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Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei, un ricordo di Don Gallo… e del G8
Troverete questa frase scritta su un pilastro metallico poco lontano dall’edificio che segnala il Porto Antico a Genova, giusto di fronte a Palazzo San Giorgio. Siamo nella zona chiamata ‘Caricamento’, spazio ambito e mitico che conduce all’ Acquario.  Don Andrea Gallo, prete genovese impegnato coi giovani ‘sulla strada’, aveva fatto sua questa frase coniata in realtà da Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei, un ricordo di Don Gallo… e del G8igi Di Liegro. Quest’ultimo, fondatore della Caritas di Roma, menzionava il proverbio che dice ‘dimmi con chi vai e ti dirò chi sei’ e lo trasformò in ’dimmi chi escludi e ti dirò chi sei‘. Questa frase, titolo del concerto di maggio a Genova in memoria della morte di don Gallo, resta l’ispirazione della comunità di San Benedetto al Porto, da lui fondata. La verità della frase citata è stata messa in scena in grandezza naturale durante i fatti del G8 a Genova. A 25 anni esatti di distanza dall’evento di luglio del 2001. Chi scrive era partito l’anno prima in Liberia e per la prima volta nella sua vita aveva visto e toccato i segni e sintomi del ritorno della guerra civile nel Paese. Con occhi feriti da quello che stava accadendo in quel Paese dell’Africa occidentale ho preso parte ad alcuni degli avvenimenti che avrebbero caratterizzato il citato G8. Il clima di quel mese di luglio era quello che Genova conosce e che la valorizza di mare e di colori. Anche le piazze e le strade erano rese nuove da decine di associazioni variopinte e da centinaia e poi migliaia di giovani che credevano, praticavano e sognavano ‘ un altro mondo possibile’. Questo era infatti il tema di fondo che continuava il processo dei forum alternativi a quello di Davos in Svizzera, emblema della globalizzazione genocida. C’era stato Seattle negli Stati Uniti, Porto Alegre nel Brasile e ora Genova, che avrebbe potuto e dovuto essere un’ulteriore porta al futuro. Ho visto, in realtà  e contesti differenti, la stessa guerra civile che avevo lasciato, provvisoriamente, sulla sponda dell’Atlantico, in Liberia. Altre le modalità ma il resto c’era tutto. Bande di mercenari delle parole e delle promesse, militari armati, elicotteri, camionette d’assalto, lacrimogeni, bombe carta, pestaggi e torture in luoghi al riparo da sguardi indiscreti. Una guerra civile tra visioni contrapposte del mondo, della vita, del futuro e soprattutto del presente. Lo ricordava bene l’amico Enrico Euli, docente a Cagliari, nei suoi scritti… La guerra è l’ultimo collante di una élite che si è impossessata degli Stati… quando agli inizi del XXI secolo, i cosiddetti ‘no global’ avevano posto le basi per una critica ecologica e pro-sociale della mondializzazione sfrenata a cui eravamo sottoposti, sono stati militarmente repressi, politicamente marginalizzati, culturalmente omessi… Ancora Euli ricorda che … l’uscita dal mito global ora avverrà ma per mano dello stesso G8 (Russia inclusa) che faceva trincee intorno ad esso, barricandosi allora in zone rosse e reticolati di guerra contro di noi e oggi attraverso un conflitto armato che li separa tra loro… la guerra globalizzata sta prendendo quindi il posto della globalizzazione economica… il dominio borghese si è stancato anche di essere liberale . (Punture di vista – Global/No -Global– 21 aprile 2022). Certo, durante il Genoa Social Forum ho avuto il privilegio di conoscere Ivan Illic, uno dei massimi pensatori della crisi dell’Occidente del ‘900. Don Oreste Benzi e Susan George alla scuola Diaz, prima dei massacri. Il ricordo dell’assassinio di Carlo Giuliani in piazza Alimonda. La manifestazione del sabato con centinaia di migliaia di giovani e, il giorno dopo sulle macerie, la lettura del G8 operata da Riccardo Petrella. Le guerre civili sono, appunto, il drammatico tentativo di messa in azione della frase scritta sulla struttura metallica della sopraelevata di Genova. “Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei”. L’etnia, la classe sociale, lo straniero e il barbaro sono tutti un nemico potenziale. Le categorie più vulnerabili ne costituiscono il bersaglio favorito. Ci troviamo in una guerra civile e i politici lo sanno molto bene. Non casualmente i cittadini comuni sono il nemico principale da controllare. Venticinque anni dopo siamo qui per dire che un’altra storia è possibile a condizione di opporsi alla confisca del futuro dei poveri.     Redazione Genova
July 11, 2026
Pressenza
Genova 2001 è insieme una ferita e un patrimonio
Riprendiamo dal sito di effimera.org questa recensione/presentazione del libro di Turi Palidda Vorrei partire da una considerazione molto semplice: il libro di Turi Palidda, (25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860, Multimage, Firenze, 2026), ci offre un’occasione preziosa non solo per tornare sui fatti del G8 di Genova, a venticinque anni di distanza, ma anche per ragionare su due questioni che restano ancora oggi molto attuali. La prima riguarda la continuità storica delle culture della sicurezza e delle polizie in Italia, che è il nucleo forte del libro. La seconda riguarda invece il significato politico di Genova 2001 come momento cruciale nella storia dei movimenti: non solo come trauma repressivo, ma come passaggio decisivo del ciclo no global o alter-globalista, e come snodo da cui si dipartono eredità che arrivano fino ai movimenti contemporanei, da quelli per la giustizia climatica a quelli contro la guerra e a sostegno della Palestina. Da questo punto di vista, credo che uno dei meriti principali del lavoro di Palidda sia quello di sottrarre il G8 a una lettura “eccezionalista”. Genova non viene presentata come una parentesi, come un incidente, come una deviazione improvvisa dello Stato di diritto, ma come la manifestazione particolarmente intensa e visibile di una lunga continuità nella formazione e nell’azione degli apparati di sicurezza. In questo senso, il G8 viene riletto dentro una genealogia storica ampia, che va dalla repressione delle rivolte popolari e operaie dell’Italia liberale, alle violenze di Stato del Novecento, fino alle forme contemporanee del securitarismo. Questa è una tesi che condivido in larga misura. Mi sembra infatti che il punto di Palidda sia molto netto e molto importante: la sicurezza, in Italia, non si è storicamente configurata come protezione universalistica della società, ma principalmente come difesa dell’ordine politico e sociale esistente, degli assetti di dominio e delle gerarchie costituite. La matrice militaresca delle polizie, di cui parla il libro, non è allora un residuo del passato, ma una struttura di lunga durata, che riemerge ogni volta che il conflitto sociale e politico assume una forma ampia, visibile e potenzialmente destabilizzante. La lettura del libro mi ha subito richiamato alla mente una scena di un celebre film che faccio vedere a lezione quando parlo di violenza politica di stato, e che trovo ancora oggi impressionante: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri. Nel monologo del Dottore, interpretato da Gian Maria Volonté, quando assume la guida dell’ufficio politico della polizia, c’è quella formula terribile e chiarissima: “la repressione è civiltà”. E dentro quella formula c’è una vera filosofia politica: il dissenso viene trattato come patologia, come malattia del corpo sociale; la repressione, anche violenta, viene pensata come terapia, come vaccino, come strumento di risanamento. Mi pare una chiave molto utile anche per leggere Genova e, più in generale, il modo in cui in Italia si è spesso guardato ai movimenti sociali: non come interlocutori conflittuali ma legittimi della democrazia, bensì come minacce da contenere, isolare o reprimere. E forse, come suggerisce il testo, proprio perché alcuni di quei movimenti risultano difficilmente compatibili con una forma di democrazia ridotta a gestione dell’ordine e neutralizzazione del conflitto. Io credo che a Genova questo sia apparso in modo plastico. E qui aggiungo anche una nota personale. Io a Genova c’ero. Come molti di quelli più anziani qui presenti ho partecipato alle manifestazioni, ho assistito agli scontri e alle violenze della polizia. Per fortuna non ho subito danni fisici e non sono stato fermato, ma sono rimasto profondamente colpito da ciò che ho visto e vissuto. In particolare, ho assistito agli scontri in corso Torino e all’attacco di carabinieri e polizia al corteo dei disobbedienti proveniente dal Carlini in via Tolemaide, il 20 luglio 2001. E lì si ebbe davvero la percezione di un salto di qualità: non la semplice gestione dura dell’ordine pubblico, ma una conduzione dello scontro tale da produrre escalation, caos, rottura del confine tra contenimento e punizione. In quelle ore maturarono gli eventi che portarono all’uccisione di Carlo Giuliani, poi ci furono gli scontri a Viale Kennedy il giorno dopo, il 21 luglio, e tutti sappiamo che la violenza sarebbe ulteriormente proseguita con la Diaz e Bolzaneto. Ma devo dire che sono rimasto impressionato anche da un altro aspetto: dalla combattività dei manifestanti, dalla dimensione di massa anche della conflittualità più dura e dirompente. Non, dunque, la solita rappresentazione rassicurante della “violenza di pochi infiltrati” (che c’erano, ma non furono determinanti), ma qualcosa di più complesso: la presenza di una radicalità diffusa, la partecipazione di migliaia e migliaia di giovani agli scontri con la polizia, che nasceva anche dalla percezione fortissima di trovarsi di fronte non a una semplice gestione dell’ordine, ma a una vera prova di forza politica e simbolica, alla quale provavano a resistere anche fisicamente. Però, ed e qui che vorrei spostare parzialmente il fuoco, Genova non può essere ricordata soltanto come il luogo della repressione. Sarebbe giusto e doveroso, ma non sufficiente. Genova è stata anche il punto più alto – e per certi versi il punto di crisi – di un ciclo di movimento straordinariamente importante, quello che abbiamo chiamato no global o alter-globalista. Un movimento transnazionale, plurale, composito, che aveva saputo mettere insieme sindacati, associazioni, ONG, centri sociali, reti cattoliche, attivismo pacifista, ambientalismo, femminismo, campagne sul debito, commercio equo, diritti dei migranti e, sebbene questo non piaccia a tutti, anche le componenti più radicali e conflittuali come il Blocco Nero. E soprattutto un movimento che aveva avuto la forza di porre al centro del dibattito pubblico una critica radicale alla globalizzazione neoliberale, ai suoi effetti sociali, ambientali e democratici. Questo è un punto da ricordare con forza, perché col senno di poi possiamo dire che molte delle questioni sollevate da quel movimento erano tutt’altro che velleitarie o marginali. Erano, al contrario, largamente anticipatrici: la critica al dominio della finanza, la denuncia dell’aumento delle disuguaglianze, la contestazione delle istituzioni economiche globali non democratiche, il nesso tra sfruttamento del lavoro e devastazione ambientale, il rifiuto della guerra come strumento di governo dell’ordine mondiale. In questo senso il movimento di Seattle, Porto Alegre, Genova aveva visto prima di molti altri alcuni tratti fondamentali del mondo contemporaneo. Da qui discende, secondo me, una domanda cruciale: quale eredità ha lasciato quel movimento? Non credo si possa rispondere dicendo semplicemente che è stato sconfitto, a volte la dicotomia vincitori-perdenti non è esplicativa, né che si sia dissolto senza lasciare tracce. Credo invece che la sua eredità sia stata insieme politico-organizzativa, politico-culturale e cognitiva. E’ stata innanzitutto un eredità politico-organizzativa, perché quel ciclo ha sperimentato forme di rete, di coordinamento transnazionale, di convergenza tra soggetti molto diversi, che ritroveremo in molti movimenti successivi. Non identiche, naturalmente, ma chiaramente debitrici di quell’esperienza. L’idea che lotte differenti possano costruire spazi comuni di mobilitazione, senza annullare le differenze, è stata una delle grandi innovazioni di quel ciclo. In questo senso, la formula nata nelle lotte più recenti, “convergere per insorgere”, dice comunque qualcosa di reale: cioè la ricerca di una convergenza conflittuale tra soggetti differenti, senza ridurli a unità fittizia. È stata poi un’eredità culturale e politica, perché il movimento alter-globalista ha sedimentato un lessico: beni comuni, giustizia globale, critica del neoliberismo, democrazia dal basso, connessione tra scala locale e scala globale e altri ancora. Tutti temi che riemergono, con linguaggi diversi, nei movimenti degli anni successivi. Ed è stata infine un’eredità cognitiva, nel senso che ha fornito chiavi di lettura del capitalismo globale che si sono rivelate durevolmente feconde. Molte mobilitazioni successive hanno attinto, direttamente o indirettamente, a quel patrimonio interpretativo. Penso, per esempio, ai movimenti per la giustizia climatica. Anche qui troviamo una forte critica sistemica, il rifiuto di separare la questione ambientale da quella sociale, l’idea che la crisi ecologica non sia un problema tecnico ma politico, e che investa i modi di produzione, di consumo e di accumulazione. In una certa misura, il passaggio dall’alter-globalismo alla climate justice è anche un passaggio di riformulazione del conflitto: ciò che allora si chiamava critica della globalizzazione neoliberale oggi si esprime spesso come critica dell’estrattivismo, del fossile, del capitalismo ecocida. Ma la matrice è, in buona parte, comune. Penso anche ai movimenti territoriali contro le grandi opere e contro la militarizzazione dei territori – la TAV, il Ponte sullo Stretto, il MUOS, e molte altre vertenze locali – in cui ritroviamo una parte importante di quell’eredità: la connessione tra locale e globale, tra difesa del territorio e critica dei modelli di sviluppo, tra esperienza vissuta e lettura sistemica dei processi di dominio. Se volessimo dirlo in uno slogan, potremmo quasi rovesciare una formula nota e dire: non solo “pensare globalmente e agire localmente”, ma anche pensare localmente e agire globalmente, cioè saper leggere nei conflitti territoriali nodi generali del capitalismo contemporaneo, per poi mobilitarsi a livello non solo locale ma anche transnazionale (p.e. il sostegno a Curdi e Palestinesi nei movimenti No Tav, No Ponte, No Muos, ecc.). Lo stesso vale per i movimenti contro la guerra. Il ciclo no global aveva già messo fortemente in luce il nesso tra globalizzazione neoliberista, militarizzazione e guerra. E non a caso uno dei suoi sbocchi più evidenti fu proprio la grande mobilitazione globale contro la guerra in Iraq del 2003: ricordate tutti i grandi cortei del 15 febbraio in 800 città di tutto il mondo, più di 20 milioni di manifestanti, di cui 3 a Roma. Anche oggi, nei movimenti contro la guerra e nelle mobilitazioni per la Palestina, ritroviamo un elemento fondamentale di quell’eredità: la capacita di connettere la critica degli assetti geopolitici con quella delle gerarchie economiche globali, del colonialismo, del razzismo e della produzione selettiva di vite sacrificabili. Ma anche altri movimenti contemporanei, come quello transfemminista e contro la violenza di genere, sono stati influenzati dal quel ciclo globale di mobilitazioni (p.e. la Marcia Mondiale delle Donne). Naturalmente non bisogna forzare le analogie. I movimenti attuali sono diversi da quelli di allora: per composizione sociale, repertori d’azione, rapporto con il digitale, linguaggi, temporalità, forme organizzative. E tuttavia mi pare che una linea di continuità ci sia, e che riguardi almeno tre aspetti: la dimensione transnazionale delle lotte, la critica del capitalismo neoliberista come sistema globale, e la ricerca di convergenze tra soggetti, attori sociopolitici e cause differenti. Se dovessi dirlo in forma molto sintetica, direi cosi: Genova ci lascia insieme una ferita e un patrimonio. La ferita è quella della repressione, della violenza di Stato, della consapevolezza brutale dei limiti della democrazia italiana quando si confronta con il conflitto radicale. Il patrimonio è invece quello di un movimento che ha saputo pensare il mondo in termini globali, che ha anticipato temi decisivi, e che ha lasciato strumenti politici e culturali a molti dei movimenti venuti dopo. Per questo credo che il libro di Palidda sia importante, ma che vada letto dentro una cornice un po’ più ampia. Ci aiuta a capire molto bene la continuità delle culture di polizia e della repressione in Italia. Ma proprio per questo ci spinge anche a non dimenticare che a Genova non c’era solo lo Stato che reprimeva: c’era anche un movimento che resisteva e provava a immaginare un altro mondo possibile. E, nonostante quella che per molti è stata una sconfitta, nonostante il trauma, molte delle sue istanze e delle sue rivendicazioni sono ancora qui presenti. Le ritroviamo nelle lotte territoriali, nei movimenti per la giustizia climatica, nelle mobilitazioni contro le guerre, le violenze di genere, nei movimenti antirazzisti, nelle campagne per la Palestina. Cambiano i contesti, cambiano i linguaggi, cambiano gli attori, ma solo fino a un certo punto, perché accanto alle nuove generazioni, che allora non erano neppure nate, continuano a esserci anche generazioni che quell’esperienza l’hanno attraversata direttamente e che, in forme diverse, ne hanno trasmesso memorie, pratiche e cornici interpretative. Dunque, concluderei così: ricordare Genova, a venticinque anni di distanza, non significa soltanto fare memoria di una repressione terribile, che va nominata e stigmatizzata fino in fondo. Significa anche riconoscere la forza anticipatrice di quel ciclo di movimenti e interrogarsi su ciò che di esso vive ancora nel presente. Se lo facciamo, Genova smette di essere solo una data tragica della nostra storia e torna a essere, anche, una domanda aperta sul rapporto tra democrazia (quale tipo?), conflitto e trasformazione sociale.   Redazione Italia
July 9, 2026
Pressenza
Non devo abituarmi
Non devo uccidere non devo tradire Questo lo so Devo imparare ancora una terza cosa: Non devo abituarmi Recita così uno degli scritti di Erich Fried, poeta austriaco ebreo. Costretto ad abbandonare Vienna per Londra dopo l’occupazione nazista morì in Germania nel 1988. Lavorò come bibliotecario, operaio chimico, giornalista e commentatore radio alla BBC. Forse per esperienza personale ha colto e sottolineato ciò che ha rischiato di condurlo alla scontatezza della vita. L’abitudine, lo sappiamo per esperienza è gloria e miseria degli umani. Struttura mentale e aiuto a sbrigare le mille sfide del quotidiano. Allo stesso tempo terribile spegnimento e normalizzazione di ciò che, in definitiva, rende la vita degna di essere vissuta. Com’è noto, la parola abitudine deriva dal tardo latino “habituare”. Si trasforma poi in ‘habitus’, modo di essere che ci condiziona, confeziona e ci ‘veste’ come qualcosa che ci sembra naturale. I sinonimi più comuni sono ‘avvezzare e assuefare’. Entrambi i verbi portano il peso, appunto, dell’abitudine. Finché poi, senza destare sospetto e nel trascorrere del tempo, come nel noto diario di Cesare Pavese, la vita diventa un mestiere. Una vita che cospira per abituarci a tutto. Dalla lista dei morti alle frontiere, alle guerre senza fine, alle violenze quotidiane e perfino alla bellezza. Ci si abitua a tutto e tutti. All’esilio, al carcere, alle menzogne e al sopruso. Ci si avvezza alla vita e all’ostinata presenza della morte. Alle democrazie di facciata e alle dittature militari come alla politica spettacolo. Ai genocidi come alla fame nel mondo e al capitalismo come religione. Ci si abitua anche all’assenza di Dio. Perché se mi abituo tradisco quelli che non si abituano perché se mi abituo uccido quelli che non si abituano al tradire e all’uccidere e all’abituarsi Abituarsi alla sofferenza dell’altro e alla complicità con l’ingiustizia perpetrata da chi detiene il potere è dunque, secondo Erich Fried, tradimento e uccisione di coloro che hanno resistito all’assuefazione. A qualche giorno dall’anniversario del Genova Social Forum in occasione del G8 del luglio 2001, queste parole diventano profezie. Aiutano a leggere il presente, bagnato dalla speranza e reiterano la  promessa di un altro mondo che è possibile. Se mi abituo anche solo all’inizio inizio ad abituarmi alla fine Il ripudio della guerra, stampato nella costituzione italiana e puntualmente tradito da allora, dovrebbe tradursi nel ripudio all’abitudine di ogni forma di tradimento dell’umano. Ci siamo fin troppo abituati all’inizio ed è forse giunta l’ora di non assuefarsi alla fine.     Redazione Genova
July 5, 2026
Pressenza
Fare memoria del G8 di Genova 25 anni dopo
In occasione della pubblicazione dell’ultimo libro di Turi Palidda, 25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860” (Multimage, Firenze, 2026),  la Redazione di Palermo  dell’Agenzia stampa Internazionale PRESSENZA organizza un incontro col sociologo dell’Università di Genova, per discutere attorno all’esperienza di quel primo straordinario movimento antagonista del nostro paese che, nel luglio 2001, irrompeva sulla scena della globalizzazione. Palidda propone nel suo testo una lettura di quella moltitudine all’interno «di una ricostruzione della continuità del governo della sicurezza e delle polizie da sempre forgiate con l’impronta militaresca sin dal 1860. Hanno sempre protetto i dominanti per garantirne i profitti, negando la protezione dei lavoratori e della maggioranza della popolazione rispetto alle insicurezze ignorate dalle autorità e dalle polizie (con la conseguenza di una elevata mortalità sul lavoro, da contaminazioni tossiche e da crimini ecologici)». Non potremo mai dimenticare, infatti, le torture perpetrate nella caserma Bolzaneto e alla scuola media Diaz. Né scorderemo mai l’assassinio di Carlo Giuliani. Al dibattito con l’autore prenderanno parte: Ferdinando Alliata (Cobas-scuola), Rosario Sciortino (Proletari comunisti), Franco Ingrillì (Rete Ambulatori Popolari). Coordinerà e introdurrà i lavori Enzo Abbinanti, della redazione panormita di PRESSENZA. L’appuntamento è per venerdì 3 luglio alle ore 17 presso l’Associazione Culturale-Ricreativa “Stardust”, in via Domenico Trentacoste n.19. Redazione Palermo
June 25, 2026
Pressenza
Genova 2001, 25 anni dopo. La memoria, la democrazia e il ruolo dei movimenti nel mondo globale
A venticinque anni dal G8 di Genova, Vittorio Agnoletto – allora portavoce del Genoa Social Forum, la vasta rete di associazioni, sindacati, ONG e movimenti che coordinò le mobilitazioni in occasione del vertice dei grandi della Terra – ripercorre il significato profondo di quell’esperienza e ne analizza l’eredità politica, sociale e culturale. Il Genoa Social Forum rappresentò un punto di convergenza senza precedenti per il movimento altermondialista, dando voce a istanze diverse ma unite dalla critica al modello neoliberista e dalla richiesta di maggiore giustizia globale. In questa intervista, Agnoletto riflette non solo su ciò che accadde in quei giorni del 2001, ma anche su ciò che quel movimento aveva saputo intuire in anticipo: i rischi della finanziarizzazione dell’economia, l’aumento delle disuguaglianze, il ruolo delle istituzioni internazionali e la crisi della democrazia rappresentativa. Allo stesso tempo, offre una lettura del presente, segnato dall’emergere di nuovi equilibri di potere, dall’intreccio tra politica, economia e tecnologie digitali e da una progressiva riduzione degli spazi democratici. Tra memoria e attualità, il racconto restituisce il valore di Genova come momento spartiacque, ancora oggi fondamentale per comprendere le trasformazioni del mondo globale e le sfide che i movimenti sociali si trovano ad affrontare nel tentativo di difendere diritti, partecipazione e futuro. A 25 anni di distanza, quale pensi sia l’eredità principale del G8 di Genova per la democrazia italiana ed europea? Il senso, a 25 anni di distanza, di quel movimento è l’importanza della difesa di uno spazio pubblico che deve essere inscindibilmente legato al protagonismo delle persone. Genova era inserita dentro un movimento più ampio: una delle tappe del percorso altermondialista iniziato con le contestazioni di Seattle nel 1999 e proseguito con il primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre. In quel movimento vi era la consapevolezza che il mondo fosse uno solo e che realtà, soggetti sociali e movimenti anche molto diversi dovessero lavorare insieme per impedire che continuasse a prevalere un modello di sviluppo neoliberista che, secondo noi, avrebbe portato alla catastrofe. Quali erano le analisi e le proposte di quel movimento? Da un lato contestavamo la finanziarizzazione dell’economia, rivendicando la priorità dell’economia reale e il protagonismo dei movimenti e dei lavoratori; dall’altro proponevamo forme di democrazia partecipata, come il bilancio partecipativo negli enti locali. Avevamo ragione: siamo stati capaci di comprendere i rischi verso cui la globalizzazione neoliberista ci stava trascinando. Le nostre analisi erano estremamente precise e accompagnate da proposte alternative. Contestavamo un mondo fondato sulla legge del più forte, criticavamo la produzione e il mercato delle armi e il ruolo di istituzioni come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, strumenti del capitale internazionale. Il G8 rappresentava la cabina di regia dei governi più influenti del mondo occidentale. Quali limiti ha avuto quel movimento? Non ritengo che abbiamo avuto significativi limiti nell’analisi, ma nella capacità di comunicazione. Non siamo riusciti a spiegare in modo efficace, soprattutto alle classi subalterne, ciò che stava accadendo. Non siamo riusciti a trasformare le nostre analisi in conoscenze capaci di incidere sulla vita quotidiana delle fasce più deboli. Cercavamo di spiegare a piccoli imprenditori, lavoratori e agricoltori che il vero avversario era il capitale globale e le grandi multinazionali, ma questo messaggio è stato sconfitto da narrazioni più semplici, come quella leghista, che individuava nei migranti il nemico. Così i più deboli si sono trovati a combattere contro altri soggetti deboli, mentre i meccanismi della globalizzazione – come delocalizzazione e libero commercio – producevano effetti devastanti. In cosa è cambiato oggi il comportamento delle élite globali rispetto ad allora? All’epoca le élite negavano l’esistenza dei rischi per l’umanità che noi segnalavamo con forza, ma, almeno formalmente, difendevano l’architettura internazionale nata dopo la Seconda guerra mondiale: ONU, diritti internazionali, trattati contro le armi nucleari. Oggi, invece, queste strutture vengono apertamente messe in discussione. Non esiste più nemmeno una difesa formale delle regole: si afferma esplicitamente che deve governare il più forte. Lo vediamo negli Stati Uniti con Trump, ma anche in Europa e in Italia, dove viene messa in discussione la separazione dei poteri: il potere legislativo si indebolisce, quello giudiziario viene attaccato e il sistema mediatico, messo sotto pressione, tende ad adattarsi al potere politico. Quali nuove dinamiche di potere stanno emergendo nel mondo contemporaneo? Oggi emerge con forza l’intreccio tra potere politico, economico e Big Tech. Le grandi aziende tecnologiche, legate anche allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, forniscono servizi ai governi – anche militari – e allo stesso tempo, esercitano un controllo sempre più forte, basato su tecnologie invasive e sulla gestione dei dati. Si afferma una nuova élite tecnocratica che rivendica il diritto di governare in base al merito e alla superiorità tecnologica ed economica. Questo porta a una progressiva riduzione dello spazio democratico, attraverso un pesante controllo sociale, esercitato, in Italia, attraverso i vari decreti sicurezza e una gestione della comunicazione totalmente subalterna al pensiero dominante. Qual è oggi il ruolo dei movimenti sociali e quali sono le sfide future? In questo contesto, i movimenti sociali rappresentano l’unica alternativa possibile. Difendono lo spazio pubblico come luogo di incontro, organizzazione e conflitto culturale e politico. Oggi non si tratta più solo di spostare l’asse politico, ma di obiettivi più radicali: la sopravvivenza del pianeta e il futuro dell’umanità. Siamo dentro una deriva autoritaria in cui il potere politico, economico e tecnologico si intrecciano cancellando gli spazi democratici mettendo in discussione perfino la possibilità di fare politica che, ricordiamolo, altro non è che il diritto/dovere di occuparsi della res publica. I movimenti devono agire sia a livello locale sia globale: le vertenze territoriali devono collegarsi a reti transnazionali, perché le sfide – dal clima alla distribuzione della ricchezza, dalla finanziarizzazione ai paradisi fiscali – sono globali. Allo stesso tempo devono confrontarsi con la rete: da un lato influenzare gli strumenti dominanti, dall’altro costruire spazi digitali alternativi. Come aveva previsto Naomi Klein, ogni crisi – dalla pandemia alle guerre – diventa un’opportunità di profitto per le élite. Le tragedie collettive producono arricchimento per pochi, attraverso industria farmaceutica, bellica e processi di ricostruzione speculativa. Questa è una contraddizione centrale del nostro tempo: ciò che è tragedia per la maggioranza diventa opportunità per chi detiene il potere. Il cambiamento può venire solo dai movimenti e dalla società civile. intervista comparsa su Unimondo. Atlante delle guerre Laura Tussi
June 13, 2026
Pressenza