Dopo 30 anni c’è un colpevole per l’omicidio di Tupac Shakur
Ci sono voluti quasi trent’anni, un’autobiografia, decine di interviste e una
vanteria di troppo. Ma alla fine uno dei più celebri cold case della storia
della musica ha trovato un colpevole. Una giuria di Las Vegas ha riconosciuto
Duane “Keffe D” Davis colpevole di aver orchestrato l’omicidio di Tupac Shakur,
l’agguato del 1996 che per decenni è rimasto impresso nell’immaginario
collettivo senza responsabili accertati. Davis, 63 anni, ex leader di una gang
di Compton, è stato condannato per omicidio di primo grado, la forma più grave:
la pena verrà comunicata il 13 ottobre e rischia l’ergastolo. Alla giuria sono
bastate meno di tre ore di camera di consiglio, al termine di un processo durato
settimane.
I fatti risalgono alla notte del 7 settembre 1996. Tupac aveva appena assistito
all’incontro di pugilato tra Mike Tyson e Bruce Seldon e viaggiava al fianco di
Marion “Suge” Knight, co-fondatore della Death Row Records, quando una Cadillac
bianca si è affiancata alla loro auto: quattro proiettili hanno colpito il
rapper, che è morto sei giorni dopo, il 13 settembre, a 25 anni. Secondo la
ricostruzione accolta dal tribunale, Davis non premette il grilletto: fu lui a
organizzare la sparatoria e a fornire l’arma poi utilizzata dal nipote, Orlando
Anderson, morto a sua volta in una sparatoria nel 1998 senza mai essere
incriminato. Il movente, per la giustizia americana, fu una vendetta: poche ore
prima dell’agguato, Anderson era stato pestato dall’entourage di Tupac dopo
l’incontro di boxe. Il paradosso è che a incastrare Davis sono state soprattutto
le sue stesse parole. Per anni l’ex boss ha raccontato l’omicidio a
investigatori, registi e giornalisti, fino a metterlo nero su bianco nella
propria autobiografia, Compton Street Legend: racconti che sono diventati le
prove principali della sua condanna. Per i suoi avvocati si trattava soltanto di
bugie, dette per ottenere soldi e notorietà da uno dei gialli più celebri
d’America. La giuria non ci ha creduto. Alla lettura del verdetto, la sorella di
Tupac, Sekyiwa “Set” Shakur, è scoppiata in lacrime abbracciando i pubblici
ministeri, mentre Davis, arrestato nel settembre 2023, si è dichiarato innocente
e ha annunciato ricorso in appello
MOLTO PIÙ DI UN RAPPER
Per capire perché questa sentenza abbia fatto il giro del mondo, bisogna
ricordare chi fosse Tupac Shakur. Non semplicemente uno dei rapper più venduti
di sempre, ma la voce che più di ogni altra ha trasformato il rap da fenomeno
musicale a strumento di denuncia sociale.
La madre di Tupac, Afeni Shakur
La politica, del resto, Tupac ce l’aveva nel sangue prima ancora che nella
penna. Nasce a New York nel 1971, un mese dopo che la madre, Afeni Shakur,
militante delle Black Panthers, è stata assolta in uno dei processi politici più
celebri dell’epoca, quello ai “Panther 21”. Il suo nome di battesimo, rende
omaggio al rivoluzionario peruviano Tupac Amaru, che aveva condotto il suo
popolo alla ribellione contro i colonizzatori spagnoli. Attorno a lui, un’intera
famiglia finita nel mirino dell’FBI: il patrigno Mutulu Shakur passerà decenni
in carcere, il padrino Geronimo Pratt sconterà 27 anni per un omicidio da cui
verrà poi scagionato. Tupac cresce così, tra riunioni di ex rivoluzionari e
sfratti, tra la Baltimore School for the Arts — dove studia teatro, danza,
Shakespeare — e la miseria di Marin City, California, dove per un periodo, da
adolescente, arrotonda spacciando. È qui che nasce la contraddizione che
diventerà la sua poetica: il ragazzo che legge poesia e il ragazzo di strada
convivono nella stessa persona, e nello stesso disco potranno convivere l’inno
gangsta e la denuncia del razzismo sistemico, la provocazione e la tenerezza di
Dear Mama, il brano in cui rende omaggio a una madre, nel frattempo caduta nella
dipendenza dal crack.
Il suo esordio del 1991, 2Pacalypse Now, racconta la dura realtà della vita di
strada: storie di ragazzine madri a dodici anni (Brenda’s Got a Baby), di
giovani neri braccati dalle volanti (Trapped), di un ghetto raccontato
dall’interno e senza assoluzioni. L’album finisce dritto nel dibattito politico
nazionale: l’allora vicepresidente Dan Quayle ne chiede pubblicamente il ritiro
dal mercato, dichiarando che un disco simile «non ha posto nella nostra
società». È l’inizio di un rapporto con le istituzioni americane che
accompagnerà Tupac per tutta la carriera: da un lato bersaglio politico,
dall’altro bersaglio letterale. Nello stesso periodo viene fermato a Oakland per
aver attraversato la strada fuori dalle strisce e finisce pestato dagli agenti,
tanto da fare causa al dipartimento e ottenere un risarcimento. Lui stesso, con
l’ironia amara che lo contraddistingueva, riassumerà bene il paradosso: quando
spacciava per strada aveva la fedina penale pulita, le incriminazioni sono
arrivate solo dopo, quando è entrato nell’industria discografica.
Tupac Shakur nel 1988
E i dischi, in effetti, li vendeva raccontando quello che l’America preferiva
non sentire. In Changes mette in fila la brutalità poliziesca, la guerra alla
droga come guerra ai poveri, un sistema che preferisce vedere i neri in carcere
piuttosto che liberi, per concludere che nulla cambia perché nessuno vuole
davvero cambiare le cose. In Keep Ya Head Up ribalta il machismo del rap
dell’epoca chiedendosi come si possa odiare le donne, se dalle donne veniamo
tutti. Persino la sigla che si era tatuato sul ventre, THUG LIFE, era un
acronimo politico: l’odio che riservi ai bambini, recita per esteso, finirà per
travolgere tutti. Nel 1995, mentre sconta una condanna in un penitenziario di
massima sicurezza, il suo Me Against the World arriva primo in classifica: è il
primo artista nella storia a conquistare la vetta di Billboard da dietro le
sbarre. L’anno dopo esce All Eyez on Me, il doppio album della consacrazione.
Pochi mesi più tardi è morto.
La sua fine, avvenuta nel pieno della faida tra la scena rap della East Coast e
quella della West Coast, ha segnato uno spartiacque. Sei mesi dopo, a Los
Angeles, veniva ucciso in circostanze analoghe il suo grande rivale, Notorious
B.I.G. Due omicidi speculari, due icone della musica americana assassinate a
venticinque anni, due indagini rimaste per decenni a un punto morto nonostante
testimoni, confessioni pubbliche e documentari. La condanna di Davis chiude, in
attesa dell’appello, soltanto il primo dei due casi. L’omicidio di Notorious,
ancora oggi, non ha un colpevole.
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