Tunisia, 15 anni dalla rivoluzione del 14 gennaio. Amnesty International: “Tradite le promesse di libertà e giustizia”
In occasione dell’anniversario della “rivoluzione tunisina del 17 dicembre–14
gennaio”, 15 anni dopo una rivolta popolare animata dalle rivendicazioni di
dignità, libertà e giustizia sociale, Amnesty International Tunisia ha espresso
profonda preoccupazione per il continuo deterioramento della situazione dei
diritti umani nel paese.
Quella che dovrebbe essere una ricorrenza di memoria, riconoscimento e rinnovato
slancio democratico, si colloca oggi in un contesto segnato dall’incarcerazione
dei dissidenti politici, dal soffocamento delle voci critiche e dall’erosione
delle principali conquiste della rivoluzione.
Tra le persone detenute figurano esponenti storici del movimento per i diritti
umani, tra cui Ayachi Hammami, avvocato di primo piano condannato a cinque anni
di carcere e al suo quarantaduesimo giorno di sciopero della fame; Salwa Grissa,
direttrice dell’Associazione per la promozione del diritto alla differenza;
nonché i rappresentanti legali dell’associazione antirazzista Mnemty e
dell’associazione per la difesa dei diritti dell’infanzia Enfants de la lune, a
Médenine, i cui procedimenti giudiziari sono ancora in attesa di esito. La loro
persecuzione giudiziaria si inserisce in un quadro più ampio di delegittimazione
della rivoluzione e di riorganizzazione autoritaria della sua eredità.
Amnesty International lancia l’allarme per il moltiplicarsi degli attacchi
all’indipendenza della giustizia, attraverso pressioni esercitate sui giudici,
procedimenti contro avvocati e avvocate e il ricorso sempre più frequente alla
giustizia per fini politici. Queste derive si traducono in procedimenti
giudiziari avviati contro magistrati, tra cui Anas Hmedi, presidente
dell’Associazione dei magistrati tunisini, e contro l’avvocato Ahmed Souab,
condannato a cinque anni di reclusione, nonché in numerose indagini nei
confronti di avvocati e avvocate, tra cui Dalila Ben Mbarek Msaddak.
In questo contesto, Amnesty International è particolarmente preoccupata per la
criminalizzazione delle persone che fanno parte dell’opposizione politica, che
avviene tramite il ricorso abusivo a procedimenti giudiziari. Questi casi,
spesso fondati su elementi deboli o non suffragati da prove, rientrano in una
strategia volta a delegittimare e ridurre al silenzio il dissenso pacifico,
eludendo le garanzie relative alla libertà personale, alla presunzione di
innocenza e al diritto a un processo equo. Tale deriva emerge in particolare nei
cosiddetti casi di “complotto”, con la condanna di oltre 37 persone nel caso del
“complotto 1” e di più di 34 persone nel caso del “complotto 2”, oltre alla
moltiplicazione dei procedimenti contro esponenti politici. L’arresto e la
reiterata detenzione del candidato alle elezioni presidenziali Ayachi Zammel
illustrano chiaramente la volontà delle autorità di mettere a tacere il dissenso
pacifico.
Parallelamente le libertà di espressione, di stampa, di associazione e di
riunione pacifica continuano a essere gravemente limitate. Giornalisti e
giornaliste, persone attiviste, cittadine e cittadini subiscono persecuzioni e
intimidazioni per aver espresso opinioni critiche, in un clima di paura
incompatibile con gli impegni internazionali assunti dalla Tunisia. Le
organizzazioni della società civile sono oggetto di campagne di
delegittimazione, restrizioni amministrative e procedimenti giudiziari volti a
criminalizzare l’azione associativa e la solidarietà.
Le restrizioni alla libertà di riunione pacifica si manifestano anche attraverso
la repressione delle mobilitazioni cittadine a favore dei diritti economici,
sociali e ambientali. A Gabès le proteste pacifiche e legittime della
popolazione contro il grave inquinamento causato dai fumi tossici provenienti
dagli impianti del Gruppo chimico tunisino sono state represse dalle forze di
sicurezza, che hanno fatto ricorso in modo eccessivo ai gas lacrimogeni. La
repressione delle mobilitazioni per la giustizia ambientale e per i diritti
economici e sociali evidenzia chiaramente un approccio securitario che si fa
sentire quando le comunità denunciano violazioni del loro diritto alla salute e
a un ambiente sano, a discapito dell’obbligo delle autorità di proteggerle.
Questi eventi riflettono, più in generale, il preoccupante restringimento dello
spazio civico in Tunisia.
Le violazioni dei diritti umani commesse contro persone migranti, richiedenti
asilo o rifugiate, in particolare persone nere o provenienti dall’Africa
subsahariana, sono aumentate per frequenza e gravità, in un contesto segnato
dalla recente banalizzazione di discorsi razzisti e discriminatori diffusi in
televisione, nonché dall’impunità che li accompagna. L’ultimo rapporto di
Amnesty International, intitolato “Nessuno ti sente quando urli” la svolta
pericolosa della politica migratoria in Tunisia, mostra come, alimentate da
discorsi razzisti di esponenti politici, le autorità tunisine abbiano proceduto
in modo mirato e su base razziale ad arresti e detenzioni, intercettazioni
marittime pericolose, espulsioni collettive di decine di migliaia di persone
verso l’Algeria e la Libia, e abbiano sottoposto persone rifugiate e migranti a
torture e ad altre forme di maltrattamenti, comprese violenze sessuali e stupri,
reprimendo al contempo la società civile che forniva loro un sostegno
essenziale.
In occasione di questo anniversario altamente simbolico, Amnesty International
Tunisia esorta le autorità tunisine a rompere con le attuali pratiche repressive
e a rinnovare pienamente il proprio impegno a favore dei valori che hanno
animato la rivoluzione: libertà, dignità e giustizia. I diritti umani non sono
una scelta politica ma un obbligo legale e morale nei confronti di tutte le
persone in Tunisia.
Amnesty International Tunisia chiede alle autorità di:
rispettare pienamente i propri obblighi nazionali e internazionali;
scarcerare tutte le persone detenute per aver esercitato pacificamente i propri
diritti;
garantire l’indipendenza della giustizia, proteggere lo spazio civico e porre i
diritti umani al centro di ogni politica pubblica;
abrogare il Decreto-legge n. 54, la cui applicazione abusiva continua a essere
utilizzata per criminalizzare l’espressione pacifica, perseguire persone
dell’opposizione, giornalisti, avvocati e avvocate, difensori e difensore dei
diritti umani, e limitare indebitamente la libertà di espressione.
Amnesty International