Adesso chiudiamo la Stretto di Messina spa
Il piano giudiziario ci interessa fino a un certo punto. Non ci ritroviamo nel
giustizialismo e, soprattutto, pensiamo che le lotte politiche non si vincano
nelle aule di tribunale. I procedimenti giudiziari possono contribuire ad
accertare responsabilità, rallentare processi decisionali o riparare torti, ma
una questione politica può trovare soluzione soltanto sul terreno della
politica. E se guardiamo a quella rete di interessi materiali e assetti di
potere consolidati, che denunciamo da anni e che l’inchiesta oggi sembra
confermare ed esporre pubblicamente, questa lotta politica prende la forma di
una rivendicazione ben precisa: chiudere la Stretto di Messina SpA.
Questo non basterebbe, da solo, a cancellare definitivamente la minaccia del
ponte, ma interromperebbe quella continuità amministrativa, istituzionale e
politica che consente al progetto di sopravvivere da decenni, anche in assenza
della fatidica prima pietra, attraversando governi di diverso colore e senza mai
essere realmente accantonato. Un progetto che sopravvive per l’esistenza di un
blocco sociale che si nutre del ponte – non soltanto della sua eventuale
realizzazione, ma anche della sua interminabile progettazione e dei continui
rinvii che alimentano costi, incarichi, compensi, relazioni e interessi – e di
cui fanno parte, in forme e con ruoli diversi, vari attori della governance
tecnico-politica dell’opera, a cominciare dalla società concessionaria.
Mai come adesso sembra crollare la rappresentazione, spesso evocata, di una
governance orientata esclusivamente all’interesse pubblico per il solo fatto di
essere collocata entro strutture pubbliche. Al contrario, e al di là delle
eventuali responsabilità penali che verranno accertate dalla magistratura, si
intravedono dinamiche di carriera, reti di relazioni e interessi convergenti: un
blocco sociale, appunto, che guarda al ponte come a un meccanismo di governo (e
saccheggio) del territorio, ben più che a una infrastruttura da costruire. E
dove, fatalmente, possono finire con il trovare terreno fertile anche dinamiche
corruttive – come del resto la storia delle grandi opere insegna.
Ecco perché crediamo che le vicende di queste ore non bastino a mettere la
parola “fine”, ma al contrario ci richiamano alle nostre responsabilità. Non
deleghiamo la nostra lotta, né all’ambito partitico-istituzionale né a quello
giudiziario. La lotta è delle persone che abitano i territori dello Stretto, dei
Sud, e di chi ci accompagna in solidarietà. 𝐈𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐬𝐬𝐢𝐦𝐨 𝟖
𝐚𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐢𝐧 𝐩𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚 𝐚 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐢𝐧𝐚, 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚
𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐚 𝐠𝐫𝐚𝐧 𝐯𝐨𝐜𝐞 𝐥𝐚
𝐜𝐡𝐢𝐮𝐬𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐒𝐭𝐫𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐢𝐧𝐚 𝐒𝐩𝐀.
Assemblea NO ponte
Redazione Sicilia