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L’estrema destra si batte cambiando il sistema economico
Nessuno potrà dire che non li aveva visti arrivare. Perché AfD in Germania è ormai da anni che cresce. E negli ultimi questa crescita si è tradotta in alcuni casi in veri e propri balzi elettorali. Come successo nella Sassonia-Anhalt. Un’alta partecipazione elettorale, il 778%, circa venti punti superiore alla […] L'articolo L’estrema destra si batte cambiando il sistema economico su Contropiano.
September 8, 2026
Contropiano
La guerra prepara la marea nera
L’AfD sfonda in Germania mentre l’Europa sceglie riarmo, sacrifici sociali e austerità. Se la sinistra non rompe con queste politiche, l’antifascismo rischia di ridursi a un impotente allarme elettorale. C’è …
September 7, 2026
Osservatorio Repressione
La rendita che vince, il lavoro che perde da trent’anni: cosa dicono davvero i numeri del 2025
Mentre i salari reali italiani restano sotto i livelli di trent’anni fa, il settore bancario chiude il 2025 con utili record. I dati raccontano uno squilibrio di lungo periodo nella distribuzione del reddito tra lavoro e capitale. Continuiamo a dire che il capitalismo italiano ha smesso di essere industriale per diventare finanziario, come se fosse una metafora. Non lo è. È una sequenza di bilanci, ed è una perdita che dura da tre decenni, non un incidente di percorso. Il punto di partenza è la quota di reddito che il valore prodotto dal Paese destina a chi lavora. Le stime più solide, basate sui dati AMECO e riprese dalla letteratura accademica, indicano che in Italia questa quota è scesa dal 66,9% del 1970 al 50% del 2018: un crollo di quasi diciassette punti che coincide, non a caso, con la fine dell’indicizzazione automatica dei salari nel 1992, con l’apertura ai mercati globali e con la lunga stagione delle riforme di flessibilizzazione del mercato del lavoro. Su questo arco storico la letteratura economica, da Torrini agli studi più recenti di Paternesi Meloni e Stirati, è concorde: i salari reali hanno smesso di seguire la produttività, e quel disallineamento è diventato struttura permanente dell’economia italiana. C’è però un dato che rende questa erosione ancora più netta, perché non riguarda la quota su un aggregato contabile ma il potere d’acquisto concreto delle buste paga. Secondo l’Ocse, tra il 1990 e il 2020 l’Italia è l’unico grande Paese dell’area a registrare una variazione negativa dei salari reali: mentre in Germania, Francia e nei Paesi baltici gli stipendi a prezzi costanti crescevano, anche in misura sostanziale, in Italia diminuivano. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha di recente quantificato la caduta in un 6,6% in termini reali dal 1990. Lo shock inflazionistico del 2021-2022 ha aggravato una tendenza già strutturale: nel solo 2022 i salari reali italiani sono crollati del 7,3% rispetto all’anno precedente, e a inizio 2025 l’Ocse li registrava ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021, il risultato peggiore tra le grandi economie dell’organizzazione. Un lavoratore italiano oggi, in termini di potere d’acquisto, guadagna meno di un collega di trent’anni fa: non è un’impressione, è la fotografia ufficiale. È in questo quadro che va letto l’aumento nominale del 4,2% dei redditi da lavoro dipendente registrato dall’Istat nei conti 2025 delle società non finanziarie. Non è un segnale di inversione di tendenza, ma in larga parte l’effetto dei rinnovi dei contratti collettivi arrivati dopo anni di CCNL scaduti e bloccati, che nella contabilità di un singolo esercizio producono un salto nominale senza colmare il divario reale accumulato nel decennio precedente. Allo stesso modo, il fatto che il tasso di profitto delle imprese non finanziarie sia sceso al 43,3% nel 2025, dal 44,1% del 2024, non racconta un’inversione strutturale: è l’oscillazione di un solo anno, misurata su una base che resta comunque quella di un’economia in cui, dal 1970 a oggi, la parte spettante al capitale è cresciuta di quasi venti punti percentuali. Un anno di sottoscrizioni contrattuali non cancella mezzo secolo di moderazione salariale, così come una rondine non fa primavera. Il contrasto più stridente, in questo senso, resta quello con il settore bancario. Nel 2025 le banche italiane hanno chiuso l’anno con utili netti record: 47,5 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 46,5 miliardi del 2024 e ai 40,6 miliardi del 2023, secondo l’analisi del Centro Studi Unimpresa su dati di Banca d’Italia. Il quinquennio 2021-2025 ha prodotto complessivamente 176,5 miliardi di utili netti aggregati, il periodo più profittevole nella storia recente del settore. Il motore resta il margine di interesse, cioè la differenza tra quanto le banche incassano sui prestiti e quanto pagano sui depositi: per anni le famiglie e le imprese indebitate hanno pagato di più per lo stesso prestito, mentre chi teneva i risparmi in conto corrente ha visto remunerazioni pressoché ferme. E questi utili record procedono insieme a una riduzione dell’occupazione: circa 8mila posti di lavoro in meno nel settore secondo i dati diffusi da First Cisl, mentre i primi cinque gruppi bancari sfioravano i 28 miliardi di utili con una crescita del 10,6%. La lezione che se ne ricava non è la fine del lavoro come fattore produttivo, ma la conferma che il tempo lungo dell’economia italiana ha una direzione precisa, e quella direzione non si inverte per un rinnovo contrattuale o per un’oscillazione annuale del margine industriale. Trent’anni di salari reali fermi o in calo restano il dato costitutivo, mentre la rendita finanziaria continua a crescere staccandosi sia dalla produzione sia dall’occupazione che dovrebbe generare. Chi continua a chiedere moderazione salariale in nome della competitività dovrebbe spiegare perché quella stessa moderazione non è mai stata chiesta a chi, nello stesso anno, ha distribuito miliardi di dividendi tagliando migliaia di posti di lavoro. Francesco Russo
September 4, 2026
Pressenza
Sottocosto
di   Mauro Armanino Dai poveri e migranti al lavoro precario, dai sogni al futuro: nella società del mercato tutto può essere svalutato. Persino le parole, quando smettono di raccontare …
September 4, 2026
Osservatorio Repressione
La storia si scrive dalle crepe
di Mauro Armanino Nelle ferite, nelle frontiere, nei volti dei migranti e dei poveri si nascondono le tracce di un mondo diverso. Una riflessione sull’apocalisse come rivelazione, insurrezione e possibilità …
Università estiva ATTAC Italia 2026: il programma di corso e seminari
“Grande è il disordine sotto il cielo…”… ma la situazione è tutt’altro che eccellente. Viviamo un’epoca tremenda, che rende molto ardua l’idea di un cambiamento sociale e che rischia di anestetizzarne persino l’immaginazione. La guerra – quella combattuta, quella preparata, quella auspicata- è divenuta parte delle nostre vite e della dimensione economica, sociale e geopolitica. La corsa agli armamenti prosegue come se non ci fosse un domani e intanto lo pregiudica, sottraendo ricchezza collettiva, beni comuni, diritti sociali. L’ampiezza della disuguaglianza sociale non ha precedenti nella storia dell’umanità e, soprattutto, ha smesso da tempo di essere considerata un problema, divenendo il fisiologico esito del dominio del più forte sul più debole. La crisi ecologica, moltiplicata dalla crisi climatica in corso, obbliga a confrontarsi non più solo con la finitezza dell’esistenza individuale, ma, per la prima volta nella storia, anche con la possibile finitudine della specie umana sul pianeta. I nuovi re della finanza pervadono l’economia, la società, la natura e la vita stessa delle persone ed espropriano la democrazia, facendo riemergere spinte autoritarie, vecchi totalitarismi e nuovi fascismi. E la solitudine competitiva sembra essere l’unico orizzonte per le persone, dentro un’esistenza pensata come individuale, performativa, meritocratica e in eterna concorrenza con quella delle altre e degli altri. Per vincere o per tentare almeno di non soccombere. Parrebbe non ci sia scampo, né via d’uscita. E che non vi sia futuro pensabile, ma solo una sopravvivenza quotidiana scandita da emergenze senza soluzione di continuità, intrisa di panico, malinconia, quando non di rancore. Eppure, se guardiamo il mondo da un diverso punto di vista, ci accorgiamo che il modello capitalistico non è mai stato così in difficoltà e che la ferocia che dimostra è direttamente proporzionale alla propria debolezza. Non sa infatti come affrontare alcuno dei profondissimi nodi da esso stesso creati e giunti al pettine contemporaneamente: non può fare a meno di esacerbare la disuguaglianza sociale, non può abbandonare il consunto mito della crescita, è costretto a sostenere l’economia producendo enormi bolle finanziarie, non ha alcuna risposta per la crisi ecologica e climatica. Sa che non può garantire alcuna felicità alle persone, ma che deve solo spaventarle per ottenere rassegnazione. Sa che, non potendo più risolvere alcuno dei problemi che ha creato, deve prepararsi a contenere ogni risveglio sociale, a reprimere ogni conflitto, per evitare l’apertura di faglie che possano terremotare la fragilità intrinseca della propria struttura. Conoscere a fondo dove sta andando il modello capitalistico, capire come la sua profondissima crisi stia trasformando il pianeta e su quali elementi continui a far leva per presentarsi come l’unico dei mondi possibili, è uno degli obiettivi di questa sessione dell’università estiva. L’altro è provare a capire dove stiamo andando noi, un noi collettivo e ampio che dentro le lotte, le vertenze, le pratiche e le esperienze concrete, si oppone alla deriva di questo modello e prova ad affermare, tanto nel qui ed ora quanto nella visione d’insieme, la possibilità e l’urgenza di un’alternativa di società. Una riflessione che vogliamo dipanare attraverso diversi seminari. Venerdì 11 settembre 2026, ore 17 – 19 / Capitalismo, crisi ecoclimatica e guerra – partecipano Raffaele Giammetti (professore associato di Economia politica Università di Cassino e del Lazio Meridionale) e Claudia Terra (dottoressa di ricerca in Filosofia politica Università di Trento in cotutela con École Normale Supérieure de Paris) Sabato 12 settembre 2026 * ore 10:30 – 12:30 / Occidente al tramonto, il sole sorge a Pechino? – partecipano Daniela Caterina (professoressa associata presso la Facoltà di Filosofia della Huazhong University of Science and Technology di Wuhan) e Fabrizio Eva (geografo politico) * ore 14:30 – 16:30 / Nuove tecnologie e IA: tecnofascismo o liberazione? – partecipano Armanda Cetrulo (ricercatrice in Economia alla Scuola Superiore S. Anna di Pisa) e Mauro Munzi (filosofo e analista delle tecnologie contemporanee) * ore 17 – 19 / Territori per l’estrattivismo o comunità di cura e di trasformazione? – partecipano Sara Pilia (attivista e referente nazionale ARCI per i territori e le aree interne) e Donatella Gasparro (dottoranda in Scienze Politiche alla Scuola Normale Superiore di Pisa) Domenica 13 settembre 2026, ore 10:30 – 13 / Cambiare il mondo dal basso, partecipano Marcella Corsi (docente di Economia Politica all’Università La Sapienza – Roma), Dario Salvetti (Collettivo di Fabbrica ex-Gkn), Marco Deriu (professore associato di Sociologia all’Università di Parma) e Marco Bersani (filosofo e attivista di Attac Italia) https://attac-italia.org/universita-estiva-di-attac-2026-dove-va-il-capitalismo-dove-andiamo-noi/   Attac Italia
August 11, 2026
Pressenza
Earth Overshoot Day, si aggrava lo stato del pianeta
Il benemerito Global Footprint Network (la rete mondiale sull’impronta ecologica) ogni anno calcola e annuncia l’Earth Overshoot Day. È il giorno dell’anno nel quale le risorse che l’umanità consuma superano la capacità di rigenerazione delle stesse risorse da parte del pianeta Terra. Vale a dire, da quel giorno si supersfrutta, si crea ulteriore debito ecologico, si aggrava lo stato del pianeta. Per il 2026 questo giorno è il giovedì 30 luglio. Da qui al 31 dicembre si compie lo scempio, il saccheggio, solo che ciò non viene considerato alla stessa stregua da governi, élite dominanti, capitalisti, finanza, complessi militar-industriali, giornalisti e intellettuali al loro servizio ecc. Esistono naturalmente movimenti, studiosi, organismi, media che prendono sul serio la cosa e si comportano coerentemente. Sorprendentemente, ma non troppo, tuttavia molta sinistra non è di questo avviso. Centro-sinistra sicuramente, ma anche settori di sinistra alternativa, affetti da industrialismo e da sviluppismo. Per alcuni, malattie inguaribili. Naturalmente la parola e la nozione “umanità” è generalizzazione. È la solita media. C’è chi gozzoviglia e c’è chi vive sobriamente. O perché costretta dalle condizioni materiali di esistenza o perché sceglie deliberatamente di rispettare natura e ambiente (e, importante, rispettare l’intera società). La metafora che abbiamo spesso usata è quella del Titanic. Prima che affondasse, la nave rispecchiava la stratificazione sociale della divisione in classi nella terraferma. La prima classe era costituita da esponenti della classe dominante soprattutto statunitense, la seconda classe da turisti e borghesi in generale, la terza classe da poveri migranti in cerca di fortuna negli Usa. Infine, molto in basso, i fuochisti, i lavoratori manovali che a turno dovevano costantemente alimentare con palate di carbone le macchine a vapore. A salvarsi naturalmente con le scialuppe di salvataggio furono soprattutto componenti delle prime due classi. Va da sé. Allora ricapitoliamo. Se l’intera umanità consumasse e sfruttasse come uno statunitense occorrerebbero 5,1 pianeti terra, se tedesco e italiano da 2,8 a 3,2 pianeti, se indiano 0,7-0,8, se cinese 2,3-2,4. Con il necessario rilievo che il cinese produce anche per il consumo occidentale e che comunque sono impressionanti i dati attuali cinesi sulla transizione ecologica, sull’uso dell’energia verde ecc. Malgrado ciò i soliti progressisti, “democratici”, perbenisti Pd ecc. stigmatizzano sempre la Cina. Un unico esempio: la guerrafondaia Tonia Mastrobuoni, corrispondente da Berlino per il giornale “Repubblica”, considera eguali Usa e Cina nell’inquinamento e nello sfruttamento ambientali. Solo che la nostra prode “democratica” mette sullo stesso piano i 349 milioni di abitanti degli Usa con i 1.412 milioni della Cina. Come insegnano le procedure delle istituzioni di ricerca l’impatto ambientale e climatico si calcola sempre pro-capite. Un’ultima osservazione. Le diseguaglianze caratterizzano il capitalismo storico all’interno di ogni singolo Paese e nella scala mondiale tra aree e regioni, tra centri e periferie, tra Nord Globale e Sud Globale. All’inizio degli anni Ottanta esisteva una piramide mondiale, dal lato del consumo di energia. Energia in senso complessivo, comprendente quindi anche l’energia spesa per produrre merci e per assicurare i servizi ecc. Questa piramide costituisce una gerarchia mondiale, sul piano materiale e sul piano del potere. Uno statunitense consumava tanta energia quanta l’energia consumata da 2 tedeschi, da 3 svizzeri, da 4 italiani, da 60 indiani, da 160 tanzaniani, da 1.100 ruandesi. Oggi questa gerarchia è sicuramente attenuata nel rapporto tra aree dell’Occidente collettivo ed entro i Paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) e tuttavia è aggravata in rapporto al resto del mondo. Un solo richiamo finale a proposito del rapporto tra centri e periferie. È difficile per un occidentale, anche di sinistra, concepire che i popoli delle periferie rivendichino il debito coloniale, per i 4-5 secoli di rapina e di trasferimento di risorse a causa del colonialismo e dell’imperialismo. E che parallelamente rivendichino il debito ecologico, a causa delle emissioni di gas serra e della distruzione ambientale operate per lo sviluppo dei centri capitalistici. Tuttavia ciò è ineludibile. Giustizia sociale, giustizia ecologico-climatica, giustizia colonial-imperialistica, pace e fine delle guerre si intrecciano e non sono separabili. “Nel capitalismo tutto si tiene”, elementare verità.               Giorgio Riolo
July 30, 2026
Pressenza
Salari in perdita da trent’anni: serve un salario minimo e togliere l’Iva sui beni necessari
Due notizie ci danno da pensare, una è quella della prima decisione del neo premier britannico Burnham di togliere l’IVA dalle bollette delle famiglie garantendo così un risparmio medio di circa 45 sterline annue, la seconda è la relazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio italiano che certifica quello che tutti noi […] L'articolo Salari in perdita da trent’anni: serve un salario minimo e togliere l’Iva sui beni necessari su Contropiano.
July 24, 2026
Contropiano