La voce di Carla Lonzi
«Mi colpì ogni frase, ogni parola, e soprattutto la sfrontata libertà di
pensiero. Sottolineai tantissime frasi con forza, segnai punti esclamativi,
freghi verticali. Sputare su Hegel. Sputare sulla cultura degli uomini, sputare
su Marx, su Engels, su Lenin. E sul materialismo storico. E su Freud. E sulla
psicoanalisi e l’invidia del pene. E sul matrimonio, sulla famiglia. E sul
nazismo, sullo stalinismo, sul terrorismo. E sulla guerra. E sulla lotta di
classe. E sulla dittatura del proletariato. E sul socialismo. E sul comunismo. E
sulla trappola dell’uguaglianza. E su tutte le manifestazioni della cultura
patriarcale. E su tutte le sue forme organizzative. Opporsi alla dispersione
delle intelligenze femminili. Deculturalizzarsi. Disacculturarsi a partire dalla
maternità, non dare figli a nessuno. Sbarazzarsi della dialettica servo-padrone.
Strapparsi dal cervello l’inferiorità. Restituirsi a se stesse. Non avere
antitesi. Muoversi su un altro piano in nome della propria differenza».
Non sappiamo se siano state queste frasi di Storia di chi fugge e di chi resta
di Elena Ferrante, in cui la protagonista Lenù racconta della sua scioccante e
illuminante esperienza di lettura di Sputiamo su Hegel a iniziare questa
rinascita di attenzione verso Carla Lonzi. Certo è che negli ultimi sono usciti
tantissimi libri e scritti dedicati a Lonzi – su tutti ci piace ricordare Carla
Lonzi. Un’arte della vita di Giovanna Zapperi e la raccolta in lingua inglese
Feminism in Revolt curata da Luisa Lorenza Corna e Jamila M. H. Mascat, ma ce ne
sarebbe mille altri – oltre che ripubblicati gran parte dei suoi scritti dalla
rediviva casa editrice La Tartaruga, oggi diretta da Claudia Durastanti.
> Mentre i rapporti tra il femminismo della differenza di quella generazione e
> il transfemminismo contemporaneo non sono sempre stati tra i più facili (anche
> se in realtà Lonzi era più vecchia di una decina d’anni della generazione di
> Luisa Muraro), Lonzi sembra parlare in modo quasi naturale ai movimenti
> femministi di oggi.
In realtà l’attenzione verso Lonzi non si è mai fino in fondo interrotta – L’io
in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi di Maria Luisa Boccia è del 1990
– eppure chi ha avuto la fortuna o l’occasione di leggerla non può non provare
la sensazione di come l’importanza della sua esperienza, teorica, politica ed
esistenziale, non si sia accompagnata da un adeguato riconoscimento.
Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo di Francesca Archibugi, presentato alle
Giornate degli Autori dell’ultimo Festival di Venezia (uscirà in sala il 26
ottobre, anche se per soli tre giorni, distribuito da Fandango) è il primo
documentario a lei dedicato. E per una volta il film di impianto biografico, di
cui spesso si è abusato nel documentario recente, ha una sua ragion d’essere:
non soltanto perché una delle questioni centrali del pensiero di Lonzi è proprio
la problematizzazione del confine tra riflessione teorica ed esperienza
esistenziale, ma anche perché il pensiero di Lonzi è, fin dall’inizio,
inseparabile dal suo percorso di vita.
Non è un caso che uno dei suoi libri più importanti, Taci, anzi parla, sia un
lunghissimo diario, scritto tra il 1972 e il 1977 e composto da oltre mille
pagine, dove politica e vita, femminismo e percorso esistenziale sono di fatto
indistinguibili. È proprio attraverso le parole di questo testo che si
costruisce gran parte della voce fuori campo del documentario che, insieme alle
interviste ad alcune delle persone che hanno conosciuto Lonzi, costituisce il
filo rosso dell’intero racconto.
Ma c’è anche un’altra ragione per cui il film assume una dimensione così
fortemente biografica, e riguarda la stessa Francesca Archibugi. Per chi conosce
la sua filmografia, Archibugi non è probabilmente il primo nome che verrebbe in
mente pensando a un documentario su una delle figure più radicali del femminismo
italiano. E tuttavia la regista è la compagna di Battista Lena, compositore e
unico figlio di Carla Lonzi. Il suo incontro con Lonzi avviene dunque
innanzitutto attraverso uno spazio familiare, che le permette di accedere a una
quantità straordinaria di materiali d’archivio.
> Nonostante la vastissima produzione di scritti che Lonzi ha lasciato, il film
> riesce così a restituire anche aspetti meno conosciuti della sua vita: dalle
> lettere scritte durante gli anni di scuola, in cui racconta i bombardamenti di
> Firenze, alle testimonianze delle nipoti, figlie della sorella, fino a quella
> dello stesso Battista Lena.
Ne emerge un lavoro di ricostruzione biografica particolarmente prezioso, capace
di riportare alla luce materiali e testimonianze che difficilmente avrebbero
trovato spazio in una ricostruzione affidata soltanto agli scritti più
conosciuti.
Il film si articola sostanzialmente in tre parti, che corrispondono ai tre
momenti principali della vita di Carla Lonzi. Il primo è quello della
formazione, a partire dagli anni dell’infanzia e dal contesto familiare: il
difficile rapporto con il padre, l’esperienza del collegio di Badia a Ripoli,
dove viene mandata negli anni Quaranta quando ha appena nove anni, il periodo
trascorso a Firenze e poi quello di studio a Parigi. Ma è soprattutto la
formazione universitaria a segnare questa prima fase della sua vita.
Prima di diventare una delle figure più importanti del femminismo italiano,
Lonzi è infatti una storica dell’arte, formatasi alla scuola di Roberto Longhi,
uno dei maggiori storici dell’arte italiani del Novecento, con il quale si
laurea discutendo una tesi dal titolo Rapporti tra la scena e le arti figurative
dalla fine dell’800. Una tesi che Longhi apprezza particolarmente, tanto da
incoraggiarla a intraprendere la carriera universitaria. Lonzi, tuttavia, decide
di non seguire quella strada, scegliendo invece di dedicarsi alla critica
d’arte. È la prima di una serie di uscite, di abbandoni di luoghi e percorsi già
tracciati, che segneranno profondamente la sua vita.
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Gli anni della formazione sono segnati anche da alcuni incontri decisivi, a
partire da quello con Marisa Volpi, conosciuta a Firenze e con la quale da
subito ebbe un’amicizia travolgente. Nel 1954 vanno alla Biennale di Venezia e
vedono la mostra di Ben Shahn nel Padiglione americano e decidono di scrivere un
articolo a quattro mani («perchè non volevamo fare una cosa egoica», dirà Volpi)
che poi uscirà su “Paragone”. È un episodio che sembra già anticipare un tratto
importante del percorso di Lonzi: l’idea che il pensiero debba prendere forma
attraverso un rapporto e un’esperienza condivisa. Ma sono anche gli anni
dell’incontro con Mario Lena, con il quale avrà il suo unico figlio, anche se i
due si separeranno poco dopo la nascita di Battista.
La seconda parte del film è invece dedicata agli anni della critica d’arte. La
decisione di rinunciare alla carriera accademica nasce anche dal desiderio di
occuparsi più direttamente dell’arte contemporanea, ma soprattutto di entrare in
rapporto con le artiste e gli artisti, di parlare con loro, anziché limitarsi a
interpretarne le opere dall’esterno. Sono gli anni in cui Lonzi diventa una una
critica d’arte riconosciuta e in cui incontra anche Pietro Consagra, che sarà
uno dei grandi amori della sua vita (e con il quale, anni dopo, scriverà Vai
pure dove le tensioni e le impossibilità del rapporto tra uomo e donna vengono
drammatizzate attraverso la forma stessa del dialogo).
È durante gli anni di Autoritratto, pubblicato nel 1969, che questa esperienza
raggiunge il suo punto più significativo. Il libro nasce da una serie di
conversazioni registrate al magnetofono con alcuni artisti, che Lonzi monta e
ricompone in un testo nel quale la parola viene restituita direttamente ai suoi
interlocutori. È un esperimento rivoluzionario per l’epoca, perché mette in
discussione il ruolo tradizionalmente attribuito al critico come colui che deve
interpretare l’opera d’arte e produrne il significato. Lonzi sembra voler
rinunciare proprio a questa posizione di autorità, lasciando che siano gli
artisti stessi a parlare, attraverso conversazioni libere, digressive, nelle
quali spesso l’arte finisce quasi per rimanere sullo sfondo.
> Più che proporre una nuova interpretazione delle opere, Autoritratto mette
> così in discussione l’ideologia stessa della critica d’arte e il rapporto di
> potere che essa istituisce tra chi produce un’opera e chi pretende di
> spiegarne il significato.
Ma è forse nella terza parte, dedicata al periodo più propriamente femminista
della vita di Carla Lonzi, che il film inizia a mostrare qualche limite. È il
1970 quando, insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti, Lonzi fonda il
collettivo di Rivolta Femminile, inizialmente attorno a un manifesto che
comincia a circolare e a essere discusso tra gruppi di donne in diverse città
italiane, e poi attraverso testi come Sputiamo su Hegel e La donna clitoridea e
la donna vaginale (rispettivamente del 1970 e del 1971). Si apre così quella che
è senz’altro la stagione più importante della sua vita, destinata a
interrompersi soltanto nel 1982, con la sua morte prematura a causa di un
tumore, e di cui il film restituisce anche la dimensione più intima attraverso
alcuni filmati privati di grande intensità.
È proprio qui che sarebbe stato forse necessario fare un passo ulteriore
rispetto all’impianto strettamente biografico del documentario, per mettere
maggiormente a tema l’originalità e la portata dirompente del pensiero di Lonzi.
A partire, per esempio, da una questione che il film accenna, ma che avrebbe
meritato un approfondimento maggiore: la discontinuità, più volte rivendicata
dalla stessa Lonzi, tra il femminismo e il Sessantotto.
> Il femminismo non nasce infatti semplicemente come una prosecuzione dei
> movimenti di quegli anni, ma anche in discontinuità. C’è poi anche una
> specificità generazionale che non andrebbe sottovalutata: nel 1968 Lonzi ha
> già 37 anni, non appartiene alla generazione degli studenti che scendono nelle
> piazze e ha alle spalle un percorso intellettuale e professionale già molto
> articolato, che le permette forse di cogliere con maggiore distanza alcuni dei
> limiti di quell’esperienza.
Da questo punto di vista, il femminismo di Rivolta Femminile appare per molti
versi più in sintonia con le trasformazioni politiche degli anni Settanta che
con la stagione del Sessantotto.
Un altro elemento decisivo è naturalmente quello del separatismo, che va ben al
di là di qualsiasi dimensione semplicemente provocatoria (esilarante un
frammento video di Primo Moroni che si lamenta della decisione di Rivolta
Femminile di non mandare i libri alla Calusca per l’assenza di una donna nel
collettivo della libreria). L’esperienza dell’autocoscienza, che costituisce uno
dei momenti più originali dell’attività di Rivolta Femminile, non riguarda
infatti soltanto la ridefinizione del rapporto tra pubblico e privato, tra
parola soggettiva e presa di parola politica, o persino, se vogliamo, tra
inconscio e spazio pubblico.
È anche il luogo in cui viene sperimentata una forma inedita di pratica
politica, fondata sulla possibilità di prendere la parola a partire da sé. E il
film è particolarmente efficace nel mostrare quanto questa possibilità fosse
tutt’altro che scontata, e quanto fosse difficile, faticoso, a volte persino
fisicamente doloroso. Sono forse tra i momenti più belli del documentario le
interviste ad Angela De Carlo, che racconta proprio la fatica di riuscire a
parlare di sé anche davanti a un piccolo gruppo di donne.
> La pratica di Rivolta femminile appare qui non semplicemente come la conquista
> di uno spazio di espressione precedentemente negato, ma come l’invenzione
> stessa di una parola che prima non esisteva, o che comunque non aveva ancora
> trovato le condizioni per potersi articolare.
Il film riesce a restituire questa dimensione anche attraverso alcuni materiali
d’archivio particolarmente preziosi, tra cui una delle rarissime testimonianze
filmate di un’esperienza di autocoscienza, mostrata e discussa durante un
incontro con Maria Luisa Boccia a Lucha y Siesta. E tuttavia è proprio in questa
parte che si avverte maggiormente la mancanza di interlocutrici capaci di
entrare più a fondo nella specificità del pensiero di Lonzi, di ricostruirne non
soltanto la vicenda esistenziale, ma anche la radicalità delle innovazioni
teoriche e politiche. La stessa Boccia, che a Lonzi ha dedicato alcuni dei
lavori più importanti, avrebbe forse potuto avere uno spazio maggiore.
Questi limiti non tolgono tuttavia nulla all’importanza del lavoro fatto da
Archibugi, che realizza un documentario ricchissimo di materiali, attraversato
da momenti memorabili, spesso di grande intensità emotiva. Più discutibile è
forse la scelta di ricostruire attraverso l’intelligenza artificiale la voce di
Carla Lonzi, utilizzandola per leggere i brani dei suoi stessi scritti,
soprattutto Taci, anzi parla, che costituiscono il filo conduttore della voce
fuori campo. È una soluzione certamente audace, ma che introduce anche una certa
ambiguità mimetica, tanto più singolare in un film dedicato a una figura che ha
fatto della presa di parola e della singolarità della propria voce una questione
politica fondamentale.
Non è chiaro, in fondo, che cosa avrebbe perso il documentario affidando quelle
stesse parole alla voce di un’altra persona, senza cercare di riprodurre
artificialmente quella di Lonzi. Resta in ogni caso un documento di grande
importanza, la cui circolazione non dovrebbe esaurirsi nei pochi giorni della
distribuzione cinematografica, ma trovare una continuazione nei prossimi mesi
anche in spazi politici e militanti.
Immagine di copertina Carla Lonzi da wikimedia
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