La morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstoj: un libro straordinario da leggere almeno una volta
E se la morte non fosse la cosa peggiore? Cosa si prova a morire? Cosa accade
veramente quando si muore? Ma soprattutto se la morte non è la cosa peggiore che
ci possa capitare, di cosa dobbiamo aver paura? Sono queste le domande che ci
pone quel libro straordinario che ognuno di noi dovrebbe leggere almeno una
volta nella vita: La morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstoj.
Ivan Il’ič è un uomo perfettamente inserito nella società del suo tempo. Ha
fatto carriera, si è sposato, ha avuto dei figli, ha cercato per tutta la vita
di vivere in modo onesto, decoroso, rispettabile. Non c’è nulla, nella sua vita,
che scandalizzi il mondo nel quale vive. Al contrario Ivan Il’ič è esattamente
il genere di uomo che il mondo considera riuscito. Ed è proprio per questo che
Tolstoj lo sceglie. Non mette davanti alla morte un santo, un filosofo, un uomo
che abbia trascorso l’esistenza a interrogarsi sul senso dell’essere, ma un uomo
comune, un uomo che in fondo ha sempre vissuto senza porsi troppi problemi.
E poi Ivan Il’ič si ammala. All’inizio crede che si tratti di un disturbo
passeggero, nega, razionalizza, evita di soffermarsi troppo su quel dolore
sgradevole che avverte nello stomaco, ma poi a poco a poco il suo stato di
salute peggiora, e Ivan comprende qualcosa che gli altri non vogliono
comprendere. Sta morendo.
«Van Ilijc capiva di morire ed era disperato. Nel profondo del suo spirito egli
sapeva di dover morire, ma non soltanto non si era abituato a quest’idea, ma non
la poteva concepire. (…) Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, quindi Caio è
mortale, gli era parso, in tutta la sua vita, giusto soltanto nei riguardi di
Caio. (…)Forse che Caio aveva sentito il fruscio che facevano le pieghe del
vestito di seta della mamma? Forse che Caio aveva fatto rissa per i pasticcini a
scuola? Forse che Caio era stato innamorato come lui? Forse che Caio poteva
condurre a termine l’istruzione d’un processo? Caio, sì, è mortale, ed è giusto
che muoia, ma non io, Vania, Ivan Ilijc, con tutte le mie sensazioni, i miei
pensieri; per me è un altro affare».
Queste parole dannò i brividi. È difficile trovare una descrizione più precisa
di quella che potremmo chiamare la menzogna fondamentale dell’esistenza:
sappiamo di essere mortali, ma organizziamo la nostra esistenza come se la morte
riguardasse sempre qualcun altro. Abbiamo costruito un sistema nel quale la
morte semplicemente non esiste. Non deve interrompere la giornata, non deve
disturbare il pranzo, non deve entrare nei salotti, non deve mettere in
discussione il funzionamento ordinario delle cose. Deve al contrario essere
amministrata, medicalizzata, confinata in luoghi nei quali non siamo costretti a
guardarla. Tolstoj, infatti, non è interessato soltanto a raccontarci che cosa
succede a un uomo quando scopre di essere destinato a morire, quello che gli
interessa è osservare che cosa succede intorno a quell’uomo: come reagiscono
famiglia, amici, colleghi, medici, il mondo intero, insomma. Cosa succede quando
la morte irrompe in una società che ha costruito la propria ragion d’essere
sulle convenienze, il decoro e la convinzione che in fondo la morte non esista?
La moglie di Ivan Il’ič continua a comportarsi secondo le convenzioni della vita
familiare, i medici continuano a parlare il linguaggio asettico della scienza
fatto di diagnosi, (sbagliate) cure, e prescrizioni, le persone che lo
circondano cercano di mantenere un’apparenza di normalità. Tutti sanno, tutti
vedono, tutti comprendono, ma nessuno vuole pronunciare la parola che
cambierebbe ogni cosa. Ivan Il’ič sta morendo.
Lo scrittore Lev Tolstoj nel suo studio
«Il maggior tormento di Ivan Ilijc era la menzogna, la menzogna adottata da
tutti che consisteva nel dire che egli era soltanto malato e che se ne doveva
star tranquillo e curarsi e tutto sarebbe andato bene. (…) E questa menzogna lo
tormentava; lo tormentava il vedere che nessuno voleva confessare ciò che tutti
sapevano, che lui stesso sapeva, e invece si mentiva sul suo orrendo caso, si
voleva che anche lui prendesse parte a quella menzogna. Menzogna, menzogna,
suprema menzogna alla vigilia della sua morte, che abbassava il tremendo,
solenne atto della sua morte allo stesso livello di tutte quelle visite, delle
tende, dello storione per i pranzi».
Quello che tormenta Ivan non è soltanto la paura di morire, è la falsità. È il
fatto che coloro che gli stanno attorno continuino a comportarsi come se la cosa
più terribile che possa accadere a un essere umano fosse soltanto una spiacevole
interruzione della normale amministrazione della vita. Ecco l’accusa che Tolstoj
rivolge alla società. Perché che cos’è la convenienza, se non un modo per
stabilire quali verità possono essere pronunciate e quali invece devono essere
taciute? Che cos’è la morte se non l’oggetto per eccellenza della censura? Il
problema che si pone la società di Ivan Il’ič non è «sta morendo un uomo», ma
«come facciamo a gestire questa situazione?».
Ivan Il’ič ha passato la vita a rispettare le convenienze. Le ha rispettate così
bene che ormai ne è diventato quasi una personificazione: sa come vestirsi, come
parlare, come comportarsi, quali relazioni coltivare, quali sentimenti mostrare.
Ma la morte ha un difetto imperdonabile: rompe tutte le convenzioni. Ivan non
accetta più di partecipare alla finzione generale.
E che cosa fa la società quando un uomo inizia a dire ciò che non può essere
detto? Lo isola, lo criminalizza, lo condanna. È quello che accade a Ivan: i
medici lo biasimano, sua moglie lo accusa di comportarsi in modo poco
appropriato e di drammatizzare il suo stato di salute, i suoi figli evitano la
sua compagnia, i suoi amici fingono che non abbia nulla. Ivan Il’ič si ritrova
solo; «vedeva che nessuno aveva pietà di lui, perché nessuno voleva capire il
suo stato».
Tolstoj non risparmia nessuno. In fondo era un membro di quella stessa
aristocrazia che descrive con tanta precisione nei suoi romanzi e che ci mostra
mentre si agita tra convenzioni, denaro, ambizioni, e il desiderio continuo di
ottenere prestigio e approvazione sociale. Ma poi la distanza tra ciò che la
società considera una vita accettabile e ciò che egli considerava una vita
autentica diventò per lui sempre più insopportabile. Tolstoj arrivò a mettere in
discussione la propria ricchezza, la propria posizione, la propria fama, il modo
stesso in cui viveva. E lo stesso fa il suo personaggio.
Ivan non è un uomo che ha scelto consapevolmente una vita falsa, ha
semplicemente seguito la corrente. Ha cercato di vivere secondo i criteri del
suo mondo. E proprio per questo, quando la morte arriva, incomincia a chiedersi:
era davvero questa la vita? O era soltanto la vita che gli altri avevano detto
essere giusta? Ed ecco allora che la cosa terribile che gli accade non è
scoprire di dover morire, è accorgersi di aver vissuto invano.
Ivan all’improvviso si rende conto di aver inseguito passioni, sogni,
aspirazioni che non gli appartenevano, si accorge aver detto parole che non
pensava e taciuto quelle che avrebbe voluto davvero pronunciare, soltanto perché
era così che si doveva fare. L’approssimarsi della morte non distrugge soltanto
la sua vita, ma distrugge le menzogne nelle quali era vissuto. Ed è questa la
cosa più inquietante e sorprendente di questo racconto: Tolstoj non si è
limitato a scrivere la storia di un uomo che muore. Ci ha fatto entrare dentro
la sua pelle e ci ha mostrato tutto il dolore che prova un uomo che si accorge
non di avere paura della morte o che non sa come comportarsi davanti alla morte,
ma di un uomo che se ne va senza aver risposto alla domanda: ho vissuto per
davvero?
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