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Ben più di cento passi, un fotolibro sul Circolo Musica e Cultura e su Radio Aut
Trovarsi tra le mani il libro di Paolo Chirco, Generazione ribelle a Cinisi, edito dall’Istituto Poligrafico Europeo, dopo averne ascoltato la presentazione al Laboratorio Andrea Ballarò, circolo ARCI di Palermo, è più che un ritorno al passato e alla storia di un gruppo di ragazze e ragazzi che, come loro stessi più volte dichiarano tra le pagine, volevano davvero cambiare il mondo. Forse perché per raccontare quella storia, per stessa ammissione dell’autore, ci sono voluti cinquant’anni, tornare indietro con la memoria diventa un percorso necessario al presente, per chi ancora oggi crede che l’utopia, in contraddizione con uno degli ultimi capitoli del libro, almeno nel titolo, non è perduta. Innanzi tutto per quel rivelarsi voce corale, nei racconti dei diversi contributi dei compagni e delle compagne di percorso, che, capitolo dopo capitolo, accompagnano la voce dell’autore nel ricostruire i fatti con la naturalezza delle parole semplici del vissuto: nell’uso continuo del noi c’è la novità di un altro narrare, lontano dall’idealizzazione di eroi solitari resi buoni per il pubblico, il Peppino Impastato de I Cento Passi, per intenderci.  Generazione ribelle a Cinisi è la storia di un gruppo, un collettivo, una comunità dentro la più grande comunità del paese, o meglio, dei due paesi di Cinisi e Terrasini, che quell’esperienza hanno visto nascere, hanno isolato, rifiutato e insieme accolto in tutte le iniziative che il Circolo Musica e Cultura ha proposto alla società civile del suo tempo a partire dal 28 dicembre del 1975. Da quel primo concerto e per i successivi tre anni, musica, mostre d’arte itinerante, teatro, cinema saranno il linguaggio con cui i e le giovani hanno fatto del Circolo un laboratorio che metteva insieme le idee e la lotta per la trasformazione della società.  La musica come strumento di lotta “partigiana”- concetto così chiaro allora nella scelta dei brani a partire da quelli del cantautorato dell’epoca, esemplare il riferimento a La locomotiva di Guccini – è oggi presente nel recente dibattito sulla necessità o meno degli artisti di schierarsi dalla parte degli oppressi e difficile si fa il discorso quando alla necessità si sostituisce l’opportunità. I ragazzi e le ragazze di Musica e Cultura avevano le idee chiare, nonostante il contesto culturale patriarcale e mafioso in cui vivevano.  Attuali ancora sono i temi dei diversi contributi nel libro. C’è l’esperienza del gruppo di compagne che inizialmente si percepiscono più spettatrici che protagoniste e intraprendono un percorso di autocoscienza che segnerà il passaggio da gruppo femminile a gruppo femminista e ci sono le loro esperienze di teatro e di ribellione. C’è l’attenzione al territorio, al suo degrado e al suo sfruttamento, intrinsecamente legati alla mafia, denunciati nelle mostre itineranti con i cartelloni scritti a mano, senza paura di dare il loro nome alle cose. Attuale, ahimè, la lotta alle centrali nucleari, con la distribuzione dell’opuscolo Le centrali nucleari: ovvero la morte in casa, e ancor più attuale la realizzazione di un murale, il 12 settembre del 1976, con il tema “drammatico e urgente” dell’eccidio di Tall el Zatar, bidonville abitata da profughi palestinesi a est di Beirut. Una breve riflessione, nell’adattamento editoriale dell’episodio su Radio aut del podcast Storie ribelli, riguarda l’apertura di Radio Aut e la conseguente difficoltà di conciliare l’impegno nel Circolo con il tempo da impiegare nelle trasmissioni radiofoniche.  Il racconto, con tutte le sue storie raccontate dalla voce dei protagonisti, è supportata da un capitolo che si fa Cronistoria, con le date in successione di tutte le diverse iniziative, compresi la realizzazione di una biblioteca decentralizzata in cui ogni proprietario mette a disposizione un elenco di libri per il prestito, i titoli dei film proiettati nei due anni di attività del cineforum, l’assemblea dei disoccupati.  Racconto di ciò che è stato in cui, insieme alle parole, parlano le immagini. Il libro infatti raccoglie le testimonianze fotografiche di gran parte delle iniziative di cui parla e, in bianco e nero, rende chiaro il clima di condivisione nelle esperienze, la gioia di ritrovarsi accomunati da uno stesso obiettivo, la voglia di occupare spazi di libertà altrimenti negati e, sì, la voglia di cambiare davvero il mondo.  C’è poco Peppino nelle foto, quasi sempre di spalle, per un suo preciso desiderio che l’autore e fotografo ha cercato di rispettare fino all’ultimo comizio del compagno, quando, come in un presentimento, ne ha ritratto la figura frontale il 7 maggio del 1978.  Quell’ultima immagine di Peppino ritorna nel ricordo a lui dedicato, Peppino Impastato, militante rivoluzionario. È così che compagni e compagne lo ricordano nel libro, accanto alla più diffusa immagine del suo impegno antimafia, antimilitarista e antinucleare. Peppino figlio del ’68 e degli ideali del marxismo e del comunismo con cui combatte il fenomeno mafioso e il potere politico democristiano nel suo rapporto con la mafia, all’interno della militanza anticapitalista ed ugualitaria. Peppino “brutto, sporco e cattivo”, non un “santino”, un “attivista e giornalista ucciso dalla mafia”, come recita l’intelligenza artificiale interrogata, anche in seguito al film I cento passi, che pure ha avuto il merito di fare conoscere la sua storia.  Se al passaggio delle prime manifestazioni in sua memoria nei paesi di Cinisi e Terrasini i concittadini chiudevano le imposte sulla strada, oggi, che ogni 9 maggio riempie quelle stesse strade, vorranno essere in corteo a fianco del Peppino militante rivoluzionario? La domanda resta aperta, come resta la difficoltà ad arrenderci alla morte dell’utopia. Perciò questo libro va letto, osservato, studiato, non solo da chi allora c’era nelle esperienze e nelle lotte simili dello stesso periodo così diffuse in tutta Italia, non solo da chi è cresciuto nella memoria viva dei suoi compagni più grandi, ma soprattutto dalle ultime generazioni che rischiano di dimenticare la vera storia di un fermento collettivo, lo stesso che permise a Peppino di essere quel che fu e non solo quello che oggi appare in quei Cento Passi che non ha mai contato davvero.    Maria La Bianca
June 14, 2026
Pressenza
Peppino Impastato — 9 maggio 1978
Ci sono morti che lo Stato vorrebbe far sembrare suicidi. Ci sono voci che il potere vorrebbe far sembrare follia. Ci sono uomini che la mafia vorrebbe cancellare dalla memoria come si cancella un nome da un elenco, come si smonta un corpo su un binario e si chiama quella mattanza gesto disperato. Peppino Impastato non si suicidò. Lo ammazzarono. Lo fecero a pezzi letteralmente e poi provarono a ricomporre quei pezzi in una menzogna. Nacque dentro la mafia come si nasce dentro una lingua che non hai scelto. Padre mafioso. Parentele con i boss. Cinisi, provincia di Palermo, dove Cosa Nostra non era un’organizzazione criminale ma l’aria stessa, il confine tra ciò che si può dire e ciò che non si deve. Peppino scelse di respirare diversamente. A vent’anni ruppe con il padre. A ventidue fondò un circolo culturale. A ventisette aprì i microfoni di Radio Aut e cominciò a fare la cosa più pericolosa del mondo in una terra dove il potere si regge sul silenzio: ridere dei mafiosi. Chiamò Gaetano Badalamenti, il capo mandamento, l’intoccabile Tano Seduto. Lo sbeffeggiò, lo smontò, lo ridicolizzò con quella satira feroce e gioiosa che è la forma più alta di coraggio civile, perché chi viene deriso non può più far paura allo stesso modo, non può più camminare con la stessa solennità sacra e criminale. Le sue trasmissioni le ascoltava tutto il paese. Ridevano. E ridendo, capivano. Lo uccisero nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978. Quella stessa mattina, a Roma, veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro in via Caetani. L’Italia aveva gli occhi puntati altrove. La storia ufficiale aveva già deciso cosa contava. E Peppino un ragazzo di trentadue anni, comunista, figlio di nessuno e figlio di tutti scivolò per anni nell’ombra di quel giorno enorme, come se anche nella morte qualcuno avesse voluto che non si vedesse, che non si sentisse, che non disturbasse. Prima dissero che si era fatto saltare da solo sui binari. Un suicidio. Un pazzo. Un esaltato. Ci vollero vent’anni, vent’anni di lotta tenace di sua madre Felicia, di suo fratello Giovanni, dei compagni di Cinisi, del Centro Impastato per strappare alla verità quello che le apparteneva: la condanna di Gaetano Badalamenti come mandante, pronunciata definitivamente solo nel 2002. Vent’anni per dire in un’aula di tribunale quello che tutti sapevano dal primo giorno. Ma qui sta la ferita che non rimargina, il punto che non è solo storia ma è politica, ancora, adesso: Peppino non fu ucciso solo dalla mafia. Fu ucciso anche dal depistaggio. Da uomini delle istituzioni che orientarono le indagini verso la pista del suicidio. Da una macchina dello Stato che per omertà, per connivenza, per convenienza scelse di non vedere, o peggio, scelse di guardare dall’altra parte con la consapevolezza di chi sa esattamente dove non guardare. La mafia non esiste nel vuoto. Prospera nell’intreccio. Nell’accordo non scritto tra chi spara e chi poi archivia, tra chi ordina e chi poi insabbia, tra chi uccide e chi poi chiama quell’assassinio con un altro nome. Questo è il nodo che l’Italia non ha mai sciolto davvero. Questo è il motivo per cui Peppino Impastato non è solo un martire della lotta alla mafia, ma è una domanda ancora aperta sulla natura dello Stato, sui suoi confini, sui suoi complici, sui suoi silenzi. Oggi lo ricordiamo. Ma ricordare, senza capire, è solo nostalgia. Ricordare senza rabbia è consolazione. Ricordare senza trarne conseguenze politiche è trasformare un rivoluzionario in un santino, e i santini non fanno paura a nessuno. Peppino faceva paura. Per questo lo ammazzarono. Faceva paura perché usava le parole come strumenti, perché credeva che la cultura fosse un atto politico, perché sapeva — e lo gridava — che la mafia non è un folklore meridionale, non è una patologia locale, è un sistema di potere che ha bisogno di alleati in alto per sopravvivere in basso. Il modo più onesto di onorarlo non è deporre fiori su una lapide. È continuare a nominare i potenti con il loro nome vero. È non smettere di ridere di chi si crede intoccabile. È pretendere che lo Stato faccia fino in fondo quello che invece ha imparato così bene a non fare. È tenere accesi i microfoni anche quando soprattutto quando qualcuno lavora nell’ombra per spegnerli. Peppino Impastato, presente nelle nostre idee e nei nostri cuori. Finché ci sarà qualcuno disposto a dire la verità ad alta voce, tu non sarai mai abbastanza morto per loro. Aurelio Angelini
May 9, 2026
Pressenza