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Novi Ligure, l’ispezione al Liceo Amaldi per l’invito al corteo “Sudario di Gaza”
Il 5 ottobre 2026 il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha annunciato che l’Ufficio scolastico regionale del Piemonte ha disposto un’ispezione al Liceo “Edoardo Amaldi” di Novi Ligure. Oggetto della verifica è una comunicazione che, secondo la stampa, sarebbe apparsa nella bacheca del registro elettronico ClasseViva e inviterebbe gli studenti e le studentesse ad aderire al corteo “Sudario di Gaza“. Il ministero parla di possibile «utilizzo improprio di uno strumento istituzionale» e, «qualora i fatti riportati dalla stampa fossero confermati», di «grave violazione della deontologia professionale». Valditara ha aggiunto che l’indottrinamento «appartiene soltanto ai regimi totalitari». La segnalazione è attribuita al capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, che ha ringraziato il ministro. Elisabetta Piccolotti (Avs, Commissione Cultura) ha definito il clima nelle scuole “asfissiante”. Il 6 ottobre, secondo un titolo di Radio Gold (clicca qui per la notizia), la segreteria della Cgil e la Flc hanno espresso sostegno alla dirigenza. Alunne/i ed ex alunne/i hanno pubblicato una lettera in difesa della scuola, senza nomi né numero dei firmatari: la lettera riconosce l’esistenza della comunicazione e delle verifiche, dichiara rispetto per le istituzioni e chiede che il giudizio non si estenda all’intera comunità scolastica. Il dirigente ha precisato che l’evento di Alessandria, in orario extrascolastico, era «un’iniziativa promossa in autonomia da un’ampia rete della società civile e da associazioni a carattere del tutto apartitico». Il riferimento a un «viaggio in treno organizzato dall’Istituto» sarebbe derivato da “un’imprecisione redazionale”: si trattava di un servizio informale di coordinamento e accompagnamento offerto da alcune/i docenti a studenti, studentesse e personale che avessero scelto di partecipare a titolo personale e volontario. L’iniziativa, ha aggiunto, «non ha mai configurato un’uscita didattica o una gita scolastica ufficiale». Il testo originale della comunicazione non risulta pubblicato da nessuna fonte. Il corteo si è svolto ad Alessandria il 10 ottobre, con “oltre mille persone” secondo il titolo di Radio Gold. Era una commemorazione silenziosa: un telo di 25 metri con i nomi scritti a mano di 18.457 minori uccisi a Gaza, la lettura parziale dei nomi, una poesia. Sul piano giuridico la questione è duplice. La prima riguarda lo strumento: se il registro elettronico sia stato usato per convocare gli studenti e le studentesse va accertato sul testo della comunicazione, e l’ispezione serve a questo. La seconda riguarda la qualificazione: indottrinare significa imporre un’ideologia, e l’invito a una commemorazione di vittime civili e minorenni, fondata su un elenco di nomi, non è di per sé questo. Il ministero ha qualificato la manifestazione prima di conoscere il testo, mentre l’accertamento non lo richiedeva. La stessa verifica appare del resto sproporzionata rispetto all’oggetto: davvero il ministero non ha altre cose più importanti e urgenti di cui occuparsi? Nell’Antigone di Sofocle, la protagonista afferma di non credere che i decreti del re abbiano tanta forza da permettere a un mortale di calpestare le leggi divine, non scritte e incrollabili. Antigone parlava di leggi divine; noi preferiamo appellarci alle leggi, anch’esse non scritte e immutabili, che fanno l’essere umano e che sono il fondamento di una giusta disobbedienza civile. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Prove tecniche di applicazione del DDL 1004: no al ‘Sudario per Gaza’ nelle scuole
Sabato 10 ottobre, Alessandria ospiterà una solenne iniziativa di denuncia e memoria: la sfilata del Sudario di Gaza. Si tratta di un immenso telo bianco, lungo 25 metri, su cui sono stati scritti a mano i nomi dei 18.457 bambini e bambine (da 0 a 18 anni) uccisi a Gaza dall’esercito israeliano tra ottobre 2023 e luglio 2025. L’appuntamento è alle ore 14.30 in c.so Acqui ang. Via De Amicis; da qui il Sudario sarà portato in corteo fino a p.tta della Lega. Il Sudario di Gaza rappresenta il telo bianco (kafan) che avvolge i corpi dei defunti nel rito funerario islamico. Questo gesto simboleggia l’uguaglianza di tutti gli esseri umani davanti a Dio, poiché ognuno viene sepolto allo stesso modo. L’iniziativa è organizzata dal Coordinamento per la Palestina, una rete provinciale di associazioni, cittadini e cittadine. Carnia per la pace ha ideato e realizzato interamente a mano questa straordinaria e dolorosa opera di memoria collettiva Queste le dichiarazioni del Coordinamento per la Palestina: “Con il Sudario di Gaza commemoriamo i 18457 minori uccisi a Gaza da ottobre 2023 a luglio 2025 e con loro tutti i bambini e le bambine vittime innocenti delle guerre nel mondo. Oggi a Gaza sono oltre 21.000 perché si continua a morire ogni giorno, non solo per i bombardamenti e la violenza dell’esercito israeliano, ma anche per la mancanza di acqua, cibo e cure mediche. Noi cittadini e cittadine abbiamo il dovere morale di scendere in piazza per chiedere pace e giustizia. Più saremo a sorreggere il Sudario, più forte sarà il nostro messaggio. Esprimiamo la massima solidarietà alla dirigenza scolastica del Liceo Amaldi di Novi Ligure, oggetto di un’ispezione disposta dal Ministro dell’Istruzione per aver pubblicato sulla bacheca elettronica dell’istituto una comunicazione relativa all’iniziativa. Teniamo a precisare che il Liceo Amaldi non ha patrocinato, finanziato né organizzato il corteo; si è limitato a segnalare a docenti e studenti un evento extrascolastico, la cui adesione resta del tutto individuale e volontaria. Il Sudario porta con sé un messaggio di pace e una richiesta di giustizia, una scelta di campo contro la guerra e il genocidio, condivisa da una vasta comunità di cittadini e ispirata al principio cardine della nostra Costituzione: L’Italia ripudia la guerra. Crediamo che la scuola debba essere il luogo in cui si forma la coscienza critica delle nuove generazioni attraverso il confronto e la pluralità. È in questo solco che il Liceo Amaldi ha scelto di operare.” In anteprima il passaggio del Sudario a Como   Redazione Torino
October 6, 2026
Pressenza
Il Sudario dei bambini di Gaza per le vie di Catania
Catania non ha dimenticato la Palestina, lo dimostrano iniziative che hanno trovato ampia risposta in città come il concerto dell’ultima domenica di settembre all’arena Argentina, che ha fatto registrare il pieno, lasciando in piedi molti spettatori. Il venerdì precedente, invece, la città è stata attraversata da un corteo commosso e silenzioso che trasportava il sudario su cui – per iniziativa di un docente di Pozzallo e dei suoi alunni – sono scritti i nomi degli oltre 18mila bambine e bambini uccisi a Gaza. Ce ne parla oggi Nino Bellia, uno degli organizzatori della manifestazione. A Piazza Stesicoro pioviggina. Già lungo via Etnea gli ispiratori e depositari del Sudario provvedono in fretta a riavvolgere i settanta metri di lenzuolo, cucito con pazienza da un’amica sarta. Un monumento di memoria viva che dovrà ancora girare per città e scuole. Quante più possibile. Da salvaguardare. Una bandiera della giustizia mortificata e ostinatamente riaffermata, un vessillo di maternità e paternità stroncate, ma inestirpabili, di fratellanza negata, irrisa, umiliata. Eppure, a dispetto dell’indifferenza e delle complicità, fraternità, maternità, paternità riproposte con forza, a rintocchi vibranti, un hand drum che riecheggia sul mondo, come un’indicazione vocale, un lampeggiante insopprimibile, insistente, a indicarci l’unica via per il Futuro, per tutti noi e per i nostri figli. Per l’Umanità. E’ il Sudario dei bambini di Gaza. Dopo le esperienze di Monte Sole, della Carnia, di Cremona e di altre città in Italia, come gli amanuensi degli  antichi monasteri, gli studenti dell’Istituto Giorgio La Pira di Pozzallo vi hanno trascritto i nomi di 18.500 bambini ammazzati nella Striscia di Gaza durante questi anni di lucido, folle, malvagio, mai cessato genocidio. “Mi rivolgo a voi, cittadini sul suolo di Catania, voi che oggi portate i nomi dei miei figli e i nomi di tutti i figli…Sono una madre di Gaza…”. Anche solo uno sarebbe stato già troppo. Di sicuro un elenco impressionante, se si pensa a tutto lo strazio, alla lucida determinazione di chi ordina e di chi esegue, alle case bombardate. In modo sistematico, aritmetico, scientifico. Con intelligenza disumana e artificiale. Disumana e bestiale. Disumana e diabolica. Una lista che si apre coi nomi dei bambini israeliani trucidati il 7 ottobre da Hamas, e che continua all’infinito coi nomi dei palestinesi, fino a sfociare in un lenzuolo bianco, non scritto. Non ancora. Lì c’è spazio anche per chi resta senza nome, anche per gli innocenti di cui non sappiamo nulla, anche per quelli uccisi in tanti altri conflitti, noti o ignorati, sparsi per il mondo. I diciottomilacinquecento nomi non sono che piccole onde d’inchiostro, macule e grumi ricomposti in sillabe. Ma sillabe pronunciate ad alta voce, nel silenzio assorto di un corteo che rinuncia agli slogans. Sillabe che tornano respiro di vita. Dal Fiume al Mare. Dal Fiume al Cielo, insieme con gli aquiloni negati per divieto sionista ai piccoli Gazawi. “…Ero una madre, mi addormentavo e mi svegliavo con le loro risate, il loro profumo, la loro adorabile monelleria e i loro zaini di scuola riposti, in attesa del domani…”.  Gli aquiloni…come armi improprie, armi della gioia e della speranza. Vietati a Gaza! Grazie all’impegno serrato, a tratti compresso e teso, sofferto e contrastato, ma alla fine efficace e fecondo, di molti, una rete a maglie fitte e robuste: credenti e non credenti, atei e agnostici. Una manifestazione senza primogeniture, senza imprimatur e senza autoreferenzialità. Una Via del Sudario: laica, certo, perché di tutti, profondamente religiosa e profondamente politica, perché semplicemente, profondamente umana. ALI, Amnesty International, Restiamo Umani, U.D.I., Religioni in Dialogo, Pax Christi, Comitato Catanesi Solidali col Popolo Palestinese, Collettivo Donne per la Palestina, gli stessi responsabili della Digos… e quante altre associazioni? arduo citarle tutte…gli imam, i pastori e le pastore, insegnanti e studenti, i gruppi di scout. Tante piccole realtà di impegno civile, famiglie coi bambini, singole persone che non si arrendono alla tragedia, e che continuano a denunciare e a dare sostegno e speranza. E poi gli artisti. I nostri. Che esprimono l’anima di questa Città. Canto e musica come brezza per innalzare al cielo nuovi aquiloni. Come vento di mare per innalzare e gonfiare a vela quel lenzuolo vergato di sangue. A Catania, in quei due giorni di fine settembre, dal Porto a via Crociferi, da via di San Giuliano a Piazza Stesicoro, la gente ascolta nomi e strumenti: una tromba… centinaia di riscignoli…diecine di brogne… La tromba per un silenzio rispettoso e dolente, da funerale. I riscignoli, fischietti ad acqua per la speranza al culmine della disperazione, per la vita in presenza del lutto. Le brogne, sirena e corno di una Nave che salpa. Un’Arca con equipaggio infinito, di presenti e di assenti, di partiti e ritornati. Un’Arca della salvezza. Non per un popolo solo, non per un popolo eletto e autorizzato a sterminare gli altri. Ma per tutto il mondo, per tutto il tempo a venire, per tutto il tempo che ci resta e che resta. Una nuova, inarrestabile Sumud Flotilla. A qualunque costo. Per il 25 le previsioni meteo non potevano essere più infauste. Proprio alle 17 ci doveva essere pioggia scrosciante. Alle 17 niente pioggia, nuvole e sole. Quanti saremo stati a partire dal Porto? Nel cielo di fine settembre, ancora qualche rondine insiste, insieme coi gabbiani. Quanti saremo stati a sfilare in quel corteo? Man mano che si procede, al posto delle rondini, sui cornicioni dei palazzi storici di Catania compare qualche corvo, gracchia qualche cornacchia. Non c’è tempo per voltarci indietro e fare la conta. Il corteo del Sudario a Catania, nonostante le minacce di pioggia, malgrado la recentissima riapertura delle scuole, è un corteo nutrito e intimamente motivato. “…La vostra presenza qui oggi mi dice che i miei figli non sono morti e caduti nell’oblio. Quando pronunciate i loro nomi uno ad uno, li state ripiantando nel terreno della memoria umana. Non vi chiedo di piangere per me. Vi chiedo di essere la voce di chi non ha voce…di rompere questo silenzio assordante del nostro dolore…”. Cento…duecento…cinquecento…mille? Lungo il cammino e nelle soste si canta.  “E io canto…e canto ancora…canto per sempre il mio dolore nel pianto…canterò sempre la luce del giorno…”. A Piazza Stesicoro, quando comincia uno stillicidio di pioggia, il corteo del Sudario dei bambini di Gaza si dirada necessariamente. Non è tempo per i più piccoli né per i più anziani. Se davanti all’Anfiteatro greco-romano fossimo rimasti in dieci…nove…otto…sette…sei…. se fosse rimasto solo Vincenzo Bellini! La voce e le parole di Samah Salhia, martire di Gaza, sarebbero risuonate con eguale potenza. E questo, solo questo ci sarebbe bastato. Per chi c’era e per chi non c’era. “…Sono la madre che ha perso due pezzi della sua anima, del suo cuore e della sua vita. Sono colei che si è addormentata al suono degli aerei e si è svegliata di fronte a una tragedia incredibile e insopportabile. …In un attimo le loro stanze si sono ridotte in cenere, lasciando solo i loro piccoli giocattoli a testimoniare la loro esistenza. Ci hanno rubato l’innocenza e ci hanno rubato il diritto al loro abbraccio e al calore del loro respiro…”. Una tale potenza da lasciare attoniti i presenti, le pietre antiche, le pareti e i balconi dei palazzi.  “…Ma ascoltatemi con attenzione…i miei figli non erano numeri nei notiziari. La loro età non era una semplice statistica. Erano sogni interi, adagiati in piccole bare bianche. Erano la primavera di Gaza, ingiustamente strappata via. Che il mondo sappia che i bambini di Gaza sognavano di diventare medici, pittori, ingegneri…che i nostri figli non erano semplici resti sparsi e insignificanti, caduti casualmente in una guerra cieca e ingiusta che non si cura delle loro vite; erano esseri umani veri, con nomi, sogni e anime pure e integre, ingiustamente rubate…. “Dalle profondità del nostro dolore, da sotto le macerie delle nostre case distrutte, vi dico: siamo ancora qui, resistiamo rimanendo…mostrando al mondo che l’amore che abbiamo nei nostri cuori per i nostri figli è più grande di tutti gli strumenti di morte. Figlio mio, figlia mia…anima mia che mi hai preceduto…Mi dispiace che il mondo fosse più piccolo dei tuoi sogni, ma non vi dimenticheremo mai…” Redazione Sicilia
October 5, 2026
Pressenza
“Oggi abbiamo fatto scuola”: il sudario di Gaza nelle periferie di Palermo
“Oggi abbiamo fatto una giornata di scuola mettendo assieme le scuole. Oggi abbiamo chiamato l’appello e ci siamo accorti che 18.500 bambini sono assenti e lo saranno nei prossimi anni.” È questo il messaggio del Preside Giusto Catania all’arrivo del sudario con i nomi di 18500 bambini e bambine uccise a Gaza. “Perché attraverso il lavoro che si fa a scuola si possa ricostruire la pace, non serve solo la diplomazia dei governi ma anche la diplomazia del popolo”, aggiunge. Si rivolge alla popolazione scolastica di ben sedici scuole che hanno promosso o aderito, a Palermo, all’iniziativa di ieri, 2 ottobre, Giornata Internazionale della Nonviolenza. La strada è stata più lunga dei due chilometri che hanno visto sfilare, dal Cep a Borgo Nuovo, quartieri periferici della città, diverse migliaia di bambini e bambine della scuola dell’infanzia e della primaria, ragazzi e ragazze della scuola media e degli istituti superiori insieme ai loro presidi, docenti, genitori. Approvazione all’unanimità al Collegio dei docenti e lavoro nelle classi e con le famiglie hanno dato vita ad una grande manifestazione in solidarietà col popolo palestinese anche senza bisogno di bandiere, uniti, tutti e tutte, dal bianco delle magliette sotto il sole. “È più importante ricordare i bambini e le bambine uccise a Gaza, con i loro nomi, consapevoli che ci sono anche altri conflitti armati in altre parti del mondo. Ne abbiamo parlato sempre a scuola, anche negli anni passati, è un modo per fare politica e impegnarci nel sociale.” dice una giovane alunna dell’Istituto Tecnico Ascione. Un alunno dell’Istituto De Cosmi, qui con la sua classe, confessa che lui e i suoi compagni oggi risultano assenti alle lezioni, avendo deciso di partecipare anche senza l’adesione ufficiale della loro scuola. Poche parole di saluto dal Professor Susino dell’Istituto La Pira di Pozzallo, ideatore, insieme all’associazione Ali, del progetto che ha voluto raccogliere l’eredità di Giorgio La Pira, costruttore e animatore di pace. Dopo un breve intervento musicale di alcuni artisti locali, il Preside Catania nel salutare e ringraziare tutte e tutti, conclude: “In tanti anni di impegno politico e sociale non ho mai visto una manifestazione così grande in questo territorio, oggi invaso dalle parole d’ordine pace e basta genocidio a Gaza!” Ed è lo stesso appello che nel pomeriggio risuona per le vie del centro della città stretta attorno al lungo sudario, 70 metri di lutto, con il suo minuto di silenzio, ma soprattutto di solidarietà e lotta nelle parole e nel rumore necessario a farlo arrivare ai potenti della terra, tra i colori levati al cielo delle bandiere della Palestina, perché sono palestinesi le piccole vite spezzate e i numeri che gridano la nostra complicità e la nostra vergogna sono quelli della loro età accanto ai loro nomi. Chiude il corteo di circa duemila persone uno striscione di denuncia del ddl in discussione in Parlamento che identifica antisionismo ed antisemitismo imbavagliando la libera critica. Maria La Bianca
October 3, 2026
Pressenza
Il silenzio del Sudario: geopolitica della memoria e resistenza civile
Il “Sudario di Pozzallo”, conosciuto anche come Sudario della Memoria, è un lungo lenzuolo di 70 metri sul quale sono stati scritti a mano i nomi di 18.500 bambini morti nella Striscia di Gaza. Un’opera semplice nella sua realizzazione, ma di una forza simbolica straordinaria, perché restituisce un nome e una identità a vittime che rischiano di rimanere confinate dentro numeri e statistiche. Il Sudario è dedicato a Giorgio La Pira, il celebre “sindaco operatore di pace” nato proprio a Pozzallo, e nasce dall’iniziativa degli studenti, della dirigente scolastica e dei docenti dell’Istituto Giorgio La Pira di Pozzallo. A rendere possibile la realizzazione materiale del grande telo è stato anche il lavoro volontario di una sarta del luogo, che ha cucito insieme le lenzuola trasformandole in un’unica grande superficie della memoria. Il progetto ha assunto fin dall’inizio una forte dimensione comunitaria. Il Sudario è stato portato per la prima volta nelle strade di Pozzallo il 22 maggio 2026, in un corteo silenzioso interrotto soltanto dal suono dei fischietti dei ragazzi. Un silenzio scelto non come rassegnazione, ma come forma di denuncia e di responsabilità, rotto dal gesto dei giovani che hanno voluto richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla tragedia dei bambini palestinesi. Pochi giorni dopo, il 6 giugno, il grande telo è tornato a sfilare a Pozzallo nel corso di una marcia per la pace e il disarmo sostenuta da oltre 31 associazioni del territorio e dal Comitato Ibleo per la Pace e il Disarmo. Da quel momento il Sudario ha progressivamente superato i confini della città nella quale è nato, trasformandosi in un simbolo itinerante capace di mettere in relazione esperienze, associazioni, scuole e comunità impegnate nella richiesta di un cessate il fuoco e nella solidarietà verso la popolazione civile palestinese. Il suo significato va quindi oltre quello di una semplice testimonianza. Il Sudario può essere considerato un “monumento vivo”, perché non è collocato in uno spazio immobile, ma cammina, viene trasportato, mostrato e condiviso. Ogni tappa diventa così un’occasione di incontro e di riflessione, soprattutto per le giovani generazioni, chiamate a confrontarsi con una tragedia contemporanea che rischia di essere assorbita dal flusso incessante delle immagini e delle notizie. La forza del progetto sta proprio nella sua dimensione partecipativa. Quei nomi scritti a mano non rappresentano soltanto le vittime di una guerra: sono un invito a riconoscere ogni persona nella sua irripetibile dignità. Il gesto degli studenti, degli insegnanti e della comunità di Pozzallo trasforma così la memoria in una pratica civile, capace di attraversare i territori e di interrogare le coscienze. Nato nella città di Giorgio La Pira, Pozzallo, il Sudario assume inoltre un significato particolare. La sua itineranza richiama idealmente quella concezione della pace come costruzione concreta di relazioni tra popoli e comunità che caratterizzò l’impegno del sindaco di Firenze. Il telo diventa così una sorta di filo che unisce la memoria delle vittime alla responsabilità dei vivi. Il viaggio del Sudario sta e di migliaia di bambini venga trasformata in una cifra priva di volto e di storia? La risposta che arriva da Pozzallo è affidata a un gesto elementare e potentissimo: scrivere i nomi, custodirli, portarli con sé e consegnarli alla memoria collettiva. La percezione contemporanea dei conflitti armati è profondamente segnata da una progressiva anestetizzazione mediatica. La violenza sistemica rischia di essere ridotta a dato statistico, a numero di vittime, oppure a un flusso incessante di immagini decontestualizzate che, proprio per la loro continua esposizione, finiscono paradossalmente per perdere la capacità di interrogare le coscienze. In questo scenario di rimozione e assuefazione collettiva, le pratiche artistiche, educative e performative di cittadinanza attiva possono diventare strumenti fondamentali per riappropriarsi dello spazio pubblico e della memoria storica. Il progetto itinerante legato al “Sudario” si colloca precisamente in questo solco: non una semplice installazione simbolica, ma un dispositivo di testimonianza, denuncia e ricomposizione del tessuto sociale. Il concetto stesso di “Sudario” richiama una stratificazione di significati legati al lutto, alla morte, alla violenza estrema e alla cancellazione dell’identità individuale. Ma nell’azione promossa da attiviste e reti associative come ALI – Attivisti Uniti, questo simbolo viene profondamente trasformato: da immagine del dolore diventa una mappa della responsabilità collettiva, uno spazio nel quale la memoria si fa coscienza e la coscienza si traduce in azione. In questo senso il Sudario non è soltanto un lenzuolo lungo 70 metri. È un luogo simbolico nel quale il dolore diventa memoria, la memoria diventa responsabilità e la responsabilità si trasforma in una richiesta di pace. Un monumento vivo che, viaggiando da una comunità all’altra, continua a chiedere di non voltarsi dall’altra parte. Il telo, sottratto alla dimensione statica dell’esposizione e trasformato in un segno nomade, attraversa il territorio nazionale e mette in relazione persone, associazioni, scuole e comunità che scelgono di non arrendersi all’indifferenza. È proprio nella dimensione itinerante che il progetto acquista una particolare forza politica e pedagogica. Il Sudario non rimane fermo, non viene consegnato a un luogo della memoria separato dalla vita quotidiana: cammina insieme alle persone, entra nei territori, incontra comunità differenti e costruisce una rete di relazioni fondata sulla responsabilità e sulla partecipazione. La valenza educativa e politica di questa mobilitazione risiede nella capacità di coinvolgere i corpi e le coscienze al di fuori dei tradizionali circuiti istituzionali. Quando la politica appare incapace di esercitare fino in fondo il proprio ruolo di mediazione diplomatica, di prevenzione dei conflitti e di costruzione della pace, la società civile può assumersi la responsabilità etica della testimonianza. Non si tratta di sostituire la politica, ma di richiamarla alla propria responsabilità fondamentale: impedire che la guerra venga considerata inevitabile e che la violenza diventi un orizzonte normale della convivenza internazionale. Il viaggio del Sudario sta continuando attraverso diverse città italiane, affermando un principio semplice e radicale: la memoria non è un esercizio nostalgico, né una materia confinata nei libri di storia o nelle cerimonie commemorative. È una postura civile, una forma di resistenza all’oblio e alla disumanizzazione. In questa prospettiva il Sudario diventa anche un luogo simbolico di incontro. Un telo può sembrare fragile, ma proprio la sua fragilità ne costituisce la forza: può essere trasportato, condiviso, attraversato dalle mani e dagli sguardi di persone diverse. Può diventare una superficie sulla quale depositare dolore, memoria e speranza, trasformando il lutto individuale in consapevolezza collettiva. Grazie all’impegno di Tiziana Spampinato, Florinda Vitale di ALI – Attivisti Uniti, Sara Ongaro e di tutte le persone e realtà che stanno accompagnando questa esperienza. Per info: dalaliattivistiuniti@gmail.com Laura Tussi
September 12, 2026
Pressenza
Quale infanzia possibile in Palestina?
Nel tentativo di elaborare l’intensità di estratti vissuti durante il weekend del 5, 6 e 7 giugno per mezzo dell’iniziativa Luce sulla Palestina: memoria, visione, azione, lo spettacolo teatrale Il loro grido è la mia voce e l’arrivo del Sudario di Gaza a Como hanno permesso di indagare il tema della memoria e dell’infanzia in Palestina. Come hanno ricordato Francesca Pozzoli e Lorenzo Giovanni Bellù in apertura alla serata tenutasi al Teatro Nuovo di Rebbio venerdì 5 giugno, la memoria non è solo quella linea temporale che scandisce la storia del popolo palestinese, dalla resistenza sotto l’Impero Ottomano agli ultimi nefasti avvenimenti coincidenti con l’inumano piano di pulizia etnica dei palestinesi. La memoria – strettamente correlata al desiderio di fare ritorno alla propria terra, a quella situazione di vita precedente alla prima grande catastrofe, la Nakba del 1948 – è fortemente intrisa del rapporto che i palestinesi rinnovano con la terra e le sue coltivazioni locali di ulivo, il più noto, ma anche di carrubo. La raccolta dei frutti, consistente in una sorta di pratica ancestrale, porta infatti le persone a riunirsi e a fare del mantenimento della terra un’azione, nonché un uso comune e condiviso. Sappiamo che gli ulivi sono divenuti pertanto il target di attacchi e incursioni da parte dei coloni e dell’IDF, scoraggiando i palestinesi dal ripiantare quegli stessi esemplari danneggiati, o addirittura distrutti dal fuoco e sradicati dai bulldozer. Distruzione della memoria e distruzione di una popolazione: l’agricidio, ad oggi perlopiù riferito alle condizioni vigenti in Cisgiordania, fu allora presupposto all’attuale piano di annientamento di Gaza. La nostra memoria deve essere capace – sempre più con lucida e critica consapevolezza – di questo continuo disvelamento di processi, che non nascono dal nulla e non si dirigono verso il nulla; avere in questi termini una visione, aspetto introiettato dall’iniziativa e presupposto necessario per agire. In occasione di questo primo appuntamento, lo spettacolo teatrale Il loro grido è la mia voce, a cura di Diego Pileggi e Pietro Rigamonti assieme a Simone Gandolfi, ha messo in scena testimonianze tratte dall’omonima raccolta di poesie, al fine di narrare gli oltre 70 anni di violenze, espropriazioni e colonialismo documentati in Palestina. L’opera performativa mette al centro struggenti e mai facili componimenti poetici, con un particolare interesse per quelle storie di infanzia messe a tacere dalle bombe, dagli attacchi mirati dei droni, dal freddo e dalla fame. Da qui la commistione di suoni forti, talvolta prepotenti e precipitosi, volti a scalzare la voce del suo primato. Al tempo stesso, l’infanzia in Palestina assume ancora dei colori vivaci, che tuttavia celano profonde contraddizioni e sofferenze. In una sorta di intersezione di linguaggi, non posso non pensare all’opera Children of the camp (Bambini del campo profughi) di Alaa Albaba, artista palestinese. Ancora una volta il tema della memoria: i campi profughi sono spazi sospesi, luoghi creati con la forza e la violenza, destinati a incarnare la precarietà, l’emarginazione e l’esclusione, destinati a essere smantellati per impedire che diventino il veicolo di una nuova storia o di un nuovo futuro condiviso. Alaa Albaba, Children of the camp, campo profughi di Al Am’ari a Ramallah, 2024 Nell’opera di Albaba la rappresentazione del campo profughi riporta, da un lato, un desiderio persistente di ritorno, che rappresenta la sfida più forte possibile al potere sovrano dello Stato e dall’altro mostra come i bambini permettano proprio in quello spazio di fare emergere nuove forme di vita. Le persone nei campi profughi, così come a ridosso delle macerie venutesi a creare dai bombardamenti e nei quartieri via via colonizzati dagli israeliani non smettono di vivere, l’infanzia non smette di esistere, non è equiparabile al solo frastuono degli attacchi aerei. I bambini trasformano questa precarietà in spazi di appartenenza, dove la storia dei rifugiati, così come la loro cultura, vengono preservate come espressione materiale dell’esistenza palestinese. La sua è un’opera che non incede, si appropria di tempi più lenti, equiparabili a quelli della sola lettura, dove il ritmo si fa più sottile, citando una nota del traduttore Nabil Bey Salameh in riferimento alla raccolta Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza [Fazi Editore, 2025]. Questa stessa intensità, a mio avviso, era percepibile in quei quattro disegni appesi alle colonne del Teatro Sociale di Como domenica 7 giugno, in occasione dell’apertura del Sudario di Gaza; realizzati da bambini e bambine palestinesi con il progetto HeArt for Gaza (Cuore per Gaza), iniziativa presentata durante la manifestazione da Mohammed Timraz. La forza di questi disegni risiede nella loro capacità di rovesciare su carta la vita presente, non solo come elaborazione di avvenimenti ed emozioni, già di per sé atto potente e spiazzante nella matita impugnata da un bambino, ma con un qualche bisogno di voler fissare il proprio sguardo come possibile unico gesto di proiezione verso il futuro. Fatto drammatico, progettualità negata, infanzia annientata.    Ivan Marin e Clara Urban dell’Associazione Carnia per la Pace, con la realizzazione del Sudario di Gaza. Non dimenticare un solo nome, con i 18457 nomi dei bambini morti a Gaza dal 2023 al maggio 2025, hanno fatto appello alla nostra memoria perché diventi visione e così azione. «Un archivio della dignità, nomi, storie, biografie che fanno parte di tutti noi per sempre, un sudario che copre tutti e tutte noi dalla sconcezza di questo tempo, in cui non fa scandalo compiere un genocidio ed esportare Gaza, diventata una vera e propria dottrina di annientamento, anche in altri luoghi come Beirut e Teheran», affermava Paola Caridi in occasione del suo passaggio per le vie del centro di Roma. Fotografie di Fabio Cani, ecoinformazioni e Fabrizio Pisoni per ecoinformazioni A Como, da piazza Verdi, il grandissimo lenzuolo è stato portato sospeso sopra le teste dei presenti in direzione di piazza Cavour, seguito dalle bandiere della Palestina, dalla Barca di strada, riferimento alla Flotilla, e da un brano assai evocativo eseguito dal Baule dei Suoni. Giunti davanti al lago, il corteo ha incontrato un presidio di persone native della Nigeria che manifestavano per le drammatiche condizioni a cui è sottoposta la popolazione, tra violenze, stupri e rapimenti perpetrati da diversi gruppi armati. Le concitate parole di una donna si sono così intersecate alla lettura di alcuni nomi del sudario, rivendicando quello spazio di ascolto venutosi a creare per rammentare che la vita dei bambini, i quali anche in Nigeria muoiono o sono vittime di rapimenti in maniera sistematica, debba divenire la priorità in società nelle quali «ignari eravamo. Ignoranti, di quelle biografie e di quei sogni, prima che fossero trasformati da vivi in ammazzati», scrive Paola Caridi. Ecoinformazioni
June 12, 2026
Pressenza