Di carcere e poesia
Di poesia e carcere parliamo in un caldo pomeriggio di fine primavera con Luigi
Spera, autore della silloge, e Charlie Barnao, sociologo e docente
universitario, che da anni è docente presso i detenuti, al VERA coffice break,
in via Magliocco, salotto buono della città di Palermo.
Le parole dei versi si fondono con quelle dell’autore e del suo interlocutore,
in un respiro che mette in comunicazione il dentro e il fuori.
Sono ventuno le poesie (edite da Red Star Press) della raccolta “21 di marzo”,
primo giorno di primavera e primo giorno di reclusione per Luigi nel 2024, che
diventa così un prigioniero nelle mani dello Stato, detenuto, tenuto in altre
mani che ne dispongono la vita. Ma la verità è che, come recita il sottotitolo,
“un si po nchuriri a primavera”, non si può rinchiudere, recludere,
imprigionare, detenere, la primavera. Il canto del poeta e la sua testimonianza
viva di lotta non si possono mettere a tacere.
La poesia di Luigi, più che pretesto, si fa voce di ogni altro parlare di
carcere e detenzione rieducativa in un contesto che riproduce le dinamiche
dell’oppressione che l’autore combatte e che gli ha procurato un’accusa di
terrorismo, caduta dopo otto mesi di detenzione nel carcere di massima sicurezza
di Alessandria.
Il racconto di chi il carcere ha vissuto si fa testimonianza della difficoltà
del sistema di essere rieducativo e ne denuncia le pratiche di
deresponsabilizzazione, poiché il detenuto è in balia delle decisioni prese per
lui da chi lo detiene. Qualunque atto creativo così diventa un atto di
resistenza, a partire dall’autodeterminazione nel posticipare anche di un quarto
d’ora il rientro nelle celle, atto di insubordinazione che mette in crisi il
sistema e scatena forme diverse di repressione. Luigi scrive poesie come
esercizio di sopravvivenza ritagliandosi spazi di libertà e di
autodeterminazione generativi.
E questa generazione si fa qui, oggi, rigenerazione ad ogni lettura di Daniela
Musumeci nella lingua madre, quella siciliana, che Luigi ha scelto per la sua
poesia. È una scelta politica che fa della poesia la voce degli ultimi della
società in una dimensione meridionalista, del resto la maggioranza dei detenuti
nelle carceri italiane proviene dalle tre regioni con il PIL più basso, al Sud
appunto.
Poveri e meridionali e stranieri poveri del sud del mondo, questi ultimi circa
il trenta per cento del totale, affollano le nostre carceri dove si riproducono
le ingiustizie e le disuguaglianze della società che li ha educati
all’esclusione fuori dal carcere e che all’esclusione continua ad educarli
dentro il carcere.
Deresponsabilizzazione e spersonalizzazione: l’azzeramento dell’identità passa
anche attraverso la negazione della sessualità che nel poeta trova le parole nel
canto d’amore per la compagna e gli fa dire tutti li notti/ accussì forti ti
strinciu/ ca ntall’aria mi spagghiu/ e di tia mi cummogghiu.*
A ciò si aggiunge l’infantilizzazione, di cui è testimonianza anche il lessico
fatto tutto di diminutivi, non solo riferiti ai detenuti ma anche a chi al loro
mondo si avvicina: al professore universitario che vuole portare dei libri
dentro il carcere viene chiesto di fare una “domandina”. Perciò è tutto il
sistema che deve essere rieducato, a partire da chi ci lavora.
Non è un caso che il numero dei suicidi dentro il carcere sia venticinque volte
superiore a quello di chi vive fuori dalle sue mura e quello degli agenti
penitenziari doppio di quello della “società di fuori”. Così com’è “il carcere è
un luogo tossico per tutti”, conclude Charlie Barnao, e noi non possiamo che
essere d’accordo con lui.
*Tutte le notti/così forte ti stringo/che in aria mi spargo/e di te mi avvolgo.
illustrazione di Marco Mirabile per il libro di Luigi Spera
copertina del libro di Lui Spera
Maria La Bianca