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Il Venezuela ci riguarda
La rivoluzione bolivariana continua a suscitare pareri molto diversi, anche a sinistra. In questo nuovo dossier articoli e opinioni, assai differenti tra loro, di Raúl Zibechi, Giorgio Trucchi, Luciana Castellina, redazione Kulturjam, Stefano Feltri, Lucia Capuzzi, redazione L’AntiDiplomatico, Lorenzo Poli e Geraldina Colotti. In coda i link ai nostri dossier precedenti. America Latina: un continente esposto e sulla difensiva di
Dal colpo di stato contro Chávez al rapimento di Maduro: cosa è accaduto alla rivoluzione bolivariana
La notte tra il 2 e 3 gennaio gli Stati Uniti hanno rapito Maduro e sua moglie Flores in un vero e proprio atto di guerra contro il Venezuela, non rispettando il diritto internazionale, bypassando sia le Nazione Unite che il Congresso degli Stati Uniti. Da quel giorno la macchina della propaganda è in atto, l’azione di Trump è un’«operazione militare chirurgica», nonostante siano morte almeno cento persone, e «Maduro è un sanguinoso dittatore». Il nostro governo di destra supporta apertamente gli Usa e l’ipotesi che Maduro sia un narco-terrorista. Eppure il Cartel del los Soles di cui Maduro sarebbe a capo semplicemente non esiste ed è anche stato cancellato dalle carte della procura statunitense. In realtà, Trump è stato chiarissimo nella sua conferenza stampa: le compagnie petrolifere devono tornare a controllare il petrolio venezuelano, è questo il principale obiettivo dell’”operazione”. Meloni e i suoi giornali continuano a tuonare contro la «sinistra che difende un dittatore», «contro i sindacati che difendono il Venezuela dove si guadagnano due dollari» e «contro gli italiani di estrema sinistra che spiegano a degli esuli venezuelani che cosa significhi essere venezuelano». Welcome to Favelas ha addirittura portato due persone venezuelane con posizioni anti-Maduro alla piazza indetta da Stop Rearm Europe, per riprendere la discussione e farne un video acchiappa click e supportare le tesi trumpiane. Certo, però, non va meglio nella sinistra democratica che denuncia l’attacco degli Usa ma con difficoltà lo inserisce nella sua lunga storia imperialistica nel continente americano. Fino ad arrivare all’articolo di Manconi su “Repubblica”: «La sinistra invece che schierarsi incondizionatamente dalla parte della legalità internazionale e dei diritti politici, civili e sociali dei venezuelani, sceglie di stare dalla parte dell’autocrate Nicolás Maduro». > E poi abbiamo le posizioni che dividono il mondo in due blocchi, cosiddette > “campiste”, che difendono Maduro contro ogni critica, liquidando le comunità > venezuelane migranti come manipolate, ignorando l’esodo di quasi otto milioni > di persone dal paese per la povertà dell’ultimo decennio e che non hanno > interesse a discutere di come la rivoluzione bolivariana si sia richiusa su se > stessa. Contro l’attacco al Venezuela, le minacce alla Colombia, a Cuba e alla Groenlandia c’è la necessità di una grande mobilitazione mondiale contro il nuovo imperialismo statunitense, guidata dai Paesi latino-americani più colpiti. Movimenti e organizzazioni di sinistra del sud del continente hanno già lanciato una mobilitazione permanente e discutono di una marcia continentale contro il nuovo imperialismo. LA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA Il rapimento di Maduro è l’apice della campagna per screditare e distruggere la rivoluzione bolivariana portata avanti dagli Stati Uniti per 27 anni, iniziata con la prima elezione di Hugo Chávez a Presidente del Venezuela. Ed è anche la continuazione di un’aggressione durata sei secoli contro l’America Latina, iniziata con il processo coloniale. Chávez era un militare, che si politicizza quando alla fine degli anni 1970 il governo di centro sinistra di Carlos Andrés Pérez vota, su indicazione del Fondo monetario internazionale, l’aumento del biglietto dell’autobus di quasi quattro volte. Insieme alla polizia, viene chiamato l’esercito, e si spara su chi è in piazza: le stime ufficiali parlano di 300 persone uccise, ma quelle non ufficiali parlano di migliaia. Queste rivolte e la loro repressione sanguinaria di fatto rompono il Pacto de Puntofijo, l’accordo siglato dopo la dittatura tra i tre principali partiti venezuelani, Acción Democrática (AD), Comité de Organización Política Electoral Independiente (COPEI), Unión Republicana Democrática (URD), tutti filo-statunitensi, e che esclude ogni forza di sinistra. I governi si alternavano, spartendosi le posizioni di potere e il controllo economico, mentre la maggior parte della popolazione rimaneva esclusa dalla vita politica vivendo in condizioni di estrema povertà. Coloro che hanno siglato il Pacto e ne hanno beneficiato per decenni hanno poi osteggiato Chávez in tutti i modi, perché la sua presidenza gli ha tolto il potere politico ed economico. Tra gli ufficiali militari dopo il Carcazo inizia a serpeggiare malcontento, nasce il Movimento Bolivariano Rivoluzionario, che porterà Chávez al tentato e fallito golpe del 1992. Chávez rimarrà in prigione fino al 1994, rilasciato grazie alla sua crescente popolarità si dedica alla costruzione di un movimento che possa prendere il potere democraticamente, Il Movimento Quinta Repubblica con cui vince le elezioni nel 1998, con l’obiettivo di scrivere una nuova Costituzione e superare la Quarta Repubblica, fondata su un patto tra oligarchie. > Salito al potere, Chavez inizia un vero e proprio processo costituente: indice > un referendum, il primo della storia venezuelana, la partecipazione supera > l’80% degli aventi diritto, un successo è anche l’elezione dell’Assemblea > costituente, dove il suo movimento prende più del 60% dei voti, così come il > referendum confermativo della Costituzione. Al centro della carta l’idea di una Democracía Participativa y Protagónica, dove il popolo controlli il potere tramite referendum revocatorio possibile per tutte le cariche elettive, Presidente compreso. E soprattutto tramite processi partecipativi che si sono aperti negli anni seguenti come les comunas e le politiche sociali organizzate in misiones. Redatta la Costituzione, si ritorna al voto, e Chávez vince nuovamente con quasi il 60% delle preferenze. Come spiega Koerner in Black Agenda Report, «Il chavismo non fu una creazione verticistica di Chávez, bensì un movimento dal basso – organizzato dal semiproletariato nero e indigeno delle baraccopoli periferiche insieme agli ex-guerriglieri comunisti – di cui il futuro Presidente fu egli stesso un prodotto. Fu proprio questa frazione di classe, costituita da piccoli produttori sfollati dalle campagne senza essere pienamente integrati nei settori industriale o nei servizi, che giocò un ruolo decisivo anche nella Rivoluzione algerina e nella lotta per la liberazione dei neri negli Stati Uniti». I primi dieci anni di chavismo sono segnati da: investimenti in istruzione e ricerca, aumento degli stipendi degli insegnanti, riduzione della povertà, diminuzione della disoccupazione, borse di studio per le fasce più povere della popolazione, creazioni di cooperative, abolizione del latifondo. Anche se con difficoltà, pure Rodolfo Toé su Il Post deve riconoscere che «tra i cittadini del Venezuela la popolarità di Chávez era soprattutto dovuta alle sue politiche economiche, basate su importanti nazionalizzazioni e su programmi di spesa pubblica, finanziati dai profitti delle imponenti riserve petrolifere venezuelane, in anni in cui il prezzo del petrolio crebbe molto». E questo è inaccettabile per molti dentro e fuori il Venezuela. IL COLPO DI STATO Il petrolio in Venezuela è stato nazionalizzato nel 1976, la compagnia PDVSA, la più importante del Paese, era già statale e gestita da un gruppo di burocrati in accordo con il settore privato. Quando Chávez tenta di riformare la gestione della compagnia statale e rimuovere i direttori esecutivi questi si rifiutano di lasciare le proprie posizioni. Ed è qui che la rottura con le élite borghesi filo-statunitensi che avevano fino ad allora guidato il Paese esplode. Questo porta al tentativo di rimuovere Chavez con la forza con il colpo di stato dell’11 aprile del 2002, apertamente sostenuto dagli USA, di cui rimangono le immagini dei cecchini sui palazzi che sparano sulla folla. Gli Stati Uniti, la Spagna e Israele si affrettano a riconoscere il nuovo Presidente, che dichiara subito di uscire dall’OPEC, elimina gli accordi con Cuba, e annulla la nuova Costituzione. Il tutto con il pieno sostegno dell’apparato mediatico. Nei tre giorni seguenti, mentre Chávez era tenuto in detenzione, si conta che quasi sei milioni di persone siano scese in strada per difendere la rivoluzione bolivariana, sfidando i cecchini, l’esercito, e tutto l’apparato a sostegno del nuovo governo. Solo grazie a questa straordinaria mobilitazione il colpo di stato è fallito. > Allora oggi ci potremmo chiedere: che cosa è cambiato in Venezuela dal 2002 al > 2026? Perché il colpo di stato contro Chávez è stato difeso da milioni di > persone che sono scese in piazza con i propri corpi e nel 2026 le strade sono > rimaste più o meno calme dopo il sequestro di Maduro? Il fallito colpo di stato del 2002 ha reso Chávez molto più forte e stabile all’interno del Venezuela, e lo ha anche isolato sempre di più dal mondo occidentale, e dai governi latino americani filo-statunitensi. È qui che la politica di Chavez si fa più socialista e anti-imperialista, non solo nelle politiche ma anche nel linguaggio e nella simbologia. Sono gli anni delle alleanze con i governi progressisti latino americani, dell’ALBA, l’abbandono del Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Fino al momento emblematico in cui Chávez nel 2006 di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite definisce Bush «Mr. Danger». Come spiega il Prof. Alejandro Velasco, intervistato da CBC: «II chavismo ha sempre avuto al suo interno due correnti contrapposte e contraddittorie. La prima è una corrente autoritaria, che risale (…) a quella visione più aristocratica di Simón Bolívar. Secondo questa visione, il modo per trasformare gli Stati, rivoluzionare i governi e migliorare realmente il benessere delle nazioni latinoamericane era attraverso un governo forte ma illuminato. Ma, a causa delle tendenze e delle convinzioni di sinistra di Chávez e di altri membri del suo movimento, il chavismo ha anche mantenuto una componente molto partecipativa: molto più democratica, molto più orientata verso i settori popolari». E se da un lato c’è stata una tendenza ad accentrare potere nell’esecutivo, e intorno al grande carisma del Presidente, dall’altra si è sviluppata una vera e propria democrazia partecipativa multilivello con assemblee di quartiere, elezioni dirette comunali degli enti locali, e partecipazione diretta di lavoratori e lavoratrici nella gestione delle industrie espropriate, redistribuzione della ricchezza e politiche sociali per migliorare le condizioni di vita della popolazione più povera e marginalizzata. Tutto questo non può essere facilmente dismesso, Chavez è stato un catalizzatore per i governi e movimenti progressisti di tutto il continente americano e non solo». IL PASSAGGIO DI POTERE, LA CRISI ECONOMICA E LE SANZIONI USA Chávez muore a marzo del 2013, a un anno dalla sua quarta elezione, lascia in carica il vicepresidente Maduro, già Ministro degli Esteri per sei anni. Maduro non ha il carisma di Chavez e nel 2015, con il crollo del prezzo del petrolio, si trova a gestire una delle più gravi crisi economiche per il Paese. L’economia venezuelana si mostra in tutta la sua fragilità ed estrema dipendenza dalla fonte fossile. Il reddito pro capite crolla sotto gli 8.000 dollari, in cinque anni l’economia si contrae del 30%, le politiche sociali vengono tagliate, e l’inflazione è fuori controllo, arrivando a picchi del 700%. Le nuove sanzioni statunitensi peggiorano enormemente la situazione. Infatti durante la sua prima presidenza, Trump impedisce l’accesso ai mercati finanziari statunitensi per qualsiasi titolo legato al Venezuela e alla sua compagnia petrolifera nazionale, rendendo sempre più difficile il rifinanziamento del debito pubblico venezuelano, e di fatto azzerando il valore dei titoli venezuelani. Questo ha avuto un impatto drammatico sulla popolazione venezuelana: il sistema sanitario finanziato con la rendita petrolifera collassa, l’importazione di cibo diminuisce quasi dell’80% nel 2018, le infrastrutture di base, come quelle dell’acqua, sono lasciate all’abbandono. > In uno studio pubblicato nell’agosto del 2025 su The Lancet si stima che le > sanzioni unilaterali statunitensi abbiano un impatto drammatico tanto quanto > quello di una guerra, provando una correlazione diretta tra innalzamento della > mortalità e sanzioni. A questo il governo Maduro ha risposto con un vero e proprio piano di austerità, accentrando il potere, aumentando la repressione, e costruendo intorno a sé una nuovo gruppo di potere che gode di benefici impensabili per il resto della popolazione. Nel 2018 il Programma per la ripresa, la crescita e la prosperità economica ha di fatto «liquidato i salari e annullato le discussioni sulla contrattazione collettiva. Queste misure hanno favorito la trasformazione dei salari in bonus (…), senza mantenere le ferie pagate, le prestazioni sociali e altri benefici che i lavoratori ricevevano in precedenza come parte del loro reddito salariale» come spiega in un’ intervista il membro del Partito per il Socialismo e la Libertà. E di fronte all’iper-inflazione, l’economia venezuelana si dollarizza di fatto, perché tutti preferiscono dollari ai bolivares negli scambi quotidiani, peggiorando ancor di più la situazione della moneta. La repressione è ricaduta prima di tutto su chi a sinistra critica il governo per le sue scelte socio-economiche, persone attive nel processo della rivoluzione socialista bolivariana fino ad allora, e che lentamente hanno iniziato a lasciare il Paese per non finire in carcere. Come scrivono compagn_ della diaspora venezuelana del sindacato ADL cobas, il governo Maduro negli ultimi anni «ha represso, silenziato e incarcerato settori popolari, sindacalisti e sindacaliste, lavoratori e lavoratrici, attivisti e attiviste sociali che erano stati protagonisti del processo chavista e che oggi lottano semplicemente per salari dignitosi, servizi pubblici e diritti fondamentali». Il 2024 è sicuramente stato l’anno di svolta, dopo le elezioni non riconosciute come valide, e più di duemila persone arrestate, e migliaia ferite dalla polizia. > Le opposizioni di sinistra venezuelane oggi, però, sono silenziate sia > all’interno che all’esterno del Venezuela, dove sui media occidentali trovano > voce solo le opposizioni della destra neoliberale e filostatunitense. I numeri della diaspora sono enormi, otto milioni di persone sono emigrate fuori dal Paese in dieci anni, quasi un terzo della popolazione, che con le loro rimesse supportano il sistema economico. La popolazione venezuelana è divisa e una parte – lo abbiamo visto – ha accolto con favore o con indifferenza la fine del governo Maduro perché straziata dal costo della vita, dalle misure di austerità, dalla distruzione di ogni politica sociale, e dalla repressione. Continuano l_ sindacalist_ di ADL cobas «Se oggi una parte significativa della diaspora proveniente da settori popolari finisce per identificarsi politicamente con la destra, questo dato non può essere liquidato o stigmatizzato, ma deve interrogare seriamente le responsabilità del governo Maduro, che ha compromesso e delegittimato, nei fatti, il significato storicamente associato alla sinistra e al progressismo». La copertina è di Alex Lanz da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Dal colpo di stato contro Chávez al rapimento di Maduro: cosa è accaduto alla rivoluzione bolivariana proviene da DINAMOpress.
Venezuela, Delcy Rodriguez: “Se dovrò andare a Washington ci andrò in piedi e non strisciando”
La Presidente Delcy Rodriguez, intervenendo all’Assemblea Nazionale (Parlamento) ha riconfermato che il Venezuela manterrà le relazioni con Russia, Cina, Cuba. La Presidente ci ha tenuto a sottolineare, parlando alla opposizione, che il rilascio dei detenuti responsabili delle violenze del 2024 non deve essere interpretato come un segno di debolezza della Rivoluzione Bolivariana. “C’è chi crede che questo sia un segno di debolezza, date le circostanze che la Repubblica sta attraversando. Non ci si illuda. Abbiamo teso la mano. Il chavismo, quando ha dovuto correggere la rotta, lo ha fatto. Chiedo lo stesso all’opposizione, sia a coloro che sono più vicini all’estremismo che a coloro che sono più vicini alla democrazia.” La presidente ad interim ha anche presentato il disegno di legge per la riforma parziale della legge sugli idrocarburi organici, per integrare il modello di gestione del petrolio implementato con successo nell’ambito della legge anti-blocco, che ha consentito di raggiungere una produzione di 200.000 barili al giorno entro il 2025. https://www.youtube.com/watch?v=5MkJJXQFjio https://www.youtube.com/watch?v=rZ5YDZrlqeY Lorenzo Poli
Díaz-Canel: “Il popolo cubano non è antimperialista secondo le regole; è stato l’imperialismo a renderci antimperialisti”.
“Nell’ora più buia del mattino, mentre il suo nobile popolo dormiva, la sorella Repubblica Bolivariana del Venezuela è stata aggredita a tradimento”, ha ricordato venerdì scorso Miguel Díaz-Canel Bermúdez, Primo Segretario del Partito Comunista di Cuba e Presidente di Cuba, all’Anti-Imperialist Tribune. Con questa azione, ha affermato, si sono confermate la profezia di Bolívar sugli Stati Uniti e l’avvertimento di Che Guevara: non ci si può fidare “nemmeno un po’” dell’imperialismo. Ha raccontato nei dettagli la codardia dell’attacco, che è stato accolto con bombe e un tentativo di sequestro in risposta alla disponibilità del presidente venezuelano a dialogare. Ha poi sottolineato il giuramento che ha definito la risposta cubana: la dichiarazione del Primo Colonnello Humberto Alfonso Roca, capo della sicurezza, che aveva dichiarato: “Solo con il mio cadavere potranno prendere o assassinare il Presidente”. “I resti sacri dei nostri 32 compatrioti sono tornati ieri in Patria”, ha proseguito Díaz-Canel, “come eterni soldati dell’integrazione che ci dobbiamo”. Con queste parole, ha elevato coloro che sono caduti in un atto di difesa a simbolo dell’unità continentale. Rivolgendosi a coloro che riducono l’alleanza tra Cuba e Venezuela a una mera transazione, è stato categorico: “Prima di tutto, cubani e venezuelani sono fratelli”. La parte più incisiva del suo discorso ha affrontato le minacce attuali. Citando recenti dichiarazioni di alti funzionari statunitensi che hanno parlato di “entrare e distruggere il posto”, il Presidente le ha definite “grottesche” e un “incitamento al massacro”. In risposta, ha invocato la filosofia della resistenza cubana: “Il popolo cubano non è antimperialista per definizione. L’imperialismo ci ha resi antimperialisti”. E ha ricordato la definizione di Martí: il patriottismo è “l’odio invincibile per coloro che ci opprimono”. Ha fatto appello all’unità, che ha definito l’arma più potente, e si è rivolto ai giovani che stanno diffondendo le leggende della Rivoluzione. Il suo messaggio è stato una sfida diretta: “No, signori imperialisti, non abbiamo affatto paura di voi… Non ci piace essere minacciati, come ha detto Fidel. Non ci intimidirete”. > “Oggi ci sono 32 nuovi volti. 32 nuove storie che incarnano la definizione > insuperabile di Martí: ‘La patria è l’umanità'”, ha detto Díaz-Canel. Secondo il presidente, questi combattenti cubani non solo hanno difeso la sovranità del Venezuela, il presidente Nicolás Maduro e la vicepresidente Cilia Flores, ma hanno anche “difeso la dignità umana, la pace e l’onore di Cuba e della nostra America”. Li ha descritti come “la spada e lo scudo dei nostri popoli contro l’avanzata del fascismo”, rendendoli un simbolo del fatto che “nessuna nazione è insignificante quando la sua dignità rimane salda”. Il discorso del presidente si è concentrato sull’omaggio alle famiglie dei caduti, abbracciando “madri, padri, mogli, figli, nipoti, fratelli, nonni, compagni d’armi e amici”. Ha citato Fidel Castro, ricordando le sue parole durante il lutto per i martiri di Barbados: “Il dolore non si condivide, il dolore si moltiplica; e quando un popolo forte e coraggioso piange, l’ingiustizia trema”. Questo sentimento, ha osservato, è stato catturato dal cantautore Silvio Rodríguez, che ha messo in musica l’idea che “l’ingiustizia trema quando piange il valoroso popolo di Fidel”. Il presidente ha sottolineato la natura pacifista di Cuba. “Cuba non minaccia né sfida. Cuba è una terra di pace”, ha dichiarato, ricordando che fu all’Avana dodici anni fa, durante il Secondo Vertice della CELAC, che l’America Latina e i Caraibi furono proclamati Zona di Pace, un’iniziativa guidata da Cuba. Ha aggiunto che questo risultato è stato “brutalmente minato dal colpo di stato fascista in Venezuela”. Tuttavia, ha avvertito che questo “impegno per la pace non diminuisce in alcun modo la nostra disponibilità a combattere in difesa della sovranità e dell’integrità territoriale”. Il messaggio era chiaro e forte: se Cuba fosse attaccata, “combatteremmo con la stessa fedeltà che ci è stata tramandata da diverse generazioni di coraggiosi combattenti cubani”, tracciando una linea storica che va dalle guerre d’indipendenza del XIX secolo alla partecipazione ai conflitti in Africa e, ora, in Venezuela. > “Cuba non è tenuta a fare alcuna concessione politica, né questa sarà mai sul > tavolo dei negoziati per raggiungere un’intesa tra Cuba e gli Stati Uniti. È > importante che lo capiscano”, ha affermato. Díaz-Canel ha ribadito la sua volontà di dialogare e migliorare le relazioni bilaterali, ma a condizioni ben precise: “sempre a parità di condizioni e sulla base del rispetto reciproco”. Ha ricordato che questa è la posizione mantenuta “da oltre sei decenni” e che “la storia non cambierà ora”. Il discorso del presidente si è concluso con un avvertimento rivolto all'”impero che ci minaccia”: “Siamo milioni di cubani. Siamo un popolo pronto a combattere se attaccato, con la stessa unità e ferocia dei 32 cubani caduti il 3 gennaio”.   Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Solidarietà a Luciano Vasapollo, attaccato per il suo supporto alla Rivoluzione Bolivariana e alla causa palestinese
Luciano Vasapollo – professore (in pensione) di economia presso l’Università “La Sapienza” di Roma e dirigente di Rete dei Comunisti – è stato attaccato da Francesco Giubilei, scrittore, fondatore delle case editrici Historica e Giubilei Regnani Editore, collaboratore dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano dal 2022 al 2023, presidente dell’associazione “Nazione Futura” e della Fondazione Tatarella. L’articolo incriminato, pubblicato il 12.01.2026 su “Il Giornale” e intitolato “Lezione del cattivo maestro amico di Maduro: insulti alla venezuelana in festa per la libertà”, è un’accozzaglia di affermazioni volte a screditare Vasapollo e la Rivoluzione Bolivariana (tramite l’attacco al presidente Nicolás Maduro). L’attacco a Vasapollo, bersagliando il singolo, ha l’obiettivo di provare a intimidire anche gli altri professori e gli studenti, di restringere gli spazi di dibattito e agibilità politica nelle istituzioni scolastiche e nelle università nel quadro della crescente militarizzazione della società e rientra nel novero degli attacchi subiti da tantissimi esponenti della società civile, attivisti e solidali con il Venezuela Bolivariano e il popolo palestinese. Esprimiamo e promuoviamo solidarietà al professor Vasapollo e all’area politica facente capo alla Rete dei Comunisti. Dobbiamo sempre di più promuovere la solidarietà e la lotta per la giustizia sociale contro la repressione uno strumento per alimentare la mobilitazione in opposizione al governo Meloni, sostenitore dei reazionari venezuelani, serva di Trump e complice della pulizia etnica in corso in Palestina perpetrata dall’Entità sionista. Redazione Italia
Cuba, Miguel Diaz Chanel proclama lutto nazionale per i 32 militari cubani morti in Venezuela
In virtù di quanto disposto dagli articoli 125 della Costituzione della Repubblica di Cuba e 24, comma x), della Legge 136 “Sul Presidente e il Vicepresidente della Repubblica di Cuba”, del 28 ottobre 2020, il Presidente della Repubblica di Cuba Miguel Diáz-Canel Bermúdez ha proclamato due giorni di lutto nazionale – dalle ore 6:00 del mattino del 5 gennaio fino alle ore 24:00 del 6 gennaio 2026 – in memoria dei 32 militari cubani morti durante l’attacco/aggressione USA guidata da Donald Trump nella capitale venezuelana Caracas, il 3 gennaio 2026. Nel proclamare il Decreto Presidenziale 1147 per il lutto nazionale, Diaz Chanel ha dichiarato: “Con profondo dolore il nostro popolo ha appreso che durante il criminale attacco perpetrato dal governo degli Stati Uniti contro la sorella Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuto nelle prime ore del mattino del 3 gennaio 2026, hanno perso la vita in azioni di combattimento 32 cubani, che stavano compiendo missioni in rappresentanza delle Forze Armate Rivoluzionarie e del Ministero dell’Interno, su richiesta degli organi omologhi di quel Paese. I nostri compatrioti hanno compiuto con dignità il loro dovere e sono caduti, dopo una strenua resistenza, in combattimento diretto contro gli aggressori o a seguito dei bombardamenti alle strutture, e hanno saputo esaltare, con il loro eroico comportamento, il sentimento di solidarietà di milioni di compatrioti.” Vittime di un nuovo atto criminale di aggressione e terrorismo di Stato, i combattenti hanno saputo suscitare con il loro eroico comportamento il sentimento di solidarietà di milioni di compatrioti. I 32 hanno sacrificato la propria vita in difesa della giustizia, della democrazia e della sovranità di un Paese fratello, della Rivoluzione Bolivariana e del suo legittimo Presidente costituzionale Nicolás Maduro. Come ha scritto lo scrittore e intellettuale cubano Raúl Capote: “Per coloro che parlano senza sapere, gli uomini e le donne, cubani e venezuelani che proteggevano Maduro, hanno combattuto per due ore e mezza contro forze superiori, dalle 2:25 alle 4:30 circa, anche se c’è ancora molta nebbia di guerra. Hanno resistito all’attacco di droni ed elicotteri, circa 150 velivoli yankee hanno partecipato all’operazione, sono stati attaccati con bombe e missili, hanno danneggiato un elicottero nemico e causato perdite agli aggressori, lo stesso Trump ha riconosciuto che ci sono stati feriti (sicuramente anche morti, anche se non posso esserne certo). I nostri compagni hanno combattuto con coraggio, poco a poco si saprà la verità, anche se loro, con le loro vite, hanno dato prova della grandezza della loro azione.”   A esprimere il proprio cordoglio, anche l’Associazione Nazionale d’Amicizia Italia-Cuba: “L’associazione di Amicizia Italia-Cuba  esprime tutta la sua profonda gratitudine e riconoscenza a queste vittime dell’imperialismo e si associa al dolore del governo rivoluzionario e del popolo cubano per la perdita dei suoi figli. Ci associamo al lutto nazionale decretato dal Presidente della Repubblica di Cuba Miguel Diáz-Canel Bermúdez per i giorni 5 e 6 gennaio. Ribadiamo l’appoggio incondizionato alla Rivoluzione cubana, al suo governo e a tutta la sua popolazione che sta affrontando un’ulteriore prova di resistenza contro le devastanti mire egemoniche dell’impero. Hasta la victoria siempre!” Cuba rende omaggio ai 32 militari cubani caduti in Venezuela durante l’aggressione e rapimento del Presidente Maduro. Diaz Canel, Presidente di Cuba, e Delcy Rodriguez, Presidente vicaria del Venezuela, hanno tenuto cerimonie in onore dei 32 militari cubani e di tutti i militari caduti a seguito dell’aggressione del regime fascista di Trump. https://italiacuba.it/2026/01/05/miguel-diaz-canel-bermudez-presidente-della-repubblica/ Lorenzo Poli
Chavez portò la democrazia in Venezuela, non Trump
Dopo l’attacco militare criminale USA a Caracas, il sequestro illegale e assurdo del Presidente costituzionale e legittimo del Venezuela Nicolas Maduro Moros, in molti – tra la destra internazionale e il senso comune reazionario in Europa – hanno gioito per questi avvenimenti, assistendo inermi ai video trasmessi in tv e normalizzandoli come se fosse giusto e lecito che un Paese straniero si possa arrogare il diritto di invadere/attaccare un altro Paese per i suoi beceri interessi geopolitici ed economici, violandone la sovranità nazionale. Hanno gioito perchè Nicolás Maduro è “un narcotrafficante” e un “dittatore sanguinario” e l’attacco USA del 3 gennaio sarebbe uno “spiraglio di cambiamento positivo per il Venezuela”, un atto di “esportazione della democrazia”, o facilitazione alla “transizione democratica”. Questo è tutto ciò che la propaganda bellica nordamericana ha voluto far credere: tutti presupposti che la falsa narrazione USA ha voluto instillare nelle nostre menti, manipolandole. Nulla di più distante e assurdo, si tratta di falsi sillogismi che mascherano ben altro. D’altronde è anche solo minimamente immaginabili che uno come Donald Trump – autoritario sovranista che del concetto di “democrazia” se ne fotte altamente – possa esportare democrazia nel mondo. Trump sta esportando, come tutti i suoi predecessori, guerra, imperialismo, morte e regime change in perfetto stile americano. Trump sta solamente rimettendo in atto la vecchia Dottrina Monroe, enunciata nel 1823 dal presidente James Monroe (al potere tra il 1817 e il 1825), che rivendica l’influenza statunitense nella regione occidentale e soprattutto americana, quindi anche fuori anche dai confini Usa, parlando dell’America Latina come il proprio “cortile di casa”. Dottrina fortemente e giustamente osteggiata dai governi progressisti, dai movimenti sociali e dalle popolazioni della regione latinoamericana e messa in pratica dagli USA per tutto il Novecento (i “gorilla” del Piano Condor) fino ai giorni nostri nei tentati golpe fascisti, golpe blandi e “rivoluzioni colorate” in Venezuela, Cuba, Nicaragua, Honduras, Brasile, Messico, Panama, Paraguay e molti altri casi. Qui ci si dimentica della storia del Venezuela, ci si dimentica che la vera transizione democratica in Venezuela è già avvenuta: si chiama Rivoluzione Bolivariana, l’inaugurazione di una democrazia socialista di base. E’ dal 1830 che il Venezuela – dopo dieci lunghi anni di guerra per l’indipendenza dalla corona spagnola guidata dal grande Simón Bolívar – vedeva l’alternarsi di conservatori e di liberali federalisti si alternarono al potere con colpi di stato armati fino al 1908, quando Juan Vicente Gómez istaurò una dittatura che durò 27 anni. La stabilità politica e la scoperta di giacimenti petroliferi nel 1922 portarono investimenti esteri e ricchezza che però non raggiunsero le campagne, che rimasero in condizione di povertà assoluta. Alla sua morte, si succedettero presidenti conservatori e liberali fino al 1948, anno in cui una giunta militare filo-conservatrice prese il potere. Dal 1952, sotto la dittatura di Marcos Pérez Jiménez, venne fortemente incoraggiata l’immigrazione europea, soprattutto spagnola e italiana, l’economia è fiorente solo per pochi, le disuguaglianze aumentano e la società subisce una pesante repressione politica. Il 1958 ha segnato la svolta politica del Venezuela, l’opposizione di sinistra alla dittatura con l’aiuto delle frange militari progressiste, organizzò una rivolta che costrinse Jimenez all’esilio e dopo un breve periodo di transizione si tennero le elezioni che vedono vincitore il leader socialdemocratico Rómulo Betancourt. Sempre nel 1958 si ha la firma del Patto di Punto Fijo tra due partiti politici – Acción Democratica (Azione Democratica) e COPEI (Cristiano-Democratici), segna l’inizio di quella che viene chiamata democrazia puntofijista, ovvero un bipartitismo centrodestra-centrosinistra che avrebbe dovuto consentire la stabilità democratica del Paese, ma che in realtà ha garantito politiche repressive e il servilismo agli USA. In quel sistema, la partecipazione popolare era ridotta a un voto ogni quattro anni, e persino quel voto era manipolato da una macchina clientelare e mediatica che impediva qualsiasi alternativa reale. Non c’era spazio per il dissenso, per la pluralità sociale, per le culture subalterne. La democrazia era una facciata dietro cui si nascondeva un regime oligarchico, sostenuto da Washington e dagli interessi petroliferi internazionali. Il Patto di Punto Fijo non de facto era un “patto per la democrazia”, ma un patto contro la democrazia reale: un accordo tra élite per garantirsi la spartizione del potere, mentre il popolo – soprattutto i poveri, gli indigeni, i contadini, i lavoratori informali – restava fuori dal gioco. Tra il 1968 e il 1978 il Venezuela vive un vero e proprio boom economico ed diventa il Paese più ricco dell’America Latina, ma la forte corruzione e le politiche clientelari comuni ai vari governi non permetterà un’equa distribuzione della ricchezza del Paese. Nel 1975, il governo di Carlos Andrés Perez opta per la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, anche per sfruttare l’aumento dei prezzi del petrolio in seguito alla crisi del 1973, e il Paese si trasforma a tutti gli effetti in un petrostato. Perez approfitta del boom economico per attuare un ambizioso e costoso programma di spesa sociale, senza pensare che la crescita economica dipendeva esclusivamente dalla domanda di un bene, il petrolio, che poteva crollare da un momento all’altro. Questo è proprio ciò che succede negli anni Ottanta quando, a causa della troppa offerta, il prezzo del petrolio crolla e così l’economia venezuelana dipendente al 96% dall’esportazione di greggio. Il Bolívar passa da essere una delle valute più stabili del mondo a subire una fortissima svalutazione che segna l’inizio di un decennio nero caratterizzato da successive svalutazioni e controlli monetari. La crisi economica paralizza il paese e blocca lo stato sociale, causando proteste tra la popolazione. Nel 1989, per uscire dalla disastrosa situazione il Venezuela decide di accettare la proposta del Fondo Monetario Internazionale, attuare una profonda riforma fiscale in cambio di aiuti economici. La riforma imposta dal FMI, che prevedeva riduzioni tariffarie, aumenti delle tasse, tagli alla spesa pubblica, ignora i problemi alla base dei problemi economici venezuelani, la forte corruzione e il farraginoso clientelismo. Come documenta José Sant Roz nel suo fondamentale ‘4-F: La rebelión del Sur’, il Venezuela pre-Chávez era un esempio perfetto di quella che Roberto Mangabeira Unger – filosofo e politico brasiliano – definirebbe una “democrazia truccata”: la democrazia puntofijista, che inaugura la Quarta Repubblica, è un sistema che, pur mantenendo le apparenze formali della democrazia (elezioni, divisione tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario) introdotte con la Costituzione Venezuelana del 1961 –  funzionava in realtà come un meccanismo autoritario di esclusione sociale, concentrazione del potere, marginalizzazione, di sperimentazione di politiche neoliberiste di rapina e depredazione del territorio e della popolazione venezuelane, oltre che di dipendenza dagli Stati Uniti. Fu in questo clima che il 27 e il 28 febbraio 1989, Caracas viene travolta da cittadini che protestano contro il pacchetto di aiuti del FMI. Le proteste diventano quella che passerà alla storia come la rivolta popolare del “Caracazo”, repressa violentemente dall’esercito, nei cui scontri muoiono quasi 400 persone. Nel Paese ha inizio un momento di caos e instabilità. proprio in questo periodo nascono movimento popolari di opposizione, anche quelli interni all’esercito nella frangia dei militari progressisti. Tra questi diventerà famoso quello guidato dal tenente colonnello Hugo Rafael Chávez Frias, il Movimento Rivoluzionario Bolivariano-200 (MBR-200). A cavallo tra gli anni Ottanta e gli anni 90, una serie di grandi rivolte popolari, attuate tra gli altri da Chavez che viene imprigionato, punta a porre fine alla falsa democrazia basata su un bipolarismo stagnante senza successo. Il governo di Perez sospende le libertà costituzionali ma, ormai delegittimato e corrotto, fallisce e decreta anche la fine del sistema politico che era stato inaugurato nel 1958 con il Patto di Punto Fijo. Nel 1994 Rafael Caldera, capo di una nuova coalizione, assunse la presidenza. Il suo governo non fu caratterizzato da grandi cambiamenti di rotta rispetto al passato, ma riabilitò politicamente Hugo Chavez. Nel frattempo, a più di un decennio dall’inizio della crisi economica il numero di venezuelani in stato di povertà era aumentato soprattutto nelle aree metropolitane. Proprio rivolgendosi alle classi più svantaggiate, Chavez aumenta il suo consenso popolare. Dopo la sollevazione civico-militare del 4 febbraio 1992 e i successivi sviluppi degli anni a venire, con la vittoria alle elezioni presidenziali del 6 dicembre 1998 e il successivo insediamento alla presidenza del 2 febbraio 1999, si inaugura la lunga e importante vicenda politica, sociale e istituzionale, con Hugo Chávez, della trasformazione del Venezuela in senso rivoluzionario: la Quinta Repubblica con la Rivoluzione Bolivariana, oltre alla redazione della bellissima Costituzione Bolivariana del Venezuela del 2000 (tra le più innovative al mondo scritta in linguaggio di genere, riferendosi ai cittadini e alle cittadine). Si trattava non solo di superare il sistema bloccato del “Patto di Punto Fijo”, che aveva caratterizzato la stagione storica e politica precedente, quella del Venezuela della Quarta Repubblica, ma anche e finalmente di dare una risposta ai problemi irrisolti del Paese e garantire partecipazione, inclusione e giustizia sociale per le masse popolari venezuelane. Di conseguenza, non si trattava solo di definire un nuovo modello di Costituzione e di Stato, nella forma di una Repubblica Bolivariana, all’insegna della parola d’ordine dell’istituzione di una Quinta Repubblica, ma anche di impostare una strategia per garantire i diritti economici e sociali della popolazione. Nei primi 15 anni di governo, Chavez ha dimezzato la disoccupazione, il reddito pro capite è raddoppiato, la povertà e la mortalità infantile sono diminuite sensibilmente, l’istruzione migliora notevolmente e le riforme vengono finanziate dagli alti prezzi del petrolio tra il 2003 e il 2010. A ciò bisogna aggiungere gli immensi programmi di edilizia popolare, i programmi sociali, le politiche ambientali, il coinvolgimento delle popolazioni indigene nella governance sulle terre da loro popolare, la lotta al narcotraffico in stretta collaborazione con l’ONU (a differenza di quanto vogliono sostenere Trump, gli USA e l’Europa) e la lotta al latifondo mediatico. Da non dimenticare è la “diplomazia bolivariana di pace” volta al dialogo con tutti gli attori internazionali. Il Venezuela ha cioè fatto proprio il principio, già esplicato da Josè Martì e Simon Bolivàr, dell’«equilibrio del mondo» e l’orientamento a un rinnovato multilateralismo e a un inedito mondo multipolare: principi in diretta opposizione ai concetti di ingerenza e influenza su altre nazioni sovrani. E così, con diverse problematiche e nuove difficoltà ha proseguito il suo degno successore, il “Presidente Pueblo” Nicolas Maduro Moros. La Rivoluzione Bolivariana è un progetto di trasformazione sociale e politica di ispirazione bolivariana, patriottica, umanista, pacifista, antiimperialista, socialista e femminista le cui linee guida si possono leggere nel Libro Rojo, nel Libro Azul e nel Libro Violeta. Dall’inizio della Rivoluzione Bolivariana, le elezioni in Venezuela hanno avuto la funzione di far crescere la coscienza politica delle masse per accrescere la “democrazia partecipata e protagonista”, come viene denominata, e la ricerca costante della dialettica conflitto-consenso, cifra caratteristica del socialismo del XXI secolo. A differenza delle rivoluzioni novecentesche volte a mettere fuori legge la borghesia, la Rivoluzione Bolivariana fonda il suo processo attraverso tornate elettorali, convivendo con la borghesia e scommettendo di toglierle terreno, depotenziando da dentro lo Stato borghese e cercando di conquistare più consensi verso il progressismo sociale. Questo però lascia libera azione alla “coercizione rivoluzionaria” da parte dell’oligarchia in Venezuela che, dopo le guarimbas e i sabotaggi ad opera dell’estrema destra (guidata da Machado, Lopez e Capriles) e gli innumerevoli tentati golpe e incursioni mercenaria USA, e il tentativo di manipolare le elezioni presidenziali del 2024 non possiamo dire che non sia attiva. Il principio guida (il «sogno di Bolívar») è il disegno dell’integrazione e della cooperazione reciproca e solidale a partire dalla “Patria Grande” latino-americana: l’Unione delle nazioni sudamericane (Unasur), la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC), l’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America (ALBA, ispirata da Fidel Castro e Hugo Chávez e della quale ricorrono, quest’anno, i venti anni dalla sua istituzione nel 2004), la Banca del Sud, TeleSur, PetroCaribe ed altri. Non è certo un processo esente da contraddizioni o privo di battute d’arresto; ma per la prima volta ha risposto a bisogni di giustizia, inclusione e autodeterminazione. I tre elementi chiave del proceso bolivariano sarebbero dunque stati, e tuttora sono: la nazionalizzazione delle risorse fondamentali, a partire dal petrolio; il superamento della dipendenza economica del Venezuela dal petrolio; l’utilizzo delle risorse così liberate per finanziare e sostenere programmi di inclusione sociale; l’avvio di un nuovo modello politico fondato sulla cosiddetta, originale, «democrazia partecipativa e protagonistica». Questo è ciò che infastidisce di più gli USA (e soprattutto Trump) ed ecco perchè per loro è importante riprendere la Dottrina Monroe: far fuori il suo legittimo governo socialista e impossessarsi del Venezuela per rompere le relazioni che il Venezuela ha creato in America Latina in nome del socialismo e del multipolarismo Lorenzo Poli
Delcy Rodriguez presidente ad interim, la Rivoluzione bolivariana resiste
Il Venezuela, il giorno dopo il rapimento del suo legittimo presidente eletto, Nicolàs Maduro, prova ad andare avanti come un ordine democratico e costituzionale deve fare. La Corte Suprema di Giustizia, riunita d’urgenza, ha ordinato alla vicepresidente esecutiva Delcy Rodríguez di assumere ed esercitare “in qualità di incaricata” i poteri, […] L'articolo Delcy Rodriguez presidente ad interim, la Rivoluzione bolivariana resiste su Contropiano.
Segretario Esecutivo dell’ALBA Rander Peña: “Il Venezuela sostiene la pace per tutta l’America Latina”
Al termine della conferenza stampa settimanale del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), abbiamo avuto l’opportunità di conversare con Rander Peña, Segretario Esecutivo dell’ALBA, e anche incaricato di dirigere l’organizzazione dell’Internazionale Antifascista, che sta riunendo di nuovo a Caracas delegati provenienti da tutto il mondo. Lei sta svolgendo il ruolo di Segretario Esecutivo dell’ALBA, l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America, fondata da Cuba e Venezuela, che sta perdendo forza dopo il ritorno a destra di alcuni paesi membri: un compito assai complesso in questo momento, di fronte alla minaccia imperialista nei Caraibi. Come vede dal suo punto di osservazione ciò che sta accadendo nella Patria Grande, ma anche a livello mondiale? L’America Latina è minacciata da poteri suprematisti che cercano di imporre i propri interessi con la forza. L’America Latina ha però deciso da tempo di intraprendere il cammino della sovranità, dell’indipendenza, dell’autodeterminazione dei popoli e di proteggere la pace al di sopra di ogni cosa. Nel 2014, al vertice de L’Avana, dove si riunirono i paesi della CELAC, una delle grandi decisioni che furono prese lì, e che rimarrà registrata per la storia, è dichiarare l’America Latina come una zona di pace: e questo è un bene prezioso che abbiamo difeso in quel momento, che difendiamo ora e difenderemo sempre in qualsiasi circostanza. Se c’è qualcosa che il Venezuela ha fatto in tutto questo tempo, in cui vediamo una minaccia reale, provocazioni reali per generare un “cambio di regime”, non è sostenere se stesso. Il Venezuela non sostiene se stesso. Il Venezuela sostiene la pace intera di tutta l’America Latina. Una situazione indesiderabile per il Venezuela, avrà un impatto su tutta la regione. Fortunatamente, la maggior parte dei paesi della regione lo capisce, ed è per questo che hanno contribuito, attraverso le loro azioni e dichiarazioni, a proteggere quella pace che tanto vogliamo e a cui tanto aneliamo. L’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America [ALBA] è stata in prima linea in ognuno di questi scenari, attraverso dichiarazioni, azioni, attraverso vertici straordinari che abbiamo realizzato, ognuno dei presidenti che fanno parte dell’Alleanza, i primi ministri dei Caraibi Orientali. Insomma, in questa fase stiamo difendendo il nostro diritto a vivere in pace, il nostro diritto al futuro, ed è qualcosa che continueremo a fare con tutta la forza indomita di questo popolo latinoamericano, ma specialmente quando parliamo del Venezuela, parliamo anche del popolo bolivariano, che è già una responsabilità storica che abbiamo noi figli e figlie di Bolívar. E questo carico storico ci dà una responsabilità, una altissima responsabilità, e in nome di Bolívar continueremo a difendere la nostra autodeterminazione, la nostra indipendenza e la pace che abbiamo conquistato. Da alcuni paesi dei Caraibi, che sono passati a destra, ma anche quelli in cui governa una falsa sinistra, parliamo ad esempio della Guyana, arriva un attacco anche alla Caricom, un attacco all’integrazione latinoamericana, ma anche una concreta minaccia militare. Come stanno rispondendo gli altri paesi? E cosa sta facendo lei come Segretario esecutivo dell’Alba? Gli Stati uniti adotteranno sempre stratagemmi per strumentalizzare alcuni governi che hanno deciso di non curarsi dei loro popoli, ma di difendere gli interessi degli Stati Uniti. Questo accade con alcuni governi, non solo dei Caraibi, ma dell’America Latina. Sono presidenti che sono arrivati al potere politico con una chiara intenzione, un chiaro obiettivo, che è quello di poter beneficiare gli interessi degli Stati Uniti in ciascuno di questi paesi. Noi, di fronte a ciò, confidiamo nella saggezza di ognuno dei popoli dell’America Latina. Se c’è qualcosa che hanno dimostrato lungo tutta questa storia è che sono popoli con una profonda vocazione di difesa della sovranità, dell’indipendenza, dell’autodeterminazione. Prima o poi, i fiumi torneranno al loro corso e quei governi che hanno deciso di sottomettersi agli interessi imperialisti, la storia li espellerà dalle sue pagine. E lì non rimarrà che un pessimo ricordo di quei governi che hanno ceduto o hanno preteso di cedere i loro paesi a interessi stranieri. I popoli dell’America Latina, dei Caraibi, ricorderanno, invece, i presidenti che hanno saputo proteggere gli interessi del loro popolo. Nessuno, assolutamente nessuno parlerà dei leader di estrema destra nella regione. Ma sono sicuro che passeranno 300, 400, 500 anni e tutti parleranno di Hugo Chávez, di Fidel Castro, dei nostri dirigenti e delle nostre dirigenti: di Nicolás Maduro, di Raúl Castro, di Daniel Ortega. Insomma, questa è la storia. Ognuno decide come vivere la propria vita. Noi abbiamo deciso di viverla in coerenza con il desiderio, con l’anelito dei nostri popoli e lo stiamo facendo. Difendiamo a ogni costo gli interessi del popolo venezuelano. Per questo siamo tanto attaccati dall’imperialismo nordamericano. Perché se Nicolás Maduro si fosse arreso agli interessi imperiali, avrebbe sicuramente un tappeto rosso a Washington, ma il popolo in questo momento starebbe soffrendo. Abbiamo deciso di unire la nostra sorte a quella del nostro popolo, all’interesse del nostro popolo, all’anelito del nostro popolo, al desiderio del nostro popolo e lo stiamo facendo. Come quadro politico socialista, come vede questo piano di Trump, che non riguarda solo la Patria Grande, ma una ricerca di nuova egemonia da parte di un imperialismo che è in una crisi di modello conclamata? Come vede il futuro dell’Alba e quali sono le contromisure a livello generale che il Venezuela può mettere in campo? Vediamo chiaramente quali siano gli interessi imperialisti, che cercano sempre di fare, commettere o intraprendere azioni atte a raggiungere i loro obiettivi. In America Latina agiscono due dottrine antagoniste tra loro, che hanno combattuto storicamente e che combattono anche ora, la dottrina bolivariana e la dottrina monroista. Il nuovo monroismo intende l’America Latina come un territorio che deve essere disarticolato per far sì che l’imperialismo nordamericano possa realizzare i suoi desideri e interessi nella regione. Il bolivarianismo propone tutto il contrario. Intende che l’America Latina debba essere unita, rafforzata. Crediamo nell’unione latinoamericana come principio fondamentale per poter raggiungere gli obiettivi e i grandi aneliti dei popoli dell’America Latina, dei Caraibi. E questi scontri fanno sì che ci siano posizioni inconciliabili tra l’imperialismo nordamericano e i desideri e le aspirazioni del popolo latinoamericano. Quell’anelito continuerà, con loro là con i soliti piani di aggressione, noi qui con la nostra agenda: un’agenda di pace, di sovranità, di autodeterminazione, un’agenda di pace con giustizia sociale. Loro, invece, intendono la pace attraverso la forza, lo hanno dichiarato, e agiscono in questo senso, e sembrano sentirsi orgogliosi di usare il termine pace attraverso l’uso della forza. Noi no, noi crediamo nella pace attraverso la giustizia sociale, attraverso l’incontro con l’altro, nella pace, accompagnata sempre dalla felicità, utilizzando la massima bolivariana della ricerca della maggiore somma di felicità possibile per tutti e tutte. Lei ha organizzato l’Internazionale Antifascista. Una proposta di estrema attualità per il mondo. Che bilancio fa fino ad oggi e come proseguirà questa proposta? L’Internazionale Antifascista è un potente movimento che si è formato in tutto il mondo. Più di 77 paesi stanno formando l’Internazionale Antifascista con diversi capitoli, con un chiaro messaggio, che è condannare quello che sta cercando di essere la rinascita di nuove forme del fascismo, e neofascismo come si definisce. E i neofascisti stanno usando diversi strumenti, ma per fare ciò che hanno sempre fatto in passato: sterminare l’avversario, uccidere l’altro, fare i propri comodi attraverso l’odio e la violenza. Noi non possiamo permettere la rinascita di cose maligne per l’umanità. Se c’è qualcosa in cui crediamo e di cui siamo convinti, è che dobbiamo mettere a disposizione tutto ciò che abbiamo per difendere l’esistenza stessa dell’umanità. Ed è quello che stiamo facendo. L’Internazionale Antifascista, se ha uno scopo, è impedire che il neofascismo possa avanzare, perché l’avanzare del neofascismo è il regresso dell’umanità. Ed è quello che noi ci proponiamo e che stiamo facendo: impediamo che il neofascista avanzi, perché il neofascismo fa regredire l’umanità, e può arrivare fino allo sterminio completo di un’intera civiltà, come vediamo con il genocidio in Palestina. Quello che vediamo in Palestina fa parte di quelle azioni sioniste, neofasciste, che riuniscono il peggio che ci possa essere, o i peggiori orrori dell’umanità e tentano di applicarlo. Questo è per noi inammissibile. Per questo, se c’è qualcosa di molto attuale, oggi, è l’Internazionale Antifascista. Fonte Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Cartel de los Soles, la menzogna del “narco-Stato” come giustificazione di guerra contro il Venezuela
Spesso come argomentazione per sostenere che la Rivoluzione Bolivariana è una “dittatura criminale”, si afferma che il Venezuela sia un “narco-Stato” che inonda gli Stati Uniti di cocaina. Notizia veicolata sia dalla propaganda neocoloniale occidentale (USA ed europea) e spesso cavalcata dalle destre venezuelane in funzione anti-chavista, come successo nelle elezioni presidenziali del 28 luglio 2024. Tutto nacque quando il Comandante Hugo Chavez, notoriamente astemio, rivelò nel 2008 di masticare abitualmente pasta di foglie di coca, una sorta di chewgum tradizionale ed artigianale tipica dell’America Latina che – chiunque voglia tenersi lontano da pregiudizi e stereotipi razzisti e colonialisti – sa essere una delle tante usanze quotidiane delle popolazioni nuestramericane.  Durante un discorso lungo quattro ore dinnanzi all’Assemblea Nazionale, Chavez affermò: «Mastico coca ogni giorno, al mattino (…) e guardate come sto. (…) Ve la consiglio» – mostrando i bicipiti agli interlocutori e dichiarando chiaramente che come Fidel Castro gli inviava «il gelato Coppelia e molte altre cose» che gli arrivavano «regolarmente dall’Havana», così anche il presidente Boliviano Evo Morales lo omaggiava di «pasta di coca». Gli indigeni boliviani e peruviani masticano foglie di coca regolarmente, come stimolante, regolatore della pressione, per non sentire la fame e durante i rituali ancestrali del culto di Pachamama, essendo tutto questo consentito dalla legge. Spiegava a tal riguardo il Miami Herald – quotidiano statunitense pubblicato a Miami dal 1903 di proprietà della The McClatchy Company – che la “pasta di coca” è un prodotto semiraffinato, che determina assuefazione e che viene fumata come il basuco, ovvero il residuo dell’estrazione della cocaina base, di pessima qualità e altamente nocivo[3]. Eppure, a partire da folkloristiche dichiarazioni di analisti colombiani e venezuelani, per l’Occidente colonialista, razzista e ignorante questo era simbolo dell’avallo di Chavez alla cocaina, nonché la prova che il Venezuela Bolivariano fosse un “narco-Stato” e persino “un atto illegale da parte di un capo di stato”. Ne seguirono dichiarazioni schizofreniche da parte di personalità legate a Miami e alla destra venezuelana: «È un altro segnale che Chavez ha perso completamente il senso del limite» – ha commentato Anibal Romero, docente di scienze politiche all’università di Caracas, aggiungendo – «Dimostra che Chavez è fuori controllo». «Nel momento in cui afferma di consumare pasta di coca, ammette di consumare una sostanza che è illegale, tanto in Bolivia che in Venezuela» – affermò Hernan Maldonado, osservatore politico boliviano residente a Miami, aggiungendo – «Di più, si tratta di una vera e propria accusa a Morales di essere un narcotrafficante» per avergli invitato la pasta di coca. La realtà era molto diversa. I governi di Hugo Chavez si sono contraddistinti per la lotta al narcotraffico, sull’onda di quella che è stata la ferrea e intransigente lotta intrapresa ormai da decenni dal socialismo cubano contro la droga che periodicamente viene ribadita[4]. Basta recarsi in Venezuela per vedere con i propri occhi il lavoro anti-droga da parte della Polizia Bolivariana negli aeroporti. Più volte in passato agenti DEA e FBI hanno espresso ammirazione verso le rigorose politiche antidroga dei comunisti cubani. Il Venezuela chavista ha sempre seguito il modello anti-droga cubano inaugurato da Fidel Castro in persona attraverso cooperazione internazionale, controllo del territorio, repressione delle attività criminali. Il mito secondo cui il Venezuela è un “narco-Stato” fu sfatato dall’Ufficio di Washington in America Latina (WOLA) – un think tank di Washington che generalmente sostiene le operazioni di regime-change degli Stati Uniti nella regione – nonché dalla FAIR, 15 y Ultimo, Misión Verdad, Venezuelanalysis e altri enti e siti di giornalismo investigativo. Maduro venne definito da Trump “il narcotrafficante più potente al mondo”, oltre ad essere accusato di armonizzare quello che sarebbe il Cartel de los Soles, un presunto super-cartello della droga che permetterebbe al governo venezuelano di arricchirsi. Secondo questa narrazione, il governo venezuelano avrebbe messo in atto un complotto per inondare gli Stati Uniti con “qualcosa come 200-250 tonnellate di cocaina”. Sebbene tale cifra appaia alta, è importante sapere che gli Stati Uniti sono il maggiore consumatore mondiale di cocaina; la Colombia è il maggiore produttore; e che il Venezuela non coltiva coca, non produce cocaina e, secondo le cifre del governo nordamericano, meno del 7% del totale della droga dal Sud America transita in Venezuela e che meno del 10% del traffico globale di cocaina attraversa il Paese[5], come mostrano le mappe sotto (la regione dei Caraibi orientali comprende la penisola di Guajira in Colombia). Queste mappe, prodotte rispettivamente da Drug Enforcement Agency e Comando Meridionale degli Stati Uniti, sollevano immediatamente dubbi sul perché il Venezuela sia il Paese preso di mira. Pino Arlacchi, già sottosegretario generale dell’ONU e direttore dell’UNDCCP (ufficio ONU per il controllo delle droghe e la prevenzione del crimine), ha affermato nel 2019: «La notizia dell’incriminazione del Presidente Maduro e di membri del suo governo per traffico di droga mi ha lasciato senza parole. Osservando la persecuzione contro il Venezuela ne ho viste tante, ma sinceramente non pensavo che l’associazione per delinquere al potere negli Stati Uniti si spingesse fino a questo punto. Dopo aver fatto una rapina da 5 miliardi di dollari delle risorse finanziarie del Venezuela depositate nelle banche di 15 paesi. Dopo aver messo in atto un blocco dell’intera economia del paese tramite sanzioni atroci, rivolte a colpire la popolazione civile per spingerla a ribellarsi (senza successo) contro il suo governo. E dopo un paio di falliti tentativi di colpo di stato, ecco la mossa finale, la calunnia più infamante. Il colpo è talmente fuori misura che non penso abbia conseguenze di rilievo. Né le Nazioni Unite, né l’Unione europea, né la maggioranza degli Stati del pianeta che lo scorso settembre hanno votato a favore dell’attuale esecutivo del Venezuela e del suo Presidente durante l’Assemblea generale dell’ONU, daranno il minimo peso a questo episodio di guerra asimmetrica. Non succederà nulla perché non esiste la minima prova a sostegno della calunnia secondo cui il Venezuela ha inondato gli Stati Uniti di cocaina negli ultimi anni. Sono rimasto interdetto anche perché mi occupo di anti-droga da una quarantina di anni, e non ho mai incontrato il Venezuela lungo la mia strada. Prima, durante e dopo il mio incarico di Direttore esecutivo dell’UNODC (1997-2002), il programma antidroga dell’ONU, non ho mai avuto occasione di visitare quella nazione perché il Venezuela è sempre stato al di fuori dei maggiori circuiti del traffico di cocaina tra la Colombia – il principale paese produttore – e gli USA, il principale consumatore. Non esiste se non nella fantasia malata di Trump e soci alcuna corrente di commercio illegale di narcotici tra Venezuela e Stati Uniti». Era lo stesso Arlacchi che invitava a consultare le due fonti più importanti sul tema: il World Drug Report 2019, ovvero l’ultimo rapporto UNODC sulle droghe[6]; e il National Drug Threat Assessment del dicembre 2019, documento della DEA, la polizia antidroga americana[7]. Secondo quest’ultimo, il 90% della cocaina introdotta negli USA proviene dalla Colombia, il 6% dal Peru e il resto da origini sconosciute. “Se in quel 4% rimanente ci fosse stato anche il profumo del Venezuela, esso non sarebbe passato inosservato. Ma è il rapporto ONU che fornisce il quadro più dettagliato, menzionando il Messico, il Guatemala e l’Ecuador come le sedi di transito della droga verso gli Stati Uniti. E l’assessment della DEA cita i celebri narcos messicani come i maggiori fornitori del mercato USA” – sottolineava Arlacchi. Nel 2020 il Dipartimento di Stato USA, durante l’Amministrazione Trump, stabilisce vergognosamente una taglia da 15 milioni di dollari sulla testa del Presidente costituzionale del Venezuela, Nicolas Maduro Moros, offrendola a chi avrebbe collaborato al suo arresto. Maduro viene accusato – dagli USA – di essere il capo di un «narco-Stato» che, in collaborazione con una fazione dissidente delle Farc colombiane, era responsabile di «inondare gli Stati Uniti di cocaina». Durante l’amministrazione “democratica” di Joe Biden, la taglia passa dai 15 ai 25 milioni. Nel 2020, lo stesso Arlacchi, intervistato da Ruggero Tantulli per IlPeriodista, affermava che le accuse di narcotraffico e di narcoterrorismo al Presidente Nicolas Maduro e al Venezuela Bolivariano erano “spazzatura politica”: «Sono accuse assurde. Mi occupo di droga da più di 40 anni, ho scritto un po’ di libri sul tema e sono stato ai vertici dell’antidroga mondiale. Non mi è mai capitato di dovermi occupare di Venezuela e non l’ho mai visitato quando ero all’Onu perché non ce n’era bisogno. Sono falsità clamorose: non c’è un solo rigo sul traffico di droga dal Venezuela agli Usa nei documenti americani e dell’Onu. Sono andato a rileggere tutti gli ultimi rapporti della Dea (Drug Enforcement Administration, ndr). L’ultimo è di tre mesi fa. La produzione e le rotte sono quelle classiche». Affermava Arlacchi: «La produzione mondiale di cocaina è, grosso modo, così ripartita: in Colombia il 70%, in Perù il 20% e in Bolivia il restante 10%. La mediazione per arrivare negli Stati Uniti, che sono il principale mercato di consumo del mondo, avviene attraverso i narcos messicani, ma questo lo sanno anche i bambini. Dal lato del Pacifico ma anche dei Caraibi. Una rotta più marginale, poi, passa per Ecuador e Guatemala, quindi per l’America centrale. Ma questi sono tutti dati conosciutissimi, infatti nessuno sta prendendo sul serio queste accuse, nemmeno chi è contro Maduro». Secondo Arlacchi si trattava dell’ennesimo tentativo di ingerenza e di colpo di stato: «E’ una guerra non convenzionale. Gli americani non possono più fare colpi di stato “alla vecchia maniera” con la Cia e i marines, anche perché Maduro ha un ottimo sistema di intelligence e protezione personale. Tentativi, comunque, ne sono stati fatti e ne vengono fatti, ma senza successo. Gli Usa non riescono a sottomettere il Venezuela anche perché con Guaidó hanno scelto una strategia totalmente sbagliata. Juan Guaidó è adesso totalmente isolato. Il blocco economico e finanziario non sta portando alla ribellione contro il governo. Scartata l’invasione militare, quindi, non resta che il character assassination, l’assassinio morale. Ma queste accuse sono un colpo a vuoto per qualunque osservatore obiettivo, un colpo che finirà per rafforzare l’idea che il Venezuela sia vittima di una aggressione da parte degli Stati Uniti». L’11 agosto 2024 l’ANSA pubblicava una notizia insolita: “Gli Stati Uniti stanno tenendo una serie di colloqui segreti per convincere il presidente venezuelano Nicolas Maduro a lasciare il potere in cambio della grazia. Lo riferiscono fonti informate al Wall Street Journal secondo le quali l’amministrazione Biden ha messo “tutto sul tavolo” per convincere il leader venezuelano ad andarsene prima della fine del suo mandato a gennaio. Maduro deve affrontare una serie di incriminazioni da parte del dipartimento di Giustizia americano e nel 2020 gli Usa hanno messo una ricompensa di 15 milioni di dollari per informazioni che potessero portare al suo arresto.”[1] Oltre a propagandare la bufala del “narco-Stato”, l’ANSA e i media mainstream atlantisti ed occidentali hanno diffuso l’idea che ci fosse in atto una trattativa tra USA e il governo bolivariano affinchè Maduro lasciasse la presidenza in cambio della cancellazione della taglia sulla sua testa. La notizia della presunta trattativa oltre ad essere falsa, era stata smentita anche dalla stessa Casa Bianca che ha definito “falsa” la notizia rilanciata, precedentemente, dal Wall Street Journal (WSJ)[2]. Lunedì 19 agosto 2024, è stato proprio il Dipartimento di Stato USA, nella figura del vice portavoce principale Vedant Patel, a smentire categoricamente la falsa notizia di una amnistia per Maduro e per altri alti funzionari venezuelani. Ancora una volta emergono le falsità e la guerra mediatica contro il Venezuela. Anche la Casa Bianca smentisce ma non rinuncia alla sua azione destabilizzatrice contro il Presidente Maduro e la Costituzione Bolivariana del Venezuela. Ad agosto 2025, gli Stati Uniti raddoppiano assurdamente – in contrasto con il diritto internazionale – la ricompensa offerta a chiunque fornisca informazioni utili all’arresto del presidente del Venezuela Nicolás Maduro e sul suo Ministro dell’Interno affinché possano essere processati per “traffico di droga e corruzione”. La taglia passa da 25 a 50 milioni di dollari. La decisione di raddoppiarla è stata annunciata dal procuratore generale Pam Bondi, alla quale il Ministro degli Esteri di Caracas Yvan Gil ha risposto definendo la scelta “patetica” e “propaganda politica”, usata dagli Stati Uniti per distrarre l’opinione pubblica dal caso Jeffrey Epstein. Il fine inoltre è incolpare il Venezuela Bolivariano dell’immissione negli Usa di cocaina tagliata con fentanyl. Dichiarazioni nuovamente assurde che nonr ispecchiano i dati ufficiali mondiali sul traffico di droga. Come afferma Arlacchi in un recente articolo su Il Fatto Quotidiano (ripubblicato da Pressenza Italia): “Il Rapporto Onu 2025, recentemente pubblicato, è di una chiarezza cristallina: solo una frazione marginale della produzione di droga colombiana passa attraverso il Venezuela nel suo cammino verso Usa ed Europa. Il Venezuela, secondo l’Onu, ha consolidato la sua posizione storica di territorio libero dalla coltivazione di foglia di coca, marijuana e simili, nonché dalla presenza di cartelli criminali internazionali. Il documento non fa altro che confermare i 30 rapporti annuali precedenti, che non parlano del narcotraffico venezuelano perché questo non esiste.” (Foto di Infografica da Limes narcotraffico Sud America) I dati sono chiari: solo il 5% della droga colombiana transita attraverso il Venezuela. Afferma Arlacchi: “Ben 2.370 tonnellate – dieci volte di più – vengono prodotte o commerciate dalla Colombia stessa, e 1.400 tonnellate passano dal Guatemala. Sì, avete letto bene: il Guatemala è un corridoio di droga sette volte più importante di quello che dovrebbe essere il temibile “narco-Stato” bolivariano. Ma nessuno ne parla perché il Guatemala è a secco dell’unica droga non naturale che interessa Trump: il petrolio. Il paese ne produce lo 0,01% del totale globale.” Anche il Rapporto Europeo sulle Droghe 2025 dell’Unione Europea, basato su dati reali e non su wishful thinking geopolitici, non cita neppure una volta il Venezuela come corridoio del traffico internazionale di droga, e ignora del tutto il Cartel de los Soles. Secondo il Rapporto Europeo, la cocaina è la seconda droga più usata nei 27 paesi Ue, ma le sue fonti principali sono chiaramente identificate: Colombia per la produzione, America centrale per lo smistamento, e varie rotte attraverso l’Africa occidentale per la distribuzione finale. In questo scenario, Venezuela e Cuba non ci sono. L’Europa ha bisogno di dati affidabili per proteggere i suoi cittadini dalla droga, quindi produce studi accurati. Gli Usa hanno bisogno di giustificazioni per il loro bullismo petrolifero, quindi producono propaganda mascherata da intelligence. Eppure, anche le menzogne USA hanno un limite: quando sono smentite dalle sue stesse istituzioni anti-droga. I Rapporti della DEA 2024 e 2025, infatti, affermano chiaramente che il Venezuela non è toccato dal narcotraffico mondiale. L’Amministrazione per il Controllo delle Droghe degli Stati Uniti (DEA) ha riconosciuto nei suoi rapporti annuali (rapporti “National Drug Threat Assessment” del 2024 e del 2025) che gli Stati Uniti hanno un rapporto strutturale con il traffico di droga. Ha ammesso problemi estremamente gravi, come il fatto che la popolazione è immersa nel consumo di vari tipi di droghe e che il Paese è l’epicentro delle reti di traffico di droga, essendo produttore, mercato di destinazione di stupefacenti e una grande macchina finanziaria del denaro della droga. Nel rapporto del 2024 si afferma che “i cartelli messicani ottengono carichi di diverse tonnellate di cocaina in polvere e base di cocaina dai trafficanti sudamericani, per poi contrabbandarla attraverso rotte terrestri o fluviali costiere in America Centrale, o via mare verso isole caraibiche come Porto Rico e Repubblica Dominicana, prima di introdurla negli Stati Uniti”. In questo riferimento alle rotte caraibiche, non viene fatto alcun cenno al Venezuela. Nel rapporto del 2025, la DEA afferma che la maggior parte dei sequestri di cocaina sono stati effettuati in California, al confine con il Messico, dimostrando che gran parte del traffico di tale stupefacente avviene attraverso rotte terrestri e marittime nell’Oceano Pacifico. In entrambi i rapporti, la DEA cita specificamente Colombia, Perù e Bolivia come paesi produttori di cocaina e fa riferimento a Messico, El Salvador, Honduras, Guatemala, Porto Rico e Repubblica Dominicana come punti chiave della rotta della cocaina verso gli Stati Uniti. La DEA ammette nei suoi rapporti del 2024 e del 2025 che gli Stati Uniti sono il fulcro del riciclaggio di capitali provenienti dal traffico internazionale di droga. Sottolinea che sul suolo statunitense operano riciclatori di denaro che prestano i loro servizi a diverse organizzazioni criminali. La DEA indica metodi quali case di cambio di criptovalute, portafogli digitali, trasferimenti di tipo mirror, compravendita di beni mobili e immobili tramite agenzie immobiliari statunitensi e altri meccanismi esistenti nel sistema bancario nordamericano. Secondo la DEA, e come affermato dall’ONU (ONU contro la droga e il crimine, UNODC), il Venezuela non è un Paese produttore di droga. C’è solo un piccolo accenno al cosiddetto “Tren de Aragua” nel rapporto DEA del 2025, dopo che è stato classificato come “organizzazione terroristica”. Si tratta di un riferimento fondato su prove segrete, che non lo sarebbero se avessero un minimo di consistenza e fossero supportate da altre fonti. “Come può un’organizzazione criminale così potente da meritare una taglia di 50 milioni di dollari, essere completamente ignorata da chiunque si occupi di antidroga al di fuori degli Usa?” – si è domandato Arlacchi. Infatti né nel rapporto del 2025, né in quello del 2024, né in nessun altro rapporto precedente della DEA, compare da nessuna parte il cosiddetto Cartel de los Soles, poichè il Venezuela non figura come Paese produttore di cocaina nemmeno secondo lo stesso governo statunitense, il quale invece mediaticamente lancia accuse false. Il Cartel de los Soles è una finzione comunicativa ed esiste solo sui tavoli di progettazione propagandistica del governo statunitense, dell’opposizione venezuelana e della destra internazionale. Il Cartel de los Soles è una creatura dell’immaginario trumpiano. Il “cartello della droga” che sarebbe “guidato dal presidente del Venezuela Maduro” non viene citato né nel rapporto del principale organismo mondiale antidroga né nei documenti di alcuna agenzia anticrimine europea o di altra parte del pianeta. Quello che viene venduto su Netflix come un “super-cartello della droga” in Venezuela, è in realtà un miscuglio di piccole reti locali, di qualche episodio di corruzione, un tipo di criminalità spicciola che si trova in qualsiasi Paese del mondo, inclusi gli Usa, dove – come ha ricordato Arlacchi – “muoiono ogni anno quasi 100 mila persone per overdose da oppiacei che nulla hanno a che fare col Venezuela, e molto con Big Pharma americana.” Insomma non c’è traccia del Venezuela in alcuna pagina dei due documenti e in nessun altro materiale delle agenzie anticrimine USA degli ultimi 15 anni si fa menzione di fatti che possano anche indirettamente ricondurre alle accuse lanciate contro il legittimo Presidente del Venezuela e contro il suo governo. Il fatto stesso che in Venezuela transiti una minima parte del narcotraffico e che si veda la lotta ferrea del suo governo ad opporvisi con tutti gli strumenti, non fa del Venezuela un “narco-Stato” ma piuttosto di un governo che reprime questo fenomeno. Si tratta quindi di spazzatura politica, che però non è stata trattata come tale nemmeno fuori dal sistema politico-mediatico degli Stati Uniti. Vergognosa è stata l’intervista[8] pubblicata il 21 agosto 2024 su Il Corriere della Sera fatta da Roberto Saviano al giornalista venezuelano Alfred Meza, colui che ha inventato la macchina del fango contro Alex Saab[9], diplomatico venezuelano che è stato prosciolto da tutte le accuse dal giudice della Florida, Robert Scola con una sentenza dell’8 aprile 2024, a seguito dell’indulto firmato dal presidente USA Joseph Biden il 15 dicembre 2023. Il 20 dicembre 2023, Saab è stato liberato a seguito di uno scambio di prigionieri con gli Stati Uniti e, una volta tornato in Venezuela, ha raccontato le torture subite per fargli confessare delitti mai commessi, che avallassero l’idea del Venezuela come “narco-Stato”, e quella di Saab come “prestanome” di Nicolas Maduro[10]. Roberto Saviano ha dimostrato la sua arroganza nel dire: “Studio il narcotraffico in Venezuela da molti anni e questo mi ha permesso di conoscere diversi giornalisti che in questi anni stanno rischiando la vita per raccontare il regime di Maduro e il potere della criminalità organizzata.” Saviano non solo non ha studiato il caso del Venezuela, ma in quell’intervista non ha proposto nemmeno un dato sul narcotraffico tra Colombia e USA e nemmeno un dato sul presunto coinvolgimento del Venezuela. Con un’operazione retorica ha intervistato Alfred Meza, dando adito alla propaganda golpista della destra eversiva che ha messo a ferro e fuoco il Venezuela post-elezioni, paragonando Maduro ad Erdogan e definendo il chavismo come “un movimento fascista” . La verità è che Saviano non ha studiato la storia del Venezuela, del socialismo bolivariano e, con la sua autoreferenzialità, continua a parlare di qualcosa che non conosce perché, se conoscesse, avrebbe i brividi solo ad interfacciarsi con quelli che calunniano la Rivoluzione Bolivariana e i suoi governi. Il vero obiettivo della finzione comunicativa e propagandistica del Cartel de los Soles non è la droga, ma il controllo strategico delle vaste risorse naturali e minerarie del Venezuela, comprese le più grandi riserve di petrolio del pianeta, interamente gestite da un governo socialista e antimperialista i cui proventi reinvesti per il 75% in piani sociali. Siamo dentro alla trama di un film di Hollywood già visto, in cui gli Usa provano a costruire l’immagine del nemico cattivo per giustificare l’ennesima guerra, l’ennesima invasione militare per una “causa umanitaria”.   [1] https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/mondo/2024/08/11/usa-offrono-a-maduro-la-grazia-se-lascia-il-potere_e3896f11-15c4-4cea-ae38-891b4d0bddf0.html [2] https://www.cdt.ch/news/mondo/non-abbiamo-offerto-la-grazia-a-maduro-360272 [3] https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/chavez-choc_mastico_coca_ogni/ [4] https://italiano.prensa-latina.cu/2024/08/16/cuba-ribadisce-la-sua-intransigenza-di-fronte-al-traffico-di-droga/?fbclid=IwY2xjawEvvehleHRuA2FlbQIxMQABHd8EkRt8uBmPE4WxwK70HVNoq6cfOVFQpOCGQPdHo-cZQZVYSelvVuX5yA_aem_lfxxG74btAgrS5HR6izSaA [5] https://italiacuba.it/2020/03/30/le-accuse-di-trump-a-maduro-sono-una-confessione-sul-golpe-di-guaido/ [6] World Drug Report 2019, https://wdr.unodc.org/wdr2019/prelaunch/WDR19_Booklet_4_STIMULANTS.pdf [7] National Drug Threat Assessment 2019, https://www.dea.gov/sites/default/files/2020-02/DIR-007-20%202019%20National%20Drug%20Threat%20Assessment%20-%20low%20res210.pdf [8] Roberto Saviano, Alfredo Meza: «Quanti errori a sinistra su Chávez e Maduro. Ora il Venezuela è nel caos» https://www.corriere.it/esteri/24_agosto_21/saviano-intervista-alfredo-meza-chavez-maduro-venezuela-e08fa362-840f-47f3-bfd7-7fc208a70xlk.shtml?refresh_ce [9] Geraldina Colotti, Alex Saab. Lettere di un sequestrato, Multimage, 15 novembre 2022 [10] https://www.pressenza.com/it/2024/04/alex-saab-prosciolto-da-tutte-le-accuse/   Fonti: “National Drug Threat Assessment”. Drug Enforcement Administration (2024). Governo degli Stati Uniti: https://www.dea.gov/sites/default/files/2024-05/5.23.2024%20NDTA-updated.pdf “National Drug Threat Assessment”. Drug Enforcement Administration (2025). Governo degli Stati Uniti: https://www.dea.gov/sites/default/files/2025-07/2025NationalDrugThreatAssessment.pdf Presidente colombiano Gustavo Petro difende Maduro dall’accusa di “narcoterrorismo” https://www.youtube.com/watch?v=Xf7ghNJ366U https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-pino_arlacchi__la_grande_bufala_contro_il_venezuela_la_geopolitica_del_petrolio_travestita_da_lotta_alla_droga/5871_62413/ https://italiacuba.it/2020/03/30/le-accuse-di-trump-a-maduro-sono-una-confessione-sul-golpe-di-guaido/ > Il rapporto chiave della DEA per il 2024 non menziona né il Venezuela né il > “Cartello dei Soli” > Legami pericolosi: «Narco» e il suo passato familiare > Stati Uniti: uno Stato narco-trafficante certificato dalla DEA > Il narcotraffico in America Latina e lo stratagemma di Marco Rubio > Il Venezuela da quando ha espulso la DEA statunitense ha sequestrato 182 > velivoli utilizzati per il traffico di droga dalla Colombia > Emergono prove di una cospirazione della DEA in Venezuela Lorenzo Poli