifico sotto il sole cocente di luglio (i cittadini di Genova in modo solidale hanno supportato i manifestanti portando bottiglie d’acqua e lanciando secchiate d’acqua dai balconi per combattere la calura) in corso Italia inizia la mattanza. Le forze della repressione “bombardano” dagli elicotteri, dalle motovedette dal mare, dai blindati la manifestazione con centinaia di lacrimogeni tossici. L’aria diventa irrespirabile. Il corteo sbanda, la gente cerca rifugi di fortuna, noi con il nostro servizio d’ordine restiamo fermi grazie alle maschere antigas che ci consentono di respirare normalmente. Diveniamo un argine per tantissimi che si rifugiano dietro i nostri cordoni. Davanti a noi c’è la mattanza messicana. Poliziotti, carabinieri, finanzieri pestano con estrema violenza senza tregua e senza pietà il gruppo dei non violenti, lo spezzone di “cancellare il debito”, le famiglie con i bambini a seguito. La fermezza del nostro servizio d’ordine fa sì che gli squadroni dei “tutori dell’ordine”, che avanzano come coorti romane sbattendo i manganelli in modo ritmato sugli scudi, vedendoci fermi e compatti, con le bandiere al vento e con i ranghi ben serrati, decidano di non accettare il confronto e di dirigersi verso le componenti del corteo meno organizzate e meno protette, pestando con estrema violenza tutte e tutti coloro che incontreranno. Dopo diverse ore, di continui fronteggiamenti con i delinquenti in divisa, riusciamo nuovamente a raggiungere in corteo i campi di Sestri Levante, dove organizziamo la smobilitazione del campo e il ritorno verso le città di provenienza. La sera assistiamo inermi dagli schermi televisivi alla mattanza nella scuola Diaz, dove in modo freddo e predeterminato le squadre del Viminale compiono un vero e proprio massacro contro donne, uomini, ragazze e ragazzi di varie parti del Mondo che in modo assolutamente pacifico stavano riposando dopo la lunga e pesante giornata. Le notizie delle atrocità di stampo nazista fatte dai “tutori dell’ordine” a tanti ragazzi e ragazze inermi e terrorizzati presso la caserma di Bolzaneto saranno apprese solo nei giorni successivi. A Genova lo Stato è intervenuto con estrema forza per spezzare il fronte unitario di tante diversità che si erano concentrate nei Social Forum. La repressione dello Stato a Genova 2001 è stata mirata per sancire la frattura fra “buoni” e “cattivi” all’interno del movimento. L’unità di tante diversità aveva fatto tanta paura. A Genova si segue uno schema già ampiamente sperimentato già negli anni ‘70 e durante le lotte contro i missili a Comiso: colpire duro, dividere il movimento, etichettare come “cattiva” la sua parte più radicale per isolarla e ghettizzarla. Il 2001 si conclude con l’attacco alle torri gemelle a New York, la conseguente guerra all’Afghanistan dei Talebani, la caccia a Bin Laden. Un tentativo di riorganizzare il movimento dei Social Forum sarà fatto nell’autunno del 2002 a Firenze, con l’intento di rilanciare l’iniziativa antimperialista indicando nella politica del governo Statunitense uno dei maggiori fautori del disordine globale. Il Forum fu un grande successo politico e mediatico ma il movimento “NoGlobal” dopo pochi mesi, nell’inverno del 2003, si confronterà con la nuova guerra imperialista mobilitando milioni di persone che riempiranno le piazze in tutto il Mondo. Quella enorme mobilitazione internazionale non riuscì a fermare la guerra imperialista contro l’Iraq, il declino del Forum Sociale divenne inevitabile. Pubblicato su SICILIA LIBERTARIA | Sito anarchico per la liberazione sociale e l’internazionalismo di luglio/agosto Renato Franzitta
July 30, 2026
Pressenza
Genova, 2021-2026: le manifestazioni in diretta su Primocanale
“Sono passati 25 anni – ricorda Dario Vassallo, reporter dell’emittente televisiva genovese che nel luglio del 2001 ha documentato gli eventi in svolgimento nella cittadina senza interruzioni, seguendo in tempo reale gli sviluppi di una delle pagine più drammatiche della storia italiana – Per un’intera settimana, perché partimmo dalla domenica precedente per seguire passo passo tutto l’avvicinamento all’evento, la nostra redazione lavorò senza sosta”. “Prima degli scontri, prima della morte di Carlo Giuliani, prima della scuola Diaz e delle torture nella caserma di Bolzaneto, ci fu il 19 luglio – rammenta oggi Dario Vassallo – Una giornata che in qualche modo segnò l’inizio del G8 di Genova e che trasformò il capoluogo ligure in una città blindata, sospesa tra l’attesa del confronto politico e il timore di un’escalation di violenza”. Quest’anno, nel 25° anniversario, “Da settimane i movimenti del Genova Social Forum preparano manifestazioni contro la globalizzazione economica, accusata di aumentare le disuguaglianze e di sottrarre potere decisionale ai cittadini – spiega Dario Vassallo – A Genova sono arrivate decine di migliaia di persone provenienti da tutta Europa: associazioni, sindacati, gruppi ambientalisti, organizzazioni religiose e collettivi studenteschi”. Nel pomeriggio di oggi, domenica 19 luglio, il primo appuntamento: il corteo per i diritti dei migranti, con don Gallo in testa, quest’anno indetto all’insegna del motto “Nessun rimorso”, che attraverserà la città partendo alle 15:30 da piazza Alimonda, dove confluirà la manifestazione degli studenti il cui concentramento è di fronte alla scuola Diaz, e arriverà fino a piazza Ferrari, dove fino al 21 luglio il Palazzo Ducale ospita la rassegna di mostre, forum tematici e iniziative culturali in cui le vicende accadute durante il G8 2001 vengono rammentate focalizzando l’attenzione alle questioni del presente – guerre e riarmo, diritti civili, trasformazioni della democrazia, dissenso, sorveglianza, tecnologie digitali, cambiamento climatico e giustizia sociale – e nel cui ambito ieri si è svolta l’assemblea nazionale No Kings. Domani, lunedì 20 luglio, nel pomeriggio in piazza Alimonda si terrà il presidio “Per non dimentiCarlo”. Martedì 21 luglio alle 9 di sera si svolgerà la fiaccolata da piazza Tommaseo alla scuola Diaz. Dai corrispondenti di PRESSENZA verranno inviati reportage. Nella rassegna online sono raccolti i video dell’Archivio storico di Primocanale dedicati al G8 del 2001. Alcuni ‘scatti’ della manifestazione a Genova il 19 luglio 2001   Redazione Italia
July 19, 2026
Pressenza
L’eco di Genova un quarto di secolo dopo: la profezia inascoltata dell’altermondialismo e la crisi strutturale del presente
La rassegna della letteratura politica, economica e sociologica fiorita a cavallo tra il XX e il XXI secolo, custodita negli scaffali della memoria e delle biblioteche personali, non costituisce un semplice esercizio di nostalgia per una stagione di mobilitazione giovanile. Al contrario, essa rappresenta l’archeologia di un’alternativa possibile, un compendio di analisi strutturali che la storia successiva ha drammaticamente e tragicamente validato. L’autore di questo breve ma intenso trattato dal titolo provocatorio Chiedo scusa se vi parlo di Genova. 25 tesi sull’irruzione del movimento globale, la sua repressione, la sua attualità (edizioni AltrEconomia)  è Lorenzo Guadagnucci che ha vissuto sulla propria pelle i tragici eventi susseguiti in concomitanza del g8 di Genova e che molto amichevolmente mi ha fatto dono della sua opera, come una sorta di passaggio ancora valido e vivido di consegne di pace. Egli inizia il suo saggio con un’ampia panoramica di analisi sociali e geopolitiche. A 25 anni dal G8 di Genova del luglio 2001, lo slogan “Un altro mondo è possibile” si ripresenta al dibattito contemporaneo spogliato di ogni ingenuità utopica, rivelandosi come una diagnosi precoce, lucida e straordinariamente accurata delle contraddizioni che oggi consumano il pianeta e tutto il sistema al collasso, parlando letteralmente.  La liquidazione di quell’esperienza da parte delle élite politiche, accademiche e giornalistiche main stream, che all’epoca la liquidarono come un fenomeno transitorio o irrazionale, si rivela oggi come un meccanismo di rimozione deliberata, necessario a giustificare la persistenza di un modello che ha progressivamente eroso le basi stesse della convivenza civile, della democrazia e della sostenibilità ambientale. Insomma di un “Altro mondo possibile” e necessario. I testi di autori come Naomi Klein, con la sua critica al potere dei grandi marchi e alle privatizzazioni, e Joseph Stiglitz, premio Nobel che analizzò dall’interno i fallimenti delle istituzioni finanziarie globali e internazionali, avevano già allora individuato nella globalizzazione neoliberista e nella deregolamentazione selvaggia i germi di una instabilità sistemica insanabile e di una crisi a trecentosessanta gradi davvero insormontabile.  La successiva transizione verso quello che è stato definito “finanzcapitalismo” ha confermato come la preminenza dell’economia speculativa sulla produzione reale, sui diritti del lavoro e sullo stato sociale non avrebbe condotto al benessere diffuso promesso dai teorici del libero mercato, bensì a una polarizzazione e accumulazione della ricchezza senza precedenti storici e con squallide conseguenze.  In questo contesto, le riflessioni di Susan George e Francesco Gesualdi sulla cancellazione del debito dei paesi in via di sviluppo e sulle asimmetrie del commercio globale non erano rivendicazioni puramente etiche o assistenziali, ma rigorose decostruzioni di un sistema di trasferimento forzato di risorse che perpetuava la dipendenza neocoloniale e la sua abiezione neoliberista a discapito della pace tanto auspicata e resa fattibile e non utopica da noi attivisti altermondialisti. Questa costellazione di pensatori illuminati, arricchita dallo sguardo acuto, ecologista e a tratti poetico di intellettuali provenienti dai vari Sud del mondo – come Vandana Shiva nelle sue battaglie per la sovranità alimentare, Eduardo Galeano e il subcomandante Marcos -, aveva compreso con largo anticipo che la crisi sociale e la crisi ecologica erano due facce della medesima medaglia.  L’illusione capitalistica di una crescita economica infinita, basata sull’estrazione illimitata di risorse in un pianeta geograficamente e biologicamente finito, veniva denunciata come un vicolo cieco. Vent’anni fa la decrescita e i modelli di sviluppo alternativi venivano derisi come nostalgie pre-industriali; oggi, di fronte a un surriscaldamento climatico fuori controllo, e ai cosiddetti cambiamenti e dissesti climatici e ambientali, alla perdita di biodiversità e all’esaurimento delle risorse idriche e del suolo, quelle tesi rappresentano l’unica base scientifica e politica per la sopravvivenza delle specie terrestre, vegetale e animale e umana. Allo stato attuale, in un panorama globale segnato da un degrado morale e etico e civile e politico che ha pochi precedenti nella storia recente dell’Occidente, l’attualità di quel pensiero critico e illuminato e alternativo, contro il bieco sistema dominante, emerge per contrasto. La crisi esistenziale contemporanea, caratterizzata da una profonda depressione collettiva che investe l’idea stessa di futuro, è il risultato diretto del rifiuto sistematico di accogliere quelle istanze di cambiamento radicale dello status quo, del degradato sistema imperante.  Il ritorno della guerra come strumento ordinario, accettato e quasi normalizzato per la risoluzione delle controversie internazionali, rappresenta il fallimento più vistoso dell’ordine mondiale emerso dal crollo del muro di Berlino, che vede noi tutti, l’umanità intera, sul crinale del baratro nucleare e in preda all’ecatombe dell’escalation militarista incontrollata e esponenziale, rendendoci ancora più fragili e vulnerabili. Un ordine globale che ha preferito militarizzare i siti strategici e imposto di nuclearizzare le frontiere e investire nel complesso militare-industriale-fossile e nella deterrenza nucleare piuttosto che affrontare le radici sociali e ambientali dei conflitti su larga scala. Allo stesso modo, l’impianto teorico dedicato allo studio delle istituzioni e del controllo sociale conserva una spaventosa valenza interpretativa. Le analisi sociologiche e politologiche sui corpi di polizia e sulle metamorfosi della gestione dell’ordine pubblico, sviluppate da studiosi come Donatella della Porta e Salvatore Palidda a partire dai tragici fatti della scuola Diaz e di via Tolemaide, non riguardavano solo la cronaca di quei giorni, ma una aberrante attualità. Esse anticipavano la progressiva contrazione degli spazi di dissenso democratico e alternativo e la criminalizzazione dei movimenti sociali a cui assistiamo ancora e soprattutto oggi, nei contesti di azione nonviolenta attuali, dove le risposte penali e poliziesche sostituiscono sistematicamente la mediazione politica e la presunta risoluzione dei bisogni sociali. In conclusione, la ricchissima produzione teorica e militante del movimento altermondialista non ha fallito nella sua capacità di interpretare il mondo, ma è stata travolta da una restaurazione neoliberista e politica ed economica globale che ha preferito guidare l’umanità verso il collasso ecologico e bellico piuttosto che mettere in discussione i propri privilegi e i propri dogmi più retrivi di una visione del mondo altamente superegoica e deviata e criminale.  Rileggere oggi quei volumi e richiamare alla mente i giorni di Genova significa riconoscere che lo slogan di venticinque anni fa non era una formula retorica, ma un avvertimento veritiero aperto e vivo tra noi attivisti che ancora crediamo nel movimento del rinnovamento della nuova e alternativa dimensione planetaria e universale della pace. Un altro mondo non è solo storicamente e materialmente possibile, ma rimane l’unico imperativo etico e politico e morale irrinunciabile se si vuole restituire un senso al concetto di dignità umana e garantire un futuro alle generazioni che verranno. Laura Tussi
July 18, 2026
Pressenza
Genova 2001, il futuro che avevamo davanti
A venticinque anni dal G8, Genova continua a interrogare il presente: la repressione, lo stato di eccezione permanente e le profezie inascoltate del movimento dei movimenti raccontano le trasformazioni di un mondo segnato da guerre, disuguaglianze e restringimento degli spazi democratici Venticinque anni dopo il G8 di Genova, il rischio più grande non è l’oblio. È la semplificazione. Per un quarto di secolo Genova è stata raccontata soprattutto attraverso le sue ferite: l’omicidio di Carlo Giuliani, la mattanza della Diaz, le torture di Bolzaneto, le cariche indiscriminate, le false prove, i depistaggi, l’impunità. Tutto questo era ed è necessario ricordarlo, perché la richiesta di verità e giustizia non si prescrive. Ma limitarsi alla memoria della repressione significa lasciare incompiuta la comprensione storica di ciò che avvenne in quei giorni. Genova è stata infatti molto più di una gigantesca violazione dei diritti umani. È stata l’apice e insieme la frattura di un ciclo storico. Il momento in cui un movimento globale, composto da culture politiche, esperienze e soggettività diverse, ha tentato di opporsi all’avvento di un nuovo ordine mondiale fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla privatizzazione dei beni comuni, sulla mercificazione della vita e sulla subordinazione della politica ai poteri economici e finanziari. Il movimento dei movimenti non contestava semplicemente un vertice internazionale. Contestava un modello di sviluppo e una forma di globalizzazione che già allora producevano disuguaglianze, devastazioni ambientali, guerre e nuove gerarchie tra esseri umani. In quelle piazze si parlava di cambiamento climatico quando ancora era considerato una preoccupazione di pochi; si denunciava il potere delle multinazionali e della finanza globale; si difendevano i beni comuni e i servizi pubblici; si metteva in discussione un sistema economico che avrebbe concentrato la ricchezza nelle mani di pochi e precarizzato le esistenze di molti. Venticinque anni dopo, è difficile non riconoscere la straordinaria capacità anticipatrice di quel movimento. Le disuguaglianze sono cresciute in misura esponenziale. La crisi climatica è diventata una minaccia esistenziale. Le guerre sono tornate al centro delle relazioni internazionali e il riarmo viene presentato come un destino inevitabile. Il genocidio del popolo palestinese viene consumato sotto gli occhi del mondo tra l’indifferenza o la complicità delle grandi potenze. I giganti del capitalismo finanziario e digitale occupano direttamente i luoghi della politica o ne condizionano apertamente le decisioni. La globalizzazione ha cambiato forma, ma non la sua natura predatoria. Anche per questo Genova continua a parlarci. Ci parla perché molte delle questioni poste allora sono ancora senza risposta. E ci parla perché la repressione che si abbatté sul movimento non fu soltanto la risposta contingente a una grande mobilitazione internazionale. Fu il segnale di una trasformazione più profonda. A Genova si è consumata una rottura nella costituzione materiale del Paese. Lo Stato di diritto non è stato formalmente abolito, ma è stato progressivamente svuotato dall’interno attraverso l’introduzione di uno stato di eccezione sempre più ordinario. L’emergenza è diventata una categoria permanente di governo e ha giustificato il progressivo affievolimento delle garanzie democratiche, l’espansione dei poteri di polizia, la compressione del diritto di manifestare e il susseguirsi di legislazioni speciali e decreti sicurezza. Il processo non è iniziato a Genova. Ma a Genova ha trovato una delle sue pietre miliari. Per questo le violenze della Diaz e di Bolzaneto non possono essere liquidate come il frutto di singoli eccessi o di poche mele marce. In quei giorni furono coinvolti tutti gli apparati dello Stato: polizia, carabinieri, guardia di finanza, polizia penitenziaria. Le violenze furono sistematiche, accompagnate da umiliazioni, praticate spesso a freddo nei confronti di persone inermi e successivamente coperte da depistaggi, false prove e omertà istituzionali. E mentre le vittime attendevano giustizia, molti dei responsabili ricevevano promozioni e incarichi prestigiosi. Non è un dettaglio. Perché l’impunità non riguarda soltanto il passato. Produce effetti sul presente. In questi venticinque anni le violenze delle forze dell’ordine e degli apparati coercitivi hanno continuato a riaffiorare: dalle morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini alle torture di Santa Maria Capua Vetere, dai pestaggi nelle carceri alle violenze nei confronti dei migranti e dei detenuti, fino ai numerosi casi di uso sproporzionato della forza durante le manifestazioni pubbliche, con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo e ferimenti gravissimi come quello di “Lince”, la giovane manifestante che ha perso un occhio durante una protesta a Bologna. Ciò che a Genova apparve come un’eccezione si è progressivamente normalizzato. Ma la continuità non riguarda soltanto la persistenza di episodi di violenza o l’impunità di molti dei loro responsabili. Riguarda soprattutto la trasformazione del rapporto tra potere e conflitto sociale. Una delle eredità più profonde di Genova è stata infatti la ridefinizione delle modalità di governo del dissenso. La repressione non si è esaurita nelle cariche, nella Diaz o a Bolzaneto. Ha continuato a produrre effetti negli anni successivi, contribuendo a modificare i rapporti di forza e i margini di agibilità dei movimenti sociali. Una parte significativa delle energie collettive che prima del G8 erano dedicate alla costruzione di alternative sociali, ambientali e politiche è stata assorbita dalla necessità di difendersi: processi, campagne di solidarietà, raccolte fondi, battaglie legali, ricostruzione di immagini e testimonianze, difesa degli imputati, ricerca di verità e giustizia. La repressione, in questo senso, non agisce soltanto quando colpisce fisicamente. Agisce anche dopo, quando costringe i movimenti a spostare le proprie energie dalla trasformazione del mondo alla difesa della propria stessa esistenza politica. È qui che si coglie una delle eredità più profonde del G8 di Genova. Non soltanto la brutalità della violenza di Stato, ma l’avvio di un paradigma di governo fondato sulla deterrenza, sull’anticipazione e sulla neutralizzazione preventiva del conflitto. Negli anni successivi questo paradigma si è consolidato attraverso l’espansione dei poteri di polizia, le misure preventive, i Daspo, le zone rosse, i decreti sicurezza, la sorveglianza tecnologica e la crescente assimilazione delle mobilitazioni sociali a problemi di ordine pubblico. Se il movimento no global aveva intuito che il neoliberismo avrebbe prodotto nuove disuguaglianze e nuove guerre, Genova ci ha anche mostrato quale sarebbe stata la risposta dei governi a quelle contraddizioni: non più mediazione politica e allargamento dei diritti, ma gestione securitaria del conflitto e progressiva riduzione degli spazi democratici.re Parallelamente si è consolidata una trasformazione del rapporto tra sicurezza e libertà. La risposta istituzionale alle disuguaglianze denunciate dal movimento no global non è stata la redistribuzione della ricchezza, il rafforzamento dei diritti sociali o la costruzione di nuovi strumenti di partecipazione democratica. Al contrario, si è affermato un paradigma fondato sull’espulsione e sulla criminalizzazione del disagio sociale. È il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale, dalla sicurezza dei diritti alla sicurezza intesa come ordine pubblico. Sono arrivati i Daspo urbani, le zone rosse, le misure preventive, le limitazioni del diritto di manifestare, le multe utilizzate come strumenti di intimidazione, il ritorno del reato di blocco stradale, la dilatazione della nozione di pericolosità sociale. La zona rossa di Genova ha anticipato molte delle misure che oggi disciplinano lo spazio pubblico e riducono gli spazi di agibilità democratica. È questo, probabilmente, il lascito più inquietante del G8. Non soltanto la memoria della repressione, ma la consapevolezza che Genova ha rappresentato l’emersione di un processo più ampio di sterilizzazione della democrazia, poi rafforzato dalla guerra al terrorismo, dalla retorica dell’emergenza, dalla crisi economica, dalla pandemia e oggi dal riarmo globale. Un processo che ha progressivamente verticalizzato il potere e ridotto il diritto da limite dell’autorità a strumento flessibile al servizio del potere stesso. Ma Genova è stata anche altro. È stata intelligenza collettiva, convergenza tra differenze, capacità di leggere il presente e immaginare il futuro. È stata una straordinaria esperienza di costruzione politica e culturale. È stata la prova che soggetti diversi possono riconoscersi in un orizzonte comune di trasformazione sociale. È stata, insieme, una prova di autoritarismo e una prova di resistenza. Per questo il venticinquennale non può ridursi a un anniversario. È un’occasione per aprire finalmente un cantiere di riflessione storica e politica che collochi Genova dentro le grandi trasformazioni degli ultimi decenni e ne interroghi le eredità, non solo per comprendere la repressione, ma anche il progetto politico che quella repressione ha contribuito a interrompere. Perché la domanda che ci consegna Genova non riguarda soltanto ciò che è accaduto nel luglio del 2001. Riguarda il mondo che è venuto dopo. E se un altro mondo appariva possibile allora, oggi, davanti alle guerre permanenti, alle disuguaglianze crescenti, alla devastazione ambientale e alla progressiva riduzione degli spazi democratici, un altro mondo non è soltanto possibile. È sempre più necessario. Osservatorio Repressione
July 18, 2026
Pressenza
Genova. In ogni caso nessun rimorso
Un compagno del CPA di Firenze ci racconta come e perchè è importante stare al Corteo del 19 luglio a Genova a 25 anni dalle giornate del G8 del 2001 di seguito il comunicato: Dopo il Convegno/Assemblea del 4 luglio, APPELLO E RILANCIO DEL CORTEO DEL 19 LUGLIO La giornata del 4 luglio al CAP di Genova è stata un passaggio importante, tutt’altro che scontato. Dalla mattina alla sera si sono susseguiti interventi che hanno approfondito l’analisi della fase che stiamo vivendo, individuando i terreni su cui sarà importante intervenire per contrastare la deriva verso uno Stato di polizia al servizio della guerra. È impossibile racchiudere in poche righe la ricchezza e la complessità di quanto discusso durante la giornata. Per questo abbiamo raccolti i materiali prodotti durante il convegno sul questo sito. Questo è il primo passo per renderli disponibili anche a chi non c’era, perché possano essere discussi, criticati, migliorati e poi tradotti in pratica concreta. Adesso tutte le energie sono concentrate sulla riuscita della giornata del 19 luglio a Genova. Il preconcentramento è fissato per le 14.30 davanti alla scuola Diaz, da dove partirà lo spezzone giovanile per raggiungere piazza Carlo Giuliani (Alimonda) dove, alle 15.30, è fissato il corteo nazionale “IN OGNI CASO NESSUN RIMORSO”. Sarà un corteo che darà voce alla voglia di organizzarsi contro la guerra, il fascismo e contro il continuo peggioramento delle condizioni di vita di milioni di lavoratori e lavoratrici. Sarà un corteo capace di guardarsi indietro per riconoscere e rivendicare la storia da cui veniamo, senza però cadere nella retorica commemorativa: i nostri piedi restano saldamente piantati nel presente, mentre lo sguardo è rivolto al futuro. Davanti ad un sistema che legittima e normalizza il linguaggio della deportazione, noi ci dichiariamo “non assimilati”. Non lo siamo e mai lo saremo rispetto alla società che produce tre morti al giorno sul lavoro, il genocidio e l’arruolamento forzato, che rapina e saccheggia ogni risorsa per alimentare la macchina della guerra. Questo è un sentimento condiviso e diffuso ma che fatica a trovare spazio soffocato da una propaganda martellante che continua a inventare falsi nemici, per scaricare nella guerra tra poveri le contraddizioni generate dalla società della disuguaglianza e della repressione. La piazza del 19 luglio chiama le classi popolari a scendere in strada. Chiama i giovani che non vogliono essere carne da macello sul lavoro né carne da cannone al fronte. Chiama le famiglie costrette a fare i conti con mutui, affitti, bollette e spese che le buste paga non riescono più a coprire. Chiama gli anziani che dopo una vita di lavoro vengono lasciati soli, senza cure né assistenza adeguate, se non quelle private che le pensioni non bastano mai a coprire. Chiama chi oggi è costretto a lavorare sotto il sole cocente o in capannoni a 40° e magari domani si troverà con la casa alluvionata perché la crisi climatica è anch’essa una questione di classe. Chiama le donne che subiscono lo sfruttamento di un sistema patriarcale e con loro chi subisce la discriminazione che esso produce su identità e orientamento sessuale. Chiama in piazza chi autogestisce spazi altrimenti lasciati all’abbandono e poi preda di speculatori e palazzinari, contro la politica degli sfratti, degli sgomberi e della desertificazione sociale. Con Carlo nel cuore e per tutte e tutti coloro che non potranno essere con noi – perché caduti o condannati dai tribunali come “colpevoli di lottare” – saremo in piazza per riaffermare la nostra voglia di riscatto: perché sappiamo che potremo conquistarlo solo con la lotta e le nostre forze. Saremo in piazza per un mondo che superi le logiche di guerra e sfruttamento, che non solo é possibile, ma che ormai è assolutamente necessario.      
July 15, 2026
Radio Onda Rossa
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: i contributi di Carlo Bachschmidt e Haidi Giuliani
“Quello che sta accadendo in questi momenti a Genova supera ogni immaginazione. Poco prima delle 18 dobbiamo registrare la prima vittima”: con queste le parole il 20 luglio 2001 su Telegenova il giornalista Fabio Tiraboschi dava per primo la notizia della morte di un ragazzo. Sarebbero passate alcune ore prima di poter dare un nome a quel corpo in una pozza di sangue a Piazza Alimonda: Carlo Giuliani. Riprese video che insieme a una quantità impressionante di altre riprese amatoriali, foto, registrazioni audio, avrebbero poi contribuito al lavoro del Genoa Legal Forum e poi del sito processig8.net. Colui che fin da subito si auto-incaricò di questo lavoro di raccolta fu Carlo A. Bachschmidt, architetto che si era formato alla scuola di Renzo Piano e consulente per varie iniziative collaterali alle mostre di Palazzo Ducale e nel Terzo Settore. In occasione del G8 del 2001 fu responsabile della segreteria organizzativa del Genoa Social Forum, con ben 1.187 organizzazioni, nazionali e internazionali, determinate ad esprimere il proprio dissenso al vertice. Nel 2002 viene nominato consulente tecnico di parte (CPT) dagli avvocati impegnati nella difesa dei manifestanti indagati, oltre che nei vari gradi di giudizio sull’omicidio di Carlo Giuliani, fino alla definiva archiviazione.   Film-maker, autore di numerosi film, tra cui Black Block (menzione speciale alla 68a Mostra del Cinema di Venezia) e La Scelta (insieme a Stefano Barabino e Michele Ruvioli, su vari protagonisti del Movimento NoTav), Carlo A. Bachschmidt si è trovato naturalmente coinvolto anche nell’organizzazione di questo venticinquennale, sia come curatore di alcune sezioni (in particolare la mostra Punti di Vista, fino al 30 luglio al MAIIIM) che come autore di questo importante libro Alimonda, chi ha ucciso Carlo Giuliani? che verrà presentato stasera, martedì 14 luglio, alle 18:15 nei Giardini Luzzati di Genova. Per gentile concessione dell’autore, ecco le pagine iniziali della bella prefazione a firma di Haidi Gaggio Giuliani: > Ero andata in pensione a settembre. Non mi dispiaceva lavorare con i bambini e > le bambine, al contrario. Mi dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo > giusto. Come avevamo lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire > un mondo diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora > potrai viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima > volta per raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda in > Senegal, senza giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere la vita > dei ragazzi che scappavano al di là del mare a fare i vu’ cumprà. A “fare > negozio”, come dicevano loro. > > Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti alla «zona rossa», > sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto al cielo, da quasi > vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano praticamente > piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia figlia era impiegata > a Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il concerto di Manu > Chao”. > > È arrivato il 20. Nel pomeriggio è arrivato anche Giuliano e si è seduto in > sala a guardare la televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da > troppo tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in tanto alzavo > gli occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città giù, verso il mare. > “Sembra di essere in guerra”, ho risposto all’altro fratello, che mi > telefonava preoccupato da Monza. Lui la guerra se la ricordava bene. Con la > terra sulle mani sono entrata in casa. Ho dato un’occhiata allo schermo > acceso. C’era un ragazzo sull’asfalto. Sono andata a lavarmi. > > “Lo sprofondo”, ha scritto un mio amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da > quella sera tutto è finito in un buco nero, in quello sprofondo. La politica, > la scuola, il matrimonio: tutti i miei fallimenti non hanno contato più > niente. Capivo solo che non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio. > Che stavo annegando. Subito è cominciata la ridda di polizia, avvocati, > giornalisti… Non sono stati giorni facili. Non è stata facile la conversazione > avuta in questura. > > Un giudice sconosciuto mi impediva di prendere tra le braccia mio figlio. Non > è stato facile riuscire a “corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo > veder qualche secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in > quella piazza. C’erano tanti giovani. C’erano i suoi amici. Non tutti. In > particolare c’erano quelli che non avevo conosciuto prima, quelli legati alla > sua vita recente. C’era la segatura a coprire il sangue e i fiori a coprire la > segatura. Mi sono seduta su un muretto, sono rimasta lì. > > Qualche tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza > Alimonda è diventata la mia casa. Oltre ad amici e amiche di Carlo, si > fermavano tante persone, spesso sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi > un’altra di quello che avevano vissuto. > > Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano anche dal cielo… Io > guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato, si poteva comunque capire > dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che avevo davanti agli occhi con le > foto pubblicate e i commenti dei cronisti. No, c’era qualcosa che non mi > tornava. Di notte arrivavano gli immigrati. “Tuo figlio buono”, mi dicevano > due di loro. Arrivava qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con me: > curava i fiori, i biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della > chiesa del Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una > brutta ferita, ricucita malamente, che gli attraversava una mano. > > Lui mi permetteva di disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei > scoperto che la sua era una specie di follia momentanea: ha riacquistato > lucidità quando, sulla pagina di un quotidiano, ha riconosciuto il suo > carnefice, il poliziotto che a Bolzaneto gli aveva divaricato le dita > lacerando il palmo. > > Dovevo trovare altre foto, ero sicura che ce ne fossero, anche perché in > quella settimana di luglio era stato allestito il Media Center per gestire la > quantità di informazioni e immagini raccolte dai mediattivisti, fondamentale > il ruolo di Indymedia e di Radio Gap. Ma dove cercare? Così sono venuta a > sapere che in via San Luca, sotto i locali dell’Arci, era nato il Legal Forum. > > In previsione del vertice, avvocati provenienti da tutta Italia, aderendo al > Genoa Social Forum, avevano costituito un team per seguire e controllare la > situazione durante le proteste. Per assistere i manifestanti, spesso > stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva indicazioni e > consigli. > > Non ricordo quando ho incontrato per la prima volta l’autore di questo libro > (Carlo A. Bachschmidt ndr), quando ho saputo che era consulente tecnico > responsabile del Genoa Legal Forum per l’analisi e l’archiviazione di tutto il > materiale video fotografico relativo alle giornate. Ricordo che da allora e > per dieci lunghi anni l’ho sempre ritrovato, tra volontari e qualche avvocato, > a coordinare le attività che si svolgevano in quelle stanze. > > Il pomeriggio del 20 luglio in Alimonda erano presenti otto tra fotografi e > cineoperatori. Otto obiettivi potevano aver fissato gli ultimi momenti nella > vita di mio figlio. Senza contare gli apparecchi fotografici – niente > smartphone all’epoca – dei cittadini che avevano le finestre sulla piazza. > Dovevo parlare con chi aveva ripreso le immagini, trovare nuove istantanee > oltre a quelle già pubblicate. Con le indicazioni ricevute in via San Luca, ho > lasciato la piazza e sono partita a cercarle. Intanto Bachschmidt e diversi > mediattivisti cominciavano a ordinare testimonianze raccolte, registrazioni > audio, la rassegna stampa. A datare il fiume di immagini e filmati sfuggiti al > setaccio delle polizie. > > Alcuni fotografi e un regista hanno da subito collaborato sia con la > Segreteria Legale che con noi familiari. Un paio non aveva fissato il momento > dello sparo. Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano maggiormente: > il primo aveva avuto un braccio fratturato e un apparecchio sfasciato mentre > cercava di riprendere Carlo a terra, circondato dagli agenti, ma non aveva > sporto denuncia e “non se la sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il > secondo, che in piazza si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini > della chiesa, mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da > dare”. > > Intanto: sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti > violenti”. Ne vengono individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il > 4 dicembre. L’udienza preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa > chiederà inutilmente la modifica del capo di imputazione: “devastazione e > saccheggio”, un reato introdotto sotto il regime fascista col famigerato > Codice Rocco del 1930, tuttora vigente in moltissime sue parti. > > Intanto: l’11 settembre due attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World > Trade Center a New York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra > al terrorismo” da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in > Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei media > italiani. > > Intanto: un cugino, da Londra, apre il sito carlogiuliani.it. > > Haidi ed Elena nel 2003. Foto di Carlo Gubitosa da peacelink.it > > Radio Sherwood apre, realizza e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per > tanti anni (fino al 2016, ndr). Scrive Elena, che da sempre lo cura: > > “Costituito il Comitato, Radio Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha > aiutato a lungo ad aggiornare il sito che ha continuato a crescere, grazie a > diversi contributi generosi, tanto da presentare versioni in sei lingue > straniere. Con il passare degli anni sono cambiate le piattaforme e i > programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da un server all’altro, il > nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha cambiato veste grafica, > ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo Gubitosa per la pazienza e > la generosità con cui ci ha supportati e consigliati oltre che per l’impegno > messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale Altrinformazione che ci > ospita sui suoi server”. Quel sito racconta, ancora dopo 25 anni, la storia > del comitato voluto da amici e amiche di mio figlio a cui si sono uniti una > sua maestra, un professore del liceo e noi familiari. Non ne farà parte Edo, > caro compagno dei primi anni di scuola, che un aneurisma ci ha rubato il 2 > gennaio 2002. Lo vengo a sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al > secondo Social Forum Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una > manifestazione. > > Intanto: nascono un centinaio di Social forum locali. Ho cominciato a > viaggiare, da nord a sud e oltre confine. Non mi fermerò per diversi anni. > Viaggio per raccontare i “fatti”, viaggio anche per raccogliere sostegno > economico: in via San Luca si lavora intensamente e c’è bisogno di > solidarietà. Viaggio per imparare. Centro Sereno Regis
July 14, 2026
Pressenza