Tag - omicidio

VERONA: LA PIAZZA RICORDA MOUSSA DIARRA A DUE ANNI DALL’OMICIDIO DI STATO
Il 20 ottobre di due anni fa a Verona è stato ucciso Moussa Diarra da un agente della polizia ferroviaria. La Comunità Maliana e il Comitato Verità e Giustizia per Moussa, insieme alla cittadinanza, alle associazioni locali e al fratello di Moussa Djemagan, si sono ritrovati oggi pomeriggio nel piazzale della stazione di Porta Nuova, per non dimenticare quanto accadde esattamente due anni fa, quando nelle prime ore della giornata fu assassinato il giovane maliano. Diverse decine di persone si sono presentate all’appuntamento, dove la salma di Moussa è stata disegnata sul suolo con della vernice bianca. Sabato prossimo nuovo presidio sempre a Porta Nuova, ritrovo tra le ore 10 e le ore 14. Il collegamento in diretta con il presidio con Rachele del Comitato Verità e Giustizia. Ascolta o scarica Pubblichiamo il comunicato stampa che il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra ha inviato alla redazione.
October 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Omicidio David Rossi: per la Commissione d’inchiesta il mandante è l’ex capo della banca MPS
Giuseppe Mussari, ex presidente del Monte dei Paschi di Siena, sarebbe stato il mandante di un’intimidazione degenerata nella morte di David Rossi, responsabile della comunicazione di MPS precipitato dal suo ufficio il 6 marzo 2013. È la ricostruzione illustrata dal presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta, Gianluca Vinci, che indica nell’ex calciante fiorentino Gabriele Ceccherelli il presunto organizzatore. Entrambe le persone chiamate in causa hanno respinto ogni coinvolgimento e, allo stato, non risultano indagati. Dopo due archiviazioni fondate sull’ipotesi del suicidio, l’organismo parlamentare sostiene la pista dell’omicidio, sulla quale restano da accertare giudiziariamente le eventuali responsabilità. Nel frattempo, tutti gli elementi raccolti saranno trasmessi alla magistratura. Secondo i rilievi della Commissione, che poggiano sul lavoro dei consulenti e su colloqui con due detenuti, l’ex presidente di Mps Mussari sarebbe stato il mandante dell’azione intimidatoria «che inizialmente non avrebbe dovuto portare alla morte» di David Rossi. Ceccherelli, ex calciante del Calcio storico fiorentino conosciuto come “Lo Zena”, avrebbe organizzato la fase operativa, individuando le persone incaricate di intervenire materialmente (che fino ad ora non sono state identificate), restando fuori da Palazzo Salimbeni. Sul presunto movente, Vinci ha indicato due possibilità: impedirgli di parlare con i magistrati oppure costringerlo a compiere una determinata operazione. L’ipotesi delineata dall’organismo parlamentare è che Rossi sia stato intimidito prima verbalmente e, successivamente, colpito e tenuto sospeso alla finestra, prima di sfuggire alla presa. La Commissione ha richiamato possibili collegamenti con la ’ndrangheta attiva nella Bassa Mantovana e nella Bassa Reggiana, in particolare rispetto a interessi economici della consorteria nelle sponsorizzazioni sportive e presunte movimentazioni di denaro. L’intimidazione, ha detto Vinci, avrebbe rappresentato una «difesa malfatta» e «male organizzata» nei confronti di Rossi, affinché la ‘ndrangheta non intervenisse. Tutti elementi che restano da verificare sul versante giudiziario. Un altro pezzo dell’inchiesta concerne gli accertamenti effettuati dal RIS di Roma sui filmati di vicolo Monte Pio, dove Rossi precipitò. La relazione, di 74 pagine, analizza dodici sequenze comprese tra le 20.04 e le 20.14: le variazioni di luminosità sulla parete, prodotte al passaggio delle automobili, sarebbero compatibili con persone frapposte tra i fari e il muro. La sperimentazione sul posto, svolta il 22 giugno con rilievi tridimensionali, ha individuato nello specifico cinque posizioni compatibili con le ombre. Da alcune sarebbe stato possibile osservare il corpo restando fuori dall’inquadratura, da altre la visuale era invece impedita o limitata. Tali riscontri sono stati interpretati dalla Commissione come indizi di un controllo degli accessi al vicolo, finalizzato a impedire potenziali soccorsi. Le immagini mostrerebbero Rossi ancora vivo almeno fino alle 20.17, mentre l’arrivo della prima persona ripresa direttamente nel vicolo si osserva alle 20.27. Il presidente sottolinea inoltre i circa quattro minuti trascorsi fra la caduta e la comparsa della prima ombra: un intervallo compatibile, secondo la sua ricostruzione, con il percorso dall’ufficio al vicolo. Mussari, presidente della banca dal 2006 al 2012, ha negato ogni addebito, definendo la ricostruzione dell’organismo parlamentare «una follia prima ancora che una calunnia gravissima», annunciando iniziative legali. Ha inoltre dichiarato di non essere stato convocato né ascoltato dalla Commissione. Anche Ceccherelli ha negato qualsiasi coinvolgimento: «Non so niente, non conosco nessuno di questa vicenda, l’unica volta che sono stato a Siena è stato per comprare un paio di scarpe, non ho nulla a che fare con questa vicenda». Il suo legale, Federico Bagattini, ha manifestato disponibilità a interloquire con la Commissione. Nel frattempo, la madre e il fratello di Rossi, Vittoria Ricci e Ranieri Rossi, assistiti dal legale Paolo Pirani, hanno appreso «con profondo sconcerto» i nomi emersi. Nonostante la morte di Rossi sia stata archiviata due volte come suicidio, i suoi familiari ribadiscono il loro interesse alla «ricerca della verità, qualunque essa sia», ritenendo che sulla natura omicidiaria «non vi siano più dubbi». Hanno inoltre espresso «sentita gratitudine alla Commissione, al suo presidente, ai componenti e ai consulenti per l’impegno, il rigore e la determinazione dimostrati nell’attività d’inchiesta». The post Omicidio David Rossi: per la Commissione d’inchiesta il mandante è l’ex capo della banca MPS appeared first on L'Indipendente.
October 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Ancona. Alla Fincantieri un lavoratore morto e un altro in gravissime condizioni
USB Lavoro Privato Ancona esprime il più profondo cordoglio e la propria piena solidarietà alla famiglia e alle persone care del lavoratore che ha perso la vita nel gravissimo incidente avvenuto alla Fincantieri di Ancona. Alla famiglia del lavoratore ferito, che sta combattendo in condizioni gravissime, va tutta la nostra […] L'articolo Ancona. Alla Fincantieri un lavoratore morto e un altro in gravissime condizioni su Contropiano.
October 1, 2026
Contropiano
Classi Pericolose 🚨 razzismo, repressione e propaganda
Il 2 settembre, a Torino, un ragazzo viene inseguito da agenti in borghese. Per sottrarsi alla macchina che lo bracca attraversa corso Principe Oddone e viene falciato da un auto. La dinamica è tutt’altro che chiara ma per la cronaca si tratta di un “pusher investito”. E’ proprio su questa sproporzione tra accaduto e racconto che ci siamo concentratə. La forza pubblica, storicamente interviene in un ordine sociale che la precede fatto di proprietà, confini, diseguaglianze o appartenenze. Per questo con ritorna con regolarità sugli stessi corpi, invertendone la polarita: sicurezza, degrado, decoro, emergenza e legalità, sono termini così generici che classificano senza dover descrivere. Il “bengalese” il “tossico” “il magrebino” sono i profili socio-razziali della paura. Come ci ha raccontato Folaye questo succede ogni giorno al Pilastro con l’intensificarsi dei controlli agli stranieri: una zona rossa o prigione urbana altamente controllata, con specifici protocolli basati sulla appartenenza razziale, legittimata da leggi pronte all’uso, scritte su misura per liberare il campo alle azioni di forza, per far si che le morti siano “accidentali”. Come la storia di Hamid Badoui,uscito cadavere dal carcere delle Vallette non si sa come nè perchè, sfuggito ai Lager in Albania, e poi incappato nel cassepipe dello Stato che non gli ha lasciato scampo. Come tutto ciò possa essere possibile lo spiegano i fatti: La propaganda arriva prima della forza e le prepara il campo. Stabilisce chi deve apparire minaccioso, chi merita credibilità, quale violenza può essere amministrata come routine e quale invece deve essere vista come scandalo; leggi sempre piu violente come il pacchetto sicurezza,lo scudo penale, il fermo preventivo fanno da complemento. La domanda che resta è semplice abbastanza da disturbare: quale ordine protegge la polizia, e chi paga il prezzo di quella protezione Questa trasmissione speciale nasce dall’incontro tra Harraga, Black In, Collettivo Ujamaa e Arsider. Contiene una selezione musicale a cura di dj Subumano
September 10, 2026
Radio Blackout - Info
Roma, 7 arresti per l’omicidio dell’ultrà Piscitelli: dietro il delitto l’accordo tra clan
Sette esponenti della criminalità romana, tra cui il boss Michele Senese, sono stati arrestati con l’accusa di essere i mandanti dell’omicidio di Fabrizio “Diabolik” Piscitelli, capo ultrà della Lazio eliminato a Roma il 7 agosto del 2019. Insieme a Senese sono stati ristretti in carcere anche Leandro Bennato, al vertice dell’omonimo clan, e il broker di cocaina Alessandro Capriotti. Secondo l’ordinanza del gip, Piscitelli è stato ucciso poiché, pur essendo affiliato al clan Senese, si era ritagliato un ruolo troppo autonomo nel traffico degli stupefacenti, non rispettando i patti sulla percentuale degli ingenti introiti che avrebbe dovuto versare alla consorteria criminale. Il delitto si inserisce così nel frastagliato e violento contesto del narcotraffico romano, dove alleanze precarie e storiche rivalità tra gruppi rendono instabili e pericolosi gli equilibri criminali. Fabrizio Piscitelli, leader degli “Irriducibili”, gruppo ultras della Lazio egemone in curva nord allo stadio Olimpico, aveva militato a lungo nelle file dell’estrema destra ed era in affari con Camorra, ‘Ndrangheta e fazioni albanesi nel traffico di droga. Nel 2017 aveva svolto l’importante ruolo di garante, insieme a Salvatore Casamonica, nell’ambito della “pax mafiosa” fra il clan Spada e il gruppo criminale operante sul territorio di Ostia capeggiato da Marco Esposito, detto “Barboncino”. La sera del 7 agosto 2019, Piscitelli era seduto su una panchina del Parco degli Acquedotti, accompagnato dal suo bodyguard e autista. A un tratto, poco prima delle 19 – quando ancora il sole illuminava Roma – un killer vestito da runner arrivò sul posto e gli sparò un colpo in testa, uccidendolo sul colpo. Un delitto che, anche per le inedite e peculiari modalità esecutive, ha scosso veementemente lo scacchiere criminale del mercato romano della droga. I sette soggetti arrestati risultano gravemente indiziati, a vario titolo, di omicidio aggravato con metodo mafioso, estorsione con armi da guerra, tentato omicidio e associazione finalizzata al narcotraffico. Grazie a intercettazioni ambientali e telefoniche e all’analisi di chat criptate, gli investigatori hanno raccolto prove che potrebbero risultare decisive su un accordo integrato tra diversi clan operanti nella Capitale. «La complessa e premeditata organizzazione del delitto, eseguita in pieno giorno, è stata qualificata dal G.I.P. del Tribunale di Roma come azione con metodo mafioso, finalizzata ad agevolare il clan Senese, egemone nell’area in cui il delitto è stato consumato – si legge in una nota della Questura di Roma -. L’omicidio ha generato nel territorio romano un diffuso clima di assoggettamento ed omertà, palesato dall’evidente reticenza dei testimoni oculari e dei sodali più stretti della vittima». Michele Senese, detto “‘O pazz'”, è indiziato quale «mandante apicale». Avrebbe infatti fornito l’assenso preventivo – e decisivo – per l’assassinio di Piscitelli. L’azione punitiva serviva a riaffermare il potere del clan su un proprio affiliato, il quale, «resosi autonomo nel traffico di stupefacenti insieme a Fabrizio Fabietti», si rifiutava «di corrispondere la dovuta quota sui profitti delle sue attività illecite». Bennato, da parte sua, avrebbe deliberato il delitto poiché considerava Piscitelli «un concorrente scomodo sul mercato della cocaina» e per «conquistare il controllo criminale della zona della Tuscolana». Capriotti avrebbe fissato per il 7 agosto un appuntamento fittizio con Piscitelli presso la panchina del parco, «attirandolo scientemente nel raggio d’azione del sicario, già travestito da runner e appostato nell’area». Per l’assassinio di Piscitelli era finito alla sbarra, per poi essere condannato nel 2025 all’ergastolo in primo grado come esecutore, l’argentino Raul Esteban Calderon. La Corte d’assise d’appello di Roma, lo scorso maggio, ha però assolto l’imputato poiché non esisterebbero prove sufficienti per attribuirgli l’omicidio: non è mai stata trovata l’arma del delitto e il video ripreso da una telecamera di sicurezza non è stato ritenuto utilizzabile. Oggi, però, ci si concentra sul “secondo livello”, quello dei mandanti e degli organizzatori, con il nome del numero uno della Camorra romana, Michele Senese, a fare da padrone. Un clan, quello dei Senese, che era balzato agli onori delle cronache alcuni mesi fa in relazione al caso dei legami tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia. Prestanome, quest’ultimo, proprio del gruppo mafioso guidato da “‘O pazz'”. The post Roma, 7 arresti per l’omicidio dell’ultrà Piscitelli: dietro il delitto l’accordo tra clan appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 9, 2026
L'INDIPENDENTE
Il 27 luglio Cosenza ha camminato per Momo
PUBBLICHIAMO LA RIFLESSIONE DI DOCENTI PER GAZA, NODO TERRITORIALE DELLA CALABRIA, SCRITTA A PARTIRE DALLA MANIFESTAZIONE DEL 27 LUGLIO A COSENZA PER MOHAMED AMIN BESSIOUD. Il 27 luglio Cosenza ha camminato per Momo. Centinaia e centinaia di persone hanno attraversato la città, trasformando il dolore di una famiglia in una domanda collettiva di verità e giustizia per Momo, morto il 23 luglio dopo essere precipitato dal balcone durante una perquisizione dei Carabinieri. Arrivare sotto casa sua, guardare quel balcone e il punto in cui Momo è precipitato fa rabbrividire. Ma ancora più straziante è ascoltare sua madre Nabila. > «Hanno lasciato morire mio figlio davanti ai miei occhi. Sono proprio rotta > dentro, perché ho visto mio figlio morire davanti a me». Nabila ha raccontato di aver visto il figlio in uno stato di forte agitazione, di averlo sentito dire «Mamma basta, mi sta torturando, voglio morire» e ha sostenuto che Momo avesse le manette ai polsi quando è precipitato. Ha inoltre raccontato di pressioni e vessazioni subite dalla famiglia e di un tentativo di sottoporla a un TSO, interpretato come un modo per screditarla quale testimone della tragedia. Sono accuse gravissime che dovranno essere accertate. La dinamica è ancora al vaglio della Procura. Ma una cosa è già certa: una madre ha perso suo figlio e chiede verità. E noi abbiamo il dovere di ascoltarla. Da insegnanti, facciamo fatica a dare un senso non soltanto a ciò che è accaduto, ma anche a ciò che sta accadendo dopo. Perché Momo rischia di soccombere una seconda volta: dalle parole, dalle etichette, dal giudizio sommario. Era fragile. Aveva attraversato la depressione, la perdita del padre, problemi di dipendenza e vicissitudini giudiziarie. Ma nessuna di queste cose cancella la sua umanità. Nessuna condanna trasforma una persona in un bersaglio. Nessuna fragilità autorizza a trattare qualcuno come un nemico. E allora dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda politica: che società è quella che sa essere spietata con chi è già fragile, marginale, povero o vulnerabile e che troppo spesso sembra trovare invece strumenti diversi quando davanti ha chi dispone di potere, denaro e relazioni? È la logica dei forti con i deboli e deboli con i forti. Non è soltanto una questione di singole responsabilità. È il prodotto di una cultura securitaria che da anni costruisce nemici: il migrante, il povero, il tossicodipendente, il marginale, chi dissente. Problemi sociali, economici e sanitari vengono trasformati in problemi di ordine pubblico. La sofferenza viene criminalizzata. La fragilità diventa pericolosità. La persona scompare dietro l’etichetta. E quando questo accade, la violenza diventa più facile. È questa la radice che dobbiamo avere il coraggio di guardare. Perché non basta indignarsi davanti alla tragedia di Momo. Dobbiamo interrogarci su quale società stiamo costruendo e su quale ruolo vogliamo assumere noi, dentro la scuola e fuori dalla scuola. Qui entra in gioco un’altra forma di analfabetismo: l’analfabetismo emotivo. Non è soltanto non conoscere. È non saper riconoscere il dolore dell’altro. È non riuscire più a provare empatia per chi è diverso da noi, per chi sbaglia, per chi è fragile, per chi vive ai margini. È imparare a guardare la sofferenza senza sentirsi coinvolti. E allora la scuola deve fare esattamente il contrario. Noi insegnanti abbiamo il dovere di costruire quotidianamente pratiche di ascolto, cura, empatia e gestione non violenta del conflitto. Dobbiamo insegnare a riconoscere le emozioni, a dare loro un nome, a comprendere il punto di vista dell’altro. Dobbiamo educare alla capacità di distinguere una persona dal suo errore, una fragilità da una colpa, un conflitto da un nemico. Ma tutto questo diventa sempre più difficile in una scuola che ci viene proposta come competitiva, performativa, aziendalizzata, dove il valore sembra essere misurato attraverso prestazioni, classifiche e risultati e dove gli spazi del pensiero critico rischiano di restringersi. Una scuola nella quale la libertà d’insegnamento viene messa sotto pressione e nella quale docenti che prendono pubblicamente posizione contro il genocidio del popolo palestinese possono trovarsi esposti alla minaccia di ispezioni ministeriali. Una scuola nella quale si arriva a chiedere il censimento delle iniziative legate alla cultura e alla religione islamica dietro il paravento della lotta alla “radicalizzazione”. Colpisce una coincidenza: il 23 luglio, mentre Momo perdeva la vita durante la perquisizione nella sua abitazione, il Consiglio dei ministri approvava anche il cosiddetto DDL “anti-maranza”, fondato sull’idea di anticipare e irrigidire la risposta penale nei confronti dei minori. Due fatti distinti, certo, ma che sembrano raccontare la stessa idea di società: una società che, di fronte al disagio, risponde sempre più spesso con la repressione anziché con l’educazione, con il controllo anziché con la prevenzione, con la punizione anziché con la cura. Il rischio è evidente: trasformare la scuola da luogo di confronto e conoscenza a luogo di sorveglianza, autocensura e costruzione del sospetto. È qui che l’analfabetismo emotivo si salda con quello politico: quando non sappiamo più riconoscere la sofferenza dell’altro, diventa più facile accettare che qualcuno venga trasformato in un problema, in una minaccia, in un nemico. Noi insegnanti dobbiamo invece fare l’opposto. E questo significa anche disobbedire quando l’obbedienza pretende di trasformare l’ingiustizia in normalità. È il senso dell’obiezione di coscienza totale e collettiva richiamata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: non soltanto il rifiuto individuale della guerra, ma la scelta collettiva di non diventare ingranaggi di una cultura fondata sulla militarizzazione, sulla repressione e sulla costruzione del nemico. Obiettare significa anche rifiutare una scuola che insegna a competere invece che a prendersi cura, che sorveglia invece di ascoltare, che censura invece di educare alla libertà. È una forma di resistenza civile. Ed è, prima ancora, una responsabilità educativa. Il 27 sera Cosenza ha camminato per Momo. Ora però quella piazza deve entrare nelle scuole, nelle nostre aule, nei nostri discorsi, nelle nostre pratiche quotidiane. Perché la memoria non è soltanto ricordare chi non c’è più. È domandarsi quale società vogliamo costruire perché una storia come quella di Momo non possa più ripetersi. E allora, davanti a quel balcone, davanti al dolore inconsolabile di Nabila, davanti a una morte ancora da comprendere fino in fondo, una cosa possiamo dirla con certezza: Momo non è un caso di cronaca. Momo è una persona. E una società che smette di vedere le persone, prima o poi, smette di vedere anche sé stessa. Docenti per Gaza, nodo territoriale Calabria Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Un altro morto ammanettato dal braccio della legge
Pubblichiamo un articolo di un docente aderente all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università relativo al suicidio di Mohamed Amin Bessioud, gettatosi ammanettato dal terzo piano di casa sua a Cosenza giovedì 23 luglio durante una perquisizione dei carabinieri. Mohamed soffriva di depressione, aveva già minacciato di togliersi la vita e i carabinieri erano informati della sua fragilità. Nabila è la signora che l’altro ieri pomeriggio, a Cosenza, gridava perché due carabinieri la lasciassero entrare nella camera di suo figlio, dove, alla presenza di lui, Mohamed, stavano eseguendo una perquisizione. Mohamed Amin Bessioud è un ragazzo di 25 anni, cittadino italiano, di cui i giornali riportano che nella sua vita ha conosciuto il calcio, le droghe e la depressione. Tre cose che, sebbene in misure diverse, lo accomunano a davvero tanti giovani di questo momento storico. Per cui ci si aspetta che i due carabinieri avessero un’idea di come gestire la situazione, visto che sono stati appositamente formati da un sistema “educativo” preciso. Sta di fatto che quando Nabila è riuscita a aprire la porta, Mohamed era già ammanettato. Questo perché durante quella perquisizione (da domiciliari) gli erano stati trovati 100g di hashish. Non fa nulla se voleva smettere con la droga e se non vi riusciva anche perché i carabinieri che lo “seguivano” (usando un termine preso dal welfare che non c’è) lo minacciavano che sarebbe tornato in prigione. Non fa nulla perché si stava seguendo o il protocollo o quanto imparato nella formazione o qualsiasi altra dannata cosa abbia portato quei due carabinieri, persone anche loro, a decidere di agire come hanno agito. Come i due poliziotti a Bologna. Sta di fatto che Nabila è riuscita a aprire la porta appena in tempo per vedere suo figlio gettarsi dal balcone del terzo piano. Poi i due carabinieri hanno deciso di tenerla in casa, impedendole di scendere, e Mohamed è morto mentre lo trasportavano in ambulanza. I due carabinieri probabilmente verranno spostati dalla città. Forse gli faranno fare un nuovo periodo di formazione, ma all’interno di sistema educativo che con l’Osservatorio ho imparato a conoscere e denunciare, come è da denunciare e obiettare la presenza stessa dei carabinieri nelle scuole. Quale pedagogia viene da una scuola di repressione machista e militarista? Una scuola per cui in questi giorni si indaga per capire se le sue allieve si tolgono la vita, come all’Aquila il 23 luglio, se i suoi graduati tolgono la vita, come a Bologna il 19 luglio, e se i suoi graduati inducono a togliersi la vita, come a Cosenza sempre il 23 luglio. Forse la pedagogia di cui c’era bisogno domenica pomeriggio per Bessaouid era da cercare fra le parole di una sua insegnante, non dei suoi carabinieri. Un’altra insegnante di Cosenza mi ha scritto perché sapeva che collaboro con l’Osservatorio. Chiede che l’attenzione rimanga alta a livello nazionale, dicono che c’è il rischio che questo fatto venga rinarrato. E invita a partecipare lunedì alle 18:30 alla manifestazione che partirà da casa di Mohamed e Nabila. Quanti giovani devono ancora decidere che suicidarsi è un modo per salvarsi? Quante persone devono ancora morire ammanettate da un braccio di quale legge? Di Stati che uccidono i civili ne abbiamo avuto abbastanza. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’assassinio di Fakir: omicidio di Stato e “scudo penale”
L’assassinio di Abderrahim Fakir da parte di due agenti di polizia. durante un intervento nel quartiere del Pilastro, a Bologna domenica 19 luglio, è diventato un caso nazionale. Abbiamo per l’ennesima volta l’uccisione di un uomo da parte delle forze dell’ordine, il cui l’operato appare a prima vista assai discutibile, […] L'articolo L’assassinio di Fakir: omicidio di Stato e “scudo penale” su Contropiano.
July 24, 2026
Contropiano
Sensibilmente sordi
Per l’avvocato Gabriele Bordoni, difensore dei due poliziotti che hanno ucciso a Bologna Abderrahim Fakir, i suoi assistiti «mi hanno rappresentato, attraverso i loro occhi, il dolore per la tragedia alla quale hanno presenziato la morte di un uomo, perché ovviamente sono due ragazzi molto giovani e sensibili». Non ne dubitiamo, […] L'articolo Sensibilmente sordi su Contropiano.
July 22, 2026
Contropiano