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[Ora di buco] Scuola: solo repressione (1/3: trasmissione completa)
La trasmissione affronta la morte tragica di uno studente in un istituto superiore di La Spezia: un componente del comitato antimilitarista della città  riflette intorno a questo dramma e spinge a trovare insieme le risposte più adeguate per rilanciare il ruolo democratico ed educativo delle scuole, che possa incidere realmente sulle condizioni sociali delle nuove generazioni, investire soldi per ridurre il numero di studenti per classe, sviluppare attività per rafforzare le relazioni, promuovere l'educazione all'affettività e alla sessualità. E non militarizzare, come Valditara e governo indicano (vedi metal detector). Analizziamo poi la nota indirizzata ai/alle dirigenti di Roma e provincia che deriva dalla circolare del Ministero rivolta alla rilevazione degli alunni palestinesi su scala nazionale. Spieghiamo perché non regge il confronto con l'Ucraina dichiarato dal ministro Valditara, che si sente offeso da chi denuncia questa iniziativa come una schedatura etnica della popolazione palestinese presente in Italia, che nulla ha a che vedere con presunti interventi di accoglienza. Registriamo l'ennesimo caso di censura, avvenuto al liceo Marco Polo di Venezia: la scuola organizza un progetto approvato dal Collegio docenti che consiste in una serie di appuntamenti con tema Palestina (mostra, presentazione di libri, proiezione film): un blogger lancia la notizia, un politico di destra interviene, monta la gogna mediatica e il ministero decide di inviare ispezioni. L'accusa, falsa, è sempre di antisemitismo.  Corrispondenza su Idrovolante edizioni (pantheon di estrema destra) che prova ad entrare nelle scuole, in particolare ad Alatri. Le proteste ne bloccano l'ingresso. 
La scuola punitiva produce morte, il governo produce repressione
La tragedia di La Spezia diventa il pretesto per più repressione: decreti sicuritari e militarizzazione dell’educazione mentre lo Stato abbandona i ragazzi e poi li punisce La morte di Youssef Abanoub, studente dell’istituto Chiodo di La Spezia, ucciso da una coltellata ricevuta in classe da un compagno di scuola, è […] L'articolo La scuola punitiva produce morte, il governo produce repressione su Contropiano.
Un assassino a piede libero
Al momento, nessuna fonte attendibile conferma l’arresto di Jonathan Ross, l’agente dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) identificato dai media come l’autore dello sparo che ha ucciso Renee Nicole Good a Minneapolis. Sebbene il Dipartimento della Sicurezza Nazionale (DHS) non abbia ufficialmente rilasciato il nome dell’agente, testate come il Minnesota Star […] L'articolo Un assassino a piede libero su Contropiano.
“ICE, out for good!” Gli USA attraversati dalle proteste
Una nazione in fiamme, travolta da un’ondata di indignazione che dalle strade innevate del Midwest ha raggiunto le principali metropoli della costa est e ovest. Gli Stati Uniti sono teatro di una mobilitazione massiccia dopo l’omicidio di Renee Nicole Good, la donna di 37 anni colpita a morte mercoledì scorso […] L'articolo “ICE, out for good!” Gli USA attraversati dalle proteste su Contropiano.
Minneapolis, omicidio di un’attivista durante un raid anti-migranti. Le reazioni
Renee Nicole Good, un’attivista di 37 anni, è stata uccisa a sangue freddo dagli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) a Minneapolis (Minnesota), durante uno dei tristemente famosi raid anti migranti. Il luogo si trova a poco più di un chilometro dal punto in cui nel 2020 un poliziotto bianco uccise George Floyd, un omicidio che scatenò proteste in tutto il Paese e rafforzò il movimento Black Lives Matter. La ministra della sicurezza interna Kristi Noem e lo stesso Trump hanno difeso l’operato degli agenti dell’ICE, parlando di un “atto di terrorismo interno”, ma un video smentisce questa versione: si vede un agente mascherato che spara a bruciapelo tre colpi attraverso il finestrino dell’auto di Renee Nicole Good, mentre un altro le intima di “lasciare la sua fottuta auto”. Oltre alle proteste che da Minneapolis stanno coinvolgendo diverse città degli Stati Uniti, tra cui Seattle, Boston, Detroit e New York, si sono registrate durissime prese di posizione a livello politico. Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha definito “crudeli e disumani” i raid contro i migranti e annunciato che la città non collaborerà con l’ICE nelle sue persecuzioni razziali. “Quando gli agenti dell’ICE attaccano gli immigrati, stanno attaccando ognuno di noi, in tutto il Paese. Questa è una città che è e sarà sempre una città che difende gli immigrati, in tutti e cinque i distretti. Non siamo qui per assistere gli agenti dell’ICE nel loro lavoro. Siamo qui per rispettare le leggi della città di New York”. Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha tenuto un discorso durissimo, invitando l’ICE a lasciare la città: “Non c’è molto che possa dire di nuovo che possa migliorare questa situazione, ma ho un messaggio per la nostra comunità, per la nostra città e ho un messaggio per l’ICE: ‘Fuori dai co****ni da Minneapolis!”. La ragione dichiarata per cui siete in questa città è creare qualche tipo di sicurezza e state facendo esattamente l’opposto. Le persone vengono ferite, le famiglie distrutte. I residenti di lunga data di Minneapolis che hanno contribuito così tanto alla nostra città, alla nostra cultura, alla nostra economia, ora vengono terrorizzati. E ora qualcuno è morto. La responsabilità è  vostra. E tocca anche a voi andarvene. Spetta a voi assicurarvi che non ci siano ulteriori danni, feriti o perdite di vite umane. State sobillando il caos sulle nostre strade e in questo caso uccidete letteralmente la gente. E ora osate pure parlare di ‘legittima difesa’. Andatavene da Minneapolis, non vi vogliamo!” Il governatore democratico del Minnesota Tim Walz ha allertato la Guardia Nazionale del suo Stato per fermare, contenere e arginare le azioni anti-migranti dell’ICE federale sul proprio territorio.   Redazione Italia
USA: L’ICE UCCIDE RENEE NICOLE GOOD A MINNEAPOLIS. “SAY HER NAME”, DIVERSE PROTESTE NEL PAESE
Renee Nicole Good, 37 anni, è stata uccisa ieri, 7 gennaio 2026, durante un’operazione di rastrellamento condotta da agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia anti-immigrazione, a Minneapolis, a pochi isolati dal luogo in cui il 25 maggio 2020 venne ucciso George Floyd. Il Dipartimento della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ha dichiarato in un comunicato che alcuni rivoltosi avrebbero iniziato a ostacolare gli agenti dell’ICE e che una donna avrebbe utilizzato il proprio veicolo come arma, tentando di investirli. Questa versione è stata sostenuta anche da Trump, mentre il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha smentito duramente tali ricostruzioni, affermando che fossero false, posizione poi rafforzata dal video diffuso. Durante una conferenza stampa, lo stesso sindaco si è rivolto agli agenti dell’ICE invitandoli ad andarsene, dicendo testualmente: “Get the f** out of here.” Poche ore dopo la morte di Renee Nicole Good a Minneapolis, e in altre metropoli americane, migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro la violenza indiscriminata dell’ICE. A New York, i dimostranti hanno riempito Foley Square per poi marciare fino al 26 di Federal Plaza, la sede centrale del Dipartimento della Sicurezza Interna. A Detroit si sono radunati davanti all’edificio dell’Ice in Michigan Avenue, nel centro della città. La protesta è stata organizzata dal Comitato d’Azione Comunitaria di Detroit che denuncia “l’abuso di potere“. Proteste anche a San Francisco, Seattle e Boston. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Martino Mazzonis, giornalista e americanista. Ascolta o scarica.
In Bangladesh riesplode la rivolta della Generazione Z. Assaltate le sedi dei quotidiani
Migliaia di persone sono scese in piazza in Bangladesh, dopo l’annuncio della morte di Sharif Osman Hadi, trentaduenne leader giovanile della cosiddetta “Generazione Z“, ferito gravemente in un attentato a Dhaka e deceduto giovedì in un ospedale di Singapore, dove era stato trasferito per le cure. La notizia della sua morte ha riacceso le proteste e ha scatenato la violenza nella capitale e in altre città, con centinaia di manifestanti che hanno preso d’assalto le sedi dei principali quotidiani del Paese, Prothom Alo e The Daily Star, considerate espressione di interessi politici contrari alla causa rivendicata dai dimostranti. La polizia e le truppe paramilitari sono intervenute per cercare di ristabilire l’ordine. La morte di Hadi, noto come il “combattente di luglio”, ha agito da detonatore in un contesto politico già instabile. Hadi non era un attivista qualunque: portavoce della piattaforma Inquilab Moncho, o Piattaforma per la Rivoluzione, una realtà politica e culturale emersa dal movimento studentesco che l’anno scorso aveva contribuito alla caduta dell’ex primo ministro Sheikh Hasina, era divenuto la figura di riferimento per la mobilitazione giovanile e la richiesta di riforme democratiche. Il 4 agosto 2024, una violenta repressione lasciò circa 100 morti e scatenò una ondata di rabbia che costrinse Hasina a dimettersi e fuggire dal Paese il 5 agosto, ponendo fine alla sua lunga permanenza al potere e segnando una svolta nella politica del Bangladesh. Sotto l’Anti-Terrorism Act, la Commissione elettorale ha sospeso la registrazione del suo partito, la Awami League, impedendogli di partecipare alle elezioni del 2026. Il 12 dicembre, il giorno dopo l’annuncio del calendario delle elezioni nazionali che si terranno il 12 febbraio, Hadi è stato ferito con un colpo di pistola alla testa sulla Box Culvert Road a Purana Paltan, a Dhaka. Gli investigatori hanno identificato come autore dell’omicidio un membro della Chhatra League, Lega studentesca del Bangladesh Awami League, cioè l’organizzazione giovanile e universitaria del partito ora fuorilegge. Secondo alcune fonti, il sospettato sarebbe fuggito in India. Molti dei manifestanti interpretano l’uccisione di Hadi come un atto deliberato per fermare il suo crescente sostegno popolare, e la sua figura è stata rapidamente trasformata in un simbolo di resistenza. La mobilitazione, iniziata come espressione di lutto e richiesta di giustizia, si è rapidamente radicalizzata nella notte, assumendo caratteristiche di una vera e propria rivolta urbana con slogan, blocchi stradali e attacchi vandalici. A Dhaka e in città come Chittagong, gruppi di dimostranti hanno assaltato non solo le maggiori testate giornalistiche, ma anche uffici politici e istituzioni collegate all’ex regime. Le sedi degli influenti quotidiani Prothom Alo e Daily Star, storicamente centrali nell’informazione nazionale, sono finite nel mirino perché accusate dai manifestanti di essere vicini all’India – che ha offerto ospitalità all’ex premier Hasina – e ostili alla causa della rivoluzione studentesca. Le redazioni sono state vandalizzate e date alle fiamme, con i giornalisti chiusi nelle redazioni, costretti a chiedere aiuto mentre il fumo avvolgeva gli edifici. Il primo ministro ad interim, il Premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus, ha condannato le rivolte e sta cercando di contenere l’escalation. In un discorso alla nazione, il premier ha definito la morte di Hadi come «una perdita irreparabile per la nazione», ha dichiarato una giornata nazionale di lutto e ha invitato la popolazione a resistere alla violenza di massa attribuendo gli atti più estremi a «pochi elementi marginali» che cercano di sabotare il processo democratico. L’esecutivo ha promesso un’indagine trasparente sull’omicidio e ha fatto appello alla calma, mentre accusa forze esterne e interne di tentare di sfruttare il momento di debolezza per destabilizzare ulteriormente il Paese alla vigilia delle elezioni. Intanto, la salma di Hadi è tornata in Bangladesh per i funerali che si terranno sabato pomeriggio. Il clima resta teso: nelle strade si alternano cortei pacifici e scontri con la polizia, mentre la retorica anti-India fra i manifestanti rischia di complicare i già fragili rapporti diplomatici nella regione. Con le elezioni di febbraio all’orizzonte, il Bangladesh si trova a un bivio: la capacità delle autorità di mediare e garantire un clima di partecipazione pacifica potrebbe definire non solo l’esito elettorale, ma la direzione futura di una nazione dove il desiderio di cambiamento democratico convive con il rischio di nuovi cicli di violenza.   L'Indipendente
L’omicidio Pinelli
Milano, 15 dicembre 1969. Le lancette strisciano verso mezzanotte. Questura di via Fatebenefratelli, quarto piano: luci accese, una finestra spalancata. Un uomo è volato giù. Un partigiano. Un anarchico. Giuseppe Pinelli. Il giorno successivo, il Corriere della Sera, bibbia della borghesia milanese, pubblica la versione ufficiale, servita calda e pronta […] L'articolo L’omicidio Pinelli su Contropiano.
MILANO: MORTE DI RAMY, PM CONFERMANO L’OMICIDIO STRADALE PER UN CARABINIERE. ALTRI MILITARI INDAGATI PER DEPISTAGGIO
La Procura di Milano ha chiuso le indagini, per la seconda volta, in vista della richiesta di processo per omicidio stradale a carico del carabiniere che era alla guida dell’ultima macchina inseguitrice che provocò la morte di Ramy Elgaml, in sella al TMax, dopo un inseguimento durato 8 km nel quartiere Corvetto di Milano. È quanto emerge dal nuovo avviso di conclusione delle indagini, notificato oggi, sulla morte del 19enne avvenuta il 24 novembre 2024. I Pm chiedono il processo per omicidio stradale anche per Fares Bouzidi, che guidava lo scooter. Pochi giorni fa, lunedì 24 novembre, nel quartiere Corvetto di Milano si è ricordato Ramy a un anno dal suo omicidio. Amici di Ramy e Fares e numerose realtà sociali e di movimento meneghine dalle ore 18 si sono mossi in corteo, con una fiaccolata; alle ore 20 apposta una targa per Ramy e, a seguire, in piazza Gabrio Rosa, musica e parole, dietro lo slogan “Ramy vive nel cuore di chi resta”. Nel nuovo atto complessivo di conclusione dell’inchiesta figurano anche gli altri sei militari indagati con accuse, a vario titolo, di favoreggiamento e depistaggio per la cancellazione di video e file di testimoni, di false informazioni ai pm e di falso ideologico sul verbale d’arresto per resistenza di Bouzidi. Imputazione quest’ultima che riguarda, tra gli altri, anche il carabiniere che guidava che, inoltre, è accusato anche di lesioni nei confronti di Bouzidi per l’incidente. Il commento di Rajaa, del centro sociale Lambretta. Ascolta o scarica.
VERONA: A UN ANNO DALL’OMICIDIO DI STATO, TRASMISSIONE SPECIALE “PER NON DIMENTICARE MOUSSA DIARRA”
Speciale Moussa Diarra, per non dimenticarlo, per chiedere verità e giustizia (30 minuti). Ascolta o scarica 364 giorni dopo l’omicidio Diarra, un migliaio di persone hanno risposto all’appello della comunità maliana e del Comitato verità e giustizia: si sono ritrovate a Verona questo sabato 18 ottobre e hanno sfilato in una manifestazione partecipata e sentita, per ricordare Moussa e le altre vittime del razzismo dello Stato. Moussa Diarra è stato ucciso il 20 ottobre del 2024 da un agente della polfer alla stazione ferroviaria di Porta Nuova, una violenza inaccettabile la cui dinamica rimane non chiara. “Perché non sono stati utilizzati mezzi alternativi all’uso della pistola? Perché nessuno è intervenuto per rispondere al disagio psicologico che Moussa stava esternando, dopo anni di difficoltà dovute ad un tortuoso percorso di migrazione?” Sono queste alcune delle tante domande alle quali si pretende una risposta. A un anno dall’omicidio il corpo di Moussa è ancora a disposizione dell’autorità giudiziaria, poiché le indagini sono ancora in corso. La mamma, i fratelli e le sorelle lo stanno aspettando in Mali per poterlo piangere e seppellire. Al grido di “Verità e giustizia per Moussa”, la Verona migliore ha portato in piazza dignità, memoria e determinazione, chiedendo giustizia per tutti coloro che non possono più parlare. Moussa Diarra era nato in un villaggio nei pressi di Djidian, a circa 200 km dalla capitale del Mali, Bamako. Ancora minorenne, aveva lasciato la famiglia e deciso di raggiungere l’Europa. Aveva attraversato il deserto, era stato rinchiuso in un lager per migranti in Libia, poi attraversato il Mediterraneo, spedito nel centro di accoglienza di Costagrande, in provincia di Verona, poi chiuso a causa della pessima gestione. Moussa lavorava sfruttato nei campi e viveva in alloggi precari. Aveva trovato casa al Ghibellin Fuggiasco, struttura occupata per tre anni da attiviste e attivisti veronesi e nella quale vivevano oltre 40 persone. Anche a causa delle lungaggini burocratiche, fatte di documenti che non arrivano mai, Moussa aveva probabilmente sviluppato un malessere psicologico. La mattina del 20 ottobre di un anno fa’ vagava per la zona della stazione Porta Nuova di Verona, ha sbattuto i pugni sulle vetrine dei negozi, brandiva forse un piccolo coltello da cucina. Per questo, il poliziotto della polfer, per fermare la rabbia di Moussa, ha deciso di sparare direttamente al cuore. Alla manifestazione di sabato per Moussa Diarra erano presenti il fratello di Moussa, Djemagan, il Presidente dell’Alto Consiglio dei Maliani d’Italia Mahamoud Idrissa Boune e il Presidente della comunità maliana veronese Ousmane Ibrahim Diallo. In trasferta a Verona anche la signora Djenabou, madre di Moussa Baldé e il fratello Thierno, a rappresentare le troppe vittime di un sistema escludente, razzista e violento. La storia di Moussa Baldé ha infatti molte affinità con quella di Moussa Diarra. Baldé era nato in Guinea, attraversato il nordafrica e il Mediterraneo, poi finito nel cosiddetto sistema dell’accoglienza. Aveva subito una grave aggressione da parte di tre uomini a Ventimiglia, trovato con i documenti non in regola, quindi raggiunto dall’ordine di espulsione e rinchiuso nel CPR di Torino. Nel lager di Stato Moussa Baldé subisce altre violenze, poi una mattina viene ritrovato morto, in una cella dove era stato lasciato solo, in isolamento. Aveva 20 anni. I nomi delle troppe altre vittime del razzismo di questo paese sono stati scritti su alcuni cartelli depositati in un’aiuola di piazzale XXV aprile. In quel luogo è stato installato un nuovo memoriale per Moussa, dopo che per un anno fiori e foto posti davanti all’ingresso della stazione sono stati regolarmente danneggiati o rimossi. Lo speciale “Moussa Diarra, per non dimenticarlo” contiene le voci registrate durate la manifestazione del 18 ottobre 2025 a Verona: Djemagan Diarra, Mahamoud Idrissa Boune, Ousmane Ibrahim Diallo, La Marie Claire, Djenabou Baldé, Thierno Baldé, Alessia Toffalini e Giovanna.