Roger Corman / Manuale di cinema indipendente
C’è qualcosa di straordinariamente americano nel titolo di questo libro: una
vanteria formulata con la precisione di un bilancio contabile. Roger Corman, il
più prolifico e longevo cineasta indipendente della storia di Hollywood, non si
presenta ai lettori con l’umiltà del memorialista malinconico, ma con la
sicurezza dell’imprenditore che conosce i propri numeri a memoria. Il titolo è
già un manifesto, e il libro, scritto a quattro mani con il giornalista Jim
Jerome e pubblicato per la prima volta nel 1990, mantiene coraggiosamente quella
promessa.
Breve e diretto come la produzione di uno dei suoi film, il volume è una
raccolta di aneddoti sull’arte del fare cinema che si legge con piacere
autentico. La critica statunitense lo ha accolto con affetto cinefilo e con la
consapevolezza crescente – maturata nel tempo – che Corman vada letto non
nonostante il genere, ma attraverso di esso. Il cinema di serie B non era per
lui un rifugio di necessità: era una poetica. Un uomo che negli stessi anni
distribuiva negli Stati Uniti i film di Bergman, Fellini e Truffaut – pellicole
che avrebbero poi vinto l’Oscar come miglior film straniero – e che sceglieva
comunque di produrre film di mostri giganti e motociclisti fuorilegge, stava
compiendo una scelta estetica e culturale deliberata, non accettando un limite.
Quello che emerge con chiarezza nel memoir di Corman, e che ha indotto alcuni
critici americani a definire il libro lettura obbligatoria per gli studenti
delle scuole di cinema, non è tanto la riflessione teorica sul linguaggio
cinematografico quanto il pragmatismo tecnico del manuale pratico di
sopravvivenza creativa: come essere frugali e ingegnosi quando si fa un film con
pochissimi mezzi. Ma la frugalità, nel caso di Corman, non era impoverimento
bensì disciplina formale. I budget risicati, le riprese lampo, i copioni scritti
in pochi giorni e i set smontati prima ancora che gli attori avessero
memorizzato le battute, diventavano nel suo cinema un vincolo produttivo che
stimolava l’invenzione, esattamente come la forma sonetto costringe il poeta a
trovare soluzioni che la prosa libera non avrebbe mai cercato.
Dai primissimi film degli anni Cinquanta come It Conquered the World e Not of
this Earth fino alle produzioni New World degli anni Settanta come Death Race
2000 e Piranha, il libro percorre una carriera in cui il genere funzionava come
linguaggio popolare capace di veicolare istanze culturali tutt’altro che banali.
The Wild Angels e The Trip erano cinema politico mascherato da exploitation; il
ciclo di film da Poe con Vincent Price era un’incursione nel gotico letterario
che molti registi “seri” non avrebbero saputo girare con altrettanta efficacia.
Il volume include i ricordi di alcuni dei più importanti cineasti e attori che
devono a Corman i loro esordi: John Sayles, Martin Scorsese, Jack Nicholson,
Francis Ford Coppola, Peter Bogdanovich, Joe Dante e Jonathan Demme, tra gli
altri. Queste testimonianze restituiscono la dimensione più preziosa del
personaggio: quella del maestro. Scorsese ha ammesso di essersi aspettato in
Corman un tipo alla Harry Cohn, grezzo e volgare, e la sorpresa di trovare
invece un uomo di vasta e raffinata cultura, cinematografica e non, e dalla
curiosità intellettuale autentica, è rivelatrice. Non si tratta di un’anomalia:
si tratta della chiave per capire tutto. Corman sapeva perfettamente cosa stesse
facendo e perché.
Come osservato da più recensori americani, il libro riesce a trasmettere
l’entusiasmo, l’ingegnosità e la strategia spericolata dell’autore con una verve
che nessuna biografia più oggettiva e meno compiaciuta potrebbe eguagliare. È un
memoir scritto dalla parte giusta della barricata, ai margini del mainstream
cinematografico, e va letto come tale: non come documento neutro ma come atto di
poetica, la dichiarazione di un autore che ha scelto consapevolmente il proprio
territorio e lo ha coltivato con rigore.
Il posto di Corman nella storia del cinema è al sicuro, data la sua influenza
sui cineasti della controcultura degli anni Settanta e il suo ruolo di mentore
per molti dei futuri grandi nomi di Hollywood. Ha trascorso decenni a combattere
il sistema, raramente fallendo, e ha spianato la strada a moltissimi giovani
cineasti, essendo determinante nel dare forma ad un cinema che ha plasmato mezzo
secolo di cultura popolare americana. In questo senso il libro è anche un
documento storico: la testimonianza di come Hollywood sia stata salvata non dai
grandi studi, ma da figure di geniali outsider come Corman, capace di operare ai
loro margini con intelligenza, ironia e una visione del cinema popolare che non
aveva nulla da invidiare all’autorialità europea da lui stesso distribuita e
fatta conoscere al pubblico americano.
Come ho fatto cento film a Hollywood è un libro fatto esattamente come i film
che descrive: rapido, efficace, costruito per funzionare. Non ha la pompa di
certi paludati memoir cinematografici, ma ha qualcosa di più raro: la coerenza
totale tra chi scrive e ciò che viene scritto. Indispensabile per chi studia
produzione cinematografica, godibilissimo per chiunque ami il cinema come fatto
culturale prima ancora che artistico.
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