Stati Uniti, miliardari che vogliono pagare le tasse
Lo sciopero generale del 30 ottobre contro il caro vita e salari più giusti ha
di nuovo riempito le piazza italiane; solo a Milano a sfilare in corteo c’erano
più di centomila persone. Il governo come risposta alle proteste scrive decreti
sicurezza sempre più restrittivi e antidemocratici e si indigna all’idea di
tassare i più ricchi. Antonio Tajani ha definito la proposta di una patrimoniale
un concetto economico superato e l’ha paragonata a modelli in vigore nell’Unione
Sovietica.
Negli Stati Uniti l’avanguardia miliardaria sembra però pensarla diversamente e
non perché ha deciso di riabilitare il comunismo; al contrario chiede riforme
fiscali “a danno” dei super-ricchi per salvare democrazia e capitalismo.
Dieci anni fa nasceva per volere di Erika Payne l’associazione Patriotic
Millionaires – consiglio una visita al sito ufficiale per farsi un idea
personale. L’attuale presidente è nientemeno che l’ex amministratore delegato di
BlackRock: Morris Pearl, che nel suo profilo, senza imbarazzo, racconta di come,
per l’intero arco della propria carriera di consulente esperto abbia contribuito
non a creare un solo posto di lavoro, ma a far lievitare i conti degli
azionisti, già miliardari. Ammette di aver partecipato a scelte che hanno
causato terremoti finanziari e distrutto la vita di milioni di persone – tra cui
la decisione di far fallire la Grecia. Proprio ad Atene fu toccato dalla
rivelazione. Per concedersi una porzione extra di uno squisito budino al
cioccolato senza dar troppo nell’occhio, si spostò alla finestra della banca
dove era ospite e da lì vide una lunghissima colonna di persone che protestavano
contro di loro: “Mi sono risieduto al tavolo della conferenza e ho cercato di
concentrarmi di nuovo sulla riunione, ma non riuscivo a smettere di pensare:
stavo davvero facendo qualcosa di utile per quelle povere persone disperate? O
stavo solo contribuendo a salvare il posto di lavoro dei dirigenti delle banche
greche seduti intorno a me, aiutando a salvare la loro banca?”
Del gruppo fanno parte Abigail Disney, nipote di Walt Disney, John Esler, Scott
Ellis, Ashley Craig, John Driscoll e un’altra cinquantina di affiliati a molti
zeri; se ne può leggere il profilo nel sito. Ogni membro, con iniziative
personali e collettive, è impegnato in progetti che riportino equilibrio
economico e democrazia nel Paese. Una delle principali preoccupazioni è proprio
il caos e la distruzione della società che si innescherebbe, e che in parte già
osservano, se la disparità economica continuasse ad aumentare. Per come è
strutturato il sistema fiscale americano un milionario paga meno tasse di un suo
operaio: alcuni furbetti (Zuckenberg, Besos e Musk sono tra questi) dichiarano
uno stipendio annuale pari a 1 dollaro!
Le priorità di Patriotic Millionaires sono riassumibili in tre punti: una
riforma fiscale che metta al centro la tassa dei milionari perché è giusto
togliere a chi ha accumulato troppo. Scrive A. Disney: “Molti li considerano
[suo nonno e suo zio] l’incarnazione del Sogno Americano. Io tuttavia non ne
sono una rappresentante. In questo secolo, ben poche persone lo sono. Essendo
un’erede, esisto solo grazie ad alcune stranezze del sistema fiscale […]. Questo
significa che non ho mai dovuto lavorare o essere brillante. Per me, la tavola
era apparecchiata molto prima che nascessi e c’era ben poco che potessi fare per
perdere i miei vantaggi”.
Il secondo obiettivo per cui si battono è alzare gli stipendi ai lavoratori
perché “è merito loro se noi siamo ricchi, perché comprano i nostri prodotti e i
nostri servizi” e il terzo è ridistribuire il potere elettorale. Su questo punto
scrive Pearl: “Non voglio che i candidati passino le loro serate in lussuosi
studi legali a socializzare con una manciata di persone ricche come me e i miei
amici […]. Voglio invece che trascorrano il loro tempo tra la gente comune,
ascoltando e imparando quali azioni concrete siano necessarie per migliorare le
vite delle persone.” L’attacco è al sistema elettorale ormai fuori controllo, in
cui per candidarsi ogni politico deve assicurarsi donatori e lobby. È il sistema
dei Pac e dei super-Pac che una ricerca, condotta dai professori Jeffrey Winters
e Benjamin Page, ha rilevato garantirebbe ai quattrocento americani più ricchi
un potere politico di ventiduemila volte superiore rispetto a quello del
cittadino medio.
Fra pochi giorni durante le elezioni di metà mandato nello Stato della
California, per la prima volta nella storia, il pubblico è chiamato a votare Si
o No alla Proposition 40 che, in caso di vittoria del Si, applicherebbe una
tassa patrimoniale straordinaria a duecento super ricchi per l’anno 2026.
Insomma, sebbene in tanti continuino a non vedere la necessità di cambiare
strada, bisogna ammettere che, silenziosamente, la pensata di tornare indietro
partendo dalle tasse di strada ne ha fatta. Scrive A. Disney: “L’unica via
d’uscita da questa situazione difficile in cui ci troviamo è tornare al punto di
partenza: le tasse”.
Marina Serina