Tag - disuguaglianze

Le tante disuguaglianze di accesso ai servizi sanitari
La lunghezza della vita è sempre più dipendente dal luogo (regione) dove si nasce o si vive: è una disuguaglianza che non può lasciarci indifferenti perché non è una disuguaglianza inevitabile. Una disuguaglianza che alimenta anche il noto fenomeno della mobilità sanitaria che interessa particolarmente i territori situati nel Sud del nostro Paese e nelle isole, fenomeno che è riconducibile a disfunzioni del servizio sanitario (insufficienza dell’offerta, scarsa qualità dei servizi, peggiori esiti delle cure). Le differenze territoriali intaccano profondamente anche l’attesa di vita: è il caso, ad esempio, degli anni medi attesi di vita non in buona salute, calcolati sia alla nascita che a 65 anni, oppure i dati sulla mortalità. A una speranza di vita alla nascita più bassa nelle regioni del Sud e nelle Isole si accompagna negli stessi territori un tasso standardizzato di mortalità più elevato, segno di uno stato di salute che risulta più deteriorato rispetto alle regioni del Centro-Nord. A confermarlo è anche il Rapporto “Sussidiarietà e… salute. Rapporto sulla sussidiarietà 2025/2026” della Fondazione per la Sussidiarietà, presentato stamani, 19 febbraio, presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati. “Il nostro Paese, si legge nel Rapporto, è considerato il Paese dei mille campanili, e anche in termini di salute l’Italia non è una nazione unica per via delle tante differenze regionali che la caratterizzano: la speranza di vita alla nascita, gli anni medi attesi di vita non in buona salute, la mortalità totale e per patologia, la mortalità evitabile (prevenibile, trattabile), la multicronicità e le gravi limitazioni negli anziani, la salute mentale, la mobilità sanitaria, e così via. (…) Ma non è solo l’eterogeneità nella salute delle regioni che preoccupa: vi sono molti segnali che le disuguaglianze di salute si ritrovano anche all’interno delle grandi città”. Alle disuguaglianze territoriali nella salute si aggiungono le disuguaglianze socio-economiche, sempre in termini di salute, lette nel Rapporto attraverso il grado di scolarità delle popolazioni. I soggetti che dal punto di vista sociale sono più deprivati o svantaggiati (povertà materiale, minore scolarità e altro) hanno una salute peggiore rispetto ai soggetti socialmente più avvantaggiati: la mortalità diminuisce nel passaggio dai titoli di studio inferiori a quelli superiori (+45% per i maschi con il titolo di studio più basso rispetto ai soggetti di pari età con il titolo di studio più alto, +33% per le femmine) e le disuguaglianze diminuiscono al crescere delle età. Nello specifico della mobilità sanitaria interregionale, il Rapporto della Fondazione per la Sussidiarietà certifica un valore record nel 2022 di 5,04 miliardi di euro, con un forte flusso di pazienti e risorse dal Mezzogiorno verso le regioni del Nord, in particolare Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, con valori in aumento negli ultimi anni. Circa il 70% degli spostamenti avviene per un ricovero ospedaliero, circa il 16% per visite specialistiche e il 9% per somministrazione di farmaci (molto spesso legate a terapie particolari o oncologiche); il resto comprende tutte le altre prestazioni, che sono abbastanza marginali. Suddividendo le regioni sulla base dell’entità del saldo (positivo o negativo), quelle con saldo positivo rilevante (Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto) si trovano tutte al Nord, quelle con un saldo moderato al Centro (Toscana e Molise) e via via che si scende lungo lo stivale i livelli di mobilità negativa aumentano. La spesa per la mobilità sanitaria non di confine in quattro regioni del Sud, ovvero Sicilia, Puglia, Calabria e Campania, supera la metà del totale nazionale, raggiungendo 587 milioni di euro, pari al 57,4% della spesa complessiva in questa categoria. Il “Rapporto “Sussidiarietà e… salute”, si propone come una valutazione a tutto campo, sulla base di numerosi contributi su un ampio spettro di fattore, della situazione attuale della sanità nel nostro Paese, dei suoi problemi e delle possibili linee di riforma del sistema, che viene giudicato “in crisi”. Il lavoro è suddiviso in tre parti. La prima sezione parte da un’analisi dell’evoluzione in corso della domanda di salute, segnata dal fattore demografico, e delle criticità del sistema, date in particolare dalle diseguaglianze economiche e territoriali.  Viene poi messa a fuoco la frammentazione del sistema e della sua governance, che sono un ostacolo alla necessaria integrazione dei servizi. La seconda sezione pone l’attenzione sulle prospettiva di riforma. Qui la stella polare, in coerenza anche con le premesse del diritto costituzionale, è la “presa in carico” del paziente, tendenzialmente nell’unità della sua persona e dei suoi bisogni, che sono molteplici e di varia natura, ma che non vanno considerati in modo frammentato e slegato, privilegiando l’offerta dei servizi sulla domanda reale. La terza sezione è quella che presenta “Esperienze”.  Che sono sei: il modello veneto a forte leadership centrale; la valutazione nella Casa di Comunità in Toscana; la riforma dell’assistenza territoriale in Emilia-Romagna; la continuità delle cure nell’esperienza della cooperativa Cosma in Lombardia; l’assistenza sociosanitaria nelle aree interne; il progetto dell’Asl 4 della Liguria. Qui il Rapporto: https://www.sussidiarieta.net/files/contenuti/rapporto-sussidiarieta-768-24-25-light.pdf. Giovanni Caprio
February 19, 2026
Pressenza
Energia, salute, rischio e potere: noi cosa possiamo fare
due articoli di Luca Graziano. Riflessioni scomode per gli amministatori imprudenti ma utili alla collettività, a livello locale come su quello planetario. Costruire nella pianura dell’acqua Il dissesto idrogeologico e la scelta del nuovo ospedale a Torino Nord (*) Negli stessi giorni in cui le immagini della frana di Niscemi, innescata dal ciclone Henry, scorrono nei notiziari come l’ennesimo capitolo
February 17, 2026
La Bottega del Barbieri
Jesse Jackson, l’altra America solidale con Cuba e Palestina
E’ morto Jesse Jackson, eroe dell’Altra America, il simbolo di tutto ciò che odiano i suprematisti bianchi che sostengono Trump. Jackson ha lottato per tutta la vita contro il razzismo, per la giustizia sociale e la pace. Oggi gli omaggi tenderanno a edulcorare la radicalità del suo impegno politico. Dagli anni ’60 è stato un instancabile attivista contro le disuguaglianze che caratterizzano la società statunitense e l’imperialismo USA verso i Paesi del sud del mondo. Allievo e compagno di Martin Luther King con lo spirito delle marce di Selma si candidò alle primarie democratiche per due volte con la sua Rainbow Coalition con un programma contro il neoliberismo reaganiano e per il disarmo. Non ha mai temuto le accuse di essere comunista o vicino ai comunisti. Ha sempre proposto l’unità della classe lavoratrice oltre le barriere del colore contro le multinazionali e i super ricchi che le sfruttano. Non a caso ha sostenuto le campagne per il socialismo democratico di Bernie Sanders che lo aveva a sua volta appoggiato negli anni ’80. Non ha mai avuto paura di abbracciare quelli che la politica statunitense definiva terroristi, da Fidel Castro a Arafat a Mandela. E’ stato sostenitore di Nelson Mandela e artefice delle campagne contro l’apartheid. Amico di Cuba ha sempre chiesto la fine del blocco economico che strangola l’isola definendolo “una vergogna storica” e spiegò che “l’embargo contro Cuba è stato mantenuto in larga misura perché Fidel Castro ha ridicolizzato la CIA e i sostenitori della guerra fredda, vanificando i loro tentativi di invadere l’isola, destabilizzare il regime e assassinarlo”. Ha sempre sostenuto la causa del popolo palestinese senza temere le ricorrenti accuse di antisemitismo. Nonostante le pessime condizioni di salute ha promosso iniziative per il cessate il fuoco a Gaza e si è recato negli accampamenti degli studenti che protestavano contro il genocidio. Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
February 17, 2026
Pressenza
La violenza giovanile si affronta contrastando le disuguaglianze e investendo su scuola e lavoro
I recenti episodi di violenza che hanno coinvolto minorenni e giovani richiamano con urgenza il tema della prevenzione della violenza tra pari e delle risposte che il Paese intende dare a un fenomeno complesso che coinvolge diversi ambiti, dalla famiglia alla scuola, al contesto sociale. La narrazione dei media passa con estrema semplificazione dall’identificare il caso delle violenze di gruppo a danni spesso di stessi coetanei con il fenomeno “baby gang” a quello impropriamente ormai noto come “maranza”. In questo fenomeno in realtà si celano i volti di ragazzi di seconde e terze generazioni nati in Italia, italiani, spesso in contrasto con la propria famiglia di origine (come accade durante l’adolescenza), ma che faticano a trovare spazio nella realtà che vivono.   In Italia il numero di minori in contatto con il sistema di giustizia perché sospettati o autori di reato ha conosciuto un lieve aumento negli ultimi dieci anni (329 ogni 100mila abitanti nel 2014 e 363 nel 2023), ma rimane comunque uno dei più bassi tra i Paesi europei (nel 2023, 2.237 ogni 100mila abitanti in Germania, 1.608 in Francia, 2.118 in Austria, 824 in Svizzera, addirittura 8.403 in Ungheria, con un aumento di più del 1.000% dal 2014). Tuttavia, l’attenzione deve rimanere alta: dall’anticipazione di un rapporto di ricerca di Save the Children, che verrà diffuso a marzo, emerge che dal 2019 al 2024 i minori segnalati per porto di armi improprie – dai coltelli alle noccoliere, dalle mazze alle catene, fino agli storditori elettrici – sono passati da 778 a 1.946 e nel primo semestre del 2025 sono già 1.096. E’ fondamentale però mettere in campo soluzioni che non rispondano solo a una logica punitiva, a partire da un maggiore investimento in educazione. Da più parti si esprime forte preoccupazione per alcune misure al vaglio del governo nell’ambito dei provvedimenti sulla sicurezza, in particolare quelle che introdurrebbero una gestione di pubblica sicurezza delle condotte minorili applicata su vasta scala e una stretta alle misure di inclusione a favore dei minori stranieri non accompagnati, che rischiano di incidere negativamente sui diritti di bambine, bambini e adolescenti. In Italia le risorse pubbliche destinate all’istruzione sono meno del 4% del PIL, quasi un punto in meno della media dell’Unione Europea e il livello più basso tra le principali economie dell’area dell’euro. Bisogna potenziare l’offerta educativa, soprattutto nelle aree più complesse e svantaggiate. Inoltre, è cruciale investire sull’educazione alle relazioni e sul sostegno psicologico per prevenire i comportamenti a rischio, così come contrastare la normalizzazione di comportamenti violenti, supportando anche le famiglie, e impegnarsi in modo strutturale per la prevenzione dell’abuso di sostanze psico-attive tra i giovanissimi. “Migliaia di bambini, bambine e adolescenti in Italia vivono nelle periferie urbane, dove spesso le disuguaglianze socio-economiche, la scarsità di servizi scolastici, come mense e tempo pieno e l’emergenza abitativa aumentano il rischio di fragilità sociale e  isolamento, ha sottolineato Daniela Fatarella, Direttrice Generale di Save the Children, aprendo i lavori di <<Periferie: dove cresce il futuro>>, confronto promosso qualche settimana fa a Roma  tra attori istituzionali, organizzazioni della società civile attive nelle periferie e rappresentanti del settore privato. Qui per approfondire: https://www.savethechildren.it/blog-notizie/violenza-giovanile-prevenzione-e-inclusione-al-centro-del-dibattito. Anche il nuovo rapporto dell’Osservatorio #conibambini, nell’ambito della campagna “Non sono emergenza” promossa da Con i bambini, con il supporto di Openpolis, che punta a promuovere un dibattito sulla condizione dei minori in Italia, a partire dalle opportunità educative, culturali e sociali offerte, analizza in modo sistematico e con dati granulari città per città, quartiere per quartiere, lo stato del disagio socio-educativo nelle aree urbane italiane. In città come Catania, Napoli e Palermo circa il 6% delle famiglie si trova in potenziale disagio economico, vale a dire nuclei con figli la cui persona di riferimento ha fino a 64 anni e dove nessun componente è occupato o percettore di pensione da lavoro. Si tratta di valori anche 4-5 volte superiori rispetto a quelli rilevabili in città del centro-nord. Dentro una stessa città, i divari possono risultare ancora più ampi. A Catania, ad esempio, a fronte di una media cittadina del 6,2%, si va dal 3,1% del Terzo municipio al 9,3% del Sesto. A Napoli, si va dal 3% di quartieri come Arenella e Vomero al 9,2% del quartiere di San Pietro a Patierno. Si tratta di una condizione di partenza che si riflette troppo spesso sugli esiti educativi: ha lasciato la scuola prima del diploma delle superiori o di una qualifica oltre il 25% dei giovani a Catania, il 19,8% a Palermo, il 17,6% a Napoli. Si tratta anche delle città in cui oltre uno studente su 5 arriva in terza media con competenze del tutto inadeguate in italiano. La dispersione implicita ed esplicita resta elevata soprattutto tra i ragazzi provenienti da famiglie svantaggiate. La quota di abbandoni precoci è infatti più elevata proprio tra i figli di chi non ha il diploma, con divari particolarmente ampi in città come Cagliari (16,3% le uscite precoci dal sistema di istruzione in media nel Comune, quota che sale al 31,9% tra i figli dei non diplomati). E anche in questo caso pesano i divari interni alla stessa realtà cittadina. Gli esiti educativi si riflettono poi inesorabilmente sul futuro dei più giovani: la quota di residenti tra 15 e 29 anni che non studiano e non lavorano è più alta nelle realtà dove la condizione sociale di partenza è più difficile e dove anche il percorso scolastico risulta più critico. I Comuni capoluogo di città metropolitana con più giovani Neet sono infatti Catania (35,4%), Palermo (32,4%) e Napoli (29,7%). A quota 20% circa, tra le altre, le due città italiane più popolose, Roma e Milano. La quota scende al 17,3% a Bologna. Qui l’indagine di Con i Bambini: https://www.conibambini.org/wp-content/uploads/2025/12/Report-2025-Giovani-e-periferie.pdf Giovanni Caprio
January 29, 2026
Pressenza
Fino al 40% dei fondi europei per l’agricoltura va all’1% più ricco
Una piccola fetta di beneficiari molto ricchi riceve la maggior parte dei sussidi della Politica Agricola Comune (PAC) dell’Unione Europea: è quanto emerge dall’ultimo rapporto di Greenpeace Europa che ha raccolto e analizzato i dati sui pagamenti PAC del 2024, che evidenzia come alcuni tra i grandi proprietari terrieri e gli attori economici più ricchi d’Europa abbiano percepito quote molto elevate di contributi agricoli in Italia, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Spagna. Infatti, nei sei Stati membri considerati, due terzi dei fondi vengono destinati in media al 10% più ricco, mentre circa l’80% dei sussidi si concentra nelle mani del 20% più benestante. Nei Paesi Bassi, in particolare, si registra la concentrazione più elevata, con l’1% più ricco dei beneficiari che riceve il 40% dei sussidi PAC. L’Italia risulta in linea con questo trend o leggermente sopra la media, considerato che nel nostro Paese lo scorso anno il 31% dei fondi erogati è finito nelle tasche dell’1% più ricco dei beneficiari, il 69% al 10% e l’82% al 20% dei più ricchi. “Per effetto delle distorsioni della PAC, sottolinea Marco Contiero, direttore delle politiche agricole di Greenpeace Europa, il welfare finisce per favorire i più ricchi, mentre non raggiunge in misura sufficiente chi ne ha realmente bisogno: agricoltori a rischio di fallimento, piccole aziende agro-ecologiche e tutte le realtà che vogliono passare a pratiche più sostenibili. Non c’è alcun valore sociale nel creare disuguaglianze, danneggiare la natura e compromettere la sostenibilità futura della produzione alimentare. La prossima PAC ha urgente bisogno di riforme orientate al bene comune, anziché alle tasche dei più abbienti”. Tra i maggiori beneficiari di questa distribuzione squilibrata di fondi pubblici figurano il gruppo AGROFERT del Primo ministro designato ceco Andrej Babiš, il più grande proprietario terriero italiano Bonifiche Ferraresi (BF Spa) e gli aristocratici della Casa d’Alba in Spagna. Secondo Greenpeace, i soldi della PAC potrebbero essere meglio spesi per sostenere i piccoli agricoltori e incentivare la sostenibilità. In base ai costi medi ricavati da evidenze pubblicate e raccolti dall’Institute for European Environmental Policy, le risorse destinate al solo gruppo AGROFERT di Babiš (16,6 milioni di euro nel 2024) potrebbero essere utilizzate, ad esempio, per sostenere fino a 7.703 piccole aziende agricole nell’adozione di pratiche più efficienti nell’uso dell’acqua. Sommando i contributi pubblici incassati dalle prime due aziende italiane in classifica per pagamenti diretti, cioè BF Spa e Genagricola, ramo agricolo del gruppo Generali, si ottiene una cifra di oltre 6 milioni di euro, che potrebbe sostenere circa 2.500 piccole aziende nell’adozione di pratiche per il risparmio idrico. Il gruppo BF rafforza la propria influenza non solo attraverso i Consorzi Agrari d’Italia, ma anche grazie a legami strutturali con Coldiretti, il cui segretario generale, Vincenzo Gesmundo, presiede BF International  e ha partnership strategiche con il gigante fossile ENI e con Leonardo, promuovendo le proprie attività anche in sedi internazionali come la COP30. Parallelamente, Genagricola estende il proprio controllo su oltre 17.000 ettari tra Italia e Romania, con attività che includono allevamenti intensivi e acquisizioni fondiarie su larga scala associate all’esclusione dei piccoli agricoltori e all’aumento dei prezzi dei terreni. “Mentre entrambi i gruppi rivendicano un impegno verso la sostenibilità, sottolinea Simona Savini, campaigner Agricoltura di Greenpeace Italia, i loro modelli, supportati da reti politiche e industriali di grande peso, rischiano di ampliare le disuguaglianze, accentuare impatti ambientali e mettere in secondo piano le esigenze delle comunità agricole e dei territori più vulnerabili”. La PAC, come è noto, rappresenta circa un terzo del bilancio dell’UE. Negli ultimi anni, la concentrazione dei sussidi ha alimentato una tendenza preoccupante: in Europa le aziende agricole di piccola scala sono diminuite del 44%, con la perdita di circa due milioni di aziende. Governi dell’UE, Commissione Europea e Parlamento Europeo stanno ora negoziando il prossimo bilancio, che include anche il principale sistema di sussidi agricoli. In linea con le conclusioni del Dialogo Strategico sul Futuro dell’Agricoltura, Greenpeace chiede che la nuova PAC elimini gradualmente i pagamenti diretti basati sulla superficie, dia priorità al sostegno al reddito per le aziende con il maggior valore ecologico e sociale, applichi scale progressive e tetti massimi ai sussidi, e destini almeno il 50% del budget PAC ad azioni ambientali e climatiche entro la fine del periodo di programmazione. Qui la sintesi  in italiano e il rapporto completo in inglese “Chi si intasca la PAC?” di Greenpeace Europa”: https://www.greenpeace.org/italy/rapporto/29928/chi-si-intasca-la-pac/ Giovanni Caprio
January 22, 2026
Pressenza
Davos. Oxfam parla di “proteggere la libertà dal potere dei miliardari”
Come ogni anno, il Davos Economic Forum si apre con il rapporto Oxfam sulle disuguaglianze economiche. E quest’anno il titolo appare quasi come un programma politico, più che un’analisi delle ricchezze private: “Resisting the Rule of the Rich. Defending Freedom Against Billionaire Power“, ovvero “Resistere il dominio dei ricchi. Difendere […] L'articolo Davos. Oxfam parla di “proteggere la libertà dal potere dei miliardari” su Contropiano.
January 21, 2026
Contropiano
Socialismo o barbarie
Il capitalismo predone e colonialista di Donald Trump è solo il punto di arrivo del fallimento sociale e morale del capitalismo e della democrazia liberali. Il nuovo rapporto dell’organizzazione internazionale Oxfam ci presenta un livello di diseguaglianza e sproporzione nella distribuzione di ciò che definiamo ricchezza, che non ha precedenti […] L'articolo Socialismo o barbarie su Contropiano.
January 21, 2026
Contropiano
Centinaia di persone protestano a Davos prima della visita di Trump
Centinaia di persone hanno protestato a Davos prima della visita del presidente Trump al Forum Economico Mondiale, un incontro annuale delle élite economiche globali. La protesta arriva dopo che lunedì Oxfam ha pubblicato un rapporto in cui avverte che la ricchezza collettiva dei miliardari ha raggiunto la cifra record di 18,3 trilioni di dollari e che lo scorso anno il numero totale di miliardari ha superato per la prima volta nella storia i 3.000. Oxfam riferisce inoltre che i Paesi con un alto livello di disuguaglianza sono sette volte più esposti al rischio di erosione dello Stato di diritto e di brogli elettorali. “La vera storia riguarda anche il fatto che questi miliardari non si accontentano di essere super ricchi. Ora stanno comprando il potere politico, stanno comprando le elezioni, stanno comprando i media. E quello che alla fine si vede è l’ascesa dell’oligarchia. Questi pochi miliardari controllano la politica, le politiche e le narrazioni” ha dichiarato Amitabh Behar, direttore esecutivo di Oxfam.   Democracy Now!
January 20, 2026
Pressenza
Dalla disuguaglianza economica alla disuguaglianza politica
Pubblicato in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, il rapporto di OXFAM mostra che in un mondo lacerato da conflitti, crisi climatica e tensioni geopolitiche e in Italia, il Paese delle fortune invertite, la disuguaglianza corre più veloce che mai e insidia la democrazia. Intitolato “Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia”, il report evidenzia che la concentrazione di ricchezza aumenta, conseguenza di scelte politiche che da anni alimentano le rendite di posizione, mentre le opportunità si restringono, i divari economici si acuiscono e le fratture sociali si fanno sempre più profonde. Nel 2025 la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 16% in termini reali, a un ritmo tre volte superiore alla media degli ultimi cinque anni. Complessivamente, i patrimoni miliardari hanno toccato il livello record di 18˙300 miliardi di dollari, segnando un aumento dell’81% rispetto al 2020. Si tratta di un ammontare esorbitante, equivalente a 8 volte il PIL dell’Italia e a 26 volte le risorse necessarie per riportare alla soglia di 3 dollari al giorno chiunque viva sotto tale livello di povertà estrema. Alla crescita portentosa della concentrazione di ricchezza fa da contraltare un tasso di riduzione della povertà globale, sostanzialmente invariato negli ultimi 6 anni. La povertà estrema è nuovamente in aumento in Africa e quasi la metà della popolazione mondiale vive in povertà: 1 abitante su 4 del pianeta soffre di insicurezza alimentare. OXFAM denuncia il circolo vizioso tra la concentrazione estrema di ricchezza e la concentrazione strabordante di potere politico, che gli individui più ricchi esercitano efficacemente, indirizzando a proprio vantaggio scelte di politica pubblica di cui, invece, anziché pochi privilegiati, dovrebbe beneficiare l’intera collettività: > Elevate disuguaglianze rappresentano di fatto il fallimento della democrazia: > corrodono il tessuto morale della società e lacerano il patto civico, il senso > di appartenenza, la capacità di riconoscersi parte di un destino comune. > Minacciano la coesione, disintegrando i legami sociali, la corresponsabilità > morale e la fiducia reciproca, quella fiducia che rappresenta un bene > relazionale che si costruisce solo quando le vite hanno una qualche forma di > prossimità e i destini non divergono in direzioni opposte. La disuguaglianza > rompe tale prossimità, fa evaporare lo spazio morale in cui ciascuno riconosce > all’altro la dignità di un pari, di un concittadino, riducendo la società a un > insieme di isole separate, indifferenti e incomunicabili”, a un insieme di > “io” che smettono di dare valore al destino degli “altri”. Se dalla dimensione > individuale si passa a quella collettiva e se si adotta una prospettiva > territoriale, ci si trova di fronte a un arcipelago diviso in luoghi (“isole”) > che contano e luoghi che non contano. A questi ultimi, il cui numero è in > espansione, corrispondono aree trascurate, prive di potere e prospettive, in > cui il disagio delle persone si trasforma in un sentimento condiviso di > esclusione e la perdita di opportunità e di riconoscimento si traduce più > facilmente in voto anti-sistema, di rottura contro centri e classi dirigenti > percepiti come lontani e indifferenti. Luoghi il cui smarrimento e malcontento > sono intercettati con maggiore facilità da forze politiche populiste o > estremiste, con proposte di cambiamento tanto illusorie quanto in grado di > attecchire e determinare, in caso di successo elettorale, una preoccupante > involuzione democratica. In uno scenario globale di aggravamento delle disuguaglianze e progressiva erosione democratica, l’Italia non fa purtroppo eccezione, confermandosi il Paese delle fortune invertite. Il 10% più ricco delle famiglie possiede oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera, contro poco più di 6 volte nel 2010. Oggi il top 5% detiene il 49,4% della ricchezza nazionale, quasi il 17% in più di quanto possiede il 90% più povero. Nel 2025 i miliardari italiani hanno aumentato il loro patrimonio di 54,6 miliardi di euro (al ritmo di 150 milioni al giorno), raggiungendo 307,5 miliardi detenuti da 79 individui (erano 71 nel 2024). Dal 2010 al 2025 la ricchezza nazionale è cresciuta di oltre 2˙000 miliardi, ma il 91% di questo incremento è andato al 5% più ricco, mentre la metà più povera ha ottenuto appena il 2,7%. La dinamica rischia di consolidare il carattere ereditocratico della nostra società, alla luce del valore dei patrimoni che si stima “passeranno di mano” nel prossimo decennio (almeno 2˙500 miliardi di euro), in un contesto caratterizzato per di più da un prelievo molto blando sulla ricchezza trasferita. L’azione di governo è sempre più tesa a riconoscere meriti e premialità a gruppi sociali e territori in condizioni di relativo vantaggio, disinteressata a ricucire i divari economico-sociali, disattenta al benessere dei cittadini in condizioni di maggiore vulnerabilità e pericolosamente incline a torsioni illiberali che minano i principi democratici. È del tutto assente, invece, la lotta alla povertà, sottolinea Mikhail Maslennikov, Policy advisor su giustizia economica di OXFAM: > Incurante dell’elevata fragilità economica di ampi strati della popolazione, > il nostro Governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale nel > contrasto alla povertà. Da due anni il diritto di ricevere un supporto da > parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più assicurato a > tutti i poveri in quanto tali ma è subordinato all’appartenenza a categorie > eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di tutela. > L’abbandono dell’impostazione universalistica del reddito di cittadinanza ha > ridotto il numero dei beneficiari dei trasferimenti pubblici, la cui platea è > oggi anche più lontana dall’universo dei nuclei in povertà assoluta. Sul > fronte del disagio abitativo l’azione del Governo, nonostante annunci più > volte reiterati, si rivela del tutto inadeguata rispetto al bisogno, con > risorse di gran lunga inferiori a quelle che sarebbero necessarie per un reale > rilancio di politiche organiche sull’abitare.   Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia Giovanni Caprio
January 20, 2026
Pressenza