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VERONA: MOUSSA TORNA IN MALI DOPO 19 MESI, DOPPIO APPUNTAMENTO PER RICORDARLO
Domenica 17 maggio dalle ore 10.00 alle 14.00 presso la Stazione Porta Nuova di Verona, la Comunità Maliana e il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra invitano ad un momento di ricordo e di saluto per Moussa che, dopo pochi giorni, tornerà dalla sua famiglia in Mali. Sarà possibile partecipare ad un momento di saluto e di preghiera anche martedì 19 maggio, alle ore 10.30, quando Moussa farà sosta alla Moschea di via Biondani, sempre a Verona, prima di partire. A diciannove mesi dall’omicidio compiuto da un agente della polizia ferroviaria alla stazione Porta Nuova, la salma verrà caricata su un aereo diretto a Bamako, per poi viaggiare fino al villaggio natale di Moussa, Djidian. Accompagneranno il feretro il fratello Djemagan e il rappresentante della Comunità maliana di Verona Ousmane Ibrahim Diallo. A Djidian li aspettano la madre, il fratello e le sorelle, che desiderano seppellirlo da troppo tempo. La battaglia legale invece continuerà ancora per molto tempo. Sono tante infatti le contraddizioni sollevate dalla GIP Livia Magri, che nella sua relazione ha rigettato la richiesta di archiviazione. Il Comitato verità e giustizia si impegna a “proseguire insieme al team legale il percorso di verità e giustizia che possa restituire almeno una parte di quella dignità che a Moussa è stata negata anche in vita”. Nello speciale che abbiamo realizzato, Daniele Todesco, del Comitato, ribadisce nuovamente come “l’indagine sia stata frettolosa e inconsueta e quanto tentativi più o meno goffi di depistaggio insieme ad una narrazione strumentale, abbiano tentato di chiudere questa vicenda nel giro di poche ore”. Il rappresentante della Comunità maliana di Verona Ousmane Ibrahim Diallo racconta successivamente come è stato organizzato il viaggio di ritorno in Mali e i rischi che questo comporta, anche data la situazione securitaria sempre più precaria. Abbiamo anche chiesto un commento sul ritorno della salma di Moussa a Mahamoud Idrissà Bouné, Presidente dell’Alto Consiglio del Mali in Italia. Il focus delle dodici in onda su Radio Onda d’Urto giovedì 14 maggio dedicato al ritorno di Moussa in Mali – 30 minuti. Ascolta o scarica
May 14, 2026
Radio Onda d`Urto
Fragili razzisti senza senso
Sì è parlato di Bakary Sako come di una persona “fragile perché di colore”. E capisco che la procuratrice di Taranto a capo delle indagini stia cercando di fare del suo meglio per rendere chiaro all’intero Paese che il suo omicidio non è una tragica casualità ma la prevedibile conseguenza […] L'articolo Fragili razzisti senza senso su Contropiano.
May 14, 2026
Contropiano
TARANTO: ALLE ORIGINI DELL’OMICIDIO DI SAKO BAKARI “LA REGRESSIONE E IL FALLIMENTO DELLA SOCIETÀ”
Un corteo ieri sera nella Città vecchia ha ricordato Sako Bakari, il 35enne di origine maliana ucciso all’alba di sabato 9 maggio in piazza Fontana da un gruppo di giovanissimi tra i 15 e i 16 anni insieme a un maggiorenne. L’iniziativa è stata organizzata dalle parrocchie del centro pugliese, mentre giovedì 14 maggio dalle ore 17.30 toccherà alle associazioni antirazziste, le realtà sociali e le comunità del territorio. Secondo gli investigatori il branco era alla ricerca di qualcuno di debole e indifeso da importunare, poi la situazione gli sarebbe completamente sfuggita di mano. Di “un omicidio di una brutalità che a Taranto non si era mai verificato” parla il giornalista Gianmario Leone, interpellato da Radio Onda d’Urto. Anche se “Taranto non è mai stata una città razzista e la comunità africana è perfettamente integrata”, l’episodio deve risuonare “come un campanello d’allarme” perché dimostra “l’involuzione e la regressione della società”. Come espresso anche dalla Procuratrice capo di Taranto Eugenia Pontassuglia “c’è un problema di educazione civile” e di valori. Gianmario Leone, che è anche insegnante di storia e filosofia in un liceo, aggiunge in merito che “anche nelle scuole di élite, frequentate dai figli della Taranto bene, negli ultimi anni registriamo situazioni mai verificate che parlano di totale assenza di educazione e rispetto. Un problema che si sta radicando in tutti i livelli e tutti i luoghi della nostra società”. La ricostruzione della vicenda, le reazioni politiche e della cittadinanza tarantina nell’intervista a Gianmario Leone giornalista del Corriere di Taranto. Ascolta o scarica Appena appresa la notizia dell’omicidio di Sako Bakari, il Presidente dell’Alto Consiglio del Mali in Italia Mahamoud Idrissa Boune, si è recato immediatamente a Taranto, dove si è anche incontrato con alcuni familiari di Sako che vivono in Spagna e in Francia. In qualità di rappresentante del governo maliano in Italia, Boune è stato anche ricevuto dagli investigatori e dalla Procuratrice, che hanno espresso la volontà di arrivare ad una verità giudiziaria al più presto. Nell’intervista che abbiamo realizzato, Boune si dice preoccupato per l’aumento degli episodi di violenza e razzismo che coinvolgono le persone di origine africana che vivono in questo paese. Il riferimento è anche all’aggressione di Diala Kante da parte della polizia a Milano e all’omicidio di Moussa Diarra a Verona. Di queste vicende è responsabile la politica e specialmente di “quelli che fanno campagne razziste” per guadagnarsi voti con temi quali la “remigrazione”. L’intervista al Presidente dell’Alto Consiglio del Mali in Italia Mahamoud Idrissa Boune. Ascolta o scarica
May 13, 2026
Radio Onda d`Urto
L’omidicio di Sako Bakari interroga Taranto
All’alba del 9 maggio, in piazza Fontana, nella città vecchia di Taranto, Sako Bakari è stato ucciso mentre stava raggiungendo il luogo in cui lavorava. Aveva 35 anni, era originario del Mali, viveva in Italia da anni e lavorava come bracciante agricolo. Secondo le ricostruzioni delle autorità inquirenti, sarebbe stato circondato da un gruppo di giovanissimi e colpito con diversi fendenti mentre tentava di fuggire. Per l’omicidio sono stati disposti cinque fermi, quattro dei quali riguardano minorenni. È una vicenda specifica. Riguarda un uomo, la sua vita e la sua morte violenta, e riguarda i suoi aggressori. Ma è anche una vicenda che rimanda immediatamente ad altri livelli. Chiama in causa la città e il contesto sociale, economico e culturale in cui ha preso forma. Interroga Taranto e il suo rapporto ambivalente con le migrazioni, fatto insieme di presenza quotidiana e rimozione, prossimità e distanza. Negli ultimi quindici anni Taranto e la sua provincia hanno avuto un ruolo di primo piano nella geografia delle politiche migratorie. Dalla tendopoli di Manduria del 2011 — luogo di confinamento per persone migranti provenienti dal Nord Africa durante le cosiddette primavere arabe — alla vicenda del Palaricciardi nel 2015, un palazzetto dello sport in periferia trasformato in centro di transito e, allo stesso tempo, in una straordinaria palestra di solidarietà, sostenuta da una fitta rete di attivistǝ. Fino all’installazione dell’hotspot nel porto, struttura destinata al trattenimento e alla selezione delle persone in arrivo dal Mediterraneo centrale, attualmente non in uso.  Su questo sfondo, negli stessi anni, è cresciuta la presenza di persone con background migratorio che vivono stabilmente in città. Una componente ormai strutturale della società tarantina, spesso concentrata nelle aree dove l’accesso alla casa è più economico, eppure ancora largamente esclusa dal dibattito pubblico. Una presenza costante, ma alla periferia dello sguardo collettivo. Abbiamo parlato dell’omicidio di Sako Bakari e del rapporto tra migrazioni, razzismo e città con Enzo Pilò, presidente dell’associazione Babele, rete di attivistǝ e professionistǝ che si occupa di accoglienza, orientamento ai diritti e solidarietà a Taranto e nella sua provincia. Ne emerge il ritratto di un territorio in cui le fragilità economiche e sociali si intrecciano con forme diffuse di razzismo, con la tenace presenza di un tessuto solidale che continua a costruire alternative. Chi era Sako Bakari? Sako Bakari era la regola, non l’eccezione. Nelle ore immediatamente successive all’omicidio, i commenti sui social hanno assunto la consueta superficialità o un accanimento razzista, liquidando la vicenda come un regolamento di conti. Bakari, invece, apparteneva a quelle decine di migliaia di persone che lavorano sul nostro territorio spesso in condizioni di sfruttamento e alle quali dobbiamo restituire la dignità di lavoratori, contrastando la razzializzazione e la disumanizzazione di chi non viene considerato come persona, ma come categoria. Questo omicidio è un episodio isolato oppure l’espressione più estrema di dinamiche più diffuse che attraversano la città? Va sicuramente letto all’interno di un quadro più ampio, che riguarda non solo Taranto ma l’intero territorio nazionale. La violenza giovanile sembra essere un fenomeno in espansione; probabilmente sarebbe utile fare riferimento a studi specifici. Posso però affermare con certezza che le aggressioni nei confronti di persone straniere in città si verificano frequentemente e sono documentate solo in parte attraverso denunce e articoli di stampa. I racconti di giovani stranieri vittime di aggressioni e intimidazioni sono numerosi. Negli ultimi quindici anni Taranto ha conosciuto diverse modalità di gestione delle migrazioni. Che eredità hanno lasciato questi passaggi nella memoria pubblica e nello sguardo della città sulle migrazioni? Un elemento positivo è stato certamente il radicamento di realtà solidali, sebbene numericamente limitate, che permettono l’attivazione di iniziative e interventi nei momenti di criticità. Dall’altro lato, però, si sono prodotti effetti chiaramente negativi, come l’espulsione dai centri di accoglienza straordinaria senza un adeguato lavoro di supporto e accompagnamento all’inclusione abitativa e lavorativa. Non vi è stato un intervento specifico dell’ente locale nel governo delle dinamiche attivate, con la conseguente formazione di “banlieue”, come accade in altre parti del Paese.  L’accesso ai servizi risulta complesso, soprattutto in assenza di accompagnamento da parte di operatori e operatrici. Nonostante le sollecitazioni, resta difficile anche l’iscrizione al registro dei senza fissa dimora. Le e i minori non accompagnati vengono inseriti in comunità senza che il Comune abbia definito un protocollo chiaro sui servizi da garantire. Inoltre, si colgono segnali di una tratta strutturata nella città e nella provincia. In sintesi, la questione migratoria a Taranto, come altrove, è lasciata all’improvvisazione. In che modo le crisi che attraversano Taranto — ambientale, sociale ed economica — influenzano, alimentano o trasformano le forme di razzismo? Su questo tema so che attirerò critiche, ma non c’è dubbio che il processo di deindustrializzazione abbia provocato un impoverimento economico e il conseguente avanzare del degrado socio-culturale. Negli ultimi vent’anni la città ha perso circa ventimila abitanti: chi ha più strumenti tende ad andarsene, mentre restano le persone meno attrezzate. Questa dinamica contribuisce a un impoverimento culturale e a una riduzione della capacità di progettazione e di azione politica e sociale. La semplificazione del dibattito sulla chiusura o meno della grande fabbrica è parte integrante di questo impoverimento economico, sociale e culturale. In questi giorni si moltiplicano mobilitazioni e prese di parola: che forme stanno assumendo? Cosa possiamo fare per mantenere il tema del razzismo al centro del dibattito pubblico anche quando l’attenzione mediatica calerà? Preferisco non dare ancora una risposta compiuta e attendere eventuali sviluppi. Per ora posso osservare che un semplice post, scritto da noi in reazione alle violenze che si stavano diffondendo sui social, ha contribuito a ribaltare la narrazione dominante e ha fatto emergere un tessuto solidale che sembra ancora presente sul territorio. Resta da capire se questa spinta si tradurrà in azioni concrete, capaci di coinvolgere anche le istituzioni e la classe dirigente nel suo complesso. La foto di copertina è di Paul Sableman, wikicommons. QUESTO ARTICOLO È GRATUITO, MA PRODURLO RICHIEDE TEMPO E IMPEGNO PER MANTENERE LA NOSTRA INFORMAZIONE LIBERA E ACCESSIBILE, ABBIAMO BISOGNO DEL TUO CONTRIBUTO, ANCHE PICCOLO TRASFORMA LA TUA LETTURA IN UN ATTO DI SOSTEGNO L'articolo L’omidicio di Sako Bakari interroga Taranto proviene da DINAMOpress.
May 13, 2026
DINAMOpress
TARANTO: DOPO L’UCCISIONE DI UN GIOVANE MALIANO SOCIETA’ CIVILE IN PIAZZA GIOVEDI 14 MAGGIO
“Taranto non può restare in silenzio. Dopo l’uccisione di Sako Bakari, lavoratore originario del Mali, avvenuta in piazza Fontana, sentiamo il bisogno di esserci. Di ritrovarci come comunità, di condividere dolore, riflessioni, domande, ma soprattutto di affermare insieme un’idea diversa di città fondata sulla dignità umana, sul lavoro, sui diritti e sulla convivenza”. Lo sottolineano il coordinamento di Libera Taranto, Associazione Babele Aps, Mediterranea Saving Humans Taranto e Comunità Africana di Taranto e Provincia APS, annunciando un presidio con microfono aperto per giovedì 14 maggio dalle ore 17.30 in piazza Fontana. Le associazioni invitano “a partecipare tutta la cittadinanza, le associazioni, i movimenti, le parrocchie, le realtà studentesche, i sindacati, il mondo del lavoro, della cultura e del volontariato. Sarà uno spazio – aggiungono – aperto, plurale e condiviso, per ribadire insieme che nessuna vita è invisibile e che la violenza, il razzismo, l’odio e l’indifferenza non possono avere l’ultima parola. A Taranto non c’è spazio per il razzismo, anche se è generato dal disagio. Partecipare significa scegliere da che parte stare”. Bakari, bracciante agricolo, è stato ucciso all’alba di sabato scorso nella città vecchia con tre colpi inferti con un’arma da taglio dopo essere stato prima malmenato da un gruppo di giovani e aver tentato invano di fuggire. Ieri sera la Polizia ha notificato il fermo di indiziato di delitto nei confronti di quattro minorenni tra i 15 e i 16 anni e di un 20enne, accusati di concorso in omicidio aggravato. Le considerazioni di Luca Casarini Ascolta o scarica   
May 12, 2026
Radio Onda d`Urto
VERONA: NUOVE INDAGINI SULL’OMICIDIO DIARRA, IL COMITATO “LE NOSTRE PERPLESSITÀ SONO EMERSE”
“Soddisfazione e amarezza” da parte del Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra dopo aver letto le 54 pagine dell’ordinanza della giudice per le indagini preliminari Livia Magri, che ha respinto la richiesta di archiviazione.  Ora il Pubblico Ministero dovrà aprire nuovamente le indagini sulla morte di Moussa, freddato da un poliziotto alla stazione di Verona Porta Nuova il 20 ottobre del 2024. Nell’ordinanza della GIP si chiede tra l’altro di indagare il poliziotto per concorso in depistaggio. La giudice ipotizza infatti che le prove siano state alterate dal poliziotto o da altre persone, oppure che siano state fornite false informazioni agli inquirenti. “Una sberla a come sono state condotte le indagini, parziali e a senso unico” ha dichiarato Daniele Todesco del Comitato ai nostri microfoni, aggiungendo che “è la narrativa completa della ricostruzione che viene messa in discussione”. “Non è nemmeno provato che Moussa nel momento della collutazione con i poliziotti avesse un coltello, le immagini non lo chiariscono”, ha aggiunto. L’approfondimento sull’ordinanza della GIP con Daniele Todesco, del Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra, che rilancia con la raccolta fondi, che servirà, oltre che per sostenere il costo della prosecuzione delle indagini, anche per far tornare a casa la salma di Moussa, da 18 mesi all’ospedale di Borgo Roma. Ascolta o scarica Per sostenere le spese legali e il rimpatrio della salma CC MPS Intestato al Circolo Pink: IBAN: IT65G 01030 11707 0000 11099 492 – PayPal: permoussadiarra@gmail.com Causale: Moussa torna a casa.
April 23, 2026
Radio Onda d`Urto
VERONA: RESPINTA L’ARCHIVIAZIONE DEL CASO MOUSSA DIARRA, IL POLIZIOTTO SARÀ INDAGATO PER DEPISTAGGIO
La giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta di archiviazione, quindi il pubblico ministero dovrà riprendere le indagini sulla morte di Moussa Diarra, 26 di origine maliana freddato da un poliziotto alla stazione di Verona Porta Nuova il 20 ottobre del 2024. Lo scorso novembre la Procura di Verona aveva chiesto l’archiviazione del caso, richiesta alla quale si era opposta la famiglia Diarra. Nelle 54 pagine di ordinanza della giudice per le indagini preliminari, si chiede di indagare il poliziotto per concorso in depistaggio. La giudice ipotizza infatti che le prove siano state alterate dal poliziotto o da altre persone, oppure che siano state fornite false informazioni agli inquirenti. La posizione del poliziotto quindi si aggrava, poiché inizialmente era indagato per eccesso colposo di legittima difesa. Quest’ultima ipotesi era stata respinta dalla Procura, secondo la quale il poliziotto agì appunto per legittima difesa. L’avvocato e le avvocate della famiglia Diarra argomentarono da subito che l’indagine fu incompleta e parziale. Infatti le investigazioni sui poliziotti coinvolti nell’omicidio, furono affidate alla Questura. I legali di Diarra avevano anche insistito sulla non proporzionalità del pericolo rappresentato dal coltello da cucina che Moussa aveva in mano prima di essere sparato a morte. Il commento di uno degli avvocati della famiglia Diarra, Fabio Anselmo. Ascolta o scarica
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto
RAMY ELGAML: LA PROCURA CHIEDE IL PROCESSO PER SETTE CARABINIERI
La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per omicidio stradale con “eccesso colposo nell’adempimento del dovere” per il carabiniere alla guida della volante che, la notte del 24 novembre 2024, urtò lo scooter sul quale viaggiavano Ramy Elgaml, poi deceduto, e l’amico Fares Bouzidi, dopo averlo inseguito per 8 lunghissimi chilometri, fino a viale Ripamonti. I pm hanno chiesto il processo, per concorso il omicidio stradale, anche per Fares Bouzidi – che guidava lo scooter – e per altri sei militari accusati, a vario titolo, di favoreggiamento, depistaggio e falso nel verbale d’arresto dell’amico di Ramy. “Il depistaggio aggrava il quadro – commenta su Radio Onda d’Urto il giornalista Nello Trocchia – perché conferma che ogni qualvolta pezzi di Stato commettono degli illeciti, o delle violazioni, c’è chi non va lì a ricostruire la verità ma a coprire e blindare nel silenzio e nell’omertà quanto accaduto… e questo è gravissimo”. “Perché non succeda più dovremmo cominciare a occuparci di formazione delle forze dell’ordine, e anche di un cambio culturale rispetto all’approccio a vicende come queste”, aggiunge ai nostri microfoni il giornalista che per il Domani si è occupato dei depistaggi dei carabinieri nelle indagini sulla morte di Ramy Elgaml. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Nello Trocchia, giornalista del quotidiano Domani, per il quale segue la vicenda della morte di Ramy Elgaml. Ascolta o scarica.
April 2, 2026
Radio Onda d`Urto
Bombe sul petrolio e sull’economia mondiale
La “strana coppia” Israele-Usa appare ormai compiutamente come una combinazione mortifera tra un mega-“squadrone della morte”  guidato da killer seriali psicotici e un’astronave carica di armi in mano ad un gruppo di clown. C’era fino a ieri un solo limite nella guerra d’aggressione scatenata contro l’Iran: non si toccano – […] L'articolo Bombe sul petrolio e sull’economia mondiale su Contropiano.
March 19, 2026
Contropiano
MESOPOTAMIA: LA STORIA DI YANAR MOHAMMED, FEMMINISTA IRACHENA ASSASSINATA A BAGHDAD
La puntata di Mesopotamia – notizie dal vicino oriente di venerdì 13 marzo 2026 è dedicata alla memoria e alla storia di Yanar Mohammed, militante femminista irachena assassinata a Baghdad il 2 marzo scorso. Ospite della trasmissione della Cassetta degli attrezzi di Radio Onda d’Urto è Benedetta Argentieri, giornalista, regista e documentarista, redattrice di Turning Point Magazine. Proprio su Turning Point Magazine, Benedetta Argentieri ha pubblicato il suo articolo “In memoria di Yanar Mohammed, che ha salvato migliaia di donne”. Non solo, Yanar Mohammed, leader e fondatrice dell’Organizzazione per la Libertà delle Donne in Iraq (OWFI), era stata anche una delle tre donne, militanti, protagoniste del documentario di Benedetta Argentieri, “I am the revolution”, del 2018. “Il mondo ha perso una delle figure femministe più importanti in un momento in cui avevamo bisogno di lei più che mai – una vera rivoluzionaria, una combattente per la libertà che ha capito che la liberazione si costruisce lentamente, rifugio per rifugio, donna per donna”, afferma Argentieri . “Yanar Mohammed – continua l’autrice di “I am the Revolution” – lascia una grande eredità: le centinaia di donne che ha addestrato, guidato e ispirato, porteranno avanti il suo lavoro. Così come le innumerevoli donne in tutto il mondo che hanno visto la sua storia e hanno deciso di agire. Puoi uccidere una donna, ma non puoi uccidere la rivoluzione delle donne”. La puntata di Mesopotamia – notizie dal vicino oriente – trasmissione di Radio Onda d’Urto – con l’intervista a Benedetta Argentieri, giornalista di Turning Point Magazine, documentarista, autrice del film “I am the Revolution”. Ascolta o scarica.
March 14, 2026
Radio Onda d`Urto