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Università pubblica: la politica del soffocamento e la resa dei rettori
Non si ferma il soffocamento dell’università pubblica. E’ confermato che nel 2026 il finanziamento complessivo non registrerà alcun aumento reale. Ora è in arrivo il decreto con cui il fondo verrà ripartito tra gli atenei: non solo poche risorse, ma regole di distribuzione che condannano al declino la maggior parte delle università italiane. Lo scorso 26 giugno, al Tecnopolo Dama di Bologna, la ministra Anna Maria Bernini aveva annunciato con toni trionfali (nel pieno stile autocelebrativo di questo governo) 50 milioni di euro aggiuntivi per l’FFO, il fondo di finanziamento ordinario. Una cifra irrisoria rispetto a un fondo che vale circa 9,4 miliardi. Ma comunque quell’aumento, nella sostanza, non c’è. Il fondo complessivo rimane praticamente fermo in termini nominali e risulta persino ridotto se si considera che nella sua composizione entrano partite spostate da altri capitoli, come il piano straordinario per i ricercatori del Pnrr (circa 11 milioni di euro), che, per altro, stabilizzerà solo una minima parte degli oltre ottomila precari con contratto in scadenza (perché sottodimensionato rispetto a quanto sarebbe necessario, e perché sarà solo in parte utilizzato da diversi atenei per ragioni che sarebbe interessante approfondire). Sancito il sottofinanziamento, è in arrivo ora il decreto di riparto. La bozza è pronta e ha appena ricevuto (il 23 luglio) parere favorevole dal Consiglio universitario, proprio mentre lo stesso Cun è sotto attacco, per essere ridotto a spettatore passivo da un progetto di riforma già al Senato. I numeridella bozza raccontano una spartizione impietosa: 53 atenei su 66 avranno nominalmente un incremento dello 0%, che in realtà, considerando inflazione e spostamento di partite di bilancio, significa un arretramento. E poteva venire fuori qualcosa di perfino peggiore, se si considera che è solo attraverso un patto solidaristico tra atenei che la clausola di salvaguardia ha fermato le variazioni minime allo 0% (per molti atenei altrimenti si sarebbe avuta una variazione negativa rispetto al 2025, anche in termini nominali). Questo è il risultato dell’imposizione, da parte del ministero, di un meccanismo di riparto fondato su criteri dimensionali (non è un percorso iniziato da questo governo, ma questo governo persevera sulla stessa disastrosa strada). Due terzi dell’FFO (il rimanente è prevalentemente attribuito via quota storica) vengono distribuiti attraverso due algoritmi. Il primo è il famigerato costo standard, basato sul numero di studenti. È il dispositivo che spinge gli atenei a inseguire iscritti in ogni modo possibile, alimentando derive da “laureificio” sempre più vicine al modello delle telematiche: corsi online senza adeguate infrastrutture, abbassamento della qualità, corsi acchiappa-iscritti al posto dei saperi che non fanno massa ma restano strategici per il paese. Un meccanismo suicida se si guarda alla demografia: l’Istat certifica che le nascite in Italia sono crollate di oltre un terzo dal 2010 a oggi, e questo significa che nei prossimi quindici anni la platea potenziale di studenti si ridurrà nella stessa proporzione. Ancorare il finanziamento a un numero di iscritti che strutturalmente si assottiglia condanna gli atenei medi e piccoli a una asfissia lenta e programmata. La quota riferibile al costo standard, per di più, nel 2026 aumenta, passando dal 36% al 38% dell’FFO. Il secondo algoritmo è la cosiddetta quota premiale. Ma di premiale ha pochissimo. Per come è calcolata, la quota premiale si rivela quasi perfettamente proporzionale alla dimensione degli organici. Il sistema di valutazione della ricerca, infatti, oltre a essere contestato da larga parte della comunità scientifica, incide molto meno di quanto la retorica ministeriale lasci intendere e finisce per pesare pochissimo sull’FFO: conta chi ha più docenti, non chi fa ricerca di qualità. Messi insieme, i due meccanismi innescano una spirale, che fa arrivare le briciole ai pochi atenei già forti, mentre il resto del sistema arretra. La ragione è semplice da comprendere: i criteri di riparto definiscono come distribuire una torta che non cresce (cioè l’FFO complessivo), e se alcuni (pochissimi) atenei prendono più risorse, gli altri (molti) inevitabilmente ne prendono sempre di meno. Anno dopo anno, il grosso del sistema universitario è quindi costretto a tagliare servizi, offerta didattica, progettualità scientifica e reclutamento, perdendo studenti e organico, avvitandosi in un pericoloso circolo vizioso, da cui sarà sempre più difficile uscire. Questa non è la conseguenza di una sbadata scelta tecnica. E’ bensì il prodotto della consapevole scelta politica di svuotare la funzione sociale dell’università pubblica come strumento di coesione, mobilità e produzione di conoscenza. Da un lato, le telematiche continuano a beneficiare di regole di favore nei requisiti di accreditamento: basti pensare che hanno quintuplicato (+468%) i propri iscritti nell’ultimo decennio. Dall’altra, gli atenei pubblici vengono spinti verso una gestione sempre più contabile e di pura sopravvivenza, che azzera la missione culturale delle università e la loro capacità strategica. Non sorprende, ma preoccupa, che la Conferenza dei rettori (la Crui) si divida tra chi gioca la propria partita da una posizione di vantaggio e chi si appiattisce sulla linea della ministra, per affinità politica o per timore. Rettori forti in casa propria, deboli di fronte al governo (con solo alcune, pochissime, voci fuori dal coro). Un’amara delusione, perché sarebbe invece possibile costruire un fronte comune di opposizione a una politica ormai pluriennale di strozzamento dell’università. Da chi rappresenta la voce delle comunità universitarie, ci si aspetterebbe ben altra visione. Il quadro si completa con l’offensiva sulla governance: la riforma del reclutamento, già approvata al Senato, che abolisce l’ASN e spinge ad un salto nel vuoto, tra rischi di localismo e opacità nella gestione dei concorsi (difficile, ad oggi, prevederne le conseguenze); la riforma del Cun, che lo relegherà a una posizione di subalternità rispetto al ministero, con la rappresentanza di ricercatori e studenti tagliata; la (per ora arenata) riforma proposta della commissione presieduta da Ernesto Galli della Loggia, che mirerebbe a rafforzare ulteriormente i rettori e i consigli di amministrazione a scapito della partecipazione delle comunità universitarie. È la parabola aperta dalla legge Gelmini, che aveva già spostato il baricentro a favore dei consigli d’amministrazione, per arrivare, alla fine, a università governate come aziende, verticalizzate e prive di democrazia interna, non come istituzioni culturali. Il precipitato di tutto questo non è solo precariato, tagli e divari territoriali in crescita. È la perdita, pezzo dopo pezzo, di uno dei luoghi in cui si costruisce conflitto, discussione, progetto: uno dei pilastri dell’infrastruttura democratica del paese. Forse è proprio questo l’obiettivo. La storia ci ha già mostrato dove portano le società che impoveriscono sistematicamente i propri luoghi di conoscenza. Il problema non è soltanto la caduta. È l’atterraggio. Versione estesa di un articolo apparso sul Manifesto il 24 luglio 2026
July 27, 2026
ROARS
TELT, una società in cerca di nuovi finanziamenti nega la rendicontazione delle proprie attività
Con l’Accordo del 2012 è stata creata la società franco-italiana TELT, promotore pubblico e ente aggiudicatore (stazione appaltante) indicata all’art. 6 dell’Accordo 2012, incaricata di realizzare la sezione transfrontaliera della seconda linea ferroviaria tra Torino e Lione di 65 km comprensiva di un tunnel a due canne di 57,5 km di cui 12,5 in territorio italiano e 45 in territorio francese. Il profilo di TELT TELT dispone di poteri e responsabilità, ecco uno stralcio dall’Accordo del 2012: “Il promotore pubblico ha la qualifica di gestore dell’infrastruttura e potrà delegare tutte o alcune delle missioni che gli sono affidate concludendo accordi con altri gestori di infrastrutture dei due Stati. Esso è l’unico responsabile della conclusione e del monitoraggio dell’esecuzione dei contratti, richiesti dalla progettazione, dalla realizzazione e dall’esercizio della sezione transfrontaliera dell’opera. È altresì competente ad effettuare qualsiasi operazione in grado di facilitare la realizzazione delle missioni sopra elencate.” Nel suo sito TELT afferma che “si impegna a rispettare gli accordi internazionali e a realizzare l’infrastruttura nei tempi previsti e nel pieno rispetto non solo dei più alti standard qualitativi, ma anche dell’ambiente e della legalità.” Se il potere di TELT è quasi “infinito”, la comunicazione ai suoi azionisti (i cittadini contribuenti) è “finita” e si limita a narrare i fatti come successi. Manca la rendicontazione Mentre nel sito di TELT non vi è alcuna traccia della rendicontazione contabile obbligatoria per legge, PresidioEuropa ha pubblicato tutti i Bilanci LTF e TELT. Scarse o nulle sono le informazioni che TELT fornisce circa l’aumento del costo dei lavori giunto a €16,1 miliardi (un aumento del 187% sul costo iniziale di €8,6 miliardi), sulle retribuzioni dei dirigenti, sulle cause dei ritardi nei lavori di almeno 5 anni, sui problemi geologici incontrati, sui feriti e sui morti sul lavoro, sui danni causati all’ambiente e agli acquiferi, sui contenziosi con le imprese appaltatrici, sulle trattative in UE con CINEA, sulle spese non direttamente inerenti i lavori di realizzazione del tunnel, quali ad esempio le innumerevoli attività di relazioni pubbliche. I media ricevono da TELT informazioni riservate e rassicuranti che li porta a fornire ai lettori il racconto di un’impresa che avanza sicura nel futuro, con l’inaugurazione del tunnel nel 2034 (anni fa era prevista con certezza nel 2029). Ironicamente l’acronimo di TELT potrebbe essere Tacete  E  Lasciateci  Trafficare. Una visione alternativa Da parte nostra ci permettiamo di dubitare fortemente che questa previsione corrisponda al vero. I lavori sono finanziati con irregolare lentezza da Italia, Francia e UE. L’ultimo finanziamento CEF2 della UE di €700 milioni è stato erogato nel gennaio 2024 e ha impegnato TELT a svolgere lavori per €1,4 miliardi entro il 30 giugno 2026. Il prossimo finanziamento della UE potrebbe essere disponibile solo nella seconda metà del 2028. TELT informa che i lavori procedono con regolarità, si può dunque ritenere che avrà realizzato entro la fine di giugno 2026 tutte le opere previste dal suddetto finanziamento CEF2. Come TELT troverà nuovi finanziamenti per evitare la sospensione delle sue attività In attesa che il Parlamento europeo approvi il Bilancio UE 2028-2034, dal 1° luglio 2026 fino ad almeno il 30 giugno 2028 TELT non disporrà di alcun finanziamento europeo, una spiacevole situazione che potrebbe fermare i cantieri e la stessa attività di TELT che non dispone di fondi propri. Per chiarire la situazione abbiamo chiesto a TELT in che modo finanzierà i suoi costi e pagherà le società appaltatrici per consentire di proseguire la loro attività dopo il 30 giugno 2026. La Direttrice Generale Aggiunta Italia di TELT ing. Manuela Rocca afferma: “Con riferimento alla Sua richiesta si rappresenta che, nel corso degli ultimi mesi, sono state puntualmente fornite tutte le indicazioni e le precisazioni richieste, con particolare riferimento al finanziamento dell’opera da parte degli Stati e della Comunità europea ai sensi dei Trattati e dei Grant Agreement. Tali precisazioni sono ritenute dalla scrivente società pienamente esaustive. Alla luce di quanto precede, non si ravvisano ulteriori elementi da aggiungere.” Questa risposta pare indicare la possibilità che l’Italia, e forse anche la Francia, forniscano i fondi secondo quanto previsto all’art. 17 dell’Accordo del 2012, rinunciando per questo periodo, e forse per il futuro, al cofinanziamento della UE. Italia e Francia dovranno chiarire Attendiamo conferme o smentite ufficiali dai Governi italiano e francese. PresidioEuropa No TAV
June 12, 2026
Pressenza