Gjadër, ispezione del TAI a due giorni dal Patto UE: «Un laboratorio di violazione dei diritti, non un modello»
Il 10 giugno 2026, il Tavolo Asilo e Immigrazione 1 e l’On. Rachele Scarpa hanno
effettuato un’ispezione presso il centro di Gjadër, in Albania, a due giorni
dall’entrata in vigore del Patto Europeo su Migrazione e Asilo. Quello che
emerge smentisce punto per punto la narrativa governativa sul cosiddetto
«modello Albania».
«Il tutto in un clima di sistematica opacità amministrativa, che sembra essere
l’ingrediente fondamentale di ogni presunzione di “efficacia”», denunciano le
organizzazioni che compongono il TAI. Nonostante la Presidente del Consiglio
Meloni continui a rivendicare i risultati del progetto, dalla delegazione arriva
una valutazione di estrema criticità: grande incertezza sul futuro delle
strutture, forti dubbi di incompatibilità con il nuovo quadro normativo europeo
e violazioni dei diritti fondamentali già certificate.
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Da aprile 2025 il centro ha iniziato a operare come un CPR italiano in
territorio estero. «I numeri sono autoevidenti», scrive il TAI e la
parlamentare. «Attraverso numerose ispezioni abbiamo monitorato il funzionamento
e i flussi all’interno dei centri: da aprile 2025 a marzo 2026 sono stati
effettuati trasferimenti periodici di circa 10 persone ogni 7-10 giorni, per
poter mantenere un numero medio di circa 20 persone nel centro. Solo a marzo
2026, probabilmente per esigenze legate alla campagna elettorale del referendum
costituzionale, il governo ha cercato di aumentare il numero di presenze con un
trasferimento più massiccio».
Alla data dell’ispezione, le persone trattenute sono circa 70, incluse le 10 di
cui la delegazione ha osservato direttamente l’ingresso in struttura. Dall’avvio
di questa fase del progetto, circa 620 persone sono state trasferite
coattivamente in Albania. Di queste, solo 90 sono state effettivamente
rimpatriate: una percentuale intorno al 15%, ben al di sotto della media del 40%
registrata nei CPR presenti sul territorio italiano. Un dato tanto più
significativo se si considera che i rimpatri, per norma, possono essere eseguiti
esclusivamente dall’Italia: le persone trattenute a Gjadër vengono prima
ritrasferite sul territorio nazionale, con costi aggiuntivi a carico della
collettività.
«Queste evidenze dimostrano l’assenza di una reale utilità operativa dei centri
albanesi anche come CPR esternalizzato – prosegue il TAI – a maggior ragione a
fronte della disponibilità di posti nei CPR presenti sul territorio italiano,
che risultano occupati in misura largamente inferiore alla loro capienza». Per
le organizzazioni, i centri in Albania «lungi dal rappresentare un modello
funzionale nella gestione e nel governo del fenomeno migratorio, sono stati in
questi due anni un laboratorio di sperimentazione di procedure delocalizzate,
trasferimenti illegittimi, interpretazioni arbitrarie delle norme e progressiva
sottrazione delle pratiche migratorie agli ordinari meccanismi di controllo
democratico».
La situazione appare oggi ancora più critica alla luce dell’entrata in vigore
del Patto europeo su Migrazione e Asilo. A poche ore da una scadenza che
ridisegna l’architettura europea delle politiche migratorie, non esiste alcuna
informazione ufficiale sul futuro del centro di Gjadër né sul ruolo che il
governo italiano intende attribuirgli nel nuovo quadro normativo. Nel frattempo,
il parere reso oggi dall’Avvocato Generale della Corte di giustizia dell’Unione
europea afferma che il Protocollo Italia-Albania può verosimilmente inficiare le
garanzie procedurali minime previste dal diritto UE – in particolare il diritto
di difesa, il rispetto della vita privata e familiare e l’immediata liberazione
al termine del trattenimento – in assenza di garanzie sufficientemente chiare e
precise. Un parere che «conferma le profonde fragilità giuridiche che continuano
a caratterizzare il progetto».
«A quattordici mesi dall’avvio di questa fase del progetto, il quadro che emerge
è quello di una sperimentazione permanente segnata da incertezza normativa,
opacità amministrativa e compressione dei diritti, il cui impatto ricade non
soltanto sulle persone direttamente coinvolte ma sull’intero sistema delle
garanzie democratiche», denuncia il TAI.
Le organizzazioni firmatarie e l’on. Rachele Scarpa chiedono piena trasparenza
sulle attività svolte nei centri, accesso alle informazioni, pubblicazione dei
dati aggiornati e la chiusura dei centri nel rispetto delle garanzie previste
dall’ordinamento italiano ed europeo.
1. ACLI, ActionAid Italia, ARCI, ASGI, Centro Astalli, CGIL, CNCA, Commissione
Migrantes Missionari Comboniani Provincia italiana, EMERGENCY, Europasilo,
Fondazione Migrantes, Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, International
Rescue Committee Italia, Italiani Senza Cittadinanza, Medici Senza
Frontiere, Oxfam Italia, Recosol – Rete delle Comunità Solidali, SIMM,
UNIRE. ↩︎