Dagli allevamenti ai nostri vestiti: il costo oscuro della filiera della lana
Durante la settimana della moda di New York di quest’anno, la sfilata di COS
(gruppo H&M) è stata presa di mira dagli attivisti della PETA, la più grande
organizzazione no-profit al mondo per la difesa dei diritti degli animali.
Questi hanno fatto irruzione in passerella per denunciare le crudeltà della
filiera della lana, in particolare quella utilizzata dal gruppo H&M. Una filiera
opaca dietro ad una fattoria apparentemente dotata di certificazioni, alle quali
però non corrisponde il trattamento previsto per gli animali. Le campagne di
sensibilizzazione denunciano maltrattamenti diffusi e documentati durante le
operazioni di tosatura, oltre a pratiche di mutilazione e alla destinazione alla
macellazione degli animali quando la resa della fibra diminuisce. Un ulteriore
elemento critico, poi, riguarda l’impatto ambientale. Secondo PETA, gli ovini,
in quanto ruminanti, producono metano, contribuendo così all’impronta climatica
degli allevamenti. A questo si aggiungono l’elevato consumo di suolo, la perdita
di biodiversità legata al pascolo intensivo e l’impiego significativo di acqua e
sostanze chimiche nei processi industriali di lavaggio della lana. Eppure, la
lana è un materiale che si usa da sempre e che, se lavorato in modo corretto con
una filiera trasparente, ha più pregi che difetti.
La lana è una fibra naturale e controversa: naturale, rinnovabile e anche
biodegradabile, ma non propriamente a impatto zero. Gli allevamenti di pecore
comportano l’uso di ampie zone di pascolo che vengono così sottratte ad altri
tipi di colture, di molta acqua, un alto consumo di erba e foraggio. Ma sono
soprattutto le feci delle pecore a essere letali, sia per via dell’azoto in esse
contenuto, che favorisce l’effetto serra, sia per via di ammoniaca e ossidi che
possono contaminare le acque di falde superficiali. Acqua che s’inquina e acqua
che si consuma: per rimuovere terra, erba e altre impurità dal pelo dell’animale
appena tosato, i volumi di acqua utilizzati sono ingenti, così come se ne
consuma molta in fase di tintura e dei vari finissaggi (momenti in cui si
aggiungono saponi, agenti chimici e sostanze coloranti).
Quello sul quale gli animalisti puntano il dito sono però alcune pratiche
pre-tosatura non troppo rispettose dell’animale, come il mulesing, ovvero la
rimozione di una parte di pelle intorno alle natiche dell’animale per evitare
che le mosche ci depongano le uova. La pratica, oltre ad essere incredibilmente
dolorosa per gli animali, comporta la morte di molte pecore per infezione post
lacerazione.
Anche per i peli “pregiati” la situazione non è migliore: la grande richiesta
dei marchi di lusso di materiali come alpaca, mohair, cashmere, angora e così
via, che provengono da animali residenti in specifiche aree geografiche
(Mongolia, Perù, Ande), ha intensificato gli allevamenti provocando un notevole
squilibrio delle aree naturali che sono state trasformate in pascoli, spesso
desertificando.
Il dato positivo riguarda l’impatto in fase di utilizzo: la lana, di fatto,
trattiene gli odori molto meglio del cotone e parecchio meglio del poliestere,
consentendo un minor numero di lavaggi a temperature decisamente più basse, con
consumi idrici ed energetici molto più bassi di tutte le altre categorie di
fibre. Inoltre ha un ciclo di vita molto lungo ed è perfettamente riciclabile.
Scarti di produzione o indumenti post-consumo possono essere ri-immessi nel
ciclo della lana rigenerata, una pratica che si fa da decenni nel distretto
pratese (e che si trova spiegato molto bene all’interno del Museo del Tessuto a
Prato).
Il processo della rigenerazione è una pratica dove gli indumenti, detti stracci,
vengono divisi per colore, ripuliti da zip e bottoni, e poi smontati per creare
un nuovo tessuto. In questo modo i risparmi in fatto di consumi sono notevoli
(-77% di energia, -90% di acqua, -90% di prodotti chimici, -95% di CO₂, -100% di
coloranti chimici perché grazie alla suddivisione degli stracci per colore non
c’è bisogno di procedere alla tintura). L’antica arte dei cenciaioli pratesi ha
una storia lunga più di 200 anni e recentemente è stata riportata in auge da
marchi giovani che ne hanno intravisto le potenzialità in un’ottica sostenibile
e circolare. L’idea di fare totalmente a meno della lana appare alquanto
irrealistica, anche perché lascerebbe spazio ad altri materiali sintetici (come
il poliestere di cui già siamo pieni); meglio è puntare ad una filiera
trasparente, controllata e con pratiche dignitose per gli animali. Approfondire
e conoscere fibre e materiali, anche da consumatori, è fondamentale per fare
scelte consapevoli e non farsi prendere da estremismi pericolosi. Un ottimo
strumento di conoscenza ed approfondimento, in questo caso specifico, è il Green
Book della Lana, pubblicato dalla IWTO, International Wool Textile Organization.
In ogni caso, ridurre i volumi produttivi rimane sempre la via percorribile più
sostenibile.
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