Tag - rivoluzione bolivariana

Caracas, Amèrica Pèrez: “Il popolo venezuelano sostiene il presidente Maduro e la Rivoluzione Bolivariana”
Il 12 febbraio 2026, in Piazza Bolívar a Caracas, la deputata dell’Assemblea Nazionale América Pérez si è unita al popolo di Caracas in una grande assemblea pubblica a sostegno del Presidente Nicolás Maduro e della First Lady Cilia Flores. L’evento è diventato uno spazio di incontro, riflessione e impegno collettivo per difendere la Rivoluzione Bolivariana e garantire la continuità della sua leadership. La parlamentare ha sottolineato che la pace è l’unica via possibile per garantire il ritorno di entrambi i leader nel Paese e consolidare la stabilità politica e sociale del Venezuela. “La pace è l’unico modo per riavere il nostro Presidente Nicolás Maduro e la nostra First Lady Cilia Flores in Venezuela”, ha affermato con enfasi, tra applausi e cori di sostegno. Assemblea Popolare in Difesa della Rivoluzione L’evento ha riunito centinaia di abitanti di Caracas che, con bandiere, striscioni e slogan, hanno espresso il loro sostegno al capo dello Stato e alla primera combatiente. Piazza Bolívar, simbolo storico della resistenza e dell’identità nazionale, è diventata un palcoscenico di unità e impegno rivoluzionario. I presenti hanno convenuto che la difesa della pace e della sovranità è un compito collettivo che richiede organizzazione, consapevolezza e mobilitazione costante. A questo proposito, América Pérez ha sottolineato che il popolo venezuelano ha dimostrato, più volte, la propria capacità di resistere alle aggressioni esterne e alle campagne di destabilizzazione. “Oggi più che mai dobbiamo rimanere saldi, uniti e consapevoli che la pace è il nostro principio guida. Non c’è altro modo per garantire il futuro della nostra nazione”, ha affermato la deputata. Il popolo come protagonista Durante l’evento, portavoce della comunità, leader sociali e attivisti di base sono intervenuti per riaffermare il loro impegno per la Rivoluzione Bolivariana. Sono state ascoltate le testimonianze di lavoratori, donne, giovani e anziani, tutti concordi sulla necessità di mantenere l’unità e l’organizzazione popolare come garanzia della vittoria. La deputata Pérez ha sottolineato che la Rivoluzione si sostiene grazie al protagonismo del popolo, che ha affrontato le difficoltà economiche e sociali con creatività, solidarietà e consapevolezza politica. “Il popolo venezuelano è la vera forza trainante di questa Rivoluzione. Senza la sua forza, senza il suo impegno, nulla di ciò che abbiamo realizzato sarebbe stato possibile”, ha sottolineato. La pace come orizzonte Il messaggio centrale della giornata è stato chiaro: la pace come unico orizzonte. Di fronte alle minacce esterne e alle campagne mediatiche che mirano a dividere e indebolire il Paese, la deputata ha insistito sul fatto che la pace è lo strumento fondamentale per garantire la stabilità e il futuro del Venezuela. “Vogliamo che il mondo sappia che qui c’è un popolo impegnato per la pace, che difende la pace e che costruisce la pace ogni giorno. Questa è la nostra più grande forza”, ha affermato. Redazione Italia
February 15, 2026
Pressenza
Venezuela, classe operaia marcia a sostegno della stabilità del governo bolivariano e della pace
I lavoratori di vari settori presentano un documento alla Corte Suprema per riaffermare il loro impegno a proteggere il popolo e il progetto storico nazionale. Lunedì 2 febbraio, la classe operaia venezuelana ha organizzato una grande manifestazione presso la Corte Suprema di Giustizia (TSJ). L’obiettivo principale della marcia era consegnare un documento alla Corte di Cassazione Sociale, in cui i lavoratori, membri dell’Assemblea Costituente, esprimevano il loro pieno sostegno alla pace e alla stabilità politica nel Paese. Durante l’evento, il Ministro per il Processo Sociale del Lavoro, Eduardo Piñate, ha sottolineato il ruolo guida dei consigli produttivi e dei sindacati. Ha sottolineato che la classe operaia sostiene fermamente le azioni guidate dalla presidente ad interim, Delcy Rodríguez. Secondo Piñate, queste misure sono fondamentali per garantire la protezione sociale del popolo venezuelano e la continuità operativa delle industrie strategiche. Il sostegno ai lavoratori è direttamente collegato alla costituzione di fondi sovrani per la protezione sociale e i servizi pubblici. Questi strumenti finanziari sono considerati pilastri essenziali per lo sviluppo economico e il rafforzamento del progetto storico nazionale. Delegati alla prevenzione e portavoce sindacali hanno sottolineato che la stabilità occupazionale e produttiva è la garanzia primaria per la generazione di reddito e il benessere collettivo. Questa mobilitazione fa parte del Congresso Costituente della Classe Operaia, un processo organizzativo promosso dal Presidente Nicolás Maduro. Ad oggi, si sono tenute più di 22.000 assemblee in tutto il Paese, dove sono state consolidate proposte per aumentare la produttività. La leadership sindacale sostiene che l’organizzazione di base sia fondamentale per sconfiggere qualsiasi tentativo di destabilizzazione che miri a turbare la pace pubblica. Nel corso della giornata , diversi sindacati hanno alzato la voce per chiedere la liberazione del presidente Nicolás Maduro e di Cilia Flores, rapiti durante l’attacco militare statunitense del 3 gennaio, in cui sono morte almeno 100 persone. In questo contesto, i rappresentanti del settore dell’istruzione e dell’industria petrolchimica hanno convenuto che l’unità nazionale è indistruttibile in questo momento storico. I lavoratori hanno affermato che il loro lavoro quotidiano nelle fabbriche e nelle aule è la massima espressione di lealtà verso le istituzioni democratiche dello Stato venezuelano. Il settore motociclistico e altri movimenti sociali hanno chiesto uno sforzo congiunto per mantenere la pace nelle strade. I manifestanti hanno affermato che la forza lavoro rimarrà mobilitata e vigile contro qualsiasi minaccia allo sviluppo del Paese. Lorenzo Poli
February 6, 2026
Pressenza
Caracas: fiori d’amnistia contro i droni dell’impero
Caracas (Venezuela) – Esiste una forma di parassitismo intellettuale che fiorisce nei momenti di massima tragedia nazionale. È la postura di chi, protetto da una cattedra o da una vecchia rendita di posizione accademica, si erge ad autorità costituzionale per processare chi, sul campo, deve garantire la sopravvivenza di un popolo. C’è chi ha masticato malamente un po’ di operaismo del secolo scorso, travisandolo, per trasformarlo oggi in un’arma da scagliare contro lo Stato bolivariano proprio mentre questo subisce un’aggressione militare senza precedenti. Capita, così, di leggere articoli dal sapore surreale ad uso e consumo di chi, nel proprio paese, ha visto passare tutti i treni dal buco della serratura, e oggi si affida a chi, stando fuori dal Venezuela, non ha mai neanche provato a governare la sedia su cui sta ben seduto. Si utilizza per questo una tecnica classica: mescolare dati tecnici decontestualizzati con la voce di una presunta “opposizione di sinistra” per dare una parvenza di oggettività a quello che è, in realtà, un sostegno implicito alla strategia di Washington. Il grottesco raggiunge l’apice quando questa presunta “critica antiautoritaria” finisce per trovarsi sotto lo stesso tetto di burocrati esautorati che, pur di mantenere il proprio piccolo potere di apparato, hanno scelto di farsi orientare da un cieco dottrinarismo di marca europea. Vedere chi si professa “di sinistra radicale” allearsi, nei fatti e nelle piazze, con il fascismo di Maria Corina Machado e con gli ultraliberisti che hanno benedetto l’invasione militare e il sequestro del Presidente Maduro, non è più un errore di analisi, ma uno schieramento preciso che chiude un circolo vizioso caro alle “piattaforme girevoli” post-novecentesche. Quali sono, infatti, le “fonti” di cui ci si serve? Spesso si tratta di sigle nate da scissioni o gruppuscoli intellettuali che, pur dichiarandosi di sinistra, hanno assunto posizioni funzionali alla destra nei momenti di massima tensione, puntando sulla critica alla “deriva autoritaria” proprio quando lo Stato è sotto attacco armato, e soprattutto alleandosi con chi è portatore del neoliberismo più sfrenato. Si citano “esperti” che vivono in Europa, noti per una critica “accademica” che da anni converge con le narrazioni del Dipartimento di Stato USA. La loro “difesa della Costituzione” ignora sistematicamente lo stato di necessità e l’aggressione imperialista, riducendo la lotta geopolitica a una questione di “gestione democratica” interna. In barba al tanto decantato “pluralismo”, ci si riferisce esclusivamente a un cartello – tanto minuscolo quanto eterogeneo – che unisce settori del “sindacalismo critico” e gruppi che, pur condannando formalmente l’imperialismo, di fatto si mobilitano contro il governo in coordinamento con le agende di destabilizzazione, chiedendo “transizioni democratiche” proprio mentre il presidente e una deputata della Repubblica, sua moglie, vengono sequestrati da una potenza straniera. Si prende per oro colato la posizione di una micro-frazione del Partito comunista venezuelano, ignorando quella della maggioranza di quello stesso partito, che, con i suoi dirigenti storici, continua a difendere la rivoluzione bolivariana. Il fatto che non abbiano per questo più alcuna base popolare – quella base che vede nell’unità del quadro dirigente e nell’unione civico-militare l’unica garanzia di sopravvivenza della nazione – non viene tenuto in conto: così come non viene considerata sospetta l’eco mediatica che essi ricevono a livello internazionale. Questi critici “critici” non hanno mai accettato nemmeno la Legge Antibloqueo. Ma cosa avrebbero voluto fare? La loro nonviolenza burocratica è solo la maschera di un’impotenza che, incapace di fare la rivoluzione, preferisce consegnare il Paese ai protettorati statunitensi pur di vedere sconfitto il “modello Maduro”. Difendono una sovranità di carta mentre il nemico reale calpesta il suolo venezuelano. La realtà è che non esiste sovranità senza produzione, e non esiste produzione senza la capacità tattica di rompere l’assedio. Certi “articoli” andrebbero visti per quello che sono: un esempio di guerra cognitiva, che impiega termini cari alla sinistra (“sovranità”, “diritti dei lavoratori”, persino “comunismo”) per giustificare il ritorno della Doctrina Monroe. Il fatto che Rubio minacci Delcy Rodríguez di fare “la fine di Maduro” dimostra che la riforma non è un cedimento, ma una mossa tattica che l’impero teme, perché permette a Caracas di avere ossigeno finanziario (i 300 milioni già destinati ai salari) nonostante il sequestro dei suoi leader. L’argomento principale usato dai detrattori della riforma è che essa rappresenti lo smantellamento del modello di sovranità petrolifera di Hugo Chávez. Questa è una lettura superficiale e decontestualizzata, già viziata in partenza al momento dell’approvazione della Legge anti-bloqueo, varata per uscire dall’angolo mefitico in cui era stata chiusa l’economia venezuelana con le “sanzioni”. In realtà, la riforma istituzionalizza i Contratti di Partecipazione Progettuale (Cpp) come risposta pragmatica e necessaria a un regime di sanzioni che impedisce allo Stato di investire direttamente miliardi di dollari. Una porta stretta, certo, un braccio di ferro ingaggiato con la prima potenza mondiale, ma non una svendita. Non è , infatti, un ritorno alla privatizzazione, ma una delega operativa controllata: lo Stato mantiene la proprietà delle riserve e la direzione strategica, mentre il partner privato si assume il rischio e i costi in un momento in cui le casse pubbliche sono colpite dal blocco finanziario. Come prevede la costituzione bolivariana, le leggi non possono essere retroattive e, com’è avvenuto in questo caso con le consultazioni che si sono tenute in tutte le strutture dei lavoratori, è stata approvata da loro, è passata in prima battuta in parlamento, e tornerà di nuovo alle istanze popolari. Per quanto riguarda il cosiddetto modello Chevron e il potere di commercializzazione concesso ai privati, bisogna sottolineare che non si tratta di una rinuncia alla sovranità, ma di un meccanismo di difesa. Consentire ai partner di vendere direttamente la loro quota di produzione, a patto che il prezzo sia superiore a quello ottenuto dalle imprese statali e che i proventi passino per la Banca Centrale del Venezuela, è l’unico modo per rompere l’assedio. Washington può sanzionare l’azienda di Stato Pdvsa, ma ha più difficoltà a bloccare ogni singola transazione di partner internazionali. È una tattica di diversificazione delle rotte commerciali per garantire che il petrolio arrivi sul mercato e i dollari arrivino ai lavoratori venezuelani. Sulla questione della riduzione delle royalties dal 30% al 20% o 15%, certi “articoli” omettono di spiegare che si tratta di una misura flessibile e reversibile. Viene applicata solo quando la redditività di un progetto è messa a rischio dalle condizioni eccezionali imposte dal blocco. È uno strumento di incentivazione per attrarre capitali in aree ad alto rischio geopolitico. Appena le condizioni migliorano, lo Stato ha il potere di ripristinare l’aliquota piena. Definire questo un cedimento significa ignorare che un campo petrolifero fermo per mancanza di investimenti produce zero entrate, mentre un campo attivo con royalties ridotte garantisce comunque risorse per la spesa sociale e il salario minimo. L’inserimento di meccanismi di arbitrato indipendente non è un indebolimento della sovranità giuridica, ma una necessità tecnica nel nuovo ordine multipolare. Per lavorare con i partner dei Brics+ e con altre potenze non occidentali, è necessario offrire una cornice di sicurezza che non dipenda dagli umori politici di Washington. Al contrario, la nuova piattaforma tecnologica annunciata da Jorge Rodríguez per l’audit in tempo reale rappresenta un aumento della sovranità digitale e della trasparenza: per la prima volta, ogni centesimo che entra potrà essere monitorato dai cittadini, contrastando la burocrazia e la corruzione. Per fare di meglio, i critici-critici che vivono comodamente in Europa, dovrebbero mobilitarsi non contro chi cerca di aprire brecce in un sistema capitalistico globale partendo da una situazione svantaggiata per essere un paese del sud, ma per cercare di non finire in ginocchio come la Grecia di Tsipras, e aprire brecce di vera democrazia anche in Europa: perché, com’è ormai evidente, di fronte all’arroganza imperialista che non conosce freni, nessuno si salva da solo. C’è inoltre da chiedersi come reagiranno ora i critici-critici, sempre pronti a parlare di autoritarismo, davanti all’annuncio di amnistia fatto da Delcy Rodríguez presso il Tribunale Supremo di Giustizia. Per anni hanno alimentato la narrazione dell’estrema destra sui presunti prigionieri politici: in realtà politici prigionieri, figure che in paesi come l’Italia – dove il Partito Democratico e i suoi alleati hanno reso quasi impossibile concedere amnistie e considerano normale la tortura del 41 bis – marcirebbero all’ergastolo per i crimini commessi. La decisione di trasformare l’Elicoide (che non è certo nato con il chavismo) in un grande centro culturale è la risposta definitiva di chi, pur sotto il ricatto di avere un presidente sequestrato, non ha avuto e non ha paura della democrazia. In Venezuela, il socialismo bolivariano ha sempre fatto affidamento sul consenso, limitando al minimo il momento della coercizione. Eppure, c’è da scommettere che questi burocrati del pensiero, pur di non ammettere la lungimiranza del quadro dirigente bolivariano, troveranno il modo di criticare anche questo atto di pacificazione, confermando la loro alleanza oggettiva con chi vuole solo il sangue e la restaurazione neoliberista. Invece, l’atmosfera che si respirava ieri nell’aula del Tribunale Supremo di Giustizia non era quella di un paese in ginocchio, ma di una nazione che ha trasformato il dolore in orgoglio combattente. C’era un’elettricità emotiva densa, un senso di comunione profonda, manifestato con un crescendo di applausi. Lungo, interminabile, quello tributato al capitano Diosdado Cabello: un riconoscimento spontaneo a chi, insieme al popolo, sta tenendo la barra dritta nella tempesta. Il ricordo dei caduti cubani e venezuelani del 3 gennaio è stato il momento del silenzio che parla. I nomi di chi ha dato la vita per difendere il suolo patrio dall’invasione mercenaria sono stati evocati non come ombre, ma come radici. In quel solenne omaggio, la fratellanza tra Cuba e Venezuela è apparsa più forte di qualsiasi bloqueo, cementata dal sangue versato contro lo stesso aggressore. E quelle “femministe nonviolente” che plaudono al premio Nobel per la pace riscosso dalla trumpista Machado, avrebbero dovuto ascoltare la relazione tenuta dalla presidenta del Tribunal Supremo de Justicia, Caryslia Rodríguez. Una magistrata che ha parlato non solo come giurista, ma come figlia di una rivoluzione che ha femminilizzato il potere. Mentre i “critici-critici” si perdono in cavilli maschilisti sulla purezza della norma, lei ha contrapposto la concretezza della giustizia riparativa. È un femminismo che non chiede il permesso a Washington, ma che si impone con la forza della Costituzione e con la sensibilità di chi sa che la pace si costruisce curando le ferite della guerra militare e di quella cognitiva. Il discorso della magistrata Caryslia Beatriz Rodríguez non è stato solo un atto formale, ma una riaffermazione del femminismo popolare e istituzionale che caratterizza la Rivoluzione Bolivariana, specialmente in questo momento di emergenza nazionale dopo il 3 gennaio. Caryslia ha proiettato l’immagine di un potere giudiziario che non è più una torre d’avorio maschile e fredda, ma uno scudo per la nazione. Ha sottolineato come l’aggressione imperiale, il sequestro e il blocco siano forme di violenza patriarcale che colpiscono in primis le donne, pilastri dell’economia familiare. La sua stessa presenza come Presidenta, insieme alle altre magistrate, è la prova che in Venezuela le donne non sono “vittime”, ma soggetti politici che amministrano la legge in nome della pace con giustizia sociale. Il femminismo del TSJ si è manifestato nel sostegno totale all’amnistia e alla trasformazione dell’Elicoide, proposte dalla presidenta incaricata. Caryslia ha declinato la giustizia non come vendetta (tipica del modello patriarcale-punitivo), ma come riparazione e trasformazione culturale. Decidere di sostituire le sbarre con la cultura è un atto di “politica della cura” verso il tessuto sociale lacerato dalla destra. Caryslia ha espresso una solidarietà di genere profonda verso la Vicepresidenta Delcy Rodríguez e verso Cilia Flores, definendo il sequestro di quest’ultima un attacco alla dignità di tutte le donne venezuelane. Ha ribadito che il comando del paese, in questo momento nelle mani di una donna come Delcy, è la garanzia che la rivoluzione non vacillerà, perché le donne venezuelane sono abituate a resistere nei momenti di massima pressione. Nel suo discorso ha evocato una giustizia che difende la “Pachamama” dalle grinfie delle transnazionali. Il suo femminismo è ecologista e sovrano: proteggere le risorse energetiche significa proteggere il futuro delle figlie e dei figli del Venezuela. Ma è stato l’intervento di Delcy Rodríguez a dare la dimensione universale della battaglia che si sta svolgendo in Venezuela. Con voce ferma, ma con gli occhi pieni di dolore, ha elevato un omaggio vibrante alla Palestina. Ricordando il genocidio a Gaza, la presidenta incaricata ha tracciato una linea diretta tra le macerie della terra palestinese e le “sanzioni” criminali contro il Venezuela: è lo stesso imperialismo che calpesta il diritto internazionale, che usa la forza bruta per ignorare la sovranità dei popoli. In quell’aula, la causa palestinese e quella venezuelana si sono fuse in un unico grido contro l’impunità di Washington. Delcy ha ricordato di essere diventata avvocata per ottenere giustizia per la morte del padre, Jorge Antonio, morto sotto tortura nelle carceri della “democrazia camuffata” della IV Repubblica. Un’eredità che, orgogliosamente, ogni anno celebra insieme al fratello, Jorge Rodriguez, oggi presidente del Parlamento, e che indica la continuità di ideali del socialismo del XXI Secolo con quello del Novecento, il secolo delle rivoluzioni. L’annuncio della trasformazione dell’Elicoide, da centro di detenzione a polo di irradiazione culturale, ha chiuso il cerchio di una giornata storica. Mentre Rubio minaccia, e il suo modello capitalista in crisi strutturale che non ha più nulla da offrire cerca di divorare le risorse del paese, Caracas resiste e risponde con i libri, la musica, l’elaborazione collettiva della ferita sociale, e con la clemenza verso chi è stato usato come carne da cannone dall’ultradestra. È la vittoria della vita sulla necropolitica imperiale. Geraldina Colotti
February 3, 2026
Pressenza
Venezuela: la classe operaia in difesa dell’industria petrolifera e della sovranità nazionale
In Venezuela scendono in campo i lavoratori: le principali arterie della capitale venezuelana Caracas saranno attraversate dalla marcia della classe operaia, convocata per difendere con vigore l’industria petroliera nazionale e rivendicare il rispetto della sovranità del paese, assieme alla liberazione dei propri leader, sequestrati negli USA. La mobilitazione, organizzata dal segretario di Mobilitazione di Strada del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), Nahum Fernández, intende ribadire quella che viene definita la postura incrollabile del popolo di fronte alle continue aggressioni esterne. Il punto di ritrovo è fissato nei pressi di Bellas Artes, dove migliaia di lavoratori del settore petrolifero e militanti del Poder Popular daranno il via al corteo. Il percorso, animato da cori e slogan anti-imperialisti, si snoderà attraverso le vie del centro cittadino con una meta precisa e simbolica: il Palazzo di Miraflores, cuore del potere politico e popolare venezuelano. Fernández ha sottolineato come il popolo venezolano si mantenga in uno stato di mobilitazione permanente. Il carattere indomito dei figli di Bolívar e Chávez, ha affermato il dirigente, si fa sentire in ogni strada per respingere qualsiasi tentativo di destabilizzazione esterna che miri a piegare la volontà nazionale. Per i manifestanti, la difesa dell’industria petroliera è, in sostanza, la difesa della patria stessa. Sotto la bandiera di una “pace con giustizia”, i lavoratori esigono la cessazione immediata dell’assedio da parte di Washington, indicando nell’incursione militare dello scorso 3 gennaio un crimine contro l’umanità, finalizzato al saccheggio delle risorse naturali del paese. La classe lavoratrice denuncia come queste azioni imperiali rappresentino una ritorsione contro la politica di indipendenza energetica portata avanti dal presidente Maduro, una politica che, a loro dire, è a beneficio delle grandi maggioranze e dello sviluppo sociale. La giornata di protesta si concluderà con un atto di riaffermazione democratica di fronte al Palazzo di Governo, dove verrà ribadito che l’industria petroliera non si fermerà, nonostante le aggressioni. I movimenti sociali presenti hanno assicurato che l’unità tra il popolo e i suoi lavoratori è la garanzia principale per sconfiggere il blocco economico e assicurare la stabilità della Repubblica Bolivariana. Una mobilitazione che si annuncia, quindi, non solo come una protesta, ma come una dichiarazione di resistenza attiva. L’ennesima della Rivoluzione Bolivariana. L'Antidiplomatico
January 30, 2026
Pressenza
Strategia delle calunnie per mostrare un Venezuela debole e arrendevole
Non è stata una “passeggiata”, come dichiarato da Trump, l’attacco al Venezuela che, il 3 gennaio, ha ucciso, con armi ultrasofisticate, militari e civili durante un bombardamento notturno che ha colpito la capitale e alcuni porti del paese. Non si è trattato di una “operazione chirurgica e indolore” a cui non è stata opposta alcuna resistenza. Il Segretario di Guerra USA, Pete Hegseth, ha ammesso che 200 membri delle forze speciali Delta, scesi dagli elicotteri in una pioggia di proiettili, hanno affrontato una resistenza feroce. Trentadue combattenti cubani, presenti legalmente nel paese, sono caduti difendendo la casa del Presidente Maduro e di Cilia Flores, battendosi “come leoni” in un combattimento aperto contro mercenari e reparti scelti. Le perdite tra gli assalitori, sebbene la Casa Bianca non le confermerà, sono una realtà che trapela dalle ammissioni del capo di gabinetto Stephen Miller e dai rapporti dei sanitari: non è stata una “passeggiata”, ma una battaglia furiosa che ha provocato danni ai velivoli americani, feriti gravi e morti tra gli assalitori. Un’aggressione che, come le piattaforme dell’opposizione estremista avevano annunciato da mesi, è stata pianificata meticolosamente con l’impiego di tecnologie di spionaggio all’avanguardia. La Cia ha monitorato ogni movimento del presidente Maduro attraverso una flotta di droni furtivi RQ-170 Sentinel, progettati dalla divisione Skunk Works della Lockheed Martin per la “sorveglianza persistente in ambienti ostili”. Partiti presumibilmente dalla base riattivata di Roosevelt Roads a Porto Rico, appoggiati dal governo di Trinidad Tobago e supportati da quello di Guyana (e da quello dell’Ecuador e del Salvador), questi droni hanno fornito i dati necessari per un attacco che ha visto l’impiego di 152 velivoli, una tempesta magnetica e il sabotaggio del sistema elettrico nazionale per paralizzare il Paese. È il “modello” applicato all’Iran, ma con un di più di sequestro presidenziale. Vale, qui, ricordare, un episodio che risale ai primi di settembre del 2025, e poi rinfocolato nei mesi successivi. Poche settimane dopo la vittoria elettorale di Nicolás Maduro alle presidenziali del 28 luglio e dopo le violenze scatenate dall’opposizione estremista che ha rifiutato i risultati, sei collaboratori stretti di Maria Corina Machado (tra cui Magalli Meda e Pedro Urruchurtu) si erano rifugiati nell’ambasciata d’Argentina a Caracas, allora sotto la protezione diplomatica del Brasile, poiché il Venezuela aveva espulso i diplomatici argentini dopo le dichiarazioni offensive di Milei. Machado ha cavalcato mediaticamente la situazione dei sei, e ha invocato la “Responsabilità di Proteggere” (R2P), cercando di spingere la comunità internazionale a intervenire militarmente per “salvare” i suoi collaboratori assediati. Il 6 settembre 2025, lo Stato venezuelano ha revocato ufficialmente al Brasile il diritto di gestire la sede. Il motivo? Le prove raccolte dal servizio di sicurezza (il Sebin) dimostravano che dall’interno dell’ambasciata si coordinavano tentativi di assassinio e atti di sabotaggio alla rete elettrica. Per ore, le forze di sicurezza bolivariane hanno circondato l’edificio. Machado ha costruito intorno a questo evento una narrazione di “esodo e fuga”, sostenuta da una formidabile operazione di propaganda internazionale. Ha urlato al mondo che i suoi collaboratori erano “prigionieri in un bunker sotto assedio medievale”. Ha cercato di far passare l’uscita dei diplomatici argentini (che erano già stati espulsi ufficialmente tempo prima) come una rotta disperata sotto la protezione segreta della Cia. Ha presentato il trasferimento dei diplomatici e la tensione intorno all’ambasciata non come una legittima azione di protezione della sovranità venezuelana contro chi ospitava ricercati dalla giustizia, ma come una “fuga di notizie” e di personale, che dimostrava come il governo Maduro non avesse più il controllo del territorio. Era un modo per dire: Washington entra ed esce da Caracas come vuole, il governo Maduro non conta nulla. In realtà, i diplomatici argentini se n’erano andati per via dei canali regolari dopo l’espulsione, mentre i sei ricercati erano rimasti dentro l’edificio, protetti dal muro diplomatico che il Venezuela, pur revocando la custodia al Brasile, aveva continuato a rispettare formalmente per non cadere nella provocazione di un assalto violento, che Trump stava aspettando per invadere. Perché ricordare l’episodio? Intanto, occorre premettere che la Cia non ha bisogno di “permessi” per mantenere le sue postazioni ombra in Venezuela, in America latina, e non solo: a partire dal “lavoro” di certi “operatori umanitari” (regolarmente santificati in patria), e passando per gli edifici faraonici che profumatamente paga, anche se ufficialmente chiusi a livello diplomatico.  A Valle Arriba, nel comune di Baruta, a sud-est di Caracas, una delle roccaforti dell’opposizione venezuelana, c’è l’ambasciata nordamericana. Un imponente complesso situato su una collina che domina strategicamente gran parte della città, e che offre notevoli vantaggi in termini di sorveglianza e monitoraggio delle comunicazioni. Sebbene le operazioni diplomatiche siano state formalmente sospese nel 2019 e tutto il personale evacuato, il complesso rimane di proprietà del Dipartimento di Stato USA. L’edificio è noto per essere stato uno dei più costosi e sicuri costruiti dagli Stati Uniti nella regione. Completata nel 2002 (anno del golpe contro Hugo Chávez), l’ambasciata è costata circa 120 milioni di dollari (dell’epoca). È stata progettata come una vera e propria fortezza, con vetri antiproiettile, pareti rinforzate e sistemi di difesa avanzati. Rapporti recenti (settembre 2025) indicano che gli Stati Uniti spendono ancora milioni di dollari all’anno solo per la manutenzione e la sicurezza del complesso vuoto e di altre proprietà connesse a Caracas, una spesa che è stata oggetto di critiche persino all’interno del Congresso statunitense. Dopo l’aggressione del 3 gennaio 2026 e il sequestro del Presidente Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, l’area è presidiata e monitorata con estrema attenzione. Ufficialmente, l’edificio ospitava diverse agenzie federali, ma per il governo venezuelano e per molti analisti, la sede di Valle Arriba è sempre stata la principale “stazione” della Cia in Venezuela. Il governo bolivariano ha denunciato ripetutamente che il complesso ospitava sofisticate apparecchiature elettroniche per l’intercettazione delle comunicazioni governative e militari. Nell’ottobre del 2025, il presidente Maduro aveva affermato di aver sventato un piano di “false flag”, un falso positivo che prevedeva un finto attacco all’ambasciata, orchestrato dal fascismo locale e appoggiato dalla Cia, per giustificare l’intervento militare diretto di Trump. Si ritiene che i dati raccolti dai droni RQ-170 Sentinel siano stati processati in coordinamento con le informazioni d’intelligence gestite storicamente da questa sede, anche se ora le operazioni sono dirette principalmente dalla base di Porto Rico o da basi mobili nel Mar dei Caraibi. L’ambasciata a Valle Arriba, insomma, rimane un monumento all’ingerenza e una potenziale base operativa che Washington ha mantenuto “calda” in attesa di poterla rioccupare pienamente sotto un regime fantoccio. Machado ha usato allora la parola “fuga” per far credere ai suoi seguaci che il governo bolivariano fosse terrorizzato e che gli Stati uniti fossero già padroni di casa. È lo stesso meccanismo che usa oggi, nel 2026: prende una situazione di tensione diplomatica, la trasforma in una “vittoria” della Cia o in una “resa” di Delcy o di Diosdado, per coprire il fatto che lei, politicamente, non ha più alcuna forza reale nel paese. Ma la sua versione viene ripresa dai media egemonici a livello internazionale per creare anche ora una realtà parallela, per seminare dubbi e confondere le acque, con il gran supporto offerto dall’intelligenza artificiale. Proprio come oggi cerca di dipingere la gestione di Delcy Rodríguez come una “svendita”, allora dipingeva la fermezza contro l’ambasciata argentina come un atto di “disperazione” del governo. Trasformare una difesa della sovranità in una narrazione di caos è servita a giustificare l’intervento di Washington. In questo scenario di guerra ibrida e cibernetica, si inseriscono le calunnie, smentite puntualmente dal governo bolivariano: Delcy sarebbe stata da anni sul libro paga della Cia, Padrino Lopez avrebbe tradito, oppure lo avrebbe fatto il comandante della scorta presidenziale… E poi,  la calunnia più velenosa: quella che mira a colpire Diosdado Cabello, Ministro dell’Interno Giustizia e pace e pilastro della rivoluzione amatissimo dal popolo, accusandolo di una presunta trattativa segreta o di una “svendita” del processo bolivariano agli Stati Uniti. Si dimentica che, prima ancora che Nicolas Maduro fosse accusato di essere a capo del fantomatico Cartello dei Soli, a essere colpito da questa calunnia fu proprio il capitano, compagno di Chávez nella ribellione civico-militare del 4 febbraio 1992. Una vicenda che abbiamo raccontato più volte nei nostri articoli e che potete trovare in due libri: Comunicación liberadora, pubblicato in Venezuela, e Case morte, il romanzo di Miguel Otero Silva appena tradotto da Argo libri, in cui l’episodio viene ricostruito nell’introduzione al volume. Non va dimenticato che, per questo, anche sulla testa di Diosdado pesa la “taglia” imposta da Trump, autodenominatosi sceriffo globale. Come ha lucidamente analizzato la giornalista argentina Stella Calloni (analista delle ingerenze nordamericane), ora ci troviamo di fronte a una classica operazione di guerra psicologica della Cia, volta a seminare dubbi e dividere il fronte interno proprio nel momento del massimo assedio. La “diplomazia delle cannoniere” di Trump non cerca accordi, ma impone ricatti e si basa su una propaganda gonfiata contraddetta dai fatti. L’accettazione di un dialogo tecnico o la gestione della crisi da parte del governo bolivariano non sono segni di resa, ma strumenti di una difesa strategica necessaria per aprire brecce, evitare un massacro totale e preservare l’integrità della nazione. Quando un impero tiene sequestrati i leader di un paese (Maduro e Flores) e mantiene una flotta da guerra nei Caraibi, qualsiasi canale di comunicazione che venga aperto non è una “resa”, bensì uno scenario di confronto diplomatico e tecnico sotto assedio. L’inviato della Cia, vicinissimo a Trump, che lo ha imposto nonostante non fosse una spia di carriera, non è stato acclamato dal governo della presidenta incaricata, ma è arrivato nel paese come emissario del sequestratore di Stato globale, suo padrone. Come avverte Calloni, Trump ha ripreso la forma più brutale della politica estera: quella del “fai quello che voglio o sarà peggio per te”. In questo contesto, qualsiasi approccio della CIA non cerca un accordo equo, ma è una manovra per esibire una presunta vulnerabilità della presidente incaricata Delcy Rodríguez e del suo gabinetto. L’obiettivo è proiettare nel mondo l’idea che “il chavismo stia negoziando la propria resa”, quando in realtà ciò che esiste è una resistenza ferma che utilizza tutti i meccanismi possibili — incluso l’ascolto delle richieste dell’aggressore — per evitare un massacro maggiore e garantire la sopravvivenza dello Stato. In questo contesto si inserisce la calunnia che tenta di presentare Diosdado Cabello come un “agente del cambiamento” per gli interessi di Washington, anche se si scontra con la realtà storica: Cabello è il dirigente che l’imperialismo ha più demonizzato e perseguitato. La sua permanenza al Ministero dell’Interno, coordinata con la presidente incaricata Delcy Rodríguez e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López, è invece la garanzia della tenuta del “nucleo di ferro” bolivariano, capace di convincere ma limitando al minimo la coercizione. Pretendere che colui che è stato l’obiettivo principale dei loro attacchi sia ora il loro alleato è un assurdo logico che cerca solo di seminare sfiducia nelle basi chaviste e di mitigare l’ondata di allarme e di indignazione internazionale. In un contesto di scontro globale in cui la prospettiva di un terzo conflitto mondiale non è uno spettro lontano, gli alleati strategici del Venezuela sembrano, infatti, andare oltre i pronunciamenti diplomatici. Come analizza il sinologo tedesco Kurt Grotsch, la Cina ha risposto all’aggressione contro il Venezuela — considerata una dichiarazione di guerra al progetto multipolare e ai BRICS — non con vuota retorica, ma con misure pratiche che colpiscono le linee vitali dell’impero. Dopo una riunione d’emergenza del Partito comunista cinese, durata 120 minuti, Pechino ha attivato una “risposta asimmetrica integrale”: il congelamento degli affari con i giganti della difesa USA come Lockheed Martin e Boeing, la sospensione delle forniture di petrolio alle raffinerie statunitensi (causando un impennata dei prezzi del 23%) e il boicottaggio dei porti americani da parte della flotta COSCO, mettendo in crisi colossi come Amazon e Walmart. Secondo Grotsch, Pechino ha inoltre mobilitato il Sud globale offrendo condizioni commerciali preferenziali ai paesi che si impegnano a non riconoscere alcun governo imposto dagli USA, consolidando una coalizione che include Brasile, India e Russia. L’attivazione del sistema finanziario cinese alternativo allo SWIFT e il blocco dell’esportazione di terre rare verso i sostenitori del golpe completano un quadro in cui la Cina dimostra di poter asfissiare economicamente gli Stati Uniti senza sparare un colpo. Ogni azione cinese è un colpo diretto al cuore dell’imperialismo per difendere il ponte strategico verso l’America Latina rappresentato dal Venezuela. Ciò che i “chavisti da salotto” in Europa non comprendono è che governare con i droni Sentinel che sorvolano Miraflores e con la Cia sotto il letto richiede un’intelligenza strategica che non è “svendita”, ma difesa tattica del territorio. La tenuta del Venezuela poggia sulla solidità di un nucleo di potere dove Diosdado Cabello e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López agiscono in totale coordinamento con Jorge Rodríguez alla guida del Potere Legislativo e Delcy Rodríguez all’Esecutivo. Delcy e Jorge sono figli di un oppositore che ha combattuto con le armi le democrazie camuffate della IV Repubblica, morto sotto tortura, a cui è stato reso onore anche durante la recente assunzione della presidenta incaricata. Questa articolazione civico-militare è la vera ragione per cui Trump ha dovuto scartare un “cambio di regime” immediato basato sulla figura di María Corina Machado, e riconoscere che, nonostante gli abbia regalato il Nobel per la pace, la golpista non ha i numeri per governare. La persistente capacità di mobilitazione popolare delle basi chaviste ha dimostrato che il sostegno interno resta solido. Sebbene Trump insista nell’affermare di possedere la “chiave” delle decisioni, le sue aspirazioni sono mediate dalla negoziazione — o dall’estorsione — con un governo venezuelano che non ha ceduto il controllo delle risorse. La calma apparente non è “normalità” o apatia, ma una risposta difensiva in una guerra multidimensionale che dura dal 1998. Dal giorno dell’attacco, tutti i settori sociali marciano in difesa del governo al grido di “Dubitare è tradimento”. In ogni piazza, si svolgono incontri culturali che servono a esorcizzare il trauma, e le paure dei bambini, che vengono invitati a metterle in versi, o in disegni esposti nelle piazze e nelle scuole, che hanno riaperto. Intanto, Washington tenta di imporre una “transizione ordinata” come nuovo meccanismo di estorsione, ma questo margine temporale sta permettendo al processo bolivariano di rafforzare un consenso sociale che continua a relegare ai margini un’opposizione priva di rispetto popolare. Nelle piazze venezuelane e del mondo, intanto, si raccolgono migliaia di lettere da inviare ai due ostaggi nelle carceri nordamericane in base alla campagna “Bring them back (¡Tráiganlos de vuelta!)”. Free Nicolás and Cilia”. L’obiettivo è quello di “intasare” la posta del Pentagono, come nel caso dei “Cinque eroi cubani”, per arrivare alla loro liberazione. Intanto, grazie alla solidità della difesa di Maduro e Flores – quella che ha fatto scarcerare il fondatore di Wikileaks, Julian Assange -, i tribunali Usa hanno dovuto eliminare l’accusa di “narcotraffico”, riconoscendo l’inesistenza del Cartello dei Soli. “Sono un prigioniero di guerra, una persona onesta, sono il presidente del Venezuela”, ha dichiarato Maduro rifiutando di patteggiare col tribunale. Poi, con i polsi in catene, ha disegnato il simbolo della firma di Chávez, dicendo a suo modo al mondo: “Por ahora”. Lorenzo Poli
January 23, 2026
Pressenza
Il Venezuela ci riguarda
La rivoluzione bolivariana continua a suscitare pareri molto diversi, anche a sinistra. In questo nuovo dossier articoli e opinioni, assai differenti tra loro, di Raúl Zibechi, Giorgio Trucchi, Luciana Castellina, redazione Kulturjam, Stefano Feltri, Lucia Capuzzi, redazione L’AntiDiplomatico, Lorenzo Poli e Geraldina Colotti. In coda i link ai nostri dossier precedenti. America Latina: un continente esposto e sulla difensiva di
January 21, 2026
La Bottega del Barbieri
Dal colpo di stato contro Chávez al rapimento di Maduro: cosa è accaduto alla rivoluzione bolivariana
La notte tra il 2 e 3 gennaio gli Stati Uniti hanno rapito Maduro e sua moglie Flores in un vero e proprio atto di guerra contro il Venezuela, non rispettando il diritto internazionale, bypassando sia le Nazione Unite che il Congresso degli Stati Uniti. Da quel giorno la macchina della propaganda è in atto, l’azione di Trump è un’«operazione militare chirurgica», nonostante siano morte almeno cento persone, e «Maduro è un sanguinoso dittatore». Il nostro governo di destra supporta apertamente gli Usa e l’ipotesi che Maduro sia un narco-terrorista. Eppure il Cartel del los Soles di cui Maduro sarebbe a capo semplicemente non esiste ed è anche stato cancellato dalle carte della procura statunitense. In realtà, Trump è stato chiarissimo nella sua conferenza stampa: le compagnie petrolifere devono tornare a controllare il petrolio venezuelano, è questo il principale obiettivo dell’”operazione”. Meloni e i suoi giornali continuano a tuonare contro la «sinistra che difende un dittatore», «contro i sindacati che difendono il Venezuela dove si guadagnano due dollari» e «contro gli italiani di estrema sinistra che spiegano a degli esuli venezuelani che cosa significhi essere venezuelano». Welcome to Favelas ha addirittura portato due persone venezuelane con posizioni anti-Maduro alla piazza indetta da Stop Rearm Europe, per riprendere la discussione e farne un video acchiappa click e supportare le tesi trumpiane. Certo, però, non va meglio nella sinistra democratica che denuncia l’attacco degli Usa ma con difficoltà lo inserisce nella sua lunga storia imperialistica nel continente americano. Fino ad arrivare all’articolo di Manconi su “Repubblica”: «La sinistra invece che schierarsi incondizionatamente dalla parte della legalità internazionale e dei diritti politici, civili e sociali dei venezuelani, sceglie di stare dalla parte dell’autocrate Nicolás Maduro». > E poi abbiamo le posizioni che dividono il mondo in due blocchi, cosiddette > “campiste”, che difendono Maduro contro ogni critica, liquidando le comunità > venezuelane migranti come manipolate, ignorando l’esodo di quasi otto milioni > di persone dal paese per la povertà dell’ultimo decennio e che non hanno > interesse a discutere di come la rivoluzione bolivariana si sia richiusa su se > stessa. Contro l’attacco al Venezuela, le minacce alla Colombia, a Cuba e alla Groenlandia c’è la necessità di una grande mobilitazione mondiale contro il nuovo imperialismo statunitense, guidata dai Paesi latino-americani più colpiti. Movimenti e organizzazioni di sinistra del sud del continente hanno già lanciato una mobilitazione permanente e discutono di una marcia continentale contro il nuovo imperialismo. LA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA Il rapimento di Maduro è l’apice della campagna per screditare e distruggere la rivoluzione bolivariana portata avanti dagli Stati Uniti per 27 anni, iniziata con la prima elezione di Hugo Chávez a Presidente del Venezuela. Ed è anche la continuazione di un’aggressione durata sei secoli contro l’America Latina, iniziata con il processo coloniale. Chávez era un militare, che si politicizza quando alla fine degli anni 1970 il governo di centro sinistra di Carlos Andrés Pérez vota, su indicazione del Fondo monetario internazionale, l’aumento del biglietto dell’autobus di quasi quattro volte. Insieme alla polizia, viene chiamato l’esercito, e si spara su chi è in piazza: le stime ufficiali parlano di 300 persone uccise, ma quelle non ufficiali parlano di migliaia. Queste rivolte e la loro repressione sanguinaria di fatto rompono il Pacto de Puntofijo, l’accordo siglato dopo la dittatura tra i tre principali partiti venezuelani, Acción Democrática (AD), Comité de Organización Política Electoral Independiente (COPEI), Unión Republicana Democrática (URD), tutti filo-statunitensi, e che esclude ogni forza di sinistra. I governi si alternavano, spartendosi le posizioni di potere e il controllo economico, mentre la maggior parte della popolazione rimaneva esclusa dalla vita politica vivendo in condizioni di estrema povertà. Coloro che hanno siglato il Pacto e ne hanno beneficiato per decenni hanno poi osteggiato Chávez in tutti i modi, perché la sua presidenza gli ha tolto il potere politico ed economico. Tra gli ufficiali militari dopo il Carcazo inizia a serpeggiare malcontento, nasce il Movimento Bolivariano Rivoluzionario, che porterà Chávez al tentato e fallito golpe del 1992. Chávez rimarrà in prigione fino al 1994, rilasciato grazie alla sua crescente popolarità si dedica alla costruzione di un movimento che possa prendere il potere democraticamente, Il Movimento Quinta Repubblica con cui vince le elezioni nel 1998, con l’obiettivo di scrivere una nuova Costituzione e superare la Quarta Repubblica, fondata su un patto tra oligarchie. > Salito al potere, Chavez inizia un vero e proprio processo costituente: indice > un referendum, il primo della storia venezuelana, la partecipazione supera > l’80% degli aventi diritto, un successo è anche l’elezione dell’Assemblea > costituente, dove il suo movimento prende più del 60% dei voti, così come il > referendum confermativo della Costituzione. Al centro della carta l’idea di una Democracía Participativa y Protagónica, dove il popolo controlli il potere tramite referendum revocatorio possibile per tutte le cariche elettive, Presidente compreso. E soprattutto tramite processi partecipativi che si sono aperti negli anni seguenti come les comunas e le politiche sociali organizzate in misiones. Redatta la Costituzione, si ritorna al voto, e Chávez vince nuovamente con quasi il 60% delle preferenze. Come spiega Koerner in Black Agenda Report, «Il chavismo non fu una creazione verticistica di Chávez, bensì un movimento dal basso – organizzato dal semiproletariato nero e indigeno delle baraccopoli periferiche insieme agli ex-guerriglieri comunisti – di cui il futuro Presidente fu egli stesso un prodotto. Fu proprio questa frazione di classe, costituita da piccoli produttori sfollati dalle campagne senza essere pienamente integrati nei settori industriale o nei servizi, che giocò un ruolo decisivo anche nella Rivoluzione algerina e nella lotta per la liberazione dei neri negli Stati Uniti». I primi dieci anni di chavismo sono segnati da: investimenti in istruzione e ricerca, aumento degli stipendi degli insegnanti, riduzione della povertà, diminuzione della disoccupazione, borse di studio per le fasce più povere della popolazione, creazioni di cooperative, abolizione del latifondo. Anche se con difficoltà, pure Rodolfo Toé su Il Post deve riconoscere che «tra i cittadini del Venezuela la popolarità di Chávez era soprattutto dovuta alle sue politiche economiche, basate su importanti nazionalizzazioni e su programmi di spesa pubblica, finanziati dai profitti delle imponenti riserve petrolifere venezuelane, in anni in cui il prezzo del petrolio crebbe molto». E questo è inaccettabile per molti dentro e fuori il Venezuela. IL COLPO DI STATO Il petrolio in Venezuela è stato nazionalizzato nel 1976, la compagnia PDVSA, la più importante del Paese, era già statale e gestita da un gruppo di burocrati in accordo con il settore privato. Quando Chávez tenta di riformare la gestione della compagnia statale e rimuovere i direttori esecutivi questi si rifiutano di lasciare le proprie posizioni. Ed è qui che la rottura con le élite borghesi filo-statunitensi che avevano fino ad allora guidato il Paese esplode. Questo porta al tentativo di rimuovere Chavez con la forza con il colpo di stato dell’11 aprile del 2002, apertamente sostenuto dagli USA, di cui rimangono le immagini dei cecchini sui palazzi che sparano sulla folla. Gli Stati Uniti, la Spagna e Israele si affrettano a riconoscere il nuovo Presidente, che dichiara subito di uscire dall’OPEC, elimina gli accordi con Cuba, e annulla la nuova Costituzione. Il tutto con il pieno sostegno dell’apparato mediatico. Nei tre giorni seguenti, mentre Chávez era tenuto in detenzione, si conta che quasi sei milioni di persone siano scese in strada per difendere la rivoluzione bolivariana, sfidando i cecchini, l’esercito, e tutto l’apparato a sostegno del nuovo governo. Solo grazie a questa straordinaria mobilitazione il colpo di stato è fallito. > Allora oggi ci potremmo chiedere: che cosa è cambiato in Venezuela dal 2002 al > 2026? Perché il colpo di stato contro Chávez è stato difeso da milioni di > persone che sono scese in piazza con i propri corpi e nel 2026 le strade sono > rimaste più o meno calme dopo il sequestro di Maduro? Il fallito colpo di stato del 2002 ha reso Chávez molto più forte e stabile all’interno del Venezuela, e lo ha anche isolato sempre di più dal mondo occidentale, e dai governi latino americani filo-statunitensi. È qui che la politica di Chavez si fa più socialista e anti-imperialista, non solo nelle politiche ma anche nel linguaggio e nella simbologia. Sono gli anni delle alleanze con i governi progressisti latino americani, dell’ALBA, l’abbandono del Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Fino al momento emblematico in cui Chávez nel 2006 di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite definisce Bush «Mr. Danger». Come spiega il Prof. Alejandro Velasco, intervistato da CBC: «II chavismo ha sempre avuto al suo interno due correnti contrapposte e contraddittorie. La prima è una corrente autoritaria, che risale (…) a quella visione più aristocratica di Simón Bolívar. Secondo questa visione, il modo per trasformare gli Stati, rivoluzionare i governi e migliorare realmente il benessere delle nazioni latinoamericane era attraverso un governo forte ma illuminato. Ma, a causa delle tendenze e delle convinzioni di sinistra di Chávez e di altri membri del suo movimento, il chavismo ha anche mantenuto una componente molto partecipativa: molto più democratica, molto più orientata verso i settori popolari». E se da un lato c’è stata una tendenza ad accentrare potere nell’esecutivo, e intorno al grande carisma del Presidente, dall’altra si è sviluppata una vera e propria democrazia partecipativa multilivello con assemblee di quartiere, elezioni dirette comunali degli enti locali, e partecipazione diretta di lavoratori e lavoratrici nella gestione delle industrie espropriate, redistribuzione della ricchezza e politiche sociali per migliorare le condizioni di vita della popolazione più povera e marginalizzata. Tutto questo non può essere facilmente dismesso, Chavez è stato un catalizzatore per i governi e movimenti progressisti di tutto il continente americano e non solo». IL PASSAGGIO DI POTERE, LA CRISI ECONOMICA E LE SANZIONI USA Chávez muore a marzo del 2013, a un anno dalla sua quarta elezione, lascia in carica il vicepresidente Maduro, già Ministro degli Esteri per sei anni. Maduro non ha il carisma di Chavez e nel 2015, con il crollo del prezzo del petrolio, si trova a gestire una delle più gravi crisi economiche per il Paese. L’economia venezuelana si mostra in tutta la sua fragilità ed estrema dipendenza dalla fonte fossile. Il reddito pro capite crolla sotto gli 8.000 dollari, in cinque anni l’economia si contrae del 30%, le politiche sociali vengono tagliate, e l’inflazione è fuori controllo, arrivando a picchi del 700%. Le nuove sanzioni statunitensi peggiorano enormemente la situazione. Infatti durante la sua prima presidenza, Trump impedisce l’accesso ai mercati finanziari statunitensi per qualsiasi titolo legato al Venezuela e alla sua compagnia petrolifera nazionale, rendendo sempre più difficile il rifinanziamento del debito pubblico venezuelano, e di fatto azzerando il valore dei titoli venezuelani. Questo ha avuto un impatto drammatico sulla popolazione venezuelana: il sistema sanitario finanziato con la rendita petrolifera collassa, l’importazione di cibo diminuisce quasi dell’80% nel 2018, le infrastrutture di base, come quelle dell’acqua, sono lasciate all’abbandono. > In uno studio pubblicato nell’agosto del 2025 su The Lancet si stima che le > sanzioni unilaterali statunitensi abbiano un impatto drammatico tanto quanto > quello di una guerra, provando una correlazione diretta tra innalzamento della > mortalità e sanzioni. A questo il governo Maduro ha risposto con un vero e proprio piano di austerità, accentrando il potere, aumentando la repressione, e costruendo intorno a sé una nuovo gruppo di potere che gode di benefici impensabili per il resto della popolazione. Nel 2018 il Programma per la ripresa, la crescita e la prosperità economica ha di fatto «liquidato i salari e annullato le discussioni sulla contrattazione collettiva. Queste misure hanno favorito la trasformazione dei salari in bonus (…), senza mantenere le ferie pagate, le prestazioni sociali e altri benefici che i lavoratori ricevevano in precedenza come parte del loro reddito salariale» come spiega in un’ intervista il membro del Partito per il Socialismo e la Libertà. E di fronte all’iper-inflazione, l’economia venezuelana si dollarizza di fatto, perché tutti preferiscono dollari ai bolivares negli scambi quotidiani, peggiorando ancor di più la situazione della moneta. La repressione è ricaduta prima di tutto su chi a sinistra critica il governo per le sue scelte socio-economiche, persone attive nel processo della rivoluzione socialista bolivariana fino ad allora, e che lentamente hanno iniziato a lasciare il Paese per non finire in carcere. Come scrivono compagn_ della diaspora venezuelana del sindacato ADL cobas, il governo Maduro negli ultimi anni «ha represso, silenziato e incarcerato settori popolari, sindacalisti e sindacaliste, lavoratori e lavoratrici, attivisti e attiviste sociali che erano stati protagonisti del processo chavista e che oggi lottano semplicemente per salari dignitosi, servizi pubblici e diritti fondamentali». Il 2024 è sicuramente stato l’anno di svolta, dopo le elezioni non riconosciute come valide, e più di duemila persone arrestate, e migliaia ferite dalla polizia. > Le opposizioni di sinistra venezuelane oggi, però, sono silenziate sia > all’interno che all’esterno del Venezuela, dove sui media occidentali trovano > voce solo le opposizioni della destra neoliberale e filostatunitense. I numeri della diaspora sono enormi, otto milioni di persone sono emigrate fuori dal Paese in dieci anni, quasi un terzo della popolazione, che con le loro rimesse supportano il sistema economico. La popolazione venezuelana è divisa e una parte – lo abbiamo visto – ha accolto con favore o con indifferenza la fine del governo Maduro perché straziata dal costo della vita, dalle misure di austerità, dalla distruzione di ogni politica sociale, e dalla repressione. Continuano l_ sindacalist_ di ADL cobas «Se oggi una parte significativa della diaspora proveniente da settori popolari finisce per identificarsi politicamente con la destra, questo dato non può essere liquidato o stigmatizzato, ma deve interrogare seriamente le responsabilità del governo Maduro, che ha compromesso e delegittimato, nei fatti, il significato storicamente associato alla sinistra e al progressismo». La copertina è di Alex Lanz da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Dal colpo di stato contro Chávez al rapimento di Maduro: cosa è accaduto alla rivoluzione bolivariana proviene da DINAMOpress.
January 20, 2026
DINAMOpress
Venezuela, Delcy Rodriguez: “Se dovrò andare a Washington ci andrò in piedi e non strisciando”
La Presidente Delcy Rodriguez, intervenendo all’Assemblea Nazionale (Parlamento) ha riconfermato che il Venezuela manterrà le relazioni con Russia, Cina, Cuba. La Presidente ci ha tenuto a sottolineare, parlando alla opposizione, che il rilascio dei detenuti responsabili delle violenze del 2024 non deve essere interpretato come un segno di debolezza della Rivoluzione Bolivariana. “C’è chi crede che questo sia un segno di debolezza, date le circostanze che la Repubblica sta attraversando. Non ci si illuda. Abbiamo teso la mano. Il chavismo, quando ha dovuto correggere la rotta, lo ha fatto. Chiedo lo stesso all’opposizione, sia a coloro che sono più vicini all’estremismo che a coloro che sono più vicini alla democrazia.” La presidente ad interim ha anche presentato il disegno di legge per la riforma parziale della legge sugli idrocarburi organici, per integrare il modello di gestione del petrolio implementato con successo nell’ambito della legge anti-blocco, che ha consentito di raggiungere una produzione di 200.000 barili al giorno entro il 2025. https://www.youtube.com/watch?v=5MkJJXQFjio https://www.youtube.com/watch?v=rZ5YDZrlqeY Lorenzo Poli
January 17, 2026
Pressenza
Díaz-Canel: “Il popolo cubano non è antimperialista secondo le regole; è stato l’imperialismo a renderci antimperialisti”.
“Nell’ora più buia del mattino, mentre il suo nobile popolo dormiva, la sorella Repubblica Bolivariana del Venezuela è stata aggredita a tradimento”, ha ricordato venerdì scorso Miguel Díaz-Canel Bermúdez, Primo Segretario del Partito Comunista di Cuba e Presidente di Cuba, all’Anti-Imperialist Tribune. Con questa azione, ha affermato, si sono confermate la profezia di Bolívar sugli Stati Uniti e l’avvertimento di Che Guevara: non ci si può fidare “nemmeno un po’” dell’imperialismo. Ha raccontato nei dettagli la codardia dell’attacco, che è stato accolto con bombe e un tentativo di sequestro in risposta alla disponibilità del presidente venezuelano a dialogare. Ha poi sottolineato il giuramento che ha definito la risposta cubana: la dichiarazione del Primo Colonnello Humberto Alfonso Roca, capo della sicurezza, che aveva dichiarato: “Solo con il mio cadavere potranno prendere o assassinare il Presidente”. “I resti sacri dei nostri 32 compatrioti sono tornati ieri in Patria”, ha proseguito Díaz-Canel, “come eterni soldati dell’integrazione che ci dobbiamo”. Con queste parole, ha elevato coloro che sono caduti in un atto di difesa a simbolo dell’unità continentale. Rivolgendosi a coloro che riducono l’alleanza tra Cuba e Venezuela a una mera transazione, è stato categorico: “Prima di tutto, cubani e venezuelani sono fratelli”. La parte più incisiva del suo discorso ha affrontato le minacce attuali. Citando recenti dichiarazioni di alti funzionari statunitensi che hanno parlato di “entrare e distruggere il posto”, il Presidente le ha definite “grottesche” e un “incitamento al massacro”. In risposta, ha invocato la filosofia della resistenza cubana: “Il popolo cubano non è antimperialista per definizione. L’imperialismo ci ha resi antimperialisti”. E ha ricordato la definizione di Martí: il patriottismo è “l’odio invincibile per coloro che ci opprimono”. Ha fatto appello all’unità, che ha definito l’arma più potente, e si è rivolto ai giovani che stanno diffondendo le leggende della Rivoluzione. Il suo messaggio è stato una sfida diretta: “No, signori imperialisti, non abbiamo affatto paura di voi… Non ci piace essere minacciati, come ha detto Fidel. Non ci intimidirete”. > “Oggi ci sono 32 nuovi volti. 32 nuove storie che incarnano la definizione > insuperabile di Martí: ‘La patria è l’umanità'”, ha detto Díaz-Canel. Secondo il presidente, questi combattenti cubani non solo hanno difeso la sovranità del Venezuela, il presidente Nicolás Maduro e la vicepresidente Cilia Flores, ma hanno anche “difeso la dignità umana, la pace e l’onore di Cuba e della nostra America”. Li ha descritti come “la spada e lo scudo dei nostri popoli contro l’avanzata del fascismo”, rendendoli un simbolo del fatto che “nessuna nazione è insignificante quando la sua dignità rimane salda”. Il discorso del presidente si è concentrato sull’omaggio alle famiglie dei caduti, abbracciando “madri, padri, mogli, figli, nipoti, fratelli, nonni, compagni d’armi e amici”. Ha citato Fidel Castro, ricordando le sue parole durante il lutto per i martiri di Barbados: “Il dolore non si condivide, il dolore si moltiplica; e quando un popolo forte e coraggioso piange, l’ingiustizia trema”. Questo sentimento, ha osservato, è stato catturato dal cantautore Silvio Rodríguez, che ha messo in musica l’idea che “l’ingiustizia trema quando piange il valoroso popolo di Fidel”. Il presidente ha sottolineato la natura pacifista di Cuba. “Cuba non minaccia né sfida. Cuba è una terra di pace”, ha dichiarato, ricordando che fu all’Avana dodici anni fa, durante il Secondo Vertice della CELAC, che l’America Latina e i Caraibi furono proclamati Zona di Pace, un’iniziativa guidata da Cuba. Ha aggiunto che questo risultato è stato “brutalmente minato dal colpo di stato fascista in Venezuela”. Tuttavia, ha avvertito che questo “impegno per la pace non diminuisce in alcun modo la nostra disponibilità a combattere in difesa della sovranità e dell’integrità territoriale”. Il messaggio era chiaro e forte: se Cuba fosse attaccata, “combatteremmo con la stessa fedeltà che ci è stata tramandata da diverse generazioni di coraggiosi combattenti cubani”, tracciando una linea storica che va dalle guerre d’indipendenza del XIX secolo alla partecipazione ai conflitti in Africa e, ora, in Venezuela. > “Cuba non è tenuta a fare alcuna concessione politica, né questa sarà mai sul > tavolo dei negoziati per raggiungere un’intesa tra Cuba e gli Stati Uniti. È > importante che lo capiscano”, ha affermato. Díaz-Canel ha ribadito la sua volontà di dialogare e migliorare le relazioni bilaterali, ma a condizioni ben precise: “sempre a parità di condizioni e sulla base del rispetto reciproco”. Ha ricordato che questa è la posizione mantenuta “da oltre sei decenni” e che “la storia non cambierà ora”. Il discorso del presidente si è concluso con un avvertimento rivolto all'”impero che ci minaccia”: “Siamo milioni di cubani. Siamo un popolo pronto a combattere se attaccato, con la stessa unità e ferocia dei 32 cubani caduti il 3 gennaio”.   Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
January 17, 2026
Pressenza
Solidarietà a Luciano Vasapollo, attaccato per il suo supporto alla Rivoluzione Bolivariana e alla causa palestinese
Luciano Vasapollo – professore (in pensione) di economia presso l’Università “La Sapienza” di Roma e dirigente di Rete dei Comunisti – è stato attaccato da Francesco Giubilei, scrittore, fondatore delle case editrici Historica e Giubilei Regnani Editore, collaboratore dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano dal 2022 al 2023, presidente dell’associazione “Nazione Futura” e della Fondazione Tatarella. L’articolo incriminato, pubblicato il 12.01.2026 su “Il Giornale” e intitolato “Lezione del cattivo maestro amico di Maduro: insulti alla venezuelana in festa per la libertà”, è un’accozzaglia di affermazioni volte a screditare Vasapollo e la Rivoluzione Bolivariana (tramite l’attacco al presidente Nicolás Maduro). L’attacco a Vasapollo, bersagliando il singolo, ha l’obiettivo di provare a intimidire anche gli altri professori e gli studenti, di restringere gli spazi di dibattito e agibilità politica nelle istituzioni scolastiche e nelle università nel quadro della crescente militarizzazione della società e rientra nel novero degli attacchi subiti da tantissimi esponenti della società civile, attivisti e solidali con il Venezuela Bolivariano e il popolo palestinese. Esprimiamo e promuoviamo solidarietà al professor Vasapollo e all’area politica facente capo alla Rete dei Comunisti. Dobbiamo sempre di più promuovere la solidarietà e la lotta per la giustizia sociale contro la repressione uno strumento per alimentare la mobilitazione in opposizione al governo Meloni, sostenitore dei reazionari venezuelani, serva di Trump e complice della pulizia etnica in corso in Palestina perpetrata dall’Entità sionista. Redazione Italia
January 17, 2026
Pressenza