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Non sono solo “cave”: nella Tuscia ci si batte per difendere l’acqua e la terra
Arlena di Castro, Lucciano e San Silvestro a Civita Castellana, Cinelli a Vetralla, Castel Sant’Elia con lo sversamento delle terre dell’Ilva di Taranto, Pascolaro a Graffignano e Sant’Eutizio a Soriano nel Cimino: sono tutti luoghi in cui cittadine e cittadini, organizzati in comitati per la difesa del territorio, lottano per chiedere la bonifica da sversamenti illeciti nelle cave dismesse e per impedirne il riutilizzo improprio. Ancora oggi, nonostante la coalizione tra le singole realtà territoriali, non è stati possibile ottenere una risposta efficace e definitiva al grave problema delle 150 cave dismesse o abbandonate che non sono mai state oggetto di recupero ambientale. I numeri sono impietosi e preoccupanti. In Italia sono 4.168 le cave autorizzate, 14.141 quelle dismesse o abbandonate, il cui numero è in aumento . Il Rapporto Cave 2021 di Legambiente (l’ultima analisi sistematica su scala nazionale) rileva una situazione complessa per il Lazio e, in particolare, per la provincia di Viterbo. Il Lazio emerge come una regione con una pressione estrattiva altissima, con 386 cave attive e 1.300 dismesse e abbandonate. Fra le province, Viterbo detiene il primato con 60 siti estrattivi, con una specializzazione unica in peperino, tufo e basalto. E 150 siti abbandonati o inattivi, molti dei quali mai sottoposti a un vero ripristino ambientale o monitoraggio . Nel Viterbese quindi il concetto di “recupero” sembrerebbe spesso limitato al semplice abbandono. Molte cave dismesse nel distretto di Civita Castellana e Viterbo non hanno visto l’attuazione dei piani di rimboschimento o rimodellamento delle scarpate e conseguentemente il rischio di un loro utilizzo a discariche è altissimo, anche a causa della loro posizione isolata e della mancanza di controlli. LE NORME CHE REGOLANO L’ATTIVITÀ ESTRATTIVA Il quadro normativo che regola l’attività estrattiva nel Lazio e in particolare nella provincia di Viterbo vede la Legge Regionale n.17 /1993 che stabilisce che l’estrazione è permessa solo se inserita nel piano regionale. Questo piano PRAE (Piano Regionale delle Attività Estrattive) definisce dove si può scavare e con quali vincoli, classifica le aree e stabilisce i criteri per il ripristino ambientale obbligatorio. La competenza per il rilascio delle autorizzazioni è della Regione Lazio (Direzione Politiche Ambientali e Ciclo dei Rifiuti), spesso in concerto con le Province per il controllo. C’è poi la normativa nazionale che interviene per gli aspetti di tutela ambientale e sicurezza sul lavoro. Il D.Lgs. 152/2006 (Testo Unico Ambientale) regola la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e la gestione dei residui estrattivi. Ogni progetto di recupero di una cava dismessa deve rispettare le norme sulla bonifica dei siti contaminati se la cava è stata usata impropriamente come discarica. Il D.Lgs. 624/1996 tutela la sicurezza e salute dei lavoratori nelle industrie estrattive (cave e miniere). Anche in fase di recupero o di messa in sicurezza di una cava dismessa, questo decreto rimane il riferimento tecnico. Infine il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D.Lgs. 42/2004) che individua le aree vincolate. Fondamentale per il Viterbese, dove molte cave sono soggette a vincoli paesaggistici o archeologici per la vicinanza a siti Etruschi o zone di pregio. Esistono degli obblighi di recupero i quali prevedono che l’autorizzazione all’estrazione sia subordinata alla presentazione di un Piano di Recupero Ambientale con il versamento di una fidejussione a garanzia del recupero finale. Recenti norme del 2025-2026 facilitano l’installazione di impianti fotovoltaici ed eolici in cave dismesse, considerandole aree già degradate da non sottrarre all’agricoltura. I DANNI PRODOTTI DA CAVITÀ NON RECUPERATE I principali rischi e le dinamiche che si instaurano quando una cavità non viene recuperata riguardano l’inquinamento della falda acquifera. Quando lo scavo scende al di sotto del livello piezometrico si formano i laghetti di cava con l’acqua della falda che rimane esposta all’atmosfera e la cavità diventa una “porta aperta”, che mette in comunicazione diretta l’ambiente esterno con il serbatoio sotterraneo, eliminando il potere filtrante e la naturale protezione del terreno. > Inoltre spesso le cave dismesse non ripristinate sono soggette a diventare > discariche abusive. La porosità del tufo, roccia tipica della zona, permette > ai contaminanti (oli, metalli pesanti, percolato da rifiuti) di penetrare nel > terreno e raggiungere la falda e l’acqua potabile con una velocità > elevatissima. Basterebbe eseguire il recupero a norma per ricostituire uno strato di suolo e vegetazione. Senza questo, manca il filtro bio-chimico che neutralizza i batteri e alcune sostanze chimiche. I grandi vuoti creati dalle cave alterano i flussi idrogeologici. La cava può agire come un punto di drenaggio, attirando l’acqua dalle aree circostanti e provocando l’abbassamento del livello dei pozzi agricoli o domestici limitrofi. Nelle cave di tufo non recuperate, l’infiltrazione d’acqua nelle fessure (crio-clastismo e idro-clastismo) accelera il crollo delle pareti, che a sua volta può ostruire sorgenti naturali o deviare piccoli corsi d’acqua superficiali. I CONFLITTI AMBIENTALI NEL VITERBESE Le vertenze contro l’uso delle cave dismesse come discariche rappresentano uno dei fronti più caldi del conflitto ambientale nel Viterbese. La Tuscia, con i suoi enormi “vuoti” lasciati dall’attività estrattiva, è stata spesso vista dalla politica e dalle imprese dei rifiuti come la soluzione rapida alle emergenze del Lazio (in particolare di Roma). > Negli anni comitati di cittadini e cittadine, associazioni, amministrazioni > locali e Soprintendenze hanno dato vita a proteste e azioni legali, per > difendere il territorio. Chiedendo il blocco dei progetti di discarica, > dell’apertura di nuove cave e il ripristino ambientale di quelle dismesse. Una tendenza recente nelle vertenze è la proposta di alternative progettuali. Invece di opporsi e basta, il territorio propone di creare Parchi fotovoltaici a terra nelle cave dismesse, per generare energia senza impatto visivo. Oppure Oasi di biodiversità, proponendo progetti di riforestazione finanziati da fondi europei per sottrarre l’area alla pianificazione dei rifiuti. L’ESPERIENZA DEL COMUNE DI CORCHIANO Risale al 2012 l’esperienza del Comune di Corchiano a tutela delle falde acquifere quale bene indispensabile per la vita e la salute pubblica. L’allora amministrazione, guidata da me, ha fatto ricorso a norme comunali esistenti che potevano essere applicate per tutelare i beni comuni. Quando una cava intercetta la falda acquifera, il Sindaco non interviene più solo come custode dell’urbanistica e del paesaggio, ma come responsabile della salute dei cittadini e delle cittadine basando le proprie ordinanze su un potere che gli è proprio in quanto capo dell’amministrazione e pertanto non essendo potere delegato non ha necessità di condivisione con altri organi istituzionali come la Prefettura. Così a fronte di una attività estrattiva la cui cavità aveva intercettato la falda acquifera, quale Sindaco, con i poteri di Autorità Sanitaria Locale emisi una ordinanza di sequestro dell’area che si basava sui seguenti presupposti: la violazione della Protezione Naturale, poiché lo scavo aveva rimosso il “filtro” naturale (lo strato di roccia e terreno) che proteggeva l’acqua sotterranea, e l’esposizione della falda all’aria aperta, che la rendeva vulnerabile a inquinamenti batteriologici e chimici immediati. Il rischio Arsenico e Mineralizzazione è infatti alto nel Viterbese, poiché l’acqua è già naturalmente ricca di questo minerale. L’ordinanza citava perizie tecniche che dimostravano come l’ossidazione della roccia esposta o il contatto con agenti esterni (polveri di cava, idrocarburi dei macchinari) potevano alterare i parametri chimici dell’acqua, rendendola non potabile. > Riuscii a dimostrare che esisteva necessità di urgenza e improcrastinabilità > ed ero dunque autorizzato a usare poteri extra-ordinari. L’intercettazione > della falda è considerata un «danno imminente e irreparabile» e giustifica il > sequestro immediato del cantiere senza attendere i tempi lunghi della > burocrazia regionale. Il TAR e il Consiglio di Stato riconobbero validi i principi che avevano spinto l’azione, permettendo di spostare l’asse del dibattito, da “la cava distorce il paesaggio”, facilmente contestabile dalle ditte come giudizio estetico soggettivo, a “la cava espone la falda acquifera”, dato scientifico oggettivo e non negoziabile perché legato alla salute pubblica. La seconda ed efficace fase fondata sulla esperienza dell’ordinanza e sui riconoscimenti giuridici ci indusse alla ricerca di una soluzione efficace , definitiva e diffusa sul rischio di utilizzo delle ex-cave come discariche, e grazie alla collaborazione competente e generosa di molti validi tecnici approvammo in un consiglio comunale aperto una Variante Urbanistica del Comune di Corchiano. La variante urbanistica approvata dal Consiglio Comunale, anche con la suggestiva e spontanea alzata di mano di tutti i cittadini e tutte le cittadine presenti, afferma e stabilisce un principio fondamentale, e cioè che sia il Consiglio stesso a stabilire se qualsiasi intervento sulle cavità prodotte da attività estrattive non recuperate provoca rischi per le falde acquifere che in quei luoghi risultano inevitabilmente esposte o superficilizzate. > Con questa variante la Comunità si appropria della tutela dei beni comuni e > della loro restituzione alle future generazioni. Non solo una semplice norma > urbanistica ma uno strumento efficace per bloccare progetti di discariche > camuffati da “ripristini ambientali” spostando la decisione dagli uffici > tecnici regionali alla rappresentanza politica della Comunità locale. Questa esperienza, che definirei storia collettiva di resistenza locale, offre strumenti efficaci condivisi anche dalla giustizia amministrativa, affinché si applichino definitivamente strumenti di tutela dell’acqua, quale bene comune per eccellenza, in particolare in quei luoghi dove sono presenti fragilità e conseguenti rischi per la salute pubblica. La copertina è dell’autore SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Non sono solo “cave”: nella Tuscia ci si batte per difendere l’acqua e la terra proviene da DINAMOpress.
«Un’azione contro il riarmo» la nuova campagna a sostegno dell’ex-GKN
Abbiamo intervistato Dario Salvetti e Valentina Baronti in merito alla nuova campagna di finanziamento dal basso per il progetto di conversione ecologica della fabbrica ex-GKN. Il progetto viene visto come un’ultima fondamentale opzione che si unisce idealmente ai movimenti e alle lotte che hanno agitato il nostro paese nel 2025. Da qualche settimana è partita la campagna di finanziamento dal basso per GFF, il progetto di riconversione della Fabbrica ex-GKN. Ci puoi raccontare cosa vi ha portato a questa nuova iniziativa di rilancio dopo più di quattro anni di lotta? La reindustrializzazione dal basso della ex-GKN è in gravissimo pericolo. Diremmo quasi sull’orlo dell’abbandono. Nessun piano industriale può stare in piedi all’infinito. Ogni mese il piano si logora o deve essere continuamente rielaborato. Il fallimento della reindustrializzazione dal basso non sarebbe un fatto privato, ma qualcosa che, secondo noi, impatterebbe pesantemente sull’intero movimento. Primo, perché una sconfitta della ex-GKN, dopo un movimento di quattro anni, non potrebbe non avere ripercussioni su qualunque lotta che un domani si ponga il problema di rispondere a licenziamenti o delocalizzazioni. Secondo, perché avanziamo questa ipotesi: il nostro esempio dà fastidio al riarmo; l’idea che dal declino industriale si esca con la fabbrica socialmente integrata e con la riconversione ecologica dà fastidio a chi sostiene che il riarmo sia il viatico per la crescita industriale. Per questo abbiamo dovuto accelerare. Il tempo sta finendo. E ci siamo spinti non solo a chiedere di “investire” diventando azioniste/i popolari, ma anche a donare su produzioni dal basso, un metodo più rapido e diretto. La donazione può essere fatta con qualsiasi cifra, anche se la nostra indicazione simbolica è di donare il valore di un’azione per GFF (ex GKN for Future). È il quinto Natale che passiamo in presidio nella fabbrica chiusa nel 2021. Tutto quello che abbiamo fatto in questi quattro anni, insieme alla comunità solidale che ci ha sostenuto e che ancora lotta a fianco a noi, ha un obiettivo preciso: riaprire la fabbrica, riportare quei 500 posti di lavoro sul territorio. Un compito che non dovrebbe spettare a un collettivo operaio segnato da 15 mesi senza stipendio e oggi all’ottavo mese di disoccupazione, ma che di fatto ci siamo trovati a dover costruire pezzo per pezzo, trovando sempre nuovi strumenti ogni volta che la strategia della nostra controparte cambiava. La reindustrializzazione dal basso è servita a togliere ogni alibi al capitale privato e all’intervento pubblico. Ha prodotto questo paradosso: di solito ti licenziano dicendo che «manca il lavoro». Qui l’arcano è svelato: una fabbrica che licenzia operai che propongono un piano industriale e che viene venduta a soggetti immobiliari evidentemente legati alla stessa proprietà che licenzia. Il capitale privato e quello pubblico vanno inesorabilmente verso la speculazione finanziaria, immobiliare e il riarmo. Sono incapaci o non hanno alcuna volontà di uscire dall’economia fossile. Perfino gli stessi fondi ESG, cosiddetti ecologicamente e socialmente sostenibili, rinculano verso il finanziamento del riarmo. Per questo dobbiamo risalire la corrente e sbattere contro i meccanismi di questa stessa economia. Per questo abbiamo dovuto, ancora una volta, trovare uno strumento nuovo: una campagna di azionariato popolare diffuso, che riesca a coprire i due milioni di euro che avrebbero dovuto mettere questi investitori. L’obiettivo è ambizioso, ma non ci spaventa: del resto, se il 9 luglio del 2021 ci avessero detto che avremmo resistito quattro anni e prodotto un nostro progetto industriale, ci sarebbe sembrata fantascienza. Avete più volte denunciato l’assenza delle istituzioni nel sostegno alla vostra vertenza. Cosa è accaduto all’ipotesi del Consorzio a sostegno della fabbrica promesso dalla Regione Toscana? Il Consorzio di sviluppo industriale della Piana Fiorentina è uno strumento per le tante crisi industriali che interessano l’area in cui si trova la ex-GKN. È nato su nostra proposta, con una legge regionale scritta insieme alle intelligenze solidali, presentata alla Regione, che per mesi l’ha ignorata, portata in discussione grazie alla mobilitazione, alle tendate e allo sciopero della fame, e infine approvata il 23 dicembre scorso, in seguito a un presidio a oltranza sotto l’aula del Consiglio regionale. Questo per chiarire che quella legge e quel Consorzio sono il frutto della lotta, nati per dare una risposta alla chiusura della ex-GKN, come esempio virtuoso di come si può rispondere alla deindustrializzazione. Ebbene, il Consorzio è stato infine costituito prima della pausa per le elezioni regionali, ma è rimasto lettera morta e, cinque mesi dopo la sua nascita non ha ancora fatto neanche un atto ufficiale. Anzi, il Consorzio sembra diventato il modo per fare il delitto perfetto: le istituzioni si muovono, ma così lentamente da non dare fastidio alla speculazione immobiliare e lasciare intanto che il Collettivo di fabbrica muoia. Insomma, per così dire: l’operazione è riuscita ma il paziente è morto. La verità è che il Consorzio rischia di non agire né ora né mai. Perché ha uno strumento che non sappiamo se mai utilizzerà: la dichiarazione di pubblica utilità sulle aree industriali e un piano regolatore di indirizzo pubblico industriale. Ancora una volta, ci viene presentato come tecnico un problema di natura politica. Nella campagna evocate la Global Sumud Flotilla: per quali aspetti dite di voler imitare il loro modello? Sono entrambi esempi di mutualismo conflittuale, di un’azione costruita dal basso che vuole essere una concreta denuncia della scelta scellerata dei nostri governi. Al pari della Flotilla, sappiamo che andremo a sbattere contro il blocco, sappiamo che le nostre navi sono piccolissime in confronto a un’economia europea che ha deciso di abbandonare anche solo la parvenza del Green Deal per correre verso il riarmo e la guerra. Lo sappiamo, ma dobbiamo partire, in qualsiasi condizione perché, dopo quattro anni di rinvii e parole vuote, in un clima di guerra e repressione, l’unico progetto sano su questa fabbrica è il nostro e, insieme ai pannelli fotovoltaici e alle cargo bike, porta con sé un’idea di futuro diverso, che continuiamo a rivendicare, non solo per noi. La Flotilla cosa era? Privata o pubblica? Non era pubblica perché non apparteneva a uno Stato, ma non era privata perché era una forza pubblica dal basso. Non nasce per sostituirsi a quello che dovrebbero fare gli Stati, ma per disvelare quello che non fanno. Questi sono i punti di contatto. Noi non sosteniamo che la transizione ecologica sia possibile senza un intervento pubblico complessivo. Noi disveliamo la sua mancanza. di Luca Mangiacotti La campagna di finanziamento dal basso proseguirà a fianco a quella per l’azionariato popolare. Che differenza c’è tra le due e come scegliere cosa sostenere? Il primo azionariato popolare che abbiamo lanciato ha raccolto manifestazioni di interesse per un milione e mezzo di euro. Si tratta di singoli o di associazioni che hanno scelto di acquistare un numero tale di azioni (da un minimo di 500 euro) da poter far parte dell’assemblea della cooperativa GFF. Questa scelta la stiamo concretizzando attraverso una piattaforma di investimento, alla quale chiediamo a tutti i manifestatori di interesse di versare la quota per cui si erano impegnati. E questo non è solo una raccolta fondi, ma anche uno strumento democratico per partecipare direttamente alle scelte future della cooperativa e dare quindi corpo a quella che abbiamo chiamato la fabbrica socialmente integrata. Parallelamente, però, ci siamo trovati anche a dover accelerare sul resto del finanziamento del progetto. Abbiamo ovviamente altri investitori istituzionali a cui ci stiamo rivolgendo – istituti di credito, fondi – ma cosa succede se ci tengono mesi e mesi a verificare il progetto e si tirano indietro all’ultimo secondo (magari, chissà, anche perché così consigliati da pezzi della politica)? Dobbiamo aumentare il grado di autonomia del nostro progetto. E dobbiamo farlo in fretta. Ogni mese che passa, la disoccupazione disgrega la lotta. Per velocizzare la costituzione dell’azionariato, quindi, abbiamo creato la possibilità di una donazione a un singolo azionista popolare collettivo. Arci nazionale si è messa a disposizione per raccogliere questi contributi e poi valutare di costituire un azionista collettivo di GFF. In un Paese dove il riarmo sembra un precipizio verso cui stiamo lanciandoci senza freni, la vostra campagna si pone come alternativa per una vera transizione ecologica. Cos’altro si può fare oggi in Italia per opporsi alla deriva bellica? Ci pare che la strada sia stata tracciata chiaramente dalle mobilitazioni di questo autunno, quando il movimento ecologista è sceso in piazza insieme ai lavoratori e alle lavoratrici per dire no al genocidio e all’economia che lo sostiene, la stessa economia che chiude le fabbriche, deindustrializza, licenzia, impoverisce la società, taglia il welfare e intanto decide di indebitarsi per la scelta suicida del riarmo e della guerra. È un’unica lotta e la parola d’ordine rimane la stessa che abbiamo lanciato quattro anni fa: convergenza. Il movimento nei porti, o più in generale contro la logistica di guerra, è fondamentale. Così come è fondamentale respingere la repressione e la criminalizzazione del movimento in solidarietà alla Palestina e contro il genocidio. Il nostro caso è un tassello che si aggiunge a tutto questo. Qual è il ricatto che rischia di schiacciare tutte e tutti noi? Se l’economia diventa ogni giorno di più un’economia di guerra, come faccio a produrre un salario per me o ad avere un contratto senza contemporaneamente produrre per l’economia di guerra? Come già detto, l’alternativa non la produce la singola fabbrica. Ma un chiaro esempio di reindustrializzazione alternativa in una fabbrica diventa un esempio concreto e immediato. Potete trovare in questo link tutte le informazioni per partecipare alla campagna La copertina è di Margherita Caprilli SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Un’azione contro il riarmo» la nuova campagna a sostegno dell’ex-GKN proviene da DINAMOpress.
Riaprire GKN: una rotta per equipaggi di terra
Le piazze oceaniche di queste settimane contro il genocidio e in solidarietà alla Flotilla hanno finalmente innescato un processo di rottura delle politiche di morte, di cui il governo italiano è attivamente complice. Questo processo non può esaurirsi, ma deve anzi permanere e articolarsi con le altre lotte sociali nel nostro Paese, per trarne forza e far dilagare la capacità mobilitativa. È in questa cornice che pensiamo si debba inserire la chiamata del Collettivo di Fabbrica ex-GKN per il corteo del 18 ottobre a Firenze. > L’esperienza della fabbrica socialmente integrata non è solo una lotta per la > dignità del lavoro, ma anche per un’alternativa a un sistema produttivo che > trae profitti dal genocidio. Un punto di rottura di questa filiera di morte, > di cui già i blocchi e gli scioperi generali ci hanno mostrato l’importanza > per il sostegno al popolo palestinese. La speculazione finanziaria e immobiliare, le politiche ecocide, la deindustrializzazione che lascia spazio alla riconversione bellica delle produzioni sono processi legati a doppio filo alla stessa base che sostiene il genocidio. È questa la realtà di stabilimenti come la Beko di Siena, dove Leonardo S.p.A è pronta a intervenire sulla crisi occupazionale al prezzo di una conversione bellica dello stabilimento. Per questo, domandarsi cosa si produce e per chi, trovare un’alternativa a questo presente di morte, è oggi più che mai imporre il primato della vita contro i profitti della guerra. È questa urgenza che il Collettivo di Fabbrica ex-GKN è riuscito a imporre nel discorso pubblico. di Andrea Tedone LO STATO DELLA VERTENZA Quattro anni di vertenza e lotta sociale per la reindustrializzazione non sono bastati a rompere il muro di gomma di padronato e istituzioni. Una vertenza che si vuole far chiudere senza alternative, in quello che potrebbe diventare un ennesimo esempio della speculazione immobiliare e finanziaria. Nel 2021 a Campi Bisenzio sembrava ripetersi una storia paradigmatica di capitalismo all’italiana: l’ex FIAT, diventata azienda committente di semiassi per Stellantis, chiusa col pretesto della transizione ecologica. Un piano del capitale come tanti, che però si è scontrato con l’ostinazione del collettivo operaio a non voler subire il licenziamento e farsi invece protagonista di una vera transizione ecologica, dal basso. Nonostante un piano di reindustrializzazione per la produzione di cargo-bike e pannelli fotovoltaici, scritto col supporto di ricercatorə solidali e l’approvazione di una legge regionale per consorzi industriali, le istituzioni impongono ancora un’attesa logorante. Il consorzio che si è costituito a luglio potrebbe rilevare lo stabilimento e far partire la produzione, ma le tempistiche non sono obbligate e un’ennesima posticipazione sarebbe insostenibile per la reindustrializzazione, le vite degli operai e la lotta in sé. Il timore è che l’urgenza della sua attivazione si disperda nell’agone delle vicine elezioni regionali, dilatando ancora i tempi di attuazione del piano industriale. Per questo la ex-GKN non è mai stata tanto vicina al successo e alla sconfitta nello stesso momento. Il corteo del 18 ottobre, a elezioni regionali ormai alle spalle, esigerà risposte definitive sullo stabilimento e sul consorzio. Serve quindi spingere ancora il Collettivo di Fabbrica oltre l’immobilismo delle istituzioni, perché questa vittoria dà forza al movimento nel suo complesso e una vittoria del movimento dà forza a ogni lotta particolare. PER TUTTO, PER ALTRO, PER QUESTO Il Collettivo ha definito il 18 ottobre come la data del per tutto, per altro, per questo. Ha invertito l’ordine di due anni fa, quando questa particolare vertenza era diventata un punto di ricaduta del movimento, convergendo con varie altre lotte per mettere in discussione il generale (un tutto). Oggi sono il genocidio e il riarmo a imporsi necessariamente come raccordo delle varie lotte particolari (il tutto). Tra i tanti (altri) punti di rottura da aprire, il particolare della ex-GKN è uno di questi. La fabbrica socialmente integrata, con l’accento posto su cosa e come si produce, può essere un modello largamente replicabile e alternativo agli interessi del comparto bellico che permea sempre più settori della società. Come in fabbrica, anche in università è necessario chiedersi che ricerca si conduce, per chi, con quali mezzi: ricercatorə solidali si sono messə a disposizione della vertenza ex-GKN e dei suoi piani industriali, aprendo così lo spazio a un’idea di università come motore di interesse collettivo. E se da un lato l’università diventa sempre più dipendente da finanziamenti di aziende belliche e inquinanti, il conseguente smantellamento della spesa pubblica a favore del riarmo ha già fatto perdere il posto di lavoro a questə stessə ricercatorə e con loro a moltə altrə colleghə. > La lotta ex-Gkn ha permesso inoltre di riprendere parola sulla crisi > eco-climatica da una prospettiva di classe, in una fase in cui questa è > drammaticamente scomparsa dalle rivendicazioni di piazza, nonostante continui > ad aggravarsi, ed è impugnata soltanto pretestuosamente dalla destra fascista > trumpiana in chiave negazionista. Il piano di reindustrializzazione della ex-GKN è un’alternativa alla dipendenza dal combustibile fossile, pretesto e obiettivo dei conflitti, una soluzione alla crisi produttiva e un passo avanti verso la democrazia energetica. Mettere a terra la transizione ecologica, dal basso, è oggi più che mai la nostra comune priorità. Per questo la lotta della ex-GKN è l’occasione di ricomporre sempre più lotte in aderenza al tutto di genocidio e riarmo. Riaprire la fabbrica significa riaprire un orizzonte di possibilità per disertare la guerra oltre il solo piano di movimento e per costruire l’alternativa tramite la transizione ecologica dal basso. La possibilità di vedere altre vertenze simili nei prossimi anni nel nostro Paese non può prescindere del tutto da questa vittoria. Per questo tuttə noi ci dobbiamo assumere la responsabilità del 18 ottobre: della vittoria, così come dell’eventuale sconfitta di questa vertenza. Deve essere la convergenza politica e umana larghissima che in questi anni si è stretta attorno alla fabbrica di sogni a dare la spallata finale all’immobilismo delle istituzioni. Tocca a tuttə noi, il 18 ottobre a Firenze, riaprire la nuova GKN. La copertina è di Andrea Tedone SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Riaprire GKN: una rotta per equipaggi di terra proviene da DINAMOpress.
Santa Palomba è Roma: nessun territorio è un’isola
Una speciale ricchezza di ecosistemi e di biodiversità, una sorprendente varietà di paesaggi, contraddistinguono i comuni dei Castelli Romani. Proprio per le sue peculiarità il territorio castellano è da gran tempo noto nel mondo, anche grazie alle tante rappresentazioni pittoriche e alla prestigiosa sede estiva pontificia di Castelgandolfo. Molte di queste qualità si manifestano sul ponte monumentale di Ariccia, da cui si può ammirare lo spettacolo magnifico nel quale ci si trova letteralmente immersi. Lo sguardo plana sulla foresta Chigi, sulle distese boschive che rivestono i Colli Albani sino alla cima di Monte Cavo; sulla piana, cosparsa di campi coltivati, di frutteti, vigneti e uliveti – le produzioni tipiche protette dei Castelli –, attraversata dall’Appia e dalle stupende teorie di pini che le si snodano ai fianchi; infine sulla striscia di mare all’orizzonte che rischia di essere ferito irreparabilmente dalla colossale ciminiera dell’inceneritore che si vorrebbe costruire a Santa Palomba. > Ironicamente, la struttura, che viene presentata come una “torre panoramica”, > oltre a disperdere tossine fatali per la salute, cancellerebbe attorno a sé il > panorama di borghi ben altrimenti turriti. Ambienti montani, forestali, lacustri, marini, urbani, tutti accomunati, nelle loro rispettive specificità, da straordinaria bellezza e dalla fragilità dei loro equilibri, la cui preservazione e tutela sola può salvaguardare – anche nell’interesse delle future generazioni, come ormai prescritto dall’art. 9 della Costituzione – la salute e il benessere di tutte le viventi che vi abitano o vi sostano. Il Villino Volterra e il Palazzo Chigi con le prospicienti piazza e chiesa del Bernini, invitano – dalle due estremità del ponte di Ariccia – a superare sia la sconsiderata dicotomia Natura/cultura sia le opposizioni strumentali tra le “due culture” (l’umanistica e la scientifica), tra conservazione e “progresso”, per promuovere invece, con approcci in tanto autenticamente integrati in quanto improntati a ecologie integrali, un dialogo tra i saperi e tra le comunità che conduca a scelte che non sacrifichino più alcun territorio in nome di interessi solo dichiaratamente generali: a Santa Palomba come a Casal Selce, a Pietralata come altrove. > «Nessun uomo – ha scritto John Donne – è un’isola, intero in se stesso; > ciascuno è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se una zolla di terra > viene portata via dal mare, l’Europa ne è diminuita, così come lo sarebbe un > promontorio […] la morte di qualsiasi uomo mi diminuisce, perché sono preso > nell’umanità, e perciò non mandar mai a chiedere per chi suona la campana: > essa suona per te». L’esperienza della vita, e la conoscenza della storia, insegnano ad attribuire gli alti versi del poeta agli ecosistemi non meno che agli individui, ai quali è invece di solito circoscritta la lezione di Donne. Considerando gli innumerevoli disastri ambientali dovuti agli impatti e alle conseguenze di attività antropiche che si sono verificati dal 1940 (l’anno in cui un’epigrafe di Hemingway rese popolare quei versi) sino ai giorni nostri, la meditazione di Donne si rivela incontrovertibile. Essa smentisce, tra l’altro, il carattere di emergenza e di straordinarietà che pure ci si ostina, contro ogni evidenza, a continuare ad attribuire a tali catastrofi, e richiama dunque ognunə alle proprie responsabilità. Reagendo alle molteplici crisi occorse negli ultimi decenni, una moltitudine di persone, associazioni e realtà locali ha acquisito una profonda consapevolezza dell’interdipendenza tra tutti gli ecosistemi naturali e sociali. Da qui il rifiuto dei vari “modelli” e delle molteplici “ricette” e “soluzioni” che solo apparentemente vengono proposte – nei fatti sono imposte – ai territori. Recentemente, la scala affatto locale di tale sistema è stata restituita con grande nettezza in numerose occasioni: nelle assemblee pubbliche e nelle manifestazioni promosse dalla rete RIOT – Realtà Indisponibili Organizzate sui Territori; nel confronto tra le politiche romagnole e romane, stimolato da un dibattito con il regista Pascal Bernhardt a margine della proiezione del suo Romagna tropicale organizzata dalle EcoResistenze; nel dialogo tra realtà sociali e ambientaliste di Milano e della capitale svoltosi alla Festa dei Circoli ARCI Roma. Risuonano oggi dunque più che mai valide e attuali – e anzi ci interpellano con un’urgenza alla quale le conseguenze irreversibili di progetti nefasti come l’inceneritore di Santa Palomba e di pratiche irresponsabili quali lo sfrenato consumo del suolo e la captazione dissennata delle risorse idriche conferiscono una magnitudine senza precedenti –, le due parole che compongono il motto scelto cinquant’anni orsono dal Comitato Promotore per il Parco Naturale Regionale dei Castelli Romani, che Castelli Suoli Vivi ha a sua volta fatto proprio: Sinite florere, “lasciate fiorire”. Lasciate, lasciamo, vivere! Si potrebbe riassumere in questi termini il nucleo delle ricerche e delle battaglie contro ogni nocività che ai Castelli Romani da anni – in alcuni casi da decenni –, cittadinз e comitati stanno portando avanti, da Albano a Santa Palomba. Un messaggio, questo, che è stato ribadito, con approccio multidisciplinare e multiorganico, in incontri e presidi che si sono svolti ai Castelli in questi ultimi giorni. > La scorsa domenica ad Albano Laziale, nell’ambito della quarta edizione della > Festa Resistente, si è ragionato sulla gestione dei territori a partire da > prospettive accomunate dalla consapevolezza della vitale correlazione tra > giustizia ambientale e giustizia sociale. Durante l’assemblea pubblica tenutasi lunedì sera a Santa Maria delle Mole l’Unione dei comitati contro l’inceneritore ha ribadito, in dialogo con una nutrita platea istituzionale, la necessità di presentare, per Santa Palomba, un’istanza d’istituzione di area ad elevato rischio ambientale ai sensi dell’art. 2, comma 1, L.R.Lazio 13/2019. L’assemblea – alla quale erano presenti, o rappresentatз, sindacз di nove comuni dei Castelli –, è stata dunque anche l’occasione per ribadire la necessità dell’impegno costante di tutte le parti coinvolte e sottolineare l’urgenza di adottare ulteriori deliberazioni e predisporre tutte le iniziative che le amministrazioni locali hanno facoltà di promuovere. Il presidio settimanale che l’Unione dei comitati, a seguito dello scempio perpetrato dalla mattina del 27 giugno sulla vegetazione ripariale del Fosso della Cancelleria, promuove ogni martedì dinanzi al sito, in Via Ardeatina, sta registrando una crescente partecipazione di cittadinз e di altre vertenze, provenienti non solo dai Castelli ma anche da Roma e dalla provincia, concordi con l’appassionata esortazione civile che si leva dal territorio di Santa Palomba affinché ci si impegni per il ripristino del «diritto violato». All’ultimo sit-in la dottoressa Francesca Mazzoli (pediatra e co-autrice, assieme ad altrз membrз del comitato tecnico-scientifico dell’Unione, del volume L’inceneritore di Roma. Una scelta sbagliata) ha fatto riferimento alla letteratura sui danni, anche gravissimi, che il cosiddetto termovalorizzatore – in verità un inceneritore, dunque un impianto tecnicamente appartenente alla categoria delle industrie insalubri di prima classe –, causerebbe nella popolazione umana, in particolare neз bambinз e nelle persone più fragili, in tutte le altre specie viventi – si pensi a esempio alle api (sono più di 4.600 gli alveari censiti ai Castelli, ha successivamente ricordato unз attivista) –, con ricadute su ogni ecosistema. Dall’Unione dei comitati sono stati ribadite le principali vulnerabilità di cui risulta costellato l’iter dell’inceneritore: a partire dalla decisione di sostenere un progetto che avrebbe impatti di tanto grave entità e di così lunga durata su un territorio, quello di Santa Palomba, peraltro già fortemente colpito da molteplici forme di inquinamento dovute anche a ex discariche e da gravi carenze idriche (mentre, a causa delle ulteriori captazioni, il livello dei laghi di Albano e di Nemi sta diminuendo costantemente), senza che sia stata completata la Valutazione di impatto ambientale, condizione inderogabile, secondo le normative comunitarie, per un’eventuale approvazione dell’impianto. > È in tale contesto che l’Unione dei comitati si è trovata nella condizione di > dover richiedere una valutazione del rischio di crisi ambientale costituito > dall’elevata concentrazione, nell’area, di stabilimenti a rischio di incidente > rilevante (ben 4 dei 19 RIR della Regione Lazio si trovano nei pressi di Santa > Palomba). È stata ricordata infine la perdurante assenza di risposte alla petizione firmata da oltre 12.000 cittadinз e ai cinque quesiti contenuti nella lettera inviata il 7 aprile 2025 dall’on. Bogdan Rzońca, presidente della Commissione petizioni del Parlamento Europeo, a Roberto Gualtieri, che a Santa Palomba interviene nella quadruplice veste di sindaco di Roma Capitale e di Città Metropolitana, di commissario straordinario ai rifiuti e per il Giubileo. Il prossimo appuntamento a Santa Palomba è per il 29 luglio alle 18. È previsto un corteo che partirà dal sito per dirigersi in Via Cancelliera, anche per denunciare le conseguenze della paventata chiusura di circa un km di Via Cancelliera, funzionale all’avvio dei lavori. L’immagine di copertina è di Norma Bianchi SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Santa Palomba è Roma: nessun territorio è un’isola proviene da DINAMOpress.
«A Pietralata lo stadio è una operazione estrattivista sul territorio»
Nel corso del mese di maggio la vicenda del progetto di stadio della Roma a Pietralata ha subito una forte accelerazione, con una prima cantierizzazione e con la crescita del movimento di opposizione a questa devastante opera da parte di una rete ampia di comitati. Abbiamo intervistato Michele Itasaka del Coordinamento si Parco per comprendere meglio la situazione attuale e le prospettive di lotta. Ci puoi aggiornare sulla situazione attuale? quale area del bosco è stata limitata? quanti alberi sono stati tagliati? la ditta preposta è quotidianamente a lavoro? Lo scorso 13 maggio è stata avviata la cantierizzazione di una porzione del Parco di Pietralata immediatamente contigua al bosco urbano esistente al suo interno, nonostante le ricognizioni del territorio e dell’area boscata stessa fossero ancora in corso. Eppure, le aree limitrofe a boschi e foreste sono fondamentali ai fini della loro salvaguardia e ampliamento e come tali esse stesse soggette a tutela. Ignoriamo il numero esatto degli alberi che sono stati nel frattempo abbattuti in quell’area del Parco: solo abbiamo potuto ascoltare, dalla pubblica via cui siamo statз confinatз, il rumore delle motoseghe al lavoro (in un periodo nel quale gli abbattimenti di individui arborei sono espressamente vietati a tutela della nidificazione dell’avifauna), assistendo al levarsi in volo – da quella zona – di numerosi uccelli e infine al transito di furgoni cassonati deputati al trasporto di tronchi e rami. Va anche ricordato che le attività propedeutiche allo svolgimento, nell’area, di quelle indagini di archeologia preventiva già dichiarate «non ulteriormente differibili» alla vigilia degli sgomberi di alcuni nuclei familiari avvenuti in via degli Aromi il 7 agosto 2024 (cui ha tuttavia fatto seguito, per oltre nove mesi, la più completa assenza di sondaggi, in totale contrasto con l’affermato carattere di improrogabilità degli stessi in forza del quale si era proceduto all’esecuzione degli sgomberi) sono iniziate il 13 maggio mentre una delegazione del coordinamento “Sì al Parco, No allo stadio” stava partecipando in Campidoglio a un tavolo convocato dall’assessore all’urbanistica. > Si è trattato della plastica dimostrazione della drammatica assenza di > disponibilità, da parte dell’attuale giunta, a incontri che prevedano un > effettivo confronto con lз cittadinз, le associazioni e i comitati > territoriali. Un’indisponibilità, questa, già riscontrata in precedenti occasioni: esemplarmente, su quello stesso colle, il 23 gennaio 2024 quando a tante persone non venne consentito di partecipare alla presentazione pubblica, in Protomoteca, della Strategia di adattamento climatico di Roma Capitale. Più recentemente in occasione del Giubileo delle Periferie, incredibilmente celebrato a porte chiuse lo scorso 6 febbraio dinanzi a un pubblico appositamente selezionato. A tuo parere di chi sono gli interessi maggiori nella costruzione dello stadio e che sia proprio a Pietralata? È circostanza ormai ben nota – essendo stata riconosciuta da studiosi e professionisti di varie discipline oltreché da consiglierз capitolinз e regionali, deputatз ed europarlamentari – la mancata o parziale valutazione, sia in sede di conferenza di servizi preliminare sia nel successivo procedimento che ha portato all’apposizione del pubblico interesse (DAC 9 maggio 2023, n. 73), di una cospicua serie di ineludibili aspetti critici. Tali aspetti sono insiti nell’individuazione di Pietralata quale possibile sede di uno stadio privato che sarebbe aperto – secondo dichiarate intenzioni del proponente che quasi invariabilmente si preferisce evitare di menzionare – 365 giorni l’anno per partite, concerti ed eventi di vario genere. In particolare: * l’esistenza stessa – per lungo tempo negata – di un’ampia area naturale denominata in numerosi strumenti urbanistici Parco di Pietralata, la cui istituzione, nel Progetto Direttore dello Sdo (1995), era stata definita «irrinunciabile» in considerazione sia della grave carenza pregressa di «verde e servizi» già allora riscontrata nel quartiere circostante sia delle ulteriori previsioni urbanistiche; * la presenza, all’interno del Parco, di un bosco urbano con un’importante biodiversità e di un paesaggio che ancora conserva, in città, le caratteristiche della Campagna Romana e ospita habitat a Laurus nobilis tutelati dalla Direttiva 92/43/CEE; * gli insostituibili benefici ecosistemici che il Parco offre al quartiere e alla città in termini di mitigazione dell’impatto delle isole di calore urbano e di riduzione del runoff idrico; * l’entità degli ulteriori carichi urbanistici che, aggiungendosi a quelli esistenti, andranno comunque a gravare su tutto il quadrante allorquando sarà stata edificata la gran mole di edifici in costruzione o già approvati nell’area ex Sdo (studentato e Facoltà di Ingegneria di Sapienza Università di Roma, nuova sede nazionale dell’Istat, Rome Technopole) nonché nei pressi della Stazione Tiburtina (il complesso, comprensivo di due grattacieli, della cosiddetta Défense di FS Sistemi Urbani); * l’effetto insostenibile che un simile incremento dei carichi urbanistici, sommato a quello che verrebbe generato da uno stadio dalla capienza massima di 90 000 persone, eserciterebbe sulla già grave congestione del traffico che caratterizza l’intero quadrante, con conseguenze in particolare sul trasporto veicolare privato; * le inevitabili ricadute sull’ospedale Pertini, prospiciente all’area individuata per l’edificazione dello stadio (difficoltà di accesso al Pronto soccorso, inquinamento acustico, interruzione del servizio di elisoccorso); * le conseguenze che le attività operanti nel centro commerciale annesso allo stadio avrebbero sul tessuto di piccole e medie imprese che ancora caratterizza il quartiere, contribuendo a generare quel processo di gentrificazione e di espulsione della popolazione residente – a partire dalle case popolari e dallз loro abitanti più fragili – già vissuto in tante altre aree della città attanagliate, a diverse scale, da progetti speculativi. L’entità delle problematiche appena richiamate mostra come i vantaggi del progetto, affatto inclusivo, dello stadio a Pietralata, risulterebbero quasi esclusivamente a favore del soggetto proponente che riceverebbe in concessione per novant’anni un’area pubblica beneficiando inoltre di tutte le infrastrutture già realizzate dal pubblico e di una collocazione spaziale posta esattamente al confine tra la città consolidata e la prima cintura periferica. A Pietralata il progetto corrisponde a un’operazione improntata a logiche estrattivistiche, costitutivamente incompatibili con la cura del territorio e con la promozione della qualità di vita della popolazione, soprattutto di quantз sarebbero più direttamente espostз agli impatti generati dall’eventuale edificazione dello stadio, del centro commerciale e degli altri impianti privati previsti dal progetto. «Tale cura non interessa ai poteri economici che hanno bisogno di entrate veloci. Spesso le voci che si levano a difesa dell’ambiente sono messe a tacere o ridicolizzate, ammantando di razionalità quelli che sono solo interessi particolari»: nell’anno in cui si celebra il Giubileo della Chiesa cattolica che l’amministrazione capitolina sembra aver interpretato unicamente come una sequela di “grandi eventi”, pretesto di dubbi interventi di “rigenerazione”, non pare inopportuno rifarsi al magistero di papa Francesco, le cui prime due encicliche – la Laudato si’ di cui proprio in questi giorni ricorre il decennale della pubblicazione e la Fratelli tutti dalla quale è tolta la citazione che precede (n. 17) – hanno mirabilmente mostrato, anche dalla prospettiva propria alla dottrina della Chiesa, il nesso indissolubile tra giustizia ambientale e giustizia sociale: «un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale» (Laudato si’, n. 49). L’area interessata al progetto, foto di Daniele Napolitano A tuo parere, quali sono le ragioni per cui l’amministrazione comunale sta così testardamente difendendo un’opera che è di fatto indifendibile, ovvero uno stadio sopra un bosco e davanti a un ospedale? È trascorso mezzo secolo dalla pubblicazione de La Storia che, secondo una precisa volontà di Elsa Morante, apparve nelle librerie nel giugno 1974 direttamente in veste tascabile (Por el analfabeto a quien escribo), con un sottotitolo di copertina che recitava – o per meglio dire gridava – «Uno scandalo che dura da diecimila anni». È abbastanza evidente la costanza con cui l’amministrazione comunale continua a dimostrare di voler sostenere in ogni modo un progetto anche a nostro giudizio «indifendibile». Come sarebbe possibile definirlo altrimenti, dal momento che la sua realizzazione oblitererebbe per sempre l’ultima grande area naturale pubblica del quartiere, oasi di salubrità anche per il vicino nosocomio, in favore dell’edificazione di un gigantesco complesso privato? La scelta – tutta politica – di privilegiare gli interessi di attori privati rispetto alle effettive esigenze dei territori, ovvero degli ecosistemi che su quei territori insistono e di tuttз lз viventi che li abitano o li attraversano, nell’ambito di una pervicace ricerca di consenso politico ricade ancora all’insegna del panem et circenses. Uno scandalo che, a Roma, dura da oltre duemila anni. Pensi che ancora sia possibile avere con l’amministrazione un’interlocuzione sulla realizzazione dello stadio in quell’area e sulle altre lotte territoriali che rivendicano un altro uso della città? La lettera inviata dall’assessore Veloccia a “RomaToday” lo scorso 13 febbraio, in risposta a un dossier a firma di Valerio Valeri sulla nuova valanga di cemento che incombe sulla città, si concludeva evocando il rischio, per un amministratore locale, «di farsi trascinare dalle istanze locali facendosi guidare da esse invece di guidarle»: una considerazione che esprime eloquentemente in quale conto vengano tenute dall’attuale amministrazione capitolina le «istanze locali», nonché la peculiare varietà di leaderismo che informa una simile visione del rapporto tra cittadinз e istituzioni. > Le istanze dei territori, quand’anche sorrette da solide argomentazioni, > vengono troppo spesso liquidate dalla presente amministrazione come > “opinioni”. Nel caso di Pietralata, coerentemente con tale approccio, sono rimaste sinora del tutto inascoltate le tante voci – di cittadinз e di politicз – che si sono levate per chiedere, ad esempio, il ritiro in autotutela della delibera di pubblico interesse. Sempre nelle ultime settimane, l’assenza di risposte ai cinque quesiti contenuti nella lettera inviata il 7 aprile 2025 dall’on. Bogdan Rzońca, presidente della Commissione petizioni del Parlamento Europeo, al sindaco e commissario straordinario ai rifiuti Roberto Gualtieri e all’ambasciatore Vincenzo Celeste, rappresentante permanente d’Italia presso l’UE, ha offerto un’ulteriore conferma su quanto generale e radicata sia l’indisponibilità dell’attuale amministrazione capitolina a confrontarsi con quelle realtà che, rivendicando la tutela degli ecosistemi, dei beni comuni e della salute di tuttз, propugnano altri usi della città, solidali e autenticamente inclusivi. In questi mesi la vostra lotta è riuscita a intessere legami importanti con altre lotte territoriali fino a essere vettore trainante di una coalizione. Qual è stato il valore aggiunto di questo lavoro collettivo? Legami importanti, sorti dalla condivisione di una pluralità di pratiche, di “lotte”, di percorsi – anche intersezionali –, di processi trasformativi tanto spontanei quanto necessari che stanno contribuendo a formare una più ampia consapevolezza delle cause d’ordine sistemico sottese alle varie forme di ingiustizia che segnano i territori nei quali viviamo. > Rappresentiamo esperienze di co-esistenza e di resistenza che esprimono > variegate forme di resilienza e di co-evoluzione, maturate non solo nella > città di Roma ma anche nel resto della regione: dai Castelli Romani al > litorale alle terre alte del Reatino. Siamo accomunate dal quotidiano confronto – seppur in contesti specifici e con premesse, modalità e linguaggi differenti – con le molteplici conseguenze della privatizzazione di servizi essenziali e della spietata messa a profitto (la famigerata “valorizzazione”) dei beni comuni, a partire dalle cosiddette infrastrutture verdi e blu: il suolo, la vegetazione e il ciclo dell’acqua, concepiti e trattati come meri asset. Quella valorizzazione produce oggi gentrificazione spaziale, spesso direttamente funzionale a una dissennata promozione della monocoltura del turismo di massa, mentre si protrae l’approccio emergenziale alla gestione delle questioni inerenti tanto il diritto all’abitare quanto la cura degli ecosistemi, urbani e non. La circostanza che l’ultima ampia area ancora naturale di Pietralata rischi di esser completamente distrutta per consentire l’edificazione, al suo posto, di un complesso privato; che tale area naturale sia di proprietà pubblica; che per la sua acquisizione e infrastrutturazione il comune abbia già speso quasi cento milioni di risorse anch’esse, evidentemente, pubbliche: queste, a mio giudizio, le ragioni che, forse più di altre, hanno contribuito a rendere la battaglia per la salvaguardia del bosco di Pietralata una delle vertenze simbolo della crescente opposizione all’insostenibile modello di città. Una cittá che solo a parole è pubblica e resiliente, ma in realtá vittima di un modello propugnato dall’attuale giunta capitolina, le cui conseguenze si estendono ben oltre i limiti amministrativi del comune di Roma o della Città metropolitana. A differenza di altri progetti, “ereditati” da precedenti amministrazioni e, soprattutto, derivanti da pregressi “diritti edificatori” vantati da privati, è incontrovertibile che il sostegno alla progettazione del nuovo stadio dell’AS Roma che invece dovrebbe sorgere a Pietralata su terreni pubblici sia interamente attribuibile all’attuale giunta comunale (l’assessore Veloccia l’ha significativamente più volte rivendicato), sulla cui idea di città un tale appoggio offre non pochi ragguagli. Quali sono i prossimi passi di mobilitazione che state programmando? Le nostre attività continueranno, necessariamente, ad articolarsi su tutti i differenti livelli sui quali le abbiamo sino a oggi condotte, per affermare il diritto di tuttз alla vita e alla salute. In particolare, non mancheremo di seguitare a lavorare per coinvolgere tutta la cittadinanza nella conoscenza, frequentazione e cura del parco, promuovendo al suo riguardo, contro ogni tentativo di mistificazione, una corretta informazione. > Centrale, a tal fine, lo sforzo di restaurare quel rapporto tra le parole e le > cose sempre più messo a repentaglio da propagandistiche operazioni di > spregiudicato greenwashing. Tra queste, ricordiamo dichiarare di lavorare per «dare la sensazione di un parco vero e proprio» in luogo di un bosco urbano esistente; includere il terreno da gioco dello stadio, in quanto superficie non impermeabilizzata, nel computo della “aree verdi” a “compensazione” del bosco distrutto; proclamare l’intenzione di denominare “Parco delle Risorse Circolari” un impianto tecnicamente appartenente alla classe delle industrie insalubri di prima classe che, ipotecando da contratto per almeno un terzo di secolo l’intera gestione, non solo romana, del ciclo dei rifiuti, nulla ha a che vedere con l’economia circolare. Questi sono esempi eclatanti delle torsioni cui il termine “parco”, tra molti altri, è oggi sottoposto e alle quali siamo tuttз chiamatз a reagire per restituire le parole alle latitudini semantiche che sono loro proprie, contribuendo, anche in tal modo, a salvaguardare i referenti reali che esse designano. Le immagini sono di Daniele Napolitano SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «A Pietralata lo stadio è una operazione estrattivista sul territorio» proviene da DINAMOpress.