Strategia delle calunnie per mostrare un Venezuela debole e arrendevoleNon è stata una “passeggiata”, come dichiarato da Trump, l’attacco al Venezuela
che, il 3 gennaio, ha ucciso, con armi ultrasofisticate, militari e civili
durante un bombardamento notturno che ha colpito la capitale e alcuni porti del
paese. Non si è trattato di una “operazione chirurgica e indolore” a cui non è
stata opposta alcuna resistenza. Il Segretario di Guerra USA, Pete Hegseth, ha
ammesso che 200 membri delle forze speciali Delta, scesi dagli elicotteri in una
pioggia di proiettili, hanno affrontato una resistenza feroce.
Trentadue combattenti cubani, presenti legalmente nel paese, sono caduti
difendendo la casa del Presidente Maduro e di Cilia Flores, battendosi “come
leoni” in un combattimento aperto contro mercenari e reparti scelti. Le perdite
tra gli assalitori, sebbene la Casa Bianca non le confermerà, sono una realtà
che trapela dalle ammissioni del capo di gabinetto Stephen Miller e dai rapporti
dei sanitari: non è stata una “passeggiata”, ma una battaglia furiosa che ha
provocato danni ai velivoli americani, feriti gravi e morti tra gli assalitori.
Un’aggressione che, come le piattaforme dell’opposizione estremista avevano
annunciato da mesi, è stata pianificata meticolosamente con l’impiego di
tecnologie di spionaggio all’avanguardia. La Cia ha monitorato ogni movimento
del presidente Maduro attraverso una flotta di droni furtivi RQ-170 Sentinel,
progettati dalla divisione Skunk Works della Lockheed Martin per la
“sorveglianza persistente in ambienti ostili”. Partiti presumibilmente dalla
base riattivata di Roosevelt Roads a Porto Rico, appoggiati dal governo di
Trinidad Tobago e supportati da quello di Guyana (e da quello dell’Ecuador e del
Salvador), questi droni hanno fornito i dati necessari per un attacco che ha
visto l’impiego di 152 velivoli, una tempesta magnetica e il sabotaggio del
sistema elettrico nazionale per paralizzare il Paese. È il “modello” applicato
all’Iran, ma con un di più di sequestro presidenziale.
Vale, qui, ricordare, un episodio che risale ai primi di settembre del 2025, e
poi rinfocolato nei mesi successivi. Poche settimane dopo la vittoria elettorale
di Nicolás Maduro alle presidenziali del 28 luglio e dopo le violenze scatenate
dall’opposizione estremista che ha rifiutato i risultati, sei collaboratori
stretti di Maria Corina Machado (tra cui Magalli Meda e Pedro Urruchurtu) si
erano rifugiati nell’ambasciata d’Argentina a Caracas, allora sotto la
protezione diplomatica del Brasile, poiché il Venezuela aveva espulso i
diplomatici argentini dopo le dichiarazioni offensive di Milei.
Machado ha cavalcato mediaticamente la situazione dei sei, e ha invocato la
“Responsabilità di Proteggere” (R2P), cercando di spingere la comunità
internazionale a intervenire militarmente per “salvare” i suoi collaboratori
assediati. Il 6 settembre 2025, lo Stato venezuelano ha revocato ufficialmente
al Brasile il diritto di gestire la sede. Il motivo? Le prove raccolte dal
servizio di sicurezza (il Sebin) dimostravano che dall’interno dell’ambasciata
si coordinavano tentativi di assassinio e atti di sabotaggio alla rete
elettrica. Per ore, le forze di sicurezza bolivariane hanno circondato
l’edificio. Machado ha costruito intorno a questo evento una narrazione di
“esodo e fuga”, sostenuta da una formidabile operazione di propaganda
internazionale.
Ha urlato al mondo che i suoi collaboratori erano “prigionieri in un bunker
sotto assedio medievale”. Ha cercato di far passare l’uscita dei diplomatici
argentini (che erano già stati espulsi ufficialmente tempo prima) come una rotta
disperata sotto la protezione segreta della Cia. Ha presentato il trasferimento
dei diplomatici e la tensione intorno all’ambasciata non come una legittima
azione di protezione della sovranità venezuelana contro chi ospitava ricercati
dalla giustizia, ma come una “fuga di notizie” e di personale, che dimostrava
come il governo Maduro non avesse più il controllo del territorio.
Era un modo per dire: Washington entra ed esce da Caracas come vuole, il governo
Maduro non conta nulla. In realtà, i diplomatici argentini se n’erano andati per
via dei canali regolari dopo l’espulsione, mentre i sei ricercati erano rimasti
dentro l’edificio, protetti dal muro diplomatico che il Venezuela, pur revocando
la custodia al Brasile, aveva continuato a rispettare formalmente per non cadere
nella provocazione di un assalto violento, che Trump stava aspettando per
invadere.
Perché ricordare l’episodio? Intanto, occorre premettere che la Cia non ha
bisogno di “permessi” per mantenere le sue postazioni ombra in Venezuela, in
America latina, e non solo: a partire dal “lavoro” di certi “operatori
umanitari” (regolarmente santificati in patria), e passando per gli edifici
faraonici che profumatamente paga, anche se ufficialmente chiusi a livello
diplomatico. A Valle Arriba, nel comune di Baruta, a sud-est di Caracas, una
delle roccaforti dell’opposizione venezuelana, c’è l’ambasciata nordamericana.
Un imponente complesso situato su una collina che domina strategicamente gran
parte della città, e che offre notevoli vantaggi in termini di sorveglianza e
monitoraggio delle comunicazioni. Sebbene le operazioni diplomatiche siano state
formalmente sospese nel 2019 e tutto il personale evacuato, il complesso rimane
di proprietà del Dipartimento di Stato USA. L’edificio è noto per essere stato
uno dei più costosi e sicuri costruiti dagli Stati Uniti nella regione.
Completata nel 2002 (anno del golpe contro Hugo Chávez), l’ambasciata è costata
circa 120 milioni di dollari (dell’epoca).
È stata progettata come una vera e propria fortezza, con vetri antiproiettile,
pareti rinforzate e sistemi di difesa avanzati. Rapporti recenti (settembre
2025) indicano che gli Stati Uniti spendono ancora milioni di dollari all’anno
solo per la manutenzione e la sicurezza del complesso vuoto e di altre proprietà
connesse a Caracas, una spesa che è stata oggetto di critiche persino
all’interno del Congresso statunitense.
Dopo l’aggressione del 3 gennaio 2026 e il sequestro del Presidente Maduro e
della deputata Cilia Flores, sua moglie, l’area è presidiata e monitorata con
estrema attenzione. Ufficialmente, l’edificio ospitava diverse agenzie federali,
ma per il governo venezuelano e per molti analisti, la sede di Valle Arriba è
sempre stata la principale “stazione” della Cia in Venezuela. Il governo
bolivariano ha denunciato ripetutamente che il complesso ospitava sofisticate
apparecchiature elettroniche per l’intercettazione delle comunicazioni
governative e militari.
Nell’ottobre del 2025, il presidente Maduro aveva affermato di aver sventato un
piano di “false flag”, un falso positivo che prevedeva un finto attacco
all’ambasciata, orchestrato dal fascismo locale e appoggiato dalla Cia, per
giustificare l’intervento militare diretto di Trump. Si ritiene che i dati
raccolti dai droni RQ-170 Sentinel siano stati processati in coordinamento con
le informazioni d’intelligence gestite storicamente da questa sede, anche se ora
le operazioni sono dirette principalmente dalla base di Porto Rico o da basi
mobili nel Mar dei Caraibi. L’ambasciata a Valle Arriba, insomma, rimane un
monumento all’ingerenza e una potenziale base operativa che Washington ha
mantenuto “calda” in attesa di poterla rioccupare pienamente sotto un regime
fantoccio.
Machado ha usato allora la parola “fuga” per far credere ai suoi seguaci che il
governo bolivariano fosse terrorizzato e che gli Stati uniti fossero già padroni
di casa. È lo stesso meccanismo che usa oggi, nel 2026: prende una situazione di
tensione diplomatica, la trasforma in una “vittoria” della Cia o in una “resa”
di Delcy o di Diosdado, per coprire il fatto che lei, politicamente, non ha più
alcuna forza reale nel paese. Ma la sua versione viene ripresa dai media
egemonici a livello internazionale per creare anche ora una realtà parallela,
per seminare dubbi e confondere le acque, con il gran supporto offerto
dall’intelligenza artificiale.
Proprio come oggi cerca di dipingere la gestione di Delcy Rodríguez come una
“svendita”, allora dipingeva la fermezza contro l’ambasciata argentina come un
atto di “disperazione” del governo. Trasformare una difesa della sovranità in
una narrazione di caos è servita a giustificare l’intervento di Washington.
In questo scenario di guerra ibrida e cibernetica, si inseriscono le calunnie,
smentite puntualmente dal governo bolivariano: Delcy sarebbe stata da anni sul
libro paga della Cia, Padrino Lopez avrebbe tradito, oppure lo avrebbe fatto il
comandante della scorta presidenziale… E poi, la calunnia più velenosa: quella
che mira a colpire Diosdado Cabello, Ministro dell’Interno Giustizia e pace e
pilastro della rivoluzione amatissimo dal popolo, accusandolo di una presunta
trattativa segreta o di una “svendita” del processo bolivariano agli Stati
Uniti. Si dimentica che, prima ancora che Nicolas Maduro fosse accusato di
essere a capo del fantomatico Cartello dei Soli, a essere colpito da questa
calunnia fu proprio il capitano, compagno di Chávez nella ribellione
civico-militare del 4 febbraio 1992.
Una vicenda che abbiamo raccontato più volte nei nostri articoli e che potete
trovare in due libri: Comunicación liberadora, pubblicato in Venezuela, e Case
morte, il romanzo di Miguel Otero Silva appena tradotto da Argo libri, in cui
l’episodio viene ricostruito nell’introduzione al volume. Non va dimenticato
che, per questo, anche sulla testa di Diosdado pesa la “taglia” imposta da
Trump, autodenominatosi sceriffo globale.
Come ha lucidamente analizzato la giornalista argentina Stella Calloni (analista
delle ingerenze nordamericane), ora ci troviamo di fronte a una classica
operazione di guerra psicologica della Cia, volta a seminare dubbi e dividere il
fronte interno proprio nel momento del massimo assedio. La “diplomazia delle
cannoniere” di Trump non cerca accordi, ma impone ricatti e si basa su una
propaganda gonfiata contraddetta dai fatti. L’accettazione di un dialogo tecnico
o la gestione della crisi da parte del governo bolivariano non sono segni di
resa, ma strumenti di una difesa strategica necessaria per aprire brecce,
evitare un massacro totale e preservare l’integrità della nazione.
Quando un impero tiene sequestrati i leader di un paese (Maduro e Flores) e
mantiene una flotta da guerra nei Caraibi, qualsiasi canale di comunicazione che
venga aperto non è una “resa”, bensì uno scenario di confronto diplomatico e
tecnico sotto assedio. L’inviato della Cia, vicinissimo a Trump, che lo ha
imposto nonostante non fosse una spia di carriera, non è stato acclamato dal
governo della presidenta incaricata, ma è arrivato nel paese come emissario del
sequestratore di Stato globale, suo padrone.
Come avverte Calloni, Trump ha ripreso la forma più brutale della politica
estera: quella del “fai quello che voglio o sarà peggio per te”. In questo
contesto, qualsiasi approccio della CIA non cerca un accordo equo, ma è una
manovra per esibire una presunta vulnerabilità della presidente incaricata Delcy
Rodríguez e del suo gabinetto. L’obiettivo è proiettare nel mondo l’idea che “il
chavismo stia negoziando la propria resa”, quando in realtà ciò che esiste è una
resistenza ferma che utilizza tutti i meccanismi possibili — incluso l’ascolto
delle richieste dell’aggressore — per evitare un massacro maggiore e garantire
la sopravvivenza dello Stato.
In questo contesto si inserisce la calunnia che tenta di presentare Diosdado
Cabello come un “agente del cambiamento” per gli interessi di Washington, anche
se si scontra con la realtà storica: Cabello è il dirigente che l’imperialismo
ha più demonizzato e perseguitato. La sua permanenza al Ministero dell’Interno,
coordinata con la presidente incaricata Delcy Rodríguez e il Ministro della
Difesa Vladimir Padrino López, è invece la garanzia della tenuta del “nucleo di
ferro” bolivariano, capace di convincere ma limitando al minimo la coercizione.
Pretendere che colui che è stato l’obiettivo principale dei loro attacchi sia
ora il loro alleato è un assurdo logico che cerca solo di seminare sfiducia
nelle basi chaviste e di mitigare l’ondata di allarme e di indignazione
internazionale. In un contesto di scontro globale in cui la prospettiva di un
terzo conflitto mondiale non è uno spettro lontano, gli alleati strategici del
Venezuela sembrano, infatti, andare oltre i pronunciamenti diplomatici. Come
analizza il sinologo tedesco Kurt Grotsch, la Cina ha risposto all’aggressione
contro il Venezuela — considerata una dichiarazione di guerra al progetto
multipolare e ai BRICS — non con vuota retorica, ma con misure pratiche che
colpiscono le linee vitali dell’impero.
Dopo una riunione d’emergenza del Partito comunista cinese, durata 120 minuti,
Pechino ha attivato una “risposta asimmetrica integrale”: il congelamento degli
affari con i giganti della difesa USA come Lockheed Martin e Boeing, la
sospensione delle forniture di petrolio alle raffinerie statunitensi (causando
un impennata dei prezzi del 23%) e il boicottaggio dei porti americani da parte
della flotta COSCO, mettendo in crisi colossi come Amazon e Walmart.
Secondo Grotsch, Pechino ha inoltre mobilitato il Sud globale offrendo
condizioni commerciali preferenziali ai paesi che si impegnano a non riconoscere
alcun governo imposto dagli USA, consolidando una coalizione che include
Brasile, India e Russia. L’attivazione del sistema finanziario cinese
alternativo allo SWIFT e il blocco dell’esportazione di terre rare verso i
sostenitori del golpe completano un quadro in cui la Cina dimostra di poter
asfissiare economicamente gli Stati Uniti senza sparare un colpo. Ogni azione
cinese è un colpo diretto al cuore dell’imperialismo per difendere il ponte
strategico verso l’America Latina rappresentato dal Venezuela.
Ciò che i “chavisti da salotto” in Europa non comprendono è che governare con i
droni Sentinel che sorvolano Miraflores e con la Cia sotto il letto richiede
un’intelligenza strategica che non è “svendita”, ma difesa tattica del
territorio. La tenuta del Venezuela poggia sulla solidità di un nucleo di potere
dove Diosdado Cabello e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López agiscono
in totale coordinamento con Jorge Rodríguez alla guida del Potere Legislativo e
Delcy Rodríguez all’Esecutivo. Delcy e Jorge sono figli di un oppositore che ha
combattuto con le armi le democrazie camuffate della IV Repubblica, morto sotto
tortura, a cui è stato reso onore anche durante la recente assunzione della
presidenta incaricata.
Questa articolazione civico-militare è la vera ragione per cui Trump ha dovuto
scartare un “cambio di regime” immediato basato sulla figura di María Corina
Machado, e riconoscere che, nonostante gli abbia regalato il Nobel per la pace,
la golpista non ha i numeri per governare. La persistente capacità di
mobilitazione popolare delle basi chaviste ha dimostrato che il sostegno interno
resta solido. Sebbene Trump insista nell’affermare di possedere la “chiave”
delle decisioni, le sue aspirazioni sono mediate dalla negoziazione — o
dall’estorsione — con un governo venezuelano che non ha ceduto il controllo
delle risorse.
La calma apparente non è “normalità” o apatia, ma una risposta difensiva in una
guerra multidimensionale che dura dal 1998. Dal giorno dell’attacco, tutti i
settori sociali marciano in difesa del governo al grido di “Dubitare è
tradimento”. In ogni piazza, si svolgono incontri culturali che servono a
esorcizzare il trauma, e le paure dei bambini, che vengono invitati a metterle
in versi, o in disegni esposti nelle piazze e nelle scuole, che hanno riaperto.
Intanto, Washington tenta di imporre una “transizione ordinata” come nuovo
meccanismo di estorsione, ma questo margine temporale sta permettendo al
processo bolivariano di rafforzare un consenso sociale che continua a relegare
ai margini un’opposizione priva di rispetto popolare.
Nelle piazze venezuelane e del mondo, intanto, si raccolgono migliaia di lettere
da inviare ai due ostaggi nelle carceri nordamericane in base alla campagna
“Bring them back (¡Tráiganlos de vuelta!)”. Free Nicolás and Cilia”. L’obiettivo
è quello di “intasare” la posta del Pentagono, come nel caso dei “Cinque eroi
cubani”, per arrivare alla loro liberazione. Intanto, grazie alla solidità della
difesa di Maduro e Flores – quella che ha fatto scarcerare il fondatore di
Wikileaks, Julian Assange -, i tribunali Usa hanno dovuto eliminare l’accusa di
“narcotraffico”, riconoscendo l’inesistenza del Cartello dei Soli.
“Sono un prigioniero di guerra, una persona onesta, sono il presidente del
Venezuela”, ha dichiarato Maduro rifiutando di patteggiare col tribunale. Poi,
con i polsi in catene, ha disegnato il simbolo della firma di Chávez, dicendo a
suo modo al mondo: “Por ahora”.
Lorenzo Poli