Perché la patrimoniale non dovrebbe essere un tabù
Imposta patrimoniale: due parole che, quando vengono pronunciate pubblicamente,
sollevano sempre un grande polverone tra molti esponenti della politica e non
soltanto della compagine governativa. Eppure, persino un liberale come Luigi
Einaudi era favorevole ad un’imposta patrimoniale, a condizione che fosse
straordinaria.
In realtà un’imposta patrimoniale straordinaria è sempre un’implicita ammissione
di colpe. Significa che mancano risorse per un eccesso di spesa pubblica, oppure
le imposte ordinarie sono insufficienti rispetto alle necessità collettive,
oppure il sistema fiscale ha ingiustamente tartassato i ceti meno abbienti,
oppure ci sono contribuenti che hanno eluso o evaso la tassazione ordinaria,
oppure un mix di queste cause.
Inoltre, è proprio la straordinarietà dell’imposta patrimoniale a lasciare
perplessi. Se si tratta di un evento straordinario non è chiaro perché debba
avvenire adesso (anziché ieri o domani). L’estemporaneità tradisce in ogni caso
un sistema tributario incerto, inefficiente e ingiusto.
In Italia esistono già alcune imposte patrimoniali ordinarie. Secondo l’Ufficio
Studi della CGIA le entrate complessive derivanti dalle imposte sul patrimonio
nel 2024 ammontavano a circa 51,2 miliardi di euro annui. In dettaglio il
gettito fiscale sui patrimoni era composto soprattutto da: 23 miliardi di euro
dagli immobili (IMU), 8,9 miliardi da depositi e titoli, 7,5 miliardi dagli
autoveicoli, 6 miliardi dalle compravendite immobiliari, 1,9 miliardi dal canone
RAI.
Se si volesse ampliare l’imposizione patrimoniale, sarebbe più logico che questa
operazione avesse una caratteristica periodica e stabile (e non una tantum), per
evitare di ritrovarsi con lo stesso problema negli anni successivi.
Questa impostazione sarebbe anche più conforme al dettato costituzionale, che
stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione
della loro capacità contributiva” (art. 53). E sicuramente il patrimonio è un
elemento fondamentale della capacità contributiva, spesso erroneamente confusa
con il reddito o con il livello di consumi.
Pertanto sarebbe più equo che ogni anno tutti i contribuenti presentassero una
dichiarazione contributiva (e non soltanto dei redditi), nella quale venissero
tenuti in conto anche i patrimoni (non soltanto immobiliari, ma anche
mobiliari). In realtà questo già avviene per chi presenta l’ISEE, ma si tratta
di un documento facoltativo, predisposto con lo scopo di chiedere sconti per
alcuni servizi pubblici (per esempio le tasse universitarie o le rette
dell’asilo nido). Se invece si rendesse obbligatoria per tutti una dichiarazione
annuale che contenesse tutti i dati economici di ogni cittadino, si avrebbe un
quadro più equilibrato e corretto della effettiva capacità contributiva.
La Banca d’Italia segnala che al 31 dicembre 2025 la ricchezza netta delle
famiglie italiane ammontava a 11.338 miliardi di euro. Pertanto, se mettiamo a
confronto i dati della ricchezza dei cittadini italiani con il totale delle
imposte patrimoniali, rileviamo che in Italia il patrimonio viene attualmente
tassato con una aliquota media annuale dello 0,45%.
Anche a parità di gettito fiscale, il peso delle imposte patrimoniali potrebbe
essere aumentato per poter diminuire le tasse sui redditi e sui consumi. Una
simile scelta andrebbe nella direzione di far pagare un po’ di più anche agli
evasori, che magari sono riusciti a nascondere alcuni redditi, ma che più
difficilmente possono nascondere i patrimoni.
Non sarebbe una rivoluzione e nemmeno una vera equità fiscale, ma una decisione
di buon senso: ottenere qualche risorsa in più dai pochi che hanno molto, per
poter chiedere un po’ meno ai tanti che hanno poco. A maggior ragione se
venissero utilizzati forti “criteri di progressività”, applicando di fatto
l’imposta soprattutto sui grandi patrimoni.
La proposta secondo logica dovrebbe ottenere la stragrande maggioranza dei
consensi. Forse proprio per questa ragione vengono sollevati polveroni:
evidentemente servono per non far comprendere come dovrebbe funzionare il
sistema tributario seguendo i principi costituzionali.
Rocco Artifoni