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La voce di Carla Lonzi
«Mi colpì ogni frase, ogni parola, e soprattutto la sfrontata libertà di pensiero. Sottolineai tantissime frasi con forza, segnai punti esclamativi, freghi verticali. Sputare su Hegel. Sputare sulla cultura degli uomini, sputare su Marx, su Engels, su Lenin. E sul materialismo storico. E su Freud. E sulla psicoanalisi e l’invidia del pene. E sul matrimonio, sulla famiglia. E sul nazismo, sullo stalinismo, sul terrorismo. E sulla guerra. E sulla lotta di classe. E sulla dittatura del proletariato. E sul socialismo. E sul comunismo. E sulla trappola dell’uguaglianza. E su tutte le manifestazioni della cultura patriarcale. E su tutte le sue forme organizzative. Opporsi alla dispersione delle intelligenze femminili. Deculturalizzarsi. Disacculturarsi a partire dalla maternità, non dare figli a nessuno. Sbarazzarsi della dialettica servo-padrone. Strapparsi dal cervello l’inferiorità. Restituirsi a se stesse. Non avere antitesi. Muoversi su un altro piano in nome della propria differenza». Non sappiamo se siano state queste frasi di Storia di chi fugge e di chi resta di Elena Ferrante, in cui la protagonista Lenù racconta della sua scioccante e illuminante esperienza di lettura di Sputiamo su Hegel a iniziare questa rinascita di attenzione verso Carla Lonzi. Certo è che negli ultimi sono usciti tantissimi libri e scritti dedicati a Lonzi – su tutti ci piace ricordare Carla Lonzi. Un’arte della vita di Giovanna Zapperi e la raccolta in lingua inglese Feminism in Revolt curata da Luisa Lorenza Corna e Jamila M. H. Mascat, ma ce ne sarebbe mille altri – oltre che ripubblicati gran parte dei suoi scritti dalla rediviva casa editrice La Tartaruga, oggi diretta da Claudia Durastanti. > Mentre i rapporti tra il femminismo della differenza di quella generazione e > il transfemminismo contemporaneo non sono sempre stati tra i più facili (anche > se in realtà Lonzi era più vecchia di una decina d’anni della generazione di > Luisa Muraro), Lonzi sembra parlare in modo quasi naturale ai movimenti > femministi di oggi. In realtà l’attenzione verso Lonzi non si è mai fino in fondo interrotta – L’io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi di Maria Luisa Boccia è del 1990 – eppure chi ha avuto la fortuna o l’occasione di leggerla non può non provare la sensazione di come l’importanza della sua esperienza, teorica, politica ed esistenziale, non si sia accompagnata da un adeguato riconoscimento. Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo di Francesca Archibugi, presentato alle Giornate degli Autori dell’ultimo Festival di Venezia (uscirà in sala il 26 ottobre, anche se per soli tre giorni, distribuito da Fandango) è il primo documentario a lei dedicato. E per una volta il film di impianto biografico, di cui spesso si è abusato nel documentario recente, ha una sua ragion d’essere: non soltanto perché una delle questioni centrali del pensiero di Lonzi è proprio la problematizzazione del confine tra riflessione teorica ed esperienza esistenziale, ma anche perché il pensiero di Lonzi è, fin dall’inizio, inseparabile dal suo percorso di vita. Non è un caso che uno dei suoi libri più importanti, Taci, anzi parla, sia un lunghissimo diario, scritto tra il 1972 e il 1977 e composto da oltre mille pagine, dove politica e vita, femminismo e percorso esistenziale sono di fatto indistinguibili. È proprio attraverso le parole di questo testo che si costruisce gran parte della voce fuori campo del documentario che, insieme alle interviste ad alcune delle persone che hanno conosciuto Lonzi, costituisce il filo rosso dell’intero racconto. Ma c’è anche un’altra ragione per cui il film assume una dimensione così fortemente biografica, e riguarda la stessa Francesca Archibugi. Per chi conosce la sua filmografia, Archibugi non è probabilmente il primo nome che verrebbe in mente pensando a un documentario su una delle figure più radicali del femminismo italiano. E tuttavia la regista è la compagna di Battista Lena, compositore e unico figlio di Carla Lonzi. Il suo incontro con Lonzi avviene dunque innanzitutto attraverso uno spazio familiare, che le permette di accedere a una quantità straordinaria di materiali d’archivio. > Nonostante la vastissima produzione di scritti che Lonzi ha lasciato, il film > riesce così a restituire anche aspetti meno conosciuti della sua vita: dalle > lettere scritte durante gli anni di scuola, in cui racconta i bombardamenti di > Firenze, alle testimonianze delle nipoti, figlie della sorella, fino a quella > dello stesso Battista Lena. Ne emerge un lavoro di ricostruzione biografica particolarmente prezioso, capace di riportare alla luce materiali e testimonianze che difficilmente avrebbero trovato spazio in una ricostruzione affidata soltanto agli scritti più conosciuti. Il film si articola sostanzialmente in tre parti, che corrispondono ai tre momenti principali della vita di Carla Lonzi. Il primo è quello della formazione, a partire dagli anni dell’infanzia e dal contesto familiare: il difficile rapporto con il padre, l’esperienza del collegio di Badia a Ripoli, dove viene mandata negli anni Quaranta quando ha appena nove anni, il periodo trascorso a Firenze e poi quello di studio a Parigi. Ma è soprattutto la formazione universitaria a segnare questa prima fase della sua vita. Prima di diventare una delle figure più importanti del femminismo italiano, Lonzi è infatti una storica dell’arte, formatasi alla scuola di Roberto Longhi, uno dei maggiori storici dell’arte italiani del Novecento, con il quale si laurea discutendo una tesi dal titolo Rapporti tra la scena e le arti figurative dalla fine dell’800. Una tesi che Longhi apprezza particolarmente, tanto da incoraggiarla a intraprendere la carriera universitaria. Lonzi, tuttavia, decide di non seguire quella strada, scegliendo invece di dedicarsi alla critica d’arte. È la prima di una serie di uscite, di abbandoni di luoghi e percorsi già tracciati, che segneranno profondamente la sua vita. Wikimedia Gli anni della formazione sono segnati anche da alcuni incontri decisivi, a partire da quello con Marisa Volpi, conosciuta a Firenze e con la quale da subito ebbe un’amicizia travolgente. Nel 1954 vanno alla Biennale di Venezia e vedono la mostra di Ben Shahn nel Padiglione americano e decidono di scrivere un articolo a quattro mani («perchè non volevamo fare una cosa egoica», dirà Volpi) che poi uscirà su “Paragone”. È un episodio che sembra già anticipare un tratto importante del percorso di Lonzi: l’idea che il pensiero debba prendere forma attraverso un rapporto e un’esperienza condivisa. Ma sono anche gli anni dell’incontro con Mario Lena, con il quale avrà il suo unico figlio, anche se i due si separeranno poco dopo la nascita di Battista. La seconda parte del film è invece dedicata agli anni della critica d’arte. La decisione di rinunciare alla carriera accademica nasce anche dal desiderio di occuparsi più direttamente dell’arte contemporanea, ma soprattutto di entrare in rapporto con le artiste e gli artisti, di parlare con loro, anziché limitarsi a interpretarne le opere dall’esterno. Sono gli anni in cui Lonzi diventa una una critica d’arte riconosciuta e in cui incontra anche Pietro Consagra, che sarà uno dei grandi amori della sua vita (e con il quale, anni dopo, scriverà Vai pure dove le tensioni e le impossibilità del rapporto tra uomo e donna vengono drammatizzate attraverso la forma stessa del dialogo). È durante gli anni di Autoritratto, pubblicato nel 1969, che questa esperienza raggiunge il suo punto più significativo. Il libro nasce da una serie di conversazioni registrate al magnetofono con alcuni artisti, che Lonzi monta e ricompone in un testo nel quale la parola viene restituita direttamente ai suoi interlocutori. È un esperimento rivoluzionario per l’epoca, perché mette in discussione il ruolo tradizionalmente attribuito al critico come colui che deve interpretare l’opera d’arte e produrne il significato. Lonzi sembra voler rinunciare proprio a questa posizione di autorità, lasciando che siano gli artisti stessi a parlare, attraverso conversazioni libere, digressive, nelle quali spesso l’arte finisce quasi per rimanere sullo sfondo. > Più che proporre una nuova interpretazione delle opere, Autoritratto mette > così in discussione l’ideologia stessa della critica d’arte e il rapporto di > potere che essa istituisce tra chi produce un’opera e chi pretende di > spiegarne il significato. Ma è forse nella terza parte, dedicata al periodo più propriamente femminista della vita di Carla Lonzi, che il film inizia a mostrare qualche limite. È il 1970 quando, insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti, Lonzi fonda il collettivo di Rivolta Femminile, inizialmente attorno a un manifesto che comincia a circolare e a essere discusso tra gruppi di donne in diverse città italiane, e poi attraverso testi come Sputiamo su Hegel e La donna clitoridea e la donna vaginale (rispettivamente del 1970 e del 1971). Si apre così quella che è senz’altro la stagione più importante della sua vita, destinata a interrompersi soltanto nel 1982, con la sua morte prematura a causa di un tumore, e di cui il film restituisce anche la dimensione più intima attraverso alcuni filmati privati di grande intensità. È proprio qui che sarebbe stato forse necessario fare un passo ulteriore rispetto all’impianto strettamente biografico del documentario, per mettere maggiormente a tema l’originalità e la portata dirompente del pensiero di Lonzi. A partire, per esempio, da una questione che il film accenna, ma che avrebbe meritato un approfondimento maggiore: la discontinuità, più volte rivendicata dalla stessa Lonzi, tra il femminismo e il Sessantotto. > Il femminismo non nasce infatti semplicemente come una prosecuzione dei > movimenti di quegli anni, ma anche in discontinuità. C’è poi anche una > specificità generazionale che non andrebbe sottovalutata: nel 1968 Lonzi ha > già 37 anni, non appartiene alla generazione degli studenti che scendono nelle > piazze e ha alle spalle un percorso intellettuale e professionale già molto > articolato, che le permette forse di cogliere con maggiore distanza alcuni dei > limiti di quell’esperienza. Da questo punto di vista, il femminismo di Rivolta Femminile appare per molti versi più in sintonia con le trasformazioni politiche degli anni Settanta che con la stagione del Sessantotto. Un altro elemento decisivo è naturalmente quello del separatismo, che va ben al di là di qualsiasi dimensione semplicemente provocatoria (esilarante un frammento video di Primo Moroni che si lamenta della decisione di Rivolta Femminile di non mandare i libri alla Calusca per l’assenza di una donna nel collettivo della libreria). L’esperienza dell’autocoscienza, che costituisce uno dei momenti più originali dell’attività di Rivolta Femminile, non riguarda infatti soltanto la ridefinizione del rapporto tra pubblico e privato, tra parola soggettiva e presa di parola politica, o persino, se vogliamo, tra inconscio e spazio pubblico. È anche il luogo in cui viene sperimentata una forma inedita di pratica politica, fondata sulla possibilità di prendere la parola a partire da sé. E il film è particolarmente efficace nel mostrare quanto questa possibilità fosse tutt’altro che scontata, e quanto fosse difficile, faticoso, a volte persino fisicamente doloroso. Sono forse tra i momenti più belli del documentario le interviste ad Angela De Carlo, che racconta proprio la fatica di riuscire a parlare di sé anche davanti a un piccolo gruppo di donne. > La pratica di Rivolta femminile appare qui non semplicemente come la conquista > di uno spazio di espressione precedentemente negato, ma come l’invenzione > stessa di una parola che prima non esisteva, o che comunque non aveva ancora > trovato le condizioni per potersi articolare. Il film riesce a restituire questa dimensione anche attraverso alcuni materiali d’archivio particolarmente preziosi, tra cui una delle rarissime testimonianze filmate di un’esperienza di autocoscienza, mostrata e discussa durante un incontro con Maria Luisa Boccia a Lucha y Siesta. E tuttavia è proprio in questa parte che si avverte maggiormente la mancanza di interlocutrici capaci di entrare più a fondo nella specificità del pensiero di Lonzi, di ricostruirne non soltanto la vicenda esistenziale, ma anche la radicalità delle innovazioni teoriche e politiche. La stessa Boccia, che a Lonzi ha dedicato alcuni dei lavori più importanti, avrebbe forse potuto avere uno spazio maggiore. Questi limiti non tolgono tuttavia nulla all’importanza del lavoro fatto da Archibugi, che realizza un documentario ricchissimo di materiali, attraversato da momenti memorabili, spesso di grande intensità emotiva. Più discutibile è forse la scelta di ricostruire attraverso l’intelligenza artificiale la voce di Carla Lonzi, utilizzandola per leggere i brani dei suoi stessi scritti, soprattutto Taci, anzi parla, che costituiscono il filo conduttore della voce fuori campo. È una soluzione certamente audace, ma che introduce anche una certa ambiguità mimetica, tanto più singolare in un film dedicato a una figura che ha fatto della presa di parola e della singolarità della propria voce una questione politica fondamentale. Non è chiaro, in fondo, che cosa avrebbe perso il documentario affidando quelle stesse parole alla voce di un’altra persona, senza cercare di riprodurre artificialmente quella di Lonzi. Resta in ogni caso un documento di grande importanza, la cui circolazione non dovrebbe esaurirsi nei pochi giorni della distribuzione cinematografica, ma trovare una continuazione nei prossimi mesi anche in spazi politici e militanti. Immagine di copertina Carla Lonzi da wikimedia Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. 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October 16, 2026
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Marilyn Monroe. Biografia di una resistente
La miscela che l’uccise a 35 anni è la sintesi di mezzo secolo di epidemie farmacologiche: il Nembutal, barbiturico eminente degli anni ’50-’60, oggi utilizzato per il suicidio assistito e per le esecuzioni capitali, e l’idrato di cloralio, caro agli sbirri di Ellroy.  L’effetto fu moltiplicato dall’assuefazioni a farmaci antidolorifici (ossicodone compreso) assunti per controllare un’endometriosi di lunga data e ad altre sostanze occasionali e all’alcol. Incidente o suicidio Ilenia Rossini non si pronuncia, scartando invece decisamente la tesi pop del complotto omicida, che l’associa verosimilmente al pozzo  nero dei Kennedy, relegandola però nel ruolo di vittima sacrificale – ennesima variante “tragediata” della dumb blonde che Marilyn non voleva essere e non fu. Le teorie cospirative negano invece il fatto, sempre rivendicato, di essere stata lei una combattente,  l’artefice del proprio destino attraverso la produzione controllata di immagini – ultima e più durevole quella mortuaria. UNA VITA NON STANDARD Questa doppia biografia (di Marilyn e della storica Ilenia Rossini, che appassionatamente le si è dedicata) scandisce per tappe in parallelo la vita dell’attrice e le occasioni di incontro, dalla  prima rievocazione a sette anni e mezzo per qualche anniversario fino alla stesura di questo testo o, diciamo meglio, corpo a corpo con un oggetto ribelle a ogni schema. Non un’ossessione individuale, peraltro, bensì condivisa in modi e tempi diversi da milioni di persone – come ha osservato L. Peretti nella sua recensione sul “manifesto”. > Quanto la stessa Marilyn abbia costruito consapevolmente  la sua persona > pubblica, piuttosto che adeguarvisi, rimanda alle sue radici operaie, ai due > anni di esperienza di fabbrica nel reparto verniciatura della Radioplane di > Burbank, del “lavoro ben fatto” e della retribuzione contrattata. È anche la > nota distintiva del suo essere di sinistra, non solo come ricaduta nel mondo > dello spettacolo del New Deal (in analogia a Frances Farmer e a Orson Welles, > che peraltro mai avevano lavorato con le mani) e a differenza delle attrici > progressiste della “nuova sinistra” anni ‘60 – Jean Seberg, Jane Fonda, Susan > Sarandon. Marilyn è della razza di Woody Guthrie più che del giovane  Bob > Dylan o di Neil Young. La scelta è, dunque, di soffermarsi più sulla storia lavorativa di Norma Jeane che sulle vicende lacrimose di abbandoni e orfanotrofi, pur descritta con accuratezza. Licenziatasi dalla fabbrica nel 1945 cerca un nuovo lavoro meglio pagato come modella fotografica – alle donne si schiudono allora solo mestieri che facciano perno sul corpo e Norma Jeane si rende conto che la fotografia non cattura ma costruisce la realtà e la modella può esercitare un diritto di scelta sulle immagini, costruirsi attraverso esse. Quando viene messa sotto contratto dalla Fox, nel 1946, abbandona Norma Jeane e assume il nome su cui costruirà la propria immagine definitiva: Marilyn Monroe. Si apre ira un contenzioso inesauribile fra Marilyn e la Fox, man mano che la modella conquista particine nei film e pretende di controllare personaggi e sceneggiature confrontandosi però con un colosso dell’industria dell’entertainment, non più con singoli fotografi e riviste. Anche qui c’era un precedente, un’altra dumb blonde, che non era stupida per niente e agiva in un contesto ancora non cristallizzato sul piano produttivo e imbrigliato nella censura del codice Hays. Mae West, era riuscita a tener testa ai produttori lavorando sui due versanti del cinema e del teatro, ma siamo ancora nella preistoria del genere che nel secondo dopoguerra  è radicalmente ristrutturato in un sistema chiuso a cinque voci. LA GUERRA INFINITA CON LA FOX A cavallo fra i ’40 e i ’50, quando Marilyn si fa strada, l’industria cinematografica dominata dalle Big Five sta uscendo con una radicale ristrutturazione dalla crisi post-bellica, determinata dall’avvento della Tv e dallo spostamento di cospicui strati benestanti dai centri cittadini ai suburbia. La risposta passa per le innovazioni tecniche (uso generalizzato del colore, nuovi formati giganti dk proiezione e irrigidimento dello star system con riconoscibilità intensificata delle star. La costruzione di un’identità stereotipa era parte del lavoro e Marilyn vi si getta a modo suo, cioè non appiattendosi sui requisiti degli studios m apuntando a un rapporto diretto con il pubblico – memore di quando spendeva buona parte del suo salario per frequentare avidamente le sale di periferia. Grazie all’incontro con un agente efficiente e innamorato, Johnny Hide, la nuova Marilyn comincia a ottenere nel 1949 parti secondarie ma prestigiose, da Una notte sui tetti, con Groucho Marx, a Giungla d’asfalto diretto da J. Huston (che ritroverà nel suo ultimo film). Nei mesi successivi entra in contatto con il giro dell’Actors Studio, conosce Miller ed Elia Kazan, ancora progressista, di cui divenne amante e che retrospettivamente la definì «una piccola gatta randagia», una sintesi di tutte le sfortunate eroine di Chaplin». Infame, ma acuto. > Il 1952 è però l’anno decisivo: si apre con l’epocale calendario, che rese > pubblico il suo corpo e le consentì tuttavia una sincera difesa che disarmò le > paventate rappresaglie della Fox, e prosegue con l’incontro con Joe DiMaggio  > – che, a mio parare, resterà l’uomo principale, fra alti e bassi,  in tutto il > resto della sua vita al punto a gestirne il funerale e il ricordo come > persona, fuori dal mito. Un amore invadente che si scontrava con l’altro e più > forte desiderio di Marilyn: fare il cinema passando sopra ogni gelosia e > censura. Il noir che realizzò, quell’anno, Niagara di H. Hathaway, le permise di dimostrare le sue capacità in un ruolo tragico – la femme fatale criminale era peraltro il complemento malvagio della svanita dumb blonde – e Rose Loomis in abito scarlatto (nel film e nell’iconica locandina) divenne subito uno dei nuovi simboli di Hollywood, nonché la prima occasione di litigio con il marito. L’anni si chiide con la lavorazione di Gli uomini preferiscono le bionde (diretto da H. Hawks), dove Lorelei Lee recita e canta il valore dei diamanti con ironia insuperabile. È nata una diva: non percepisce ancora stipendi da favola, ma per la prima volta ottiene un camerino tutto suo (quello che era stato di Betty Grable). L’APOGEO Di qui in poi la carriera sullo schermo va tutta in discesa e a inizio 1955 Marilyn ruppe con la Fox e fondò – inaudito! – una propria casa di produzione trasferendoi a New York e stringendo legami sostanziali con l’Actors Studio e gli intellettuali di sinistra che vi gravitavano intorno, due film con Billy Wilder la inserirono stabilmente nella storia del cinema valorizzando proprio l’ironia con cui gestiva il ruolo della ”bionda”, mentre la vita privata e la salute cominciavano a presentarle il conto dei problemi che riusciva a esorcizzare e rendere produttivi sullo schermo.  Sugar Kane sopravvive alla travagliatissima lavorazione, ma la donna è afflitta dall’endometriosi, all’epoca mal conosciuta e peggio curata,  che la costringe a imbottirsi di antidolorifici e sonniferi e causa gravidanze extrauterine con conseguenti e frustranti aborti spontanei. Ne consegue un consumo di anfetamine e stimolanti assortiti per controbilanciare gli effetti sedativi e mantenere i ritmi di lavoro e il peso forma. Con gli anni cresce la dipendenza da alcolici e, peggio ancora, da psichiatri e consulenti. Condizione standard per tutti i performer all’epoca, ma acuita dai problemi fisici e dall’esposizione pubblica in questo caso particolare. Lo stesso matrimonio con Arthur Miller ebbe su Marilyn effetti contrastanti: all’inizio rassicuranti per il suo desiderio di sottrarsi all’ambiente hollywoodiano, ben presto depressivi, a cominciare dal soggiorno londinesi per le riprese di Il principe e la ballerina. I tormenti del comunista immaginario si rivelarono non meno soffocanti della possessività del giocatore di baseball. CURSUM PERFICIO Gli anni ’60 segnano un crescendo di tutti gli aspetti contraddittori della storia di Marilyn. Un’intensa vita sociale che tracima, dai consueti ambienti  dello spettacolo e degli intellettuali di sinistra a una pericolosa contiguità con i vertici del potere – i fratelli Kennedy – attraverso la mediazione del giro Lawford-Sinatra e tutto il Rat Pack, un’eccellente prestazione attoriale nei Misfits di J. Huston, che vide anche un impegno intenso di Miller  ­ che risultò fallimentare sul piano matrimoniale e, a mio parere, anche su quello della sceneggiatura –, infine un’accelerazione frenetica dei ricoveri e dell’abuso di farmaci. Il 1962 ne segnò il culmine: partecipazione irregolare alle riprese drl mai completato Something’s got to give, il celebre Happy birthday, Mr. President al Madison Square Garden, l’acquisto di una casa a Hollywood con l’iscrizione di cui al sottotitolo (“fine corsa”), infine la morte per un’overdose probabilmente involontaria ma annunciata. Marilyn era ben consapevole di quanto aveva deliberatamente costruito per farsi strada: «la gente aveva l’abitudine di guardarmi come se fossi una sorta di specchio invece che una persona, non vedeva me, vedevi propri pensieri osceni. Poi si ripuliva definendo me l’oscena». E questo sopravvive alla morte e infesta tuttora la critica. Ognuno vi ha visto cià che voleva e nessuno di questi punti di vista è del tutto vero o falso. «Marilyn Monroe – conclude Ilenia Rossini – era abbastanza grande e abbastanza contraddittoria da contenere tutto questo, e di più». E, dietro l’icona, «c’era una donna che lavorava, leggeva, prendeva posizione, combatteva, temeva, amava, era felice, era disperata, falliva e si rialzava». Immagine di Myron Ehrenberg da Wikimedia Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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October 2, 2026
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Silenziare aborto e lotte: Women on Web, Women Help Women, Autistici/Inventati
Women on Web e Women Help Women sono organizzazioni non governative che dal 2005 (WoW) e dal 2014 (WHW) offrono informazioni e consulenza online riguardo l’aborto farmacologico e l’uso di mifepristone e misoprostolo in contesti dove l’accesso sicuro all’aborto è ostacolato o negato. Operano attraverso help desk multilingue gestiti da volontariə, professionistə sanitarie e attivistə femministe. Da febbraio 2026, entrambi i siti delle due ONG sono oscurati in Italia. Quello della censura, shadowbanning e deindicizzazione dei risultati sulla salute sessuale e riproduttiva e nello specifico dell’interruzione di gravidanza (IVG) è un tema tutt’altro che nuovo. Le modalità di oscuramento possono derivare da censure legate alle policy delle grandi piattaforme (Google e Meta) o dagli Internet Service Provider (ISP), ovvero i gestori che a livello nazionale forniscono accesso alla rete internet (ad esempio, tra gli altri, Tim, Vodafone, o Wind). Se negli Stati Uniti, dal 2022, l’annullamento della sentenza Roe v. Wade che garantiva a livello federale il diritto all’interruzione di gravidanza ha rinsaldato l’alleanza tra gli oligarchi delle grandi piattaforme e la nuova destra reazionaria al governo, più sottile e meno evidente è la censura esercitata attraverso i provider di servizi internet. NON SOLO IN ITALIA Prima del grande dibattito scaturito a seguito della decisione statunitense del 2022 e delle sue conseguenze, il sito web di Women on Web era stato bloccato in Spagna nel febbraio del 2020, all’inizio della pandemia da Covid-19, a seguito di un provvedimento dell’Agenzia Spagnola dei Medicinali e dei Dispositivi Medici (AEMPS), senza una preventiva autorizzazione giudiziaria formale. A seguito di questo, nel corso degli anni l’organizzazione ha avviato diverse battaglie legali nei tribunali spagnoli. Sebbene alcune sentenze ne abbiano contestato la legittimità, l’accesso al sito risulta tuttora interdetto su molte reti del paese. Nel giugno del 2026, esaurite le vie di ricorso interne con il rigetto della Corte costituzionale, il caso è stato ufficialmente portato davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) per ripristinare l’accesso alle informazioni sicure sull’IVG. In Italia sta accadendo qualcosa di simile e questa volta i numeri lo confermano con precisione. Un report pubblicato il 28 luglio 2026 da OONI (Open Observatory of Network Interference) – organizzazione no-profit registrata proprio in Italia, che dal 2012 monitora la censura della rete a livello globale – documenta come, a partire da metà febbraio 2026, l’accesso ai domini www.womenonweb.org e www.womenhelp.org sia bloccato su almeno sei provider internet italiani. Il report è stato realizzato in collaborazione diretta con Women on Web e si inserisce in un filone di ricerca che OONI porta avanti dal 2019, quando per la prima volta ha documentato blocchi di Women on Web in Brasile, Iran, Arabia Saudita, Corea del Sud e Turchia, e poi ancora nel 2020 con il caso spagnolo. IL CONTESTO NAZIONALE Questo blocco si colloca in un contesto nazionale già segnato da ostacoli concreti all’accesso all’aborto. In Italia l’IVG è regolata dalla Legge 194 del 1978, una legge che negli anni ha mostrato tutte le sue aporie. Questa consente l’interruzione di gravidanza su richiesta entro le prime 12 settimane, ma la possibilità di ottenerla in pratica è tutt’altro che scontata: circa il 67% dei ginecologi italiani si dichiara obiettore di coscienza, con punte del 100% in alcuni ospedali, e chi trova un medico disponibile deve comunque attendere sette giorni tra la richiesta e la procedura; un lasso di tempo che può far scivolare la richiesta oltre il limite delle 12 settimane. Ad aggravare il quadro, nell’aprile 2024 il Parlamento ha approvato una norma che consente alle associazioni antiabortiste di entrare nei consultori pubblici. > In questo scenario, secondo quanto riportato da una portavoce italiana di > Women on Web, sempre più persone si rivolgono a servizi come questo, non per > mancanza di alternative, ma per scegliere un aborto gestito con calma a casa > propria tramite telemedicina – modalità che l’Organizzazione Mondiale della > Sanità stessa raccomanda come sicura per interrompere una gravidanza > indesiderata. Non sorprende, dunque, che proprio uno dei Paesi in cui le grandi piattaforme di telemedicina registrano una forte domanda, dovuta alle difficoltà nell’accesso a prestazioni sicure che dovrebbero essere garantite dal SSN, stia intervenendo per censurare quegli spazi che permettono alle persone di esercitare un diritto fondamentale: decidere sul proprio corpo e sul proprio percorso di vita. Un paese che resta inerte di fronte a tassi di obiezione altissimi, che finanzia attivamente gruppi antiabortisti nei percorsi istituzionali di accesso e che trasforma le linee di indirizzo sull’aborto farmacologico in carta straccia agisce ora su uno dei pochi canali alternativi rimasti alle persone gestanti che intendono interrompere la gravidanza e incontrano ostacoli di natura formale o burocratico-amministrativa. I DATI OONI I dati raccolti da OONI tra il 1° novembre 2025 e il 1° giugno 2026 mostrano un quadro coerente: Fastweb, Vodafone Italia, EOLO, Sky Italia e Iliad/Scaleway bloccano entrambi i siti, mentre INTRED interviene solo su Women on Web e WIND TRE solo su Women Help Women. Il meccanismo usato in tutti i casi è la manipolazione del DNS (DNS tampering), con tecniche che variano da provider a provider. > Questo significa, in pratica, che i server dei provider internet italiani > deviano o bloccano la richiesta dell’utente prima che questa possa raggiungere > la pagina del sito. Fastweb e Iliad/Scaleway restituiscono l’indirizzo “bogon” 127.0.0.1 – un indirizzo che in condizioni normali non dovrebbe mai comparire su internet pubblico, essendo riservato alla comunicazione interna di un dispositivo con sé stesso. La stessa tecnica era già stata osservata in Iran, Filippine, Corea del Sud e Spagna per bloccare Women on Web. Vodafone Italia, EOLO e WIND TRE, invece, fanno comparire un errore NXDOMAIN, che fa credere all’utente che il dominio semplicemente non esista, alimentando confusione sulla reale natura del blocco. Sky Italia, infine, reindirizza le richieste verso un server che presenta un certificato TLS per l’hostname “blocking.it.isp.sky”, generando un errore di validazione del certificato: la stessa infrastruttura di blocco già utilizzata dal sistema antipirateria Piracy Shield, coinvolto anche nel celebre blocco accidentale di Google Drive nell’ottobre 2024. È un dettaglio non da poco, poichè significa che l’infrastruttura tecnica pensata per bloccare la pirateria online viene impiegata, di fatto, anche per impedire l’accesso a informazioni sanitarie legali. Nelle conclusioni del proprio report, lə stessə ricercatorə di OONI sottolineano un punto cruciale: la censura delle informazioni sulla salute riproduttiva non è un fenomeno limitato ai Paesi dove l’aborto è illegale, ma riguarda anche paesi europei – Italia e Spagna in testa – dove è formalmente legale ma di fatto difficile da ottenere. E il fatto che le tecniche di blocco via DNS non segnalino esplicitamente all’utente che si tratta di una censura intenzionale, facendola apparire piuttosto come un banale guasto tecnico, rende ancora più urgente una risposta in termini di trasparenza e di responsabilità politica. IL CASO DI AUTISTICI/INVENTATI Quanto sta succedendo con le piattaforme di Women on Web e Women help Women in Italia non appare come caso isolato ma si inserisce in un più ampio fenomeno di consolidamento delle strategie di controllo digitale. Non possiamo che concludere ricordando quanto in questi giorni sta succedendo al collettivo A/I Autistici Inventati. Siamo arrabbiate e decisamente preoccupate per le sanzioni imposte dal governo statunitense su A/I, che dal 2001 forniva infrastrutture informatiche libere, non proprietarie, costruite attorno alle relazioni e alla condivisione di sapere, utilizzate da chi, come noi, intende portare avanti delle lotte anche contro il controllo pervasivo e strumentale dello spazio digitale. A/I è stata bollata come “organizzazione terroristica” e da lì si sono innescate una serie di conseguenze a cascata che hanno reso evidente l’intreccio tra spazi fisici e digitali, tra capitale e organizzazione delle infrastrutture, tra controllo e repressione. Nonostante la solidarietà espressa nei giorni immediatamente successivi alla decisione del governo USA, A/I ha comunicato la decisione di chiudere definitivamente il progetto: «Nessuna di noi ha simpatia per i gesti eroici e men che meno per i martiri! – scrive il collettivo in un comunicato – quindi non ne faremo e non ne chiederemo. In questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità. In un mondo di accuse slegate dai fatti non possiamo che aspettarci un’ulteriore repressione sproporzionata. Questo ci mette di fronte all’impossibilità di mantenere il nostro progetto originario: offrire strumenti sicuri e non mercificati». Quello che è successo crediamo sia grave, e ci restituisce con ferocia il braccio di ferro che si gioca attorno ai margini dell’organizzazione del dissenso che governi fascisti e sempre più reazionari intendono “tollerare”. Vedere quanto sia stato facile oscurare i progetti di WoW e WHW, e quanto sia stato altrettanto semplice liquidare A/I, ci interroga sui processi decisionali di Stati che millantano di essere democratici. Come collettiva che ogni giorno accompagna le persone, fisicamente e online, nei loro percorsi abortivi, l’oscuramento di WoW e WHW ci ha colpite: sapere che l’accesso a informazioni e risorse fondamentali per questi stessi percorsi possa essere spento con un provvedimento tecnico, senza dibattito né trasparenza, ci riguarda direttamente. > Come collettiva che ha una propria infrastruttura online da ormai 10 anni, > necessaria per le nostre lotte, e che vede quanto poco sia bastato per > cancellare l’esistenza di A/I (nessun processo, nessun contraddittorio), ci > chiediamo se i movimenti non debbano fare una riflessione seria su cosa > potrebbe accadere nei prossimi mesi e anni, su quali tutele collettive > adottare e su come contrattaccare. A questo ci esorta proprio A/I nel suo ultimo comunicato, sottolineando che «se c’è qualcosa che può mettere in difficoltà i nostri avversari, oggi, ieri, sempre, è la nostra capacità di diffondere il virus dell’autogestione e dell’autodeterminazione, di moltiplicare in maniera frattale le infrastrutture del dissenso». Noi cercheremo di farlo, nel nostro piccolo, consapevoli che è la nostra reperibilità nell’online che ci ha permesso di raggiungere persone che altrimenti non avremmo raggiunto mai. Siamo noi ad avere la responsabilità di immaginare un altro modo di utilizzare gli spazi, anche digitali, perché siano risorsa di cura collettiva e organizzazione politica. Per questo, le nostre infrastrutture si stanno riorganizzando. Il vuoto che lascia A/I è enorme, e vogliamo pubblicamente ringraziare il collettivo per essere stato quello spazio di cura che andavamo cercando. Vogliamo inoltre accogliere un altro degli inviti cui ci esorta il collettivo, sempre nell’ultimo comunicato: sarà importante anche mollare i PC, uscire, lottare e abbracciarci. E noi lo faremo, con la speranza che altre mille A/I possano presto nascere e trovare il modo di alimentare pratiche politiche ispirate a un modo di stare insieme radicalmente diverso. Oggi Venerdì 25 settembre, a Piazza dei Santi Apostoli a Roma alle 17.30 è stato organizzato il presidio per la campagna Nel Mirino invita ad essere in piazza contro le sanzioni Usa ad Autistici/Inventati, Francesca Albanese, Palestine Action. la copertina è di Valentina fusco Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Silenziare aborto e lotte: Women on Web, Women Help Women, Autistici/Inventati proviene da DINAMOpress.
September 25, 2026
DINAMOpress
Islamofobia e controllo delle donne musulmane come strumenti di propaganda politica
In questi giorni sono diverse le dichiarazioni e posture apertamente islamofobe dei politici che si rincorrono sul tema in vista della campagna elettorale. Dal Pontida show della Lega per lo stop al burqa, alla conquista di una sempre maggiore visibilità di Futuro Nazionale (e delle sue campagne territoriali contro le moschee), alle dichiarazioni sulla scuola e sulle bambine di Giorgia Meloni. Ai microfoni di blackout interviene Souad Maddahi, formatrice, mediatrice culturale, che si occupa di disabilità e di organizzazioni di comunità a Torino. Il suo intervento ci permette di riflettere sulle fondamenta coloniali e misogine di queste dichiarazioni, volte a limitare le libertà, a costruire un nemico interno e quindi anche a spostare l’attenzione dai problemi materiali a cui facciamo fronte in questo periodo. Tra i temi che affrontiamo durante l’intervista, vi è quello della centralità del potere di raccontare l’alterità e quello del controllo della donna musulmana (anche attraverso la strumentalizzazione della laicità). Grazie a un’analisi delle trasformazioni di queste forme di controllo, possiamo leggere un’evoluzione dello sguardo coloniale e della rappresentazione della libertà in contesti intenzionati a limitarla. Resistere all’islamofobia è sopratutto quindi una questione di pratiche quotidiane volte alla diffusione di uno sguardo decoloniale, ma anche di alleanze dal basso e tra femminismi.
September 24, 2026
Radio Blackout - Info
Educare alle differenze: anticorpi contro isolamento e autocensura a scuola
A pochi giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico Giuseppe Valditara è tornato a occuparsi con insistenza di educazione affettiva, sessuale e di genere, riproponendo una sequenza che ormai conosciamo bene. Al Meeting di Rimini, il 25 agosto, ha rivendicato il consenso informato come una scelta di «libertà educativa», ha parlato di libri per bambine e bambini che lo  avrebbero fatto «rabbrividire», della necessità di non compromettere l’innocenza dell’infanzia e di mettere fine ai «lavaggi del cervello». Il 3 settembre, intervistato da Famiglia Cristiana, è stato ancora più esplicito: con il consenso informato, ha spiegato, si vuole tenere fuori dalla scuola la «cultura woke» e impedire l’insegnamento delle cosiddette teorie gender. Poi il registro cambia. Quando il discorso torna sui femminicidi, sulla prevenzione e sul ruolo della scuola, Valditara rivendica di avere introdotto per la prima volta tra gli obiettivi di apprendimento l’educazione al rispetto, all’empatia, alle relazioni e alla parità di genere. È la stessa risposta utilizzata in questi giorni di fronte a chi, dopo l’uccisione di Lorena Isceri e l’appello del padre a lavorare nelle scuole, ha chiesto di non arretrare sull’educazione sessuo-affettiva. Ed è anche la linea utilizzata nelle rettifiche a comizi e articoli, come quello pubblicato da Chiara Franceschini su “Domani” alla fine di agosto. > La questione di fondo è questa: se la violenza di genere non è un’emergenza ma > un fenomeno strutturale, la prevenzione non può limitarsi a intervenire quando > la violenza è già accaduta o a insegnare alle donne a riconoscerla prima, ma > deve agire sulle condizioni culturali e sociali che la rendono possibile. A questa domanda Valditara risponde rivendicando rispetto, empatia e parità tra gli obiettivi della scuola. Ma il rispetto, se viene separato da un lavoro sui rapporti di genere, sugli stereotipi, sul consenso, sulla sessualità e sulle relazioni di potere, rischia di restare un principio astratto, incapace di interrogare i meccanismi che producono la violenza. Ed è precisamente su quei terreni che il ministro torna, contemporaneamente, a evocare «propaganda gender», cultura woke e bambini da proteggere. Si rivendica dunque la prevenzione della violenza mentre si sottopongono a sospetto alcuni degli strumenti necessari a praticarla. Questa apparente oscillazione consente a Valditara di rivolgersi contemporaneamente a target diversi: da una parte verso chi grida a una scuola invasa dal gender e dal woke; dall’altra una narrazione più rassicurante, destinata anche al mondo docente e alle famiglie che non si riconoscono in un progetto oscurantista e considerano utile e ovvio che la scuola si occupi di prevenzione e relazioni. I due messaggi non si annullano, si completano. Il primo costruisce e mobilita il nemico; il secondo neutralizza le critiche che quella costruzione produce. Si può rivendicare davanti a un pubblico la vittoria contro il gender e, davanti a un altro, sostenere che nessuno abbia mai voluto limitare l’educazione alle relazioni. La rettifica diventa così parte della stessa operazione politica della dichiarazione che l’ha resa necessaria. LA LEGGE SUL CONSENSO INFORMATO È in questa doppia operazione che la Legge 104/2026 diventa ancora più grave. Entrata in vigore il 7 luglio, la legge non vieta tutte le forme di educazione affettiva, ed è proprio su questo che Valditara costruisce le sue smentite. Ma introduce un regime speciale di sospetto e controllo intorno alla sessualità e alle identità e ruoli di genere. Non serve definire giuridicamente che cosa sia “gender” se il confine viene costruito ogni giorno nel discorso politico. > Il rischio più concreto, a questo punto, è l’autocensura. Una dirigente che > rinuncia a un progetto per evitare contestazioni, un collegio che ne riduce i > contenuti, un’insegnante che sceglie di non utilizzare un materiale non stanno > semplicemente applicando una legge: stanno anticipando un possibile conflitto. Ed è così che una scuola può restringere il proprio campo d’azione senza che sia necessario vietare formalmente ciò che decide di non fare. Le ispezioni degli ultimi mesi rafforzano questo meccanismo. Dal liceo Vivona di Roma, dove una lettera su Gaza inviata da un docente a studenti ormai diplomati ha prodotto un accertamento poi concluso senza criticità, alle verifiche intorno ad assemblee con Francesca Albanese e ad altre iniziative considerate politicamente sensibili, il punto non è soltanto l’esito delle singole procedure. Il punto è il messaggio che la loro ripetizione invia all’intero sistema scolastico: alcuni contenuti espongono più di altri all’attenzione del ministero. > È qui che consenso informato e ispezioni, pur essendo strumenti molto diversi, > finiscono per incontrarsi. Il primo aumenta il controllo preventivo su alcune > attività; le seconde mostrano che su alcuni terreni il controllo può arrivare > anche dall’alto. Tra i due cresce lo spazio dell’autocontrollo: quello in cui scuole, dirigenti e docenti cominciano a selezionare preventivamente ciò su cui conviene esporsi. Oltre alla legge 104/2026, le nuove Indicazioni nazionali, le battaglie contro il woke e il linguaggio inclusivo, l’enfasi sul primato educativo delle famiglie e il ricorso agli strumenti ispettivi compongono un’idea di scuola nella quale il ministro forza i confini culturali del dicibile, zittisce il corpo studentesco, annichilisce la libertà di insegnamento. EDUCARE ALLE DIFFERENZE A NAPOLI È su questo terreno che il dodicesimo Meeting nazionale di Educare alle Differenze, che si terrà a Napoli il 26 e 27 settembre, assume quest’anno un valore politico particolare. Da più di dieci anni il Meeting mette in relazione insegnanti, dirigenti, studenti, associazioni, famiglie, movimenti, sindacati, servizi e amministrazioni locali. > Nel nuovo quadro normativo, però, questa rete può diventare anche un antidoto > molto concreto a uno dei principali meccanismi attraverso cui l’autocensura si > diffonde: l’isolamento. Perché, se ogni insegnante deve capire da sola ciò che può fare, se ogni dirigente deve valutare individualmente quanto sia conveniente esporsi, se ogni scuola considera la propria contestazione un caso particolare, la prudenza diventa una risposta perfettamente razionale. Al contrario, conoscere collettivamente la normativa, distinguere i divieti reali dai confini prodotti dalla propaganda politica, costruire strumenti di autotutela, condividere pratiche e mettere in comune i conflitti modifica concretamente le condizioni nelle quali quelle decisioni vengono prese. È questo il significato che assume quest’anno Fuori controllo, il titolo del Meeting. Non il rifiuto delle responsabilità della scuola, ma il tentativo di sottrarsi al meccanismo per cui è la scuola stessa, per prudenza, a restringere progressivamente il proprio campo d’azione; non la ricerca dell’eroismo individuale, ma la costruzione delle condizioni collettive che permettono di esercitare l’autonomia anche quando il suo esercizio diventa politicamente più costoso. Un anticorpo all’autocensura, del resto, non si costruisce chiedendo alle persone di essere più coraggiose, ma facendo in modo che non debbano esserlo da sole. Immagine di copertina di Educare alle differenze Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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September 22, 2026
DINAMOpress
La cultura del femminicidio
Dovremmo interrogarci anche sulle storie e le immagini che ci hanno insegnato a considerare il possesso una forma d’amore. Un’eredità difficile da mettere… L'articolo La cultura del femminicidio sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
September 16, 2026
L'INDISCRETO
Corpi in movimento. «Zapruder» 70 in tour! http://storieinmovimento.org/2026/09/12/corpi-in-movimento-zapruder-70-in-tour/?pk_campaign=feed&pk_kwd=corpi-in-movimento-zapruder-70-in-tour #autodeterminazione #transfemminismo #Iniziative #femminismi #medicina #Zapruder #scienza #welfare #aborto
Intervista a Brigitte Vasallo: quel che rimane nella memoria
Brigitte Vasallo scrive da anni di legami, del potere della memoria e dei modi in cui questa ordina le nostre vite. È scrittrice, saggista e attivista; i suoi libri hanno dato vita a dibattiti che hanno attraversato il mondo del femminismo e hanno trovato lettrici e lettori ben oltre i confini della Spagna. Molte delle sue opere sono state tradotte in Italia, paese nel quale il suo pensiero ha interagito in modo particolare con i dibattiti sugli affetti, sulle migrazioni e sulle trasformazioni sociali. Parte della ricerca che ha dato origine a “La fosa abierta. Anarchivo emocional de un milagro” ( La fossa aperta. Anarchivio emotivo di un miracolo, NdT), suo ultimo libro, è stata realizzata anche in Italia, dove ha approfondito lo studio delle diaspore rurali e delle memorie condivise tra paesi. Però questa ricerca è, al tempo stesso, profondamente personale. Vasallo è figlia di contadini galiziani espulsi dalla campagna e, partendo da questa storia familiare, conia il concetto di “diaspora rurale” per riflettere sull’esperienza di milioni di persone, costrette ad abbandonare i propri territori nel corso del XX secolo. SD: Se dovessi spiegare cosa troverà nel libro a chi ancora non lo conosce, cosa diresti? BV: che troveranno un saggio che cerca di esplorare altre forme di scrittura, che cerca di costruire una conversazione attorno a un tavolo, che vuole onorare tutte le lingue e le espressioni che in quella conversazione si intrecciano e che cerca di contestare la narrazione celebrativa intorno al successo del capitalismo. È anche un libro che propone un altro asse di lettura delle cose, un asse che non esclude quelli che già possediamo, ma aggiunge un ulteriore livello di informazione: l’asse campagna-città. SD: Perché utilizzi la parola anarchivo, in luogo di archivio, per parlare della memoria? Innanzitutto, credo esista una questione formale: bisogna includere la letteratura in questa conversazione. Il termine proviene da altre forme artistiche e, in qualche modo, ci permette di entrare in dialogo con la letteratura. D’altra parte, in Spagna non abbiamo coltivato la memoria. In questo senso, ammiriamo l’Argentina e i luoghi in cui invece questo è accaduto, e vi siamo grate, perché la vostra memoria contribuisce in parte a definire  anche chi siamo noi. Quando un paese decide di abbattere tali barriere, produce effetti positivi non solo per il contesto specifico, ma per la maggior parte di noi. Nel nostro caso non è accaduto e mi interessava mettere la questione sul tavolo e affrontarla da una prospettiva che non proponesse un monumento, un museo o una determinata storia, ma che proponesse, nello specifico, altre cose: tutte le altre forme di memoria che il termine “anarchivo” può includere. E questo ha a che fare con il molto piccolo e con il fatto di assumerci la responsabilità della storia di ciascuna di noi, di capire che quella memoria va portata avanti e costruita partendo da lì. È da lì che iniziamo a fare i conti con le cose. SD: Ricordo che, quando sono andata a Palermo, c’era un grande edificio da cui entravano e uscivano persone, e un compagno, che ci stava facendo fare un giro della zona, ci ha spiegato che quell’edificio era la sede del Rettorato dell’Università e che lì erano state incarcerate migliaia di donne accusate di “stregoneria”. Tuttavia, non c’era né una targa né alcun segno commemorativo. La cosa mi ha colpito. BV: E, pensa un po’, passavi lì proprio in quel momento, quel compagno l’ha detto a te e ora tu lo racconti a me. C’è qualcosa che riguarda ciò che è piccolo e il fatto che ognuna di noi debba assumersi la responsabilità di portarne avanti la memoria e ricostruirla partendo proprio da lì. È così che si creano le storie e si trasmettono. In altri luoghi, in altri modi. Il sottotitolo “Archivio emotivo di un miracolo economico” sposta lo sguardo dalla storia nazionale verso un’esperienza condivisa dal Sud Europa. Il cosiddetto “miracolo economico” appare qui come il processo che ha svuotato le campagne, trasformato i territori e lasciato un’impronta indelebile nella memoria delle persone che sono state costrette ad andarsene. SD: Ti riferisci all’identità charnega, segnata dalle migrazioni, ma anche dallo stigma. Noi che viviamo da questa parte del Sud non abbiamo molta familiarità con questo termine: perché ritieni sia importante parlarne, in questo libro? BV: È un insulto che io prendo e me ne riapproprio, perché non abbiamo una parola per descrivere com’è stata la diaspora contadina nell’Europa meridionale, non esiste, e a me piace che le parole possano cambiare significato, quindi prendo uno dei tanti insulti che ci sono stati rivolti per cercare di costruire qualcosa partendo da lì. Quella diaspora contadina, di cui faccio parte, si è trasferita nelle città ed è presente anche oggi in Argentina. Non vedo l’ora di scoprire come questo libro risuonerà in tutte quelle persone di origine italiana, spagnola, ma soprattutto di origine contadina; in quelle famiglie che sono state costrette ad abbandonare le loro terre nel corso del XX secolo, in particolare a partire dalla Seconda guerra mondiale o dalla Guerra civile spagnola. Cosa è accaduto in quell’espulsione di contadini? Gli arrivi in America e in Europa sono stati diversi. Lì, che cosa è successo? E che ne è di chi torna? Tornare dalla Francia o dal Sudamerica non è lo stesso. Nello stato spagnolo si parla di circa sei milioni di persone sradicate a partire dagli anni Cinquanta. Ogni migrazione è un’espulsione; come processo storico, è un’espulsione. Queste persone sono state espulse dal loro territorio e dal loro stile di vita. E poi, cosa succedeva nei luoghi di arrivo? Ci sono ostacoli amministrativi, emotivi, giudiziari, razzisti. SD: Nel corso del libro è molto presente la memoria affettiva, una memoria attraversata dagli affetti e dalle emozioni, una forma di narrazione che spesso entra in tensione con i racconti egemonici. Ritieni che quella neutralità implichi anche una forma di cancellazione delle esperienze e dei ricordi? Perché pensi che le emozioni vengano spesso messe in secondo piano? BV: Credo che ci sia un’intenzione sistemica sulla quale ho cercato di lavorare attraverso i mie libri. “Pensiero monogamo e terrore poliamoroso” non era un libro su come avere più partner, ma su come farci carico delle nostre emozioni, perché è proprio lì che si gioca tutto. Pensaci: da Milei in Argentina a Trump negli Stati Uniti, parlano tutti come esaltati, approfittandosi del fatto che noi non abbiamo voce in capitolo. L’affettività è come una finzione. E quei discorsi, che ne sono privi, lo sono perché questa mancanza ha un significato. È chiaro – no? – che, nel mio modo di scrivere e in quello di tante altre persone come me, l’affettività fa parte di ciò che accade e del racconto della storia. SD: Il mio Paese d’origine, l’Argentina, vanta una lunga tradizione di attivismo archivistico, in cui la costruzione della memoria è anche una pratica politica e collettiva. Ritieni che questo lavoro di produzione della storia attraverso l’attivismo possa essere concepito come una forma di “anarchivio emotivo”? In che modo, in questo processo, possono dialogare quelle esperienze contraddittorie e complesse che spesso rimangono escluse dai racconti istituzionalizzati? BV: Quelle storie esistono, le storie delle persone che non compaiono nella “grande storia” esistono. Il racconto non è completo senza tutte quelle storie. Quell’idea di una narrazione unica, lineare e unidirezionale racchiude in sé gli elementi di ciò che non vogliamo più. Il fatto che sia contraddittorio è parte della questione. E, allo stesso tempo, quando parliamo di istituzionalizzazione, l’unico modo in cui questa può essere intesa è come processo in divenire, non si giunge mai a una conclusione. C’è un presente continuo in cui è proprio il percorso a generare nuovi conflitti e sfide da affrontare. La sensazione di essere arrivati e di poterci concedere una tregua nella ricerca non fa parte del pensiero collettivo. Ogni storia è più di “quella” storia. Sono le storie che in alcune parti d’Europa non avremo mai. Ecco perché quel libro è molto importante anche per l’Europa. Perché qui quelle storie non le avremo, le viviamo attraverso di voi. SD: Passando a un piano più artistico: com’è stato il processo di scrittura e di costruzione di questo libro? E, in questo senso, perché hai sentito che questo era il momento giusto per scriverlo e pubblicarlo? BV: Ci sono voluti sei anni per scriverlo e fare ricerche. È stato come cercare un ago in un pagliaio. Mi trovavo nel nulla, sapevo che c’era un rumore, ma non avevo la minima idea di dove sarebbe spuntato. E questa situazione è emersa perché lo Stato spagnolo ha attraversato processi di identità nazionale molto forti, semplicistici e assurdi. Persone come me, che provengono dalla diaspora, non si trovano a nostro agio. Si può mentire, dimenticare la propria storia e integrarsi. Ho imparato queste tecniche con il genere… ho la possibilità di affermarmi: sono una donna, e affermarlo così, in modo rigido e tutto il resto, e sì… ma anche no, che ne so, è che non credo nemmeno in quelle categorie, le affronto come posso. Sono cose che si costruiscono culturalmente. E con queste appartenenze culturali, così binarie, così rigide, arriva anche il momento in cui non ci si sta più. Non ci si inserisce in nessuna delle narrazioni. E, partendo da quel senso di smarrimento, e da quel libro, ho iniziato a chiedermi chi siamo e cosa siamo. Allora ho iniziato a fare qualcosa che ho sempre fatto: chiedere alla gente, intervistare la gente. Perché quando si fa una domanda, tutto si rivela. SD: C’è stato un momento in particolare in cui ti sei resa conto che quella tua riflessione sarebbe stata pubblicata, che sarebbe cioè diventata un libro? BV: Ho sempre saputo che si trattava di un libro. Sapevo che dovevo farne un libro; quello che non riuscivo a trovare era la forma giusta. Grazie alla ricerca, man mano che capivo meglio ciò che stavo facendo, sono riuscita a trovare la forma giusta. In quel modo di vedere il mondo, nella costruzione della teoria, la cosa che mi costava di più era trovare la forma giusta. Credo che avessi 500 pagine, più o meno ci stavo lavorando già da quattro anni. Ero stanca marcia di me stessa. Avevo le pagine, ma non un libro. E sono successe due cose. Il primo testo riguardava la Sierra de Queixa. Quel testo l’ho scritto una notte, come racconto, quando è successa la storia dei miei cugini, della casa, della Sierra. Poi la mattina seguente l’ho letto ai miei cugini e ho detto: «È questo». Questo dà un ordine al libro. E quando l’ho capito, mi sono concentrata sulle conversazioni che si svolgevano attorno al tavolo, ma, soprattutto, sul testo della Sierra de Queixa. Voglio consegnare quelle pietre con le croci, e chi le leggerà dovrà tracciare i propri percorsi, perché non voglio una mappa chiusa, voglio una mappa di sentieri aperti. Una mappa frammentaria, volutamente: che sia come un rizoma. Come quando lanci delle biglie e inizi a vedere delle figure. SD: Come una costellazione. BV: Sì, come una costellazione. SD: In un contesto caratterizzato dall’avanzata della destra a livello mondiale, da tumulti politici e da sfollamenti forzati, volevo chiederti anche: come vedi il femminismo oggi? BV: È un modo di vedere il mondo, una cassetta degli attrezzi, un metodo. Un insieme di metodi per guardare il mondo. Ed è molto difficile che scompaia. Rimane che siamo più o meno disorganizzate, questo rimane. E poi ci sono tutte le lotte che abbiamo vissuto in questi anni. Un’esperienza che nessuno può toglierci. È un patrimonio di esperienza che non possiamo sottovalutare. Penso, ad esempio, alle lotte per l’aborto. Sono un piccolo tesoro. Possono toglierci un diritto, sì, ma il piccolo tesoro di ciò che abbiamo imparato e di ciò che abbiamo vissuto, nessuno ce lo può togliere. SD: Pensi che esista un femminismo che tenga conto delle esigenze di un’epoca caratterizzata da sfollamenti e migrazioni forzate? BV: Il ciclo esiste, ma non tutte lo vediamo. A fine giugno scade il termine per la procedura di regolarizzazione straordinaria, un’iniziativa nata dai movimenti migratori di base in Spagna. E questa è un’azione femminista su larga scala. Perché il femminismo prende spunto dal genere, ma in realtà riguarda il mondo. Questa prospettiva esiste, che si chiami femminismo o meno. SD: Mi è piaciuta molto questa frase: «Non siamo le nipoti delle streghe che non hanno bruciato, siamo con le delle streghe che vivono ancora e in mano abbiamo un fiammifero». Per concludere con una domanda che infonde speranza: dove si trovano, secondo te, in questo contesto, la speranza, la forza o la potenza? Dove sono le tue amiche streghe con i fiammiferi in mano? BV: Beh, vedi, ho la grande fortuna di essere circondata da amiche e colleghe argentine dalle quali imparo moltissimo. Le prime due che mi vengono in mente sono Luciana Peker e Susy Shock, entrambe argentine. Luciana ci diceva una cosa che mi sembra importantissima: non ci attaccano per i nostri errori, ma per i nostri successi. Dobbiamo riflettere su noi stesse, sì, ma non dimentichiamo che non ci puniscono per i nostri fallimenti, bensì per tutto ciò che riusciamo a realizzare. E poi c’è Susy Shock. Ho avuto la fortuna di poterla presentare e lei diceva: «Questo ciclo finirà, come finiscono tutti. Quando finirà, cosa avremo? Avremo il mondo di sempre o avremo il mondo nuovo che stiamo costruendo?». Quando non ce la faccio più, mi aggrappo a questo. la copertina è di Paolo Monti da Wikimedia Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Intervista a Brigitte Vasallo: quel che rimane nella memoria proviene da DINAMOpress.
September 11, 2026
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Utero di Stato: cosa c’è davvero dietro il capitolo “salute” di Vannacci
Nel documento “ideologico-programmatico” di Futuro Nazionale, un centinaio di pagine firmate dal generale Roberto Vannacci e dal suo responsabile del programma Lorenzo Gasperini, la parola “salute” compare quasi sempre insieme a un’altra parola: “civiltà”. Non è un caso. Nel capitolo dedicato a demografia, vita, famiglia e identità cristiana non si parla mai di corpi, di persone, di scelte concrete. Si parla di “sostenibilità antropologica”, di “shock generativo”, di “patrimonio della Nazione”. Il nostro corpo diventa, testualmente, uno strumento di “sovranità economica e fiscale”. Proviamo a leggere questo testo per quello che è. LA PILLOLA RU-486 COME “PROBLEMA DI SICUREZZA NAZIONALE” Il programma propone il divieto di somministrazione della pillola abortiva RU-486 in regime ambulatoriale o domiciliare, ripristinando l’obbligo di ricovero già superato dalle linee di indirizzo ministeriali del 2020. Il pretesto è sanitario (“tutela della salute della madre”), ma la sostanza è politica: rendere l’aborto farmacologico il più difficile, lento e umiliante possibile, moltiplicando le tappe burocratiche e mediche. Questo capitolo del programma di Vannacci ci risuona rispetto a quello che sta succedendo dall’altra parte dell’Atlantico. > Negli Stati Uniti, con l’annullamento della sentenza Roe v. Wade nel 2022, il > mifepristone, l’equivalente della RU-486, è diventato il bersaglio principale > di una strategia legale coordinata da procuratori generali repubblicani e > gruppi conservatori: non si abolisce il farmaco per legge, lo si rende > inaccessibile per via amministrativa. Sei stati a guida repubblicana, attraverso una serie di cause ancora pendenti, stanno cercando di limitare l’accesso al mifepristone. Per citare alcuni esempi: la Louisiana ha aperto le ostilità contestando una norma del 2023 che permette la prescrizione a distanza del farmaco e la spedizione per posta, e similmente anche il Texas e la Florida. Questi tre Stati hanno lanciato un attacco ancora più ampio, puntando direttamente all’approvazione originaria del mifepristone da parte della FDA (Food and Drug Administration) nel 2000. Il fine di questa offensiva legale è eliminare la prescrizione da remoto, la distribuzione in farmacia e la spedizione postale del mifepristone su scala nazionale, incluse le zone dove non vige un divieto totale dell’aborto. A maggio 2026, la battaglia è arrivata fino alla Corte Suprema: il 14 maggio la Corte ha bloccato un’ordinanza di un tribunale inferiore che avrebbe ristretto la distribuzione nazionale del mifepristone, lasciando in vigore le regole FDA attuali. Una tregua, non una vittoria definitiva, perché i contenziosi non solo proseguono ma aumentano. Il “ripristino del ricovero obbligatorio” italiano sembra molto simile: si moltiplicano le tappe, si allungano i tempi, si colpiscono soprattutto le persone che hanno meno mezzi per permettersi viaggi e permessi dal lavoro. Da una parte all’altra del mondo, la stessa architettura politico-ideologica produce le medesime soluzioni tecniche: non serve vietare un diritto, basta renderlo logisticamente insostenibile. IL LINGUAGGIO È LO STESSO, E NON È UN CASO Chi segue le destre europee riconosce subito il lessico. La retorica del “vero problema è la denatalità” mutuata dal dibattito tedesco, l’ossessione per il quoziente familiare, l’idea della famiglia “naturale” come unico argine alla “sostituzione etnica”: sono le stesse coordinate che da anni strutturano la propaganda di AfD in Germania. Natalità come compito nazionale, famiglia eterosessuale come “cellula” biopolitica dello Stato, LGBT+ come “ideologia” da arginare nelle scuole e nei media. Nel documento di Vannacci queste categorie non sono citate per caso: sono riprodotte quasi punto per punto, fino alla proposta di premiare con quote riservate nei concorsi pubblici (“quote azzurre”) solo chi fa figli e a quella di introdurre il “voto plurimo per i genitori in rappresentanza dei figli”. > “Chi non vuol lavorare neppure mangi”: la salute come premio di produttività. Il programma introduce il cosiddetto “principio economico di San Paolo” anche in materia previdenziale e assistenziale: chi non ha lavorato abbastanza, o si è “rifiutato” di farlo, potrà vedersi azzerata la pensione minima, ricevendo in cambio solo “mensa dei poveri, dormitorio pubblico e assistenza sanitaria essenziale”. È la trasformazione del welfare da diritto a premio di produttività: si ottiene la possibilità di continuare a sopravvivere con cura e assistenze proporzionalmente a quanto si è stati utili alla Nazione. Chi non rientra nello schema – chi non lavora, chi non genera figli italiani, chi non “si assimila” – riceve solo il minimo per non morire. L’EUTANASIA NEGATA IN NOME DEL DOLORE ALTRUI Sul fine vita il programma è altrettanto netto: nessuna apertura a eutanasia, suicidio assistito o disposizioni anticipate di trattamento reali, bollate come “omicidio del consenziente”. Alimentazione e idratazione artificiali vengono ridefinite per legge come “sostegni normali” e non come trattamenti sanitari. Si rivendica esplicitamente, come modello, il mancato via libera di Napolitano al “decreto salva-Eluana” del governo Berlusconi. Anche qui la logica è la stessa del capitolo sulla natalità: il corpo, quello che nasce e quello che muore, non appartiene alla persona, ma alla comunità, alla “civiltà”. UTERO IN AFFITTO, REATO UNIVERSALE, PENA RADDOPPIATA Coerente con questa impostazione, la maternità surrogata (già reato universale in Italia dal 2024, ma abbiamo capito che qui si gioca a spararla più grossa) vedrebbe la pena minima salire da uno a cinque anni e quella massima a dieci, equiparandola sostanzialmente alla schiavitù. Ma il bersaglio dichiarato è impedire in ogni modo la genitorialità delle coppie omosessuali, esplicitamente citata come obiettivo nel testo, insieme al divieto di trascrizione degli atti di nascita esteri con due madri o due padri. IL FANTASMA DEL VENTENNIO NELLA RETORICA NATALISTA Non serve nemmeno leggere tra le righe: il programma stesso richiama esplicitamente il 1978-79, il divorzio Banca d’Italia-Tesoro, l’identità “romana e cristiana”, l’idea di un’Italia che deve “risvegliarsi” da un sonno imposto dall’esterno. È lo stesso registro retorico della “battaglia demografica” annunciata da Mussolini nel discorso dell’Ascensione del 1927: natalità come misura della potenza nazionale, madri “medaglia d’oro” della patria, corpo delle donne mobilitato per il “destino della razza”. Ottant’anni dopo cambiano gli strumenti ma l’impianto resta lo stesso: la natalità è un dovere da imporre e la sanità riproduttiva diventa lo strumento con cui lo Stato decide chi deve nascere, chi deve curarsi, e chi deve morire in silenzio. PERCHÉ CE NE DOBBIAMO OCCUPARE ORA Questo non è un programma marginale: è la base ideologica dichiarata di un partito guidato da un generale con seggio al Parlamento europeo. Ogni misura presentata come “buon senso” o “tutela della vita”, dal blocco della RU-486 domiciliare alla revoca della pensione per chi non ha figli o non ha lavorato abbastanza, è un tassello dello stesso disegno: trasformare la salute riproduttiva e il fine vita da diritti individuali a strumenti di ingegneria demografica nazionale. > Non si sta discutendo soltanto di aborto, di fine vita, di natalità o di > maternità surrogata. Si sta discutendo di una domanda molto più radicale: chi > decide della nostra vita? Non possiamo permetterci di normalizzare una cosa del genere. Non possiamo aspettare che il giorno dopo un’elezione qualcuno venga a dirci che “era solo un programma”. I programmi servono esattamente a questo: a dire quale società si vuole costruire quando si avranno abbastanza voti per farlo. Se qualcuno pretende di trasformare l’utero in una risorsa strategica dello Stato, la risposta deve essere politica, collettiva e senza ambiguità: i nostri corpi non sono patrimonio della Nazione. La nostra salute non è uno strumento di sovranità. La nostra libertà non è una concessione del potere, è un diritto. Immagine di copertina di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Utero di Stato: cosa c’è davvero dietro il capitolo “salute” di Vannacci proviene da DINAMOpress.
September 8, 2026
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