Quale polizia per uno Stato democratico?
Riprendiamo dal sito http://volerelaluna.it
Le manifestazioni per i 25 anni dal G8 di Genova e dalle violenze che l’hanno
accompagnato e il gravissimo intervento contenitivo che ha portato alla morte
assurda, a Bologna, di Abderrahim Fakir (nonché i fatti di ieri in Val di Susa,
NdR) hanno riacceso l’attenzione sulla polizia e la sua organizzazione.
Bisognerà parlarne ulteriormente nello specifico ma, prima, è necessario un
inquadramento generale.
Chi ha vissuto la polizia da dentro – come me, che ho vestito l’uniforme dal
1986 – sa che le conquiste democratiche non sono mai acquisite una volta per
tutte. La riforma del 1981, la legge 121 che smilitarizzò la Polizia di Stato e
riconobbe ai poliziotti il diritto di organizzarsi in sindacato, non fu un atto
tecnico di riordino amministrativo, fu una scelta di civiltà, maturata dopo anni
di discussione anche dentro le questure, con cui la Repubblica decise che la
sicurezza dei cittadini doveva essere garantita da lavoratori con diritti,
inseriti in un’amministrazione civile, sottoposti alla legge e non soltanto alla
gerarchia. Quella scelta, destrutturata pesantemente dagli esiti del G8 di
Genova, oggi viene ulteriormente erosa, non con un annuncio, ma con una sequenza
di provvedimenti, di simboli e di parole d’ordine che ridisegnano lentamente il
volto della sicurezza pubblica in senso conservatore e militarista.
Conviene intendersi su cosa significhi, concretamente, una deriva di questo tipo
perché non si tratta di elmetti e di parate, ma di un modello organizzativo e
culturale nel quale l’obbedienza prevale sul discernimento, la verticalizzazione
del comando sostituisce la responsabilità professionale del singolo operatore e
la polizia rinuncia ad essere un servizio pubblico tra i cittadini per tornare a
essere un corpo separato, schierato di fronte a loro.
È un modello che l’Italia conosce bene, perché lo ha già praticato, e perché in
parte lo conserva ancora: delle quattro forze di polizia a competenza generale
che il nostro Paese continua a mantenere, due sono tuttora ad ordinamento
militare. Un’anomalia europea che avrebbe dovuto essere risolta da tempo e che
invece la destra oggi rivendica come virtù, come se la stellettatura fosse
garanzia di efficienza e non, semmai, un residuo storico che complica
coordinamento, trasparenza e diritti di chi ci lavora.
La destra di governo, davanti a questo quadro, non ripara ciò che non funziona,
ma ne moltiplica criticità e disfunzioni. È un riflesso ormai riconoscibile dal
momento che ogni problema di sicurezza genera la proposta di una nuova
struttura, una nuova fattispecie penale, un nuovo decreto sicurezza, un nuovo
reparto, mentre le questure restano sotto organico, i commissariati chiudono, la
formazione viene compressa per accelerare l’immissione in servizio, la salute e
sicurezza sul lavoro una chimera, il benessere organizzativo rimane una voce da
convegno.
Chi conosce il mestiere sa che la sicurezza non si produce per accumulazione di
provvedimenti e direttive, ma con investimenti ordinari, noiosi, poco spendibili
in conferenza stampa: contratti dignitosi, tutele sanitarie e psicologiche,
aggiornamento professionale serio, strumenti adeguati e regole chiare sul loro
impiego. La retorica securitaria preferisce l’annuncio, perché l’annuncio non
richiede competenza.
E qui sta un punto che ripeto da anni: la sicurezza non è materia di destra, è
materia di chi la conosce. Affidarla a chi ne ha fatto soltanto una bandiera
elettorale, senza averne mai attraversato la complessità tecnica, giuridica e
umana, produce norme manifesto che scaricano sui lavoratori il peso di scelte
politiche mal concepite.
Se poi qualcosa di nuovo andasse davvero istituito, la struttura che manca
all’Italia non è l’ennesimo reparto operativo ma un organismo indipendente di
garanzia e valutazione delle forze di polizia, sul modello dell’Inspectorate of
Constabulary britannico, che – sin dal 1856 – ispeziona l’operato delle polizie
del Regno Unito riferendo al Parlamento e all’opinione pubblica anziché al
Governo, e la cui lunga esperienza dimostra che il controllo esterno non umilia
chi lavora in divisa ma lo protegge, perché sottrae la valutazione professionale
all’uso politico del momento.
Ma, soprattutto, l’indirizzo, il funzionamento e l’organizzazione delle forze di
polizia non possono essere elaborazione affidata al dicastero della Difesa, per
ragioni di opportunità istituzionale, politica e giuridica.
C’è poi il piano simbolico, che è tutt’altro che trascurabile. La narrazione
dell’agente eroe, del superuomo in divisa che si sacrifica per la patria (tanto
caro alla destra, ma non disdegnato da altre prospettive politiche) sembra un
omaggio o un pubblico riconoscimento, e invece è una trappola perché serve a
coprire con la retorica ciò che manca nella sostanza: se il poliziotto è un
eroe, non è un lavoratore, e se non è un lavoratore non ha bisogno di contratti
dignitosi, di riposi rispettati, di sostegno quando il mestiere lo consuma.
I dati sul disagio psichico e sui suicidi tra gli operatori delle forze
dell’ordine raccontano una realtà che la propaganda dell’eroismo non vuole
vedere, perché vederla significherebbe ammettere responsabilità organizzative e
istituzionali. I suicidi sono 2,5 volte quelli della popolazione generale. La
cultura militarista aggrava questo meccanismo, perché in una istituzione pensata
militarmente la fragilità è una colpa, chiedere aiuto è un’ammissione di
inadeguatezza, e il silenzio diventa la prima regola di sopravvivenza
professionale. Inaccettabile la riproposizione dei cappellani militari per
contrastare il cosiddetto “disagio”.
Ma il danno più profondo di una torsione autoritaria della sicurezza pubblica
non lo pagano soltanto i poliziotti, lo paga la democrazia. Una polizia
concepita come strumento del governo di turno, anziché come funzione della
Repubblica, cambia natura perché il dissenso diventa minaccia da contenere e non
diritto da proteggere, la piazza diventa terreno di scontro e non luogo
costituzionalmente presidiato, il manganello sostituisce la gestione
professionale dell’ordine pubblico che le nostre migliori tradizioni operative
hanno costruito in decenni di esperienza e di mediazione. Ogni nuova fattispecie
penale pensata per colpire una forma di protesta, ogni norma che amplia i
margini della discrezionalità repressiva, ogni parola d’ordine che divide i
cittadini in amici e nemici, mette gli operatori in prima linea in una posizione
impossibile, chiedendo loro di essere l’interfaccia fisica di una conflittualità
che la politica ha creato e che la politica avrebbe l’onere di disinnescare.
L’efficacia stessa del lavoro di polizia, in un ordinamento democratico, si
fonda su un capitale che nessun decreto può stanziare: la fiducia dei cittadini.
Un’operatrice o un operatore che la comunità riconosce come garanzia ottiene
collaborazione, informazioni, prevenzione. Una forza di polizia percepita come
occupante ottiene silenzio e ostilità, e finisce per lavorare peggio, con più
rischi per sé e per gli altri. La deriva militarista, oltre che ingiusta, è
dunque anche tecnicamente stupida perché consuma il capitale di fiducia
costruito in più di quarant’anni di polizia civile per incassare un dividendo
elettorale di breve periodo.
Un sindacato di polizia non corporativo (e, dunque, diverso dalla quasi totalità
delle sigle odierne ad eccezione del Silp) non è un dettaglio di questa storia,
ma uno dei suoi presidi. La sindacalizzazione voluta nel 1981 nacque esattamente
per impedire che gli apparati della sicurezza tornassero ad essere corpi opachi,
impermeabili alla società, disponibili a qualsiasi uso. Un poliziotto con
diritti, che può discutere le condizioni del proprio lavoro, che può dissentire
nelle forme che la legge gli riconosce, che soprattutto ha quel diritto di
sciopero regolamentato mai concesso, ma anche mai rivendicato, è un poliziotto
che ha imparato a distinguere tra l’ordine legittimo e l’ordine soltanto
ordinato.
Difendere questa distinzione, oggi che qualcuno la vorrebbe sfumare, non è
nostalgia riformista, è il modo concreto in cui chi porta la divisa continua a
servire la Costituzione prima di qualsiasi governo, sapendo che una polizia
democratica si misura non da come tratta chi la applaude, dai like sui social,
ma da come garantisce i diritti di chi la contesta.
Non si tratta di elaborazioni teoriche, ma della realtà che viviamo e che
meriterebbe un approfondito e partecipato dibattito pubblico nel Paese.
Redazione Italia