Tag - disuguaglianze

Salari in perdita da trent’anni: serve un salario minimo e togliere l’Iva sui beni necessari
Due notizie ci danno da pensare, una è quella della prima decisione del neo premier britannico Burnham di togliere l’IVA dalle bollette delle famiglie garantendo così un risparmio medio di circa 45 sterline annue, la seconda è la relazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio italiano che certifica quello che tutti noi […] L'articolo Salari in perdita da trent’anni: serve un salario minimo e togliere l’Iva sui beni necessari su Contropiano.
July 24, 2026
Contropiano
I salari in Italia sono diminuiti del 6,6%. Le manovre sull’Irpef non hanno cambiato la situazione
L’analisi sulla vergogna dei salari in Italia è, ancora una volta, impietosa e la fonte della denuncia è insospettabile. La nuova Nota di lavoro pubblicata dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb), ha analizzato tre decenni di evoluzione del mercato del lavoro, dei salari e del sistema fiscale italiano, arrivando alla conclusione che […] L'articolo I salari in Italia sono diminuiti del 6,6%. Le manovre sull’Irpef non hanno cambiato la situazione su Contropiano.
July 23, 2026
Contropiano
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: il G8 di Genova nell’ultimo libro di Vittorio Agnoletto
Proseguiamo nella nostra rassegna del ricco calendario di iniziative andando verso il G8-25ale parlando dei libri: ben diciassette le presentazioni previste nell’arco delle prossime due settimane! E non potevamo non inaugurare la serie con l’ultimo libro di Vittorio Agnoletto “Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani” (a cura di Mario Scagnetti, Tab Edizioni). Due presentazioni sono già previste a Roma a partire da domani 7 luglio (h 19 @ Zalib, via della Penitenza 35 – con Fausto Bertinotti, Raffaella Bolini e Mariangela Paone nel ruolo di moderatore) e poi il giorno successivo (h 19.30 @ Monk, Via Giuseppe Mirri 35, insieme a Riccardo Noury in dialogo con il giornalista Tommaso Proverbio); mentre la data di Genova sarà il 9 luglio (h 18, @ Music For Peace, Via Ballaydier) con il PG Enrico Zucca, già PM al processo Diaz, la giornalista  Monica Di Sisto e Antonio Bruno nel ruolo del moderatore;  infine il 14 luglio a Milano h. 18 @ Arci Bellezza, via Giovanni Bellezza 16) con il PG Enrico Zucca in dialogo con la giornalista Lorenza Ghidini. Tutte le date successive del tour le trovate nel sito di Vittorio Agnoletto. Ecco la recensione del libro realizzata per noi da Laura Tussi. (NdR). Il G8 di Genova: la memoria che non si spegne, tra ferite aperte e domande sul presente A venticinque anni da Genova 2001, il libro di Vittorio Agnoletto Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani (a cura di Mario Scagnetti, Tab Edizioni) non si limita a rievocare un evento: lo riapre come una ferita ancora pulsante nel corpo della democrazia occidentale. Non è soltanto un libro di memoria. È un atto politico nel senso più pieno del termine: un tentativo di restituire senso a ciò che Amnesty International definì senza mezzi termini «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dal secondo dopoguerra». Dentro queste pagine scorrono immagini che appartengono ormai all’immaginario collettivo e insieme lo inquietano ancora: la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda, l’irruzione nella scuola Diaz, le violenze nella caserma di Bolzaneto. Episodi che non si sono mai davvero chiusi, perché continuano a interrogare la tenuta dello Stato di diritto, il rapporto tra ordine pubblico e libertà, tra sicurezza e repressione. Vittorio Agnoletto, che è stato portavoce del Genoa Social Forum, non si sottrae alla complessità del racconto. Il filo che unisce Genova al presente è esplicito e volutamente provocatorio. Dalla globalizzazione alle nuove forme di controllo sociale, dalla repressione del dissenso alle attuali dinamiche di sicurezza pubblica, egli legge continuità più che fratture. E lo fa con una tesi di fondo che attraversa tutto il volume: ciò che accadde nel 2001 non è stato un incidente isolato, ma un laboratorio politico e istituzionale. Sussiste poi una riflessione che attraversa il libro con particolare intensità: quella sulla trasformazione del dissenso e sulla difficoltà dei movimenti contemporanei di trovare una forma capace di incidere davvero nella realtà globale. Il rimpianto per un’occasione storica mancata si intreccia con l’idea che nuove forme di conflitto sociale siano ancora possibili, purché capaci di rielaborare quella stagione senza nostalgia paralizzante. Il risultato è un libro che non chiede soltanto di essere letto, ma di essere discusso. Perché Genova 2001, a distanza di venticinque anni, non è diventata soltanto storia: è ancora un banco di prova politico e morale per comprendere la qualità della democrazia contemporanea. E forse è proprio questo il merito più radicale del volume: ricordare che alcune pagine della storia recente non si archiviano. Continuano a parlare, spesso in modo scomodo, al presente. Entrare nei fatti di Genova del 2001 attraverso la lente del pensiero di Vittorio Agnoletto significa, inevitabilmente, confrontarsi con il cortocircuito tra l’utopia di un modello e la crudezza della sua applicazione storica. La fine del XX secolo si era chiusa sotto il segno di una narrazione messianica: la globalizzazione dei mercati, sorretta dalla dottrina del neoliberismo, veniva presentata non come una scelta politica tra le tante, ma come l’esito naturale e inevitabile dell’evoluzione umana. In questo quadro, la teoria dello “sgocciolamento” (in inglese: trickle-down) non era soltanto una formula economica, ma una promessa etica secolarizzata. Si chiedeva alla società di tollerare l’iper-concentrazione della ricchezza in cambio di una futura, inevitabile redistribuzione per osmosi. La riflessione di Agnoletto, e con essa l’intera impalcatura teorica del Genoa Social Forum, compie un atto di svelamento che è prima di tutto epistemologico: contesta la neutralità scientifica di quell’economia. Genova divenne il catalizzatore di un’intelligenza collettiva che vedeva ciò che la retorica ufficiale cercava di nascondere. Il movimento altermondialista non si opponeva alla globalizzazione in sé, ma alla sua declinazione esclusivamente finanziaria e mercantile. L’errore fatale della teoria dello “sgocciolamento”, oggi evidente nelle analisi sociologiche ed economiche sulla polarizzazione della ricchezza, risiedeva nella cecità di fronte alle strutture di potere. Lasciare che i ricchi accumulassero senza vincoli non ha creato un surplus destinato a esondare verso il basso; ha invece fornito loro le risorse per riscrivere le regole del gioco a proprio vantaggio, privatizzando i beni comuni e smantellando i sistemi di protezione sociale. La “goccia” non è mai caduta perché i vasi comunicanti dell’economia globale erano stati deliberatamente sigillati da architetture giuridiche e fiscali pensate per trattenere la ricchezza al vertice. In questo contesto, il pensiero di Agnoletto offre una chiave di lettura profonda sulla natura della violenza di quei giorni. La sospensione dei diritti democratici alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto non può essere derubricata a mero fallimento dell’ordine pubblico. Nella prospettiva del movimento, quella violenza fu l’espressione di un’impotenza discorsiva. Di fronte a una contestazione che non portava avanti dogmi ideologici novecenteschi, ma dati precisi sul debito dei Paesi del Sud del mondo, sulla mercificazione dell’acqua e sulla speculazione finanziaria, il potere non aveva argomenti razionali con cui controbattere. La violenza di Stato divenne così lo scudo necessario per proteggere un dogma economico fragile nella teoria, ma ferreo negli interessi che custodiva. Oggi, a distanza di un quarto di secolo, il bilancio assume i tratti di una profezia tragica e inascoltata. Le crisi sistemiche che hanno caratterizzato i primi decenni del Duemila non sono anomalie del sistema, ma le sue logiche conseguenze. La riflessione accademica attuale non può fare a meno di riconoscere che la frammentazione del tessuto sociale, la precarizzazione del lavoro e il risentimento democratico che alimenta i moderni populismi affondano le radici proprio in quella promessa mancata di “sgocciolamento”. Quello che a Genova veniva liquidato come un massimalismo ingenuo o utopico si è rivelato, alla prova della storia, un realismo lucido e rigoroso. La tragedia profonda di quella vicenda non risiede solo nel sangue versato per le strade, ma nella rimozione politica di un’alternativa possibile, la cui assenza oggi paghiamo in termini di disuguaglianza globale e crisi ecologica. Il pensiero di Agnoletto tocca il cuore delle contraddizioni del nostro tempo, mostrando come la globalizzazione abbia progressivamente svuotato le democrazie per consegnare il potere a grandi aggregati finanziari e tecnologici. Quando parliamo di “imperi dominati dalla finanza”, descriviamo uno slittamento fondamentale: lo Stato-nazione non è più il decisore ultimo della geopolitica. Il capitale finanziario, per sopravvivere e non svalutarsi, esige un’espansione perenne che satura i mercati e cannibalizza le risorse. Questa necessità biologica di crescita genera una competizione feroce per materie prime sempre più scarse, trasformando l’economia globale in un terreno di scontro permanente, dove i conflitti non sono incidenti di percorso, ma conseguenze logiche del sistema. In questo contesto, la tecnologia ha smesso di essere un semplice mezzo di produzione ed è diventata l’infrastruttura stessa del dominio. Gli algoritmi, i flussi di dati e la finanza automatizzata permettono di esercitare una pressione e un controllo che un tempo richiedevano occupazioni militari. Il dramma umano che ne deriva è profondo: le popolazioni che non generano profitto o non servono all’estrazione di valore non vengono più solo sfruttate, ma diventano strutturalmente superflue. La “cancellazione” di cui parla l’autore è l’esito di una razionalità economica fredda, che de-umanizza chiunque si trovi al di fuori dei circuiti del grande capitale. L’aspetto più allarmante di questa transizione è il vuoto politico in cui si consuma. I partiti tradizionali si sono ridotti ad amministratori dell’esistente, accettando i vincoli macroeconomici come dogmi indiscutibili e rinunciando a qualsiasi visione alternativa. Espellendo la critica sistemica dal dibattito istituzionale, la politica si è sterilizzata. Di conseguenza, la lucida comprensione di questi meccanismi rimane confinata nella società civile e nei movimenti sociali. Si crea così una frattura pericolosa: chi ha la sensibilità e gli strumenti per analizzare la crisi è isolato e privo di rappresentanza, mentre chi siede nei luoghi del potere formale ignora deliberatamente le cause profonde del nostro comune declino. Centro Sereno Regis
July 6, 2026
Pressenza
Dalla sindemia al grande caldo. Le differenze di classe pesano ancora, maledettamente
Il grande caldo che rende invivibili le città è ormai oggetto quotidiano delle conversazioni di strada o da bar. Spesso preambolo inevitabile per poi passare ad altri argomenti. Per il resto sono i bollettini allarmanti – e talvolta allarmistici – dei telegiornali o di articoli acchiappa like. Ma l’aumento termico […] L'articolo Dalla sindemia al grande caldo. Le differenze di classe pesano ancora, maledettamente su Contropiano.
June 28, 2026
Contropiano
Italia. Le disuguaglianze sulla ricchezza giustificano una tassa patrimoniale
Sull’ultimo numero della rivista Sbilanciamoci, Pier Giorgio Ardeni analizza la distribuzione inuguale della ricchezza in Italia ma soprattutto la natura di queste disuguaglianze e le caratteristiche di ricchezze spesso ottenute per via ereditaria e non certo per “laboriosità”, smentendo così la demagogia da quattro soldi espressa dalla Meloni al congresso […] L'articolo Italia. Le disuguaglianze sulla ricchezza giustificano una tassa patrimoniale su Contropiano.
June 26, 2026
Contropiano
La Campania che cresce e non converge, Il benessere che manca
Secondo di due articoli sulla Campania nel 2025, fondati sul Rapporto annuale della Banca d’Italia “L’economia della Campania” (giugno 2026). Se l’occupazione cresce ma resta fragile, quali effetti produce sulle condizioni di vita delle famiglie? Redditi, povertà, welfare e benessere raccontano una regione che migliora, ma continua a inseguire la media nazionale. Il primo articolo di questo dittico ha documentato, dati alla mano, che il mercato del lavoro campano cresce per flussi ma non per struttura: più occupati nel 2025, ma salari reali erosi nel lungo periodo, tasso di occupazione lontanissimo dalla media nazionale, NEET al doppio del dato italiano. Questo secondo articolo racconta cosa produce quella struttura quando si misura il suo effetto sulle condizioni di vita delle famiglie. Il rapporto annuale della Banca d’Italia sull’economia campana, pubblicato nel giugno 2026, offre su questo terreno una documentazione di rara precisione. Il reddito disponibile lordo pro capite delle famiglie campane nel 2024 — ultimo anno con dati Istat definitivi — era di circa 17.200 euro, quasi un quarto in meno della media nazionale. Nel 2025 è cresciuto in termini reali dell’1,5%, più della media italiana (0,9%). Anche qui vale l’avvertenza già formulata per l’occupazione: crescere più velocemente della media quando si parte da un livello inferiore di un quarto non significa convergere, ma inseguire. E l’inseguimento, a questo ritmo, richiede decenni. La spesa familiare media mensile in Campania nel 2024 era di 2.100 euro, circa tre quarti di quella italiana. I consumi nel 2025 sono cresciuti dell’1,1% in termini reali, in linea con la media nazionale: anche qui la crescita c’è, ma parte da lontano. C’è un dato apparentemente positivo che il rapporto registra e che richiede una lettura attenta. L’indice di Gini — misura sintetica della disuguaglianza nei consumi — è in Campania pari a 0,29, inferiore al valore nazionale di 0,31. Anche il rapporto tra il 20% più ricco e il 20% più povero è inferiore alla media italiana: 4,2 contro 4,9. Ma la lettura può essere fuorviante: la minore disuguaglianza interna non deriva necessariamente da una redistribuzione riuscita, bensì da una compressione verso il basso. L’intera distribuzione campana è spostata verso livelli di spesa inferiori rispetto a quelli nazionali e le distanze interne risultano minori perché i valori più elevati sono meno elevati. La Campania appare più uguale nel modo in cui lo è una regione in cui la ricchezza è diffusamente assente, non diffusamente condivisa. La povertà relativa colpisce il 21% delle famiglie campane, contro l’11% della media italiana. Quasi il doppio. I dati sulla povertà assoluta, disponibili a livello di macroarea per il 2024, indicano che nel Mezzogiorno circa il 10,5% delle famiglie e il 12,5% degli individui presenta una spesa inferiore al livello minimo considerato essenziale. La distribuzione delle famiglie campane lungo i quinti di spesa nazionali mostra una marcata concentrazione nei primi due quinti, quelli con i livelli di consumo più bassi. In questi segmenti pesano maggiormente le famiglie con minori, quelle con componenti stranieri e quelle in cui la persona di riferimento possiede un basso titolo di studio. La povertà campana ha quindi un profilo demografico preciso: colpisce i bambini, colpisce chi è immigrato, colpisce chi ha minori opportunità formative. Non è una povertà distribuita casualmente, ma stratificata lungo le stesse linee di fragilità che attraversano l’intero Paese, amplificate da un contesto strutturalmente più debole. Su questo sfondo si innestano le misure di sostegno al reddito, che il rapporto documenta con dettaglio. L’Assegno di Inclusione (AdI), introdotto a inizio 2024 in sostituzione del Reddito di Cittadinanza, ha raggiunto nel 2025 poco più di 197.000 nuclei familiari campani, coinvolgendo quasi 528.000 persone. La quota di beneficiari residenti è salita al 9,5% della popolazione, contro il 7,2% della media del Mezzogiorno. La Campania presenta una concentrazione di destinatari dell’AdI superiore persino alla media meridionale: non è un primato, ma una misura della profondità del bisogno. L’importo medio mensile è salito a 819 euro dai 660 del 2024, per effetto dell’innalzamento delle soglie ISEE introdotto dalla legge di bilancio 2025. Più famiglie e importi più elevati: le modifiche normative hanno ampliato la platea. Ma l’ampliamento della platea dell’AdI non rappresenta di per sé un segnale di efficacia delle politiche di contrasto alla povertà: indica piuttosto che il numero di persone in difficoltà era più ampio di quanto la soglia originaria riconoscesse. Il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL), destinato ai soggetti considerati occupabili esclusi dall’AdI, ha raggiunto in Campania 48.000 individui, pari all’1,6% della popolazione tra i 18 e i 59 anni, contro lo 0,6% della media nazionale. Quasi tre volte tanto. Questo dato non suggerisce necessariamente una maggiore efficienza delle politiche attive regionali, ma segnala una distanza strutturalmente più profonda dal mercato del lavoro. I beneficiari campani dell’SFL hanno percepito il beneficio per una media di 4,7 mesi: nella maggior parte dei casi il percorso di formazione e accompagnamento non si è tradotto rapidamente in un’occupazione stabile. L’Assegno Unico e Universale ha raggiunto 674.000 famiglie campane nel 2025, con circa 1 milione e 90 mila figli beneficiari. L’importo medio mensile per figlio, pari a 186 euro, è leggermente superiore alla media italiana (173 euro), perché in Campania il 67% dei figli destinatari appartiene a nuclei con ISEE fino a 17.227 euro, contro il 51% registrato a livello nazionale. La componente economicamente fragile è dunque molto più ampia. Il bonus asili nido raggiunge il 25,5% dei bambini sotto i tre anni, contro il 32,8% italiano: un divario che non dipende esclusivamente dal reddito, ma anche dalla minore capacità dei servizi territoriali di soddisfare la domanda. La valutazione sintetica più sistematica proposta dal rapporto è quella degli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (BES), elaborati dall’Istat. La Banca d’Italia costruisce un indice composito, denominato r-BES, che aggrega dodici domini in quattro macro-ambiti: economia e lavoro, relazioni e istituzioni, capitale umano e sociale, qualità del contesto e ambiente. La Campania si colloca sotto la media nazionale in tutti e quattro gli ambiti. Il divario più marcato riguarda il capitale umano e sociale, dove incidono condizioni di salute peggiori, livelli di istruzione inferiori e competenze giovanili più deboli. Seguono economia e lavoro, con indicatori occupazionali e reddituali che riflettono quanto già descritto, e relazioni e istituzioni, ambito nel quale la regione soffre soprattutto negli indicatori relativi alle relazioni sociali e alla valorizzazione del patrimonio culturale come fattore di sviluppo. Il rapporto registra però anche un elemento positivo che merita attenzione. Tra il 2018 e il 2024 l’indice r-BES campano è migliorato del 24,7%, più del doppio della crescita nazionale (12,1%) e sensibilmente oltre il dato del Mezzogiorno (21,2%). Il recupero è reale. Non si tratta di una narrazione politica, ma di una misurazione statistica. La Campania migliora più rapidamente della media in quasi tutti gli ambiti del benessere. Il problema è che questo recupero parte da una distanza tale dalla media nazionale che anche un ritmo di crescita superiore richiede ancora molti anni per colmare il divario. Sul piano provinciale, Benevento, Avellino e Salerno presentano indicatori migliori della media regionale; Napoli e Caserta si collocano al di sotto, pur con Napoli che mostra risultati relativamente migliori nell’ambito delle relazioni e delle istituzioni. Infine, la ricchezza. Alla fine del 2024 la ricchezza netta delle famiglie campane ammontava a 725 miliardi di euro, circa 130.000 euro pro capite: poco più dei due terzi della media nazionale. Ma il dato più significativo è quello di lungo periodo. In termini reali, tra il 2014 e il 2024, la ricchezza netta campana è diminuita del 10,5%. Le famiglie campane non soltanto guadagnano meno: nel corso dell’ultimo decennio sono diventate più povere anche dal punto di vista patrimoniale. Il calo del valore reale delle abitazioni, che rappresentano la componente principale della ricchezza delle famiglie, ha inciso più dell’aumento delle attività finanziarie. E poiché la casa costituisce per moltissimi nuclei l’unica forma di accumulazione patrimoniale disponibile, questa riduzione del valore immobiliare ha eroso anche quella riserva. Il quadro complessivo delineato dal rapporto è quello di una regione in cui le misure di welfare — AdI, SFL, Assegno Unico e bonus energetici — funzionano come ammortizzatori di una povertà strutturale più che come strumenti capaci di eliminarla. Non è un giudizio sulle singole misure, molte delle quali raggiungono effettivamente la popolazione che ne ha bisogno. È una considerazione sulla loro funzione: sostenere chi è in difficoltà, non trasformare le condizioni che producono quella difficoltà. La quota di beneficiari dell’AdI superiore alla media meridionale, l’incidenza dell’SFL quasi tripla rispetto al dato nazionale e una povertà relativa doppia rispetto alla media italiana misurano la distanza che la politica è chiamata a colmare. Una distanza che nessuna misura redistributiva può eliminare da sola senza una trasformazione strutturale del sistema produttivo, del mercato del lavoro e dei servizi territoriali. La Campania cresce. I dati lo confermano chiaramente e sarebbe scorretto non riconoscerlo. Ma cresce senza convergere. I salari reali si sono indeboliti nel lungo periodo, la povertà relativa resta doppia rispetto alla media nazionale e il benessere multidimensionale continua a essere inferiore in tutti gli ambiti misurabili. Questo non è il racconto di un fallimento totale. È qualcosa di più complesso e insidioso: il racconto di una crescita parziale che tende a legittimarsi attraverso i propri indicatori migliori, mentre quelli più problematici restano sullo sfondo, meno visibili, meno comunicati, ma non per questo meno reali. FONTI * Banca d’Italia – L’economia della Campania (giugno 2026) * ISTAT – Indagine sulle spese delle famiglie * ISTAT – Benessere Equo e Sostenibile (BES) * INPS – Assegno di Inclusione * INPS – Supporto per la Formazione e il Lavoro * INPS – Assegno Unico e Universale Francesco Russo
June 20, 2026
Pressenza
L’assemblea nazionale di Napoli rilancia mobilitazione contro l’Autonomia Differenziata
Arrivati da 20 province di tutta Italia, a titolo individuale o in rappresentanza di 33 tra associazioni, partiti, sindacati, più di 100 partecipanti si sono riuniti, sabato 6 giugno 2026, al Maschio Angioino di Napoli, per partecipare all’Assemblea nazionale del Tavolo NO-AD e dei Comitati per il ritiro di ogni […] L'articolo L’assemblea nazionale di Napoli rilancia mobilitazione contro l’Autonomia Differenziata su Contropiano.
June 9, 2026
Contropiano
Il Belpaese, un paradiso solo per i milionari!
Ingiustizia fiscale: Da decenni, i governi dei diversi paesi gareggiano tra loro per allietare i possessori di capitali privati, con generosi vantaggi fiscali e sussidi pubblici. Il miliardario Warren Buffett ha ragione, la lotta di classe esiste e la stanno vincendo loro. Una tendenza internazionale, tra le tante, lo comprova: […] L'articolo Il Belpaese, un paradiso solo per i milionari! su Contropiano.
June 5, 2026
Contropiano