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Le infografiche che illustrano l’inchiesta sulla hasbara nel quarto potere degli USA
LA SERIE DI ‘PANNELLI’ COMPOSTI DAI GRAFICI DEL TEAM VISUALIZING PALESTINA SINTETIZZA LE INFORMAZIONI ELABORATE DALLE REPORTER DI PRISM, MEDIA E MEDIA-SERVICE INDIPENDENTE FEMMINILE MULTIETNICO. Ogni infografica mostra – e dimostra – come negli USA le notizie sulla persecuzione dei palestinesi siano filtrate o manipolate: quelle divulgate da uffici e agenzie stampa filo-sionisti sono pubblicate e divulgate; quelle con materiali e dati che documentano vessazioni,  prevaricazioni,  apartheid e genocidio invece vengono ‘bloccate’ da un sistema di ostruzioni molto efficace… … una barriera che si può, e deve, riuscire ad abbattere, perciò serve sapere e capire come ‘funzioni’. LA HASBARA NEL MONDO DEI MEDIA ‘MADE IN USA’ Da sempre, ma recentemente di più e anche più esplicite, tante subdole pressioni e coercizioni impediscono a redattori, corrispondenti e collaboratori che lavorano in e con i quotidiani e periodici main-stream statunitensi di pubblicare reportage contenenti informazioni sulle violazioni dei diritti umani pianificate e compiute dai coloni sionisti e dai governanti e militari israeliani e sui crimini di guerra orditi e perpetrati dalle forze armate dello stato israeliano. Così nell’opinione pubblica americana si sono formate idee e consolidate convinzioni basate su fake-news, cioè su delle versioni dei fatti mendaci e mistificatorie, plasmate ad arte per accreditare tesi e ideologie demagogiche divulgate mediante la hasbara, una parola ebraica che letteralmente significa ‘spiegazione’ e recentemente usata per indicare il sistema di strategie e tattiche della propaganda dei sionisti israeliani. Ovviamente questa “sofisticata architettura narrativa” [Hasbara: l’arte della narrazione strategica israeliana – ISLA / 8 settembre 2025] ha uno scopo… che è il ‘fine’ perseguito in molti modi, anche mediante ogni media, con tanti ‘mezzi’, anche non leciti: ‘giustificare’ l’efferatezza di interventi, azioni e operazioni delle forze armate e forze dell’ordine di Israele contro i palestinesi abitanti nella Striscia di Gaza, nei territori in Cisgiordania, a Gerusalemme… nelle terre dal fiume (Giordano) al mare (Mediterraneo). Nel 2011 sulla rivista scientifico-accademica Israel Studies edita dall’Indiana University Press e sponsorizzata dal Ben-Gurion Research Institute for the Study of Israel and Zionism della Ben-Gurion University di Negev e dal Schusterman Center for Israel Studies della Brandeis University, un ateneo privato del Massachusetts, è stata pubblicata la ricerca – intitolata “Palestine’s Best”: The Jewish Agency’s Press Relations, 1946-1947 – in cui l’autore, Giora Goodman, docente al e direttore del Dipartimento di studi multidisciplinari del Kinneret College sito sulle rive del Mar di Galilea, trattava per la prima volta nella storia un argomento oggi ‘scottante’… Il pioneristico saggio storiografico esamina come sia stata costruita la Jewish Agency (Agenzia Ebraica), cioè la ‘macchina propagandistica’ dei sionisti, usata “in Palestina e all’estero durante i due anni cruciali che hanno preceduto la fondazione dello Stato di Israele”, ovvero negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale e dell’olocausto. Fino al 2011, l’anno della primavera araba e scandito da “mutamenti politici e culturali, da global revolution, da tragedie naturali sconfinate,… e da grandi eventi mediatici” [Fanpage, 30 dicembre 2011], nessuno aveva mai affrontato questo argomento. Perché? Chi non è esperto di storia dei mass-media e sociologia della comunicazione non lo può sapere. Chi non conosce (bene) la storia di Israele e degli Stati Uniti non può capire (bene!!!) le dinamiche del presente nel mondo dei media della nazione mediorientale, della super-potenza americana e ‘occidentale’ e, di riflesso, di tutto il mondo. Chi invece è un giornalista – cronista, editorialista o redattore – o un pubblicista professionista, oppure un mediattivista, blogger o influencer deve saperlo e capirlo. Chi lavora nei media non può non avere conoscenza di cosa siano e come agiscano le ‘agenzie’ di muckraking (giornalismo scandalistico), quali ‘trucchi’ retorici, ovvero sofismi e demagogie, usano per far ‘esplodere’ o attizzare scandali e polemiche che fomentano rabbia, odio e fanatismi, per convincere tante persone a pensare ciò che altrimenti ciascuna non concepirebbe o a cui non crederebbe (bias cognitivi), per far sembrare verosimili le falsità e, così, false le verità,… per fare propaganda politica. Chi lavora nelle ‘stanze’ – reali o virtuali – del quarto potere deve conoscere e sempre ricordare gli studi, e ammonimenti, degli statunitensi John Dewey («la società è comunicazione») e Walter Lippmann (primo ad analizzare a fondo il fenomeno del giornalismo scandalistico e nel 1922 autore di L’opinione pubblica, «La creazione del consenso non è un’arte nuova… La persuasione è diventata un’arte… la conoscenza dei modi per creare il consenso altererà tutti i calcoli politici e modificherà tutte le premesse politiche»), dell’anglista e sociologo canadese Herbert Marshall McLuhan (“il medium è il messaggio”), del cosmopolita – che si dichiarava un ‘marrano’ – Edgar Nahoum noto con lo pseudonimo ‘Morin’ (vedi bibliografia) e, oltre a leggere (bene!!!) tutto il testo, rammentare quando, come e perché la – allora reporter corrispondente del settimanale The New Yorker – Johanna ‘Hannah‘ Arendt scrisse La banalità del male (Eichmann in Jerusalem – A Report on the Banality of Evil), un libro oggi tanto attuale. Eppure finalità, caratteristiche e funzionamento dell’Agenzia Ebraica sono stati ignorati fino al 2011 e, sebbene il 7 ottobre 2023 la ‘macchina’ della propaganda sionista fosse già in moto, oggi – dopo tre anni dall’inizio dell’assedio della Striscia di Gaza, oltre che tanti – ma non tutti – israeliani e alcuni – non tutti – potenti, che cosa sia la hasbara lo sanno solo i palestinesi e chi si indigna delle atrocità a loro inferte e si erge in loro difesa. A chi vuole assolvere coloro che sono responsabili o complici dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità di cui sono vittime i palestinesi la hasbara fornisce tanti ‘strumenti’ e ‘attrezzi’ con cui fare in modo che la gente creda che “A Gaza non c’è la carestia. Le foto dei bambini denutriti sono manipolate o mostrano gli effetti di malattie rare. Tutti i giornalisti di Gaza (solo palestinesi, poiché Israele vieta l’ingresso alla stampa) sono al soldo di Hamas. I terroristi fanno incetta del cibo e banchettano nei tunnel. I tredicimila dipendenti dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa) sono tutti membri di Hamas. Negli ospedali di Gaza si nascondono i terroristi. I medici sono terroristi. Gli infermieri sono terroristi. Il numero delle vittime civili a Gaza, in proporzione ai combattenti uccisi, è inferiore a quello di altre guerre” [Anna Maria Brogi – Cos’è la “hasbara” e come Israele sta combattendo una guerra parallela sul web / Avvenire, 7 settembre 2025]. ‘I’M SO DEHUMANIZED’ Il titolo della pagina online dal 9 settembre scorso in cui Prism presenta il reportage e le infografiche elaborate da Visualizing Palestine che lo illustrano cita la frase detta da Nadia, una giornalista specializzata in cronaca locale, in specifico che si occupa di vicende e questioni inerenti alla vita quotidiana delle comunità etniche che popolano il Northeast,  la macro-zona che si estende negli stati del cosiddetto New England – primi insediamenti coloniali inglesi (Connecticut, Maine, Massachusetts, New Hampshire, Rhode Island e Vermont) e altre ex-colonie sulla ‘costa orientale’, o atlantica (New Jersey, New York e Pennsylvania, inoltre Delaware, Maryland e Virginia del Nord) – e nell’area metropolitana di Washington, il District of Columbia. Nadia quindi conosce bene la realtà dei territori abitati, oltre che dai nativi americani che popolano soprattutto le Woodlands (territori boschivi), cioè delle etnie, o tribù, Wampanoag, Mohegan (moichani), Pequot, Narragansett e Penobscot e delle Six Nations della Iroquois Confederacy (irochesi), e molti immigrati e tanti esuli di varie origini e ‘generazioni’, tra cui numerosi ebrei fuggiti dall’Europa soggiogata al nazifascismo e palestinesi scappati da Israele… Le testimonianze della giornalista che vive e lavora in questa realtà e dei 5 suoi colleghi di altre testate intervistati dalle reporter di Prism e l’indagine – i 44 casi di retaliation (repressione) rilevati e riscontrati dall’associazione sindacale di giornalisti, cronisti, editorialisti e pubblicisti – National Writers Union (NWA) – dal 7 ottobre 2023 fino al febbraio 2024 [Retaliation in the media industry during the war on Gaza] documentano tanti fatti inconfutabili, alcuni eclatanti, apparentemente singolari o eccezionali, nell’insieme invece non straordinari, anzi: tutti collegati l’uno all’altro e ciascuno una tattica connessa a una strategia, la hasbara. * PRISM – ‘I’m so dehumanized’: Journalists say U.S. newsrooms treat Palestine with fear and contempt * VISUALIZING PALESTINE – What Happens to Stories About Palestine in U.S. Newsrooms     Maddalena Brunasti
October 22, 2026
Pressenza
La responsabilità dei media nel genocidio di Gaza: il nuovo rapporto di Francesca Albanese
Dall'economia del genocidio alla verità repressa nel sangue. A un anno di distanza dal rapporto che ha fatto luce sugli interessi delle multinazionali nei crimini israeliani, Francesca Albanese ha unito i punti della copertura mediatica riservata a Gaza, pubblicando un nuovo rapporto, dal titolo: La verità sotto le macerie: i media al tempo del genocidio. La Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati ha esaminato come l'eliminazione di un popolo passi anche per la distruzione della verità, legandola così al crimine di genocidio che vede Israele sotto processo del... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.   ABBONATI / SOSTIENI   L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. The post La responsabilità dei media nel genocidio di Gaza: il nuovo rapporto di Francesca Albanese appeared first on L'Indipendente.
October 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Nandino Capovilla: “Non il permesso di poter denunciare, bensì il dovere di farlo”
Oggi a Marghera tre palestinesi appena arrivate  dai villaggi devastati dai coloni e dall’esercito israeliani presenziano al ‘memoriale del genocidio’, il presidio svolto ogni mese in una piazza della città. In procinto di partecipare all’iniziativa, don Nandino Capovilla ha proclamato: > Non avevo bisogno di vedere Naza per convincermi non solo che è giusto poter > criticare lo stato d’Israele, ma che è sempre più necessario denunciare chi > sta portando avanti il piano di cancellazione del popolo palestinese. > > Se venisse approvato questo decreto bavaglio, il previsto organo di controllo > sul territorio sappia che dovrà interrogare più di 60.000 cittadini ritenuti > antisemiti per decreto, che in un solo giorno hanno riempito i cinema di tutta > Italia, uscendo muti e sconvolti dalle sale. Le loro lacrime erano esaurite ma > la loro coscienza era ancora più convinta: non possiamo tacere. > > Non avevo bisogno di tornare in Israele per constatare quello che l’ebreo > israeliano Gideon Levy ha denunciato in questi giorni, cioè che: “Israele è > lanciato verso il baratro e si fermerà solo se costretto. Spetta alla comunità > internazionale imporre sanzioni per fermare il delirio criminale di Israele”. > > Se approveranno la legge antidissenso chiederò ai miei numerosi amici e amiche > ebree israeliani che da anni frequento, di denunciare con più forza il loro > Paese, visto che in Italia verrebbe scambiato per antisemita chi, come lo > stesso Levy, dichiara che “è impossibile sfuggire alla responsabilità del > Genocidio. Chiedetelo ai turchi. Questo senso di colpa non ci darà mai pace. > Sarà per noi israeliani una vergogna eterna”. > > Non avevo bisogno di andare a vedere il documentario, proibito in Israele, The > Bibi Files, impressionante prova del sistema di corruzione che dal primo > ministro si allarga alla famiglia e a mezzo paese. È la descrizione di uno dei > principali motori delle sanguinarie scelte politiche che Netanyahu ha fatto > per rimanere al potere ed evitare la prigione al prezzo di un genocidio. > > Se approveranno il famigerato Decreto 1004, riposterò le foto delle > manifestazioni che ho scattato, attonito, nell’estate del 2024 lungo le strade > strapiene di Tel Aviv. Evidentemente, nella logica di questa legge, quei > milioni di israeliani sarebbero tutti antisemiti e se fossimo in Italia > andrebbero denunciati e fermati tutti. > > Non avevo bisogno di leggere tanti articoli e approfondimenti per comprendere > che il progetto sionista di “eliminazione del popolo palestinese” – come > definito dall’Ong israeliana B’TSelem – non può più essere confuso con > l’ebraismo. Sono qui perché sono persone che conosco da tempo, a chiedermi di > non tacere. > > Amina, Bassima e Daneen sono arrivate proprio ieri a Venezia dai villaggi > palestinesi devastati da coloni ed esercito israeliani. Al memoriale del > genocidio che ogni mese porta in una piazza di Marghera il dolore del mondo le > loro parole rimbomberanno in città come un drammatico SOS. > > Se questa legge passerà, con il divieto di usare le parole ‘apartheid’, > ‘pulizia etnica’ e ‘genocidio’, diffonderò con i megafoni i racconti di > Daneen, Bassima e Amina, che il significato racchiuso in quei termini portano > inciso nella loro carne e sui volti dei familiari feriti e uccisi. > > Non avevo bisogno di guardare le mappe aggiornate di Google Earth, che danno a > chiunque la prova tangibile della desertificazione realizzata da Israele a > Gaza, per avere le prove della responsabilità del governo israeliano in questa > alterazione definitiva della topografia della Striscia, che riduce in macerie > un popolo. > > Se approveranno la censura di stato del DDL 1004, rispolvereremo il dovere di > obiezione di coscienza, visto che chi riesce perfino ad oscurare la legittima, > democratica protesta, non riuscirà mai ad oscurare la coscienza di un > cittadino e di un cristiano. A proposito, > > Non avevo bisogno di rileggere tutti i testi ecclesiali composti da decenni > nelle comunità palestinesi, da battezzati, preti e vescovi che, dal giorno in > cui sono nati, subiscono uno dei più crudeli e longevi sistemi di apartheid e > controllo totale della vita. Le loro limpide accuse ed esplicite denunce non > potranno certo essere censurate come antisemite. > > Se la legge tenterà di cancellare perfino la voce dei cristiani di terra > santa, quelle riflessioni e preghiere che riceviamo da Gerusalemme ogni > giorno, noi faremo nuove pubblicazioni, le diffonderemo nei foglietti > parrocchiali, senza cambiare una sola parola di quelle suppliche che nascono > sul baratro del genocidio in atto. Diffonderemo i loro pronunciamenti > ufficiali perché dopo la pulizia etnica dell’intera Palestina, non vengano > fatti sparire dalla faccia della terra. > > Per questo dò lettura del recente appello dei cristiani palestinesi (Kairos > Palestina, Un momento di verità: la fede in tempo di genocidio, 3 agosto > 2025): > > Condanniamo tutti coloro che sfruttano e sostengono l’accusa di antisemitismo > per mettere a tacere la voce palestinese della verità. > Respingiamo ogni tentativo di confondere l’antisemitismo con l’opposizione > all’apartheid e con la pressione esercitata affinché Israele sia chiamato a > rispondere delle proprie responsabilità ai sensi del diritto internazionale, > in particolare, attraverso l’uso di definizioni e documenti concepiti per > servire le ideologie e gli interessi sionisti con il pretesto di combattere > l’antisemitismo. > L’uso improprio del termine antisemitismo distorce e oscura la realtà del vero > antisemitismo che ancora esiste nel nostro mondo e che condanniamo con forza > insieme a tutte le forme di razzismo, esclusione e pregiudizio, compresa > l’islamofobia. > L’ideologia sionista sostiene di rappresentare e proteggere il popolo ebraico, > ma così facendo ha confuso “ebreo” e “sionista” come se fossero la stessa > cosa. > > Per questo non chiediamo il permesso di poter criticare lo stato di Israele, > ma sentiamo di doverlo fare, nelle scuole e nelle chiese, nelle università, > nei media e ovunque, come un dovere di umanità, usando il virgolettato delle > centinaia di rapporti delle Nazioni Unite, delle sentenze della Corte > internazionale di giustizia, della Corte penale internazionale e di tutti quei > baluardi di democrazia che, secondo questo mostruoso DDL sarebbero tutti da > condannare come antisemiti. Maddalena Brunasti
October 2, 2026
Pressenza
I ‘Preti contro il genocidio’ in Vaticano e davanti ai palazzi e alla sede di Leonardo
AL CORTEO CHE MARTEDÌ 22 SETTEMBRE HA ATTRAVERSATO IL CENTRO DI ROMA C’ERA ANCHE DON NANDINO CAPOVILLA, CHE NEL SUO POST DIVULGATO SUI SOCIAL MEDIA RIFERISCE: > STAVOLTA SE NE SONO ACCORTI tutti i media, anche perché siamo un fiume di > gente (e quasi tutti preti!) per le strade di Roma e più di cento tra > sacerdoti e vescovi che non capita tutti i giorni di vederli insieme. > Soprattutto colpisce l’inequivocabile chiarezza della posizione “contro il > genocidio”, e la trasparenza delle motivazioni, dalla preghiera alla denuncia. > Lo evidenzia da Gerusalemme Michel Sabbah, il patriarca emerito, scrivendoci > un messaggio: «Cari sacerdoti di Cristo, che avete avuto il coraggio di > chiamarvi Preti contro il genocidio, pregate per Gaza, dove quel genocidio, > che voi non volete dimenticare ogni volta che vi collegate come preti, non si > potrà più cancellare dalla storia. E non dimenticate la West Bank, dove la > pulizia etnica sta giorno dopo giorno sottraendo tutto a noi palestinesi». > IN UNA SOSTA SOTTO L’AMBASCIATA DELLA PALESTINA presso la Santa sede – il > Vaticano ha riconosciuto ufficialmente lo Stato palestinese – viene intonata > una canzone dedicata a Taybeh, sottoposto a incursioni da parte dei coloni > israeliani. > Io faccio un video e lo mando al parroco che due minuti dopo, dalla > Cisgiordania, mi risponde con un commosso emoji su WhatsApp! > QUANDO IL CORTEO arriva a piazza Monte Grappa, sotto la sede di Leonardo, > principale azienda armiera italiana di solidi rapporti commerciali con > Israele, è ormai evidente il coraggio di questi ‘Preti contro il genocidio’. > «Siamo qui per chiedere lo stop alla vendita di armi a Israele», spiega don > Rito Maresca di Sorrento. > «Dentro quel palazzo ci sono intelligenze messe a servizio della guerra», > incalza il vescovo Giovanni Ricchiuti. > Ancora più esplicito il vescovo di Manfredonia Franco Moscone: «La Corte > penale internazionale dovrebbe spiccare mandati di cattura per tutti coloro > che siedono nei Consigli di amministrazione di Leonardo e di tutte le aziende > che fabbricano e vendono armi per le guerre». Maddalena Brunasti
September 23, 2026
Pressenza
La canzone più Rage Against The Machine dopo i Rage Against The Machine
Che cos’è il silenzio? Una mano che applaude da sola? Un albero che cade in una foresta senza nessuno ad ascoltarlo? Uno spazio vuoto tra le nostre orecchie? Un nastro che si disintegra girando su se stesso durante un attentato terroristico? Un vocale muto di quattro minuti e trentatré secondi per dirti che ti saluta John Cage? O forse, più banalmente, quattro uomini nudi in mezzo a uno stadio con la bocca sigillata dal nastro adesivo? Il 18 luglio del 1993 il batterista Brad Wilk se ne stava in piedi sul palco del Lollapalooza di Philadelphia. In silenzio. Nudo. Per quindici minuti. Davanti a cinquantamila persone. «Pensavo alla sensazione del vento sulle spalle» racconterà in seguito. Con lui, spogliati e muti, Zack de la Rocha, Tom Morello e Tim Commerford: i Rage Against The Machine. Sulla bocca un tappo di nastro isolante. Sul petto di ciascuno, una lettera dipinta: P, M, R, C. In sottofondo il feedback delle chitarre, appoggiate sugli amplificatori. E loro immobili. Il pubblico all’inizio restò a fissarli basito. Si aspettavano Killing in the Name e invece si trovavano davanti uno spogliarello immobile. Per un po’ stettero al gioco, poi iniziarono a tirargli le bottiglie. Poco dopo arrivò la polizia che li fece scendere dal palco. Le quattro lettere sul petto non erano un’invenzione estemporanea. PMRC sta per Parents Music Resource Center, il comitato fondato nel 1985 da un gruppo di mogli di politici di Washington alle quali non piacevano le parolacce. Da anni portavano avanti la loro battaglia per vietare la diffusione di canzoni che contenessero un linguaggio da loro giudicato osceno. Qualche anno prima avevano convinto le case discografiche ad applicare un bollino di avvertimento sui testi considerati volgari. «Come curare la forfora con la decapitazione» commentò all’epoca Frank Zappa, uno degli artisti che più si batté contro le proposte di censura del comitato. Zappa portò la questione addirittura davanti alla commissione del Senato, ma alla fine il bollino arrivò lo stesso. Il famigerato Explicit Lyrics. Per ripicca lo fecero mettere anche su un suo disco totalmente strumentale, Jazz from Hell. L’avviso ai parenti sui testi spinti Anche i Rage erano contrari alla censura del PMRC. Per Tom Morello era addirittura una questione di famiglia. La mamma del chitarrista dei Rage, Mary Morello, nel 1987 aveva fondato Parents for Rock and Rap, un comitato che aveva il preciso obiettivo di difendere la libertà di espressione della musica popolare. In pratica erano la nemesi del PMRC. O, per meglio dire, gli anticorpi. «Vi ricordo che questi sono gli Stati Uniti d’America e che abbiamo una cosa che si chiama Primo Emendamento» aveva urlato Mary Morello in faccia al sindaco di Lake Forest. Il figlio evidentemente ascoltava. Nel 1993 Tom Morello era sul palco con una grossa M verniciata sul torace e la bocca chiusa dal nastro isolante. Il suo silenzio era una protesta. Dopo quel pomeriggio a Philadelphia i Rage hanno continuato a protestare, anche se di silenzio ne hanno fatto ben poco. Nel 1996 vengono banditi da Saturday Night Live: ospite d’onore quella sera è Steve Forbes, miliardario candidato alla Casa Bianca, e la band appende agli amplificatori due bandiere americane capovolte. Tre anni dopo, il 24 luglio 1999, danno fuoco a una bandiera americana sul palco di Woodstock ’99. Nel gennaio del 2000 girano il video di Sleep Now in the Fire con Michael Moore davanti alla Borsa di New York senza nessuna autorizzazione e si fanno arrestare dalla polizia. In mezzo quattro album che hanno ridefinito i canoni della rabbia. Tutto finisce nel 2000, al netto di qualche reunion nella quale sono tornati a suonare dal vivo. I Rage Against The Machine al Loollapalooza Con l’uscita di scena dei Rage cala il silenzio, in America, su un modo di fare musica che fosse anche una severa contestazione del potere, almeno nel circuito mainstream. Il passaggio di consegne arriva ventiquattro anni dopo e porta il nome di una bambina di Gaza. Il brano si intitola Hind’s Hall e prende il nome da Hamilton Hall, l’edificio della Columbia University occupato dagli studenti pro-Palestina il 30 aprile 2024 e ribattezzato in onore di Hind Rajab, la bambina uccisa a Gaza a gennaio di quell’anno dall’esercito israeliano. Il rapper Macklemore la pubblica prima sui social, fuori da ogni etichetta, e solo dopo qualche giorno la porta sulle piattaforme di streaming, devolvendo tutti i proventi alla UNRWA. Il brano entra in classifica, secondo tra i singoli rap più venduti digitalmente negli Stati Uniti, settimo nella classifica generale. Il testo è un atto di accusa contro il genocidio a Gaza e contro la complicità degli Stati Uniti. Macklemore se la prende anche con l’industria musicale per essere stata, fino a quel momento, in silenzio. Actors in badges protecting property / And a system that was designed by white supremacy / But the people are in the streets / You can pay off Meta, you can’t pay off me: Attori col distintivo che proteggono la proprietà / E un sistema progettato dalla supremazia bianca / Ma la gente sta per strada / Potete pagare Meta, non me. Dopo averla sentita, Tom Morello commenta: «È la canzone più Rage Against The Machine dopo i Rage Against The Machine». Musicalmente il brano si regge sul campionamento di una canzone tradizionale libanese. 4 note suonate da una chitarra acustica. Ma ci sarebbe stato bene anche un riffone distorto con la sua Fender. Due anni e mezzo dopo quel rumore torna a farsi sentire. Ma stavolta qualcuno decide di spegnerlo. Settembre 2026: Macklemore apre le date del Loop Tour di Ed Sheeran. Sul palco del MetLife Stadium, nel New Jersey, davanti a 80mila persone, il rapper introduce Hind’s Hall facendo un breve discorso: «Uno dei motivi principali per cui ho voluto fare questo tour, fin dall’inizio, è proprio quello di poter salire sul palco di stadi come questo e pronunciare due parole che mi stanno particolarmente a cuore: ‘Free Palestine‘. Voglio che queste parole risuonino forte e chiaro, affinché tutti, da Gaza fino alla Cisgiordania occupata, sappiano che non li abbiamo dimenticati». Bastano quelle due parole a fare incazzare le associazioni contro l’antisemitismo. L’Israeli-American Council lancia una petizione per farlo cacciare dalla tournee. Robert Kraft, il proprietario del Gillette Stadium di Boston dove Ed Sheeran dovrebbe suonare pochi giorni dopo, impone un ultimatum: o lui fuori dal tour, o niente date negli stadi. Questa volta il silenzio imposto è quello della censura. Ed Sheeran, a quel punto, scarica Macklemore. Si giustificherà dicendo di essere «sconvolto da quanto sta succedendo a Gaza e in Palestina», ma che nei suoi spettacoli non si fa politica. Poi dà la colpa della decisione al suo promoter. Sceglie, di fatto, di non schierarsi. Il silenzio diventa un’altra cosa: complicità. Nel giro di due giorni la sua “non decisione” gli si ritorce contro. Il tour si sfalda: se ne vanno Finneas, Aaron Rowe, i Beoga, i Lukas Graham. In pratica tutti gli altri musicisti che dovevano dividere il palco con lui. Il mondo della musica si spacca come sempre in questi casi: per Shirley Manson dei Garbage è «pura follia», per Chris Shiflett dei Foo Fighters «forse denunciare un genocidio viene prima del galateo da palco», mentre P!nk, promossa sul campo a esperta di relazioni internazionali, si schiera con la censura e accusa Macklemore di aver trasformato «un evento mainstream in un incubo politico». La scossa è talmente forte che per qualche giorno gli organizzatori temono che il tour non possa ripartire. Alla fine, come spesso succede, la faccenda si chiude in dollari: due milioni donati da Sheeran in aiuti umanitari, altri due messi da Kraft per pareggiare, uno versato da Macklemore di tasca propria, che sfida pubblicamente Kraft a fare altrettanto. Cosa abbia realmente a che fare tutto questo con il massacro dei palestinesi? Difficile a dirsi. Ed Sheeran Il tour di Ed Sheeran, alla fine, è ripartito la notte scorsa a Philadelphia. La stessa città dove i Rage Against the Machine misero in scena la loro protesta. Si chiama Loop Tour perché lui suona da solo, con una pedaliera che registra una frase e la fa girare all’infinito mentre canta sopra. Loop, appunto: la parola con cui in questa rubrica avevamo raccontato i nastri di William Basinski che si disintegravano mentre fuori dalla finestra crollavano le Torri Gemelle. E se si risale ancora più indietro, la stessa parola descrive ciò che John Cage scoprì in una camera anecoica di Harvard, quando sentì soltanto il proprio sangue in circolo. Ne concluse che il silenzio non esiste, perché il corpo produce sempre un suono: il sangue in circolo, il sistema nervoso acceso, un dibattito interno. Sheeran, senza volerlo, lo dimostra al contrario. Sul palco resta una sola voce che gira su se stessa, mentre tutte le altre, quelle che avrebbero dovuto dividere il palco assieme a lui, vengono silenziate. Ripartiamo anche noi, allora, dall’inizio. Cos’è il silenzio? Un’utopia. Rinascita e rovina insieme. Protesta, ma anche censura. Un vuoto da colmare. La distanza che le nostre orecchie percorrono per raggiungere il resto del mondo. O forse, più banalmente, una voce di bilancio, una clausola di contratto: una questione di soldi. Come tutto il resto. PS: Alla fine i Rage Against the Machine hanno fatto pace con il pubblico di Philadelphia. Sono tornati pochi mesi dopo e hanno organizzato un concerto per i fan che non erano riusciti a sentirli al Lollapalooza. Questa volta hanno suonato gratis. Il concerto di Ed Sheeran, invece, costa 112 dollari. Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online The post La canzone più Rage Against The Machine dopo i Rage Against The Machine appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Israele accelera sul piano per colonizzare la Cisgiordania e “seppellire” lo Stato palestinese
Una manciata di giorni fa, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, rilasciava una timida condanna delle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. Il principale oggetto delle contestazioni della presidente è stato il piano di insediamento E1, che, con la costruzione di oltre 3.000 unità abitative tra Gerusalemme Est e la colonia di Ma’ale Adumim, spaccherebbe a metà la Cisgiordania. Di fronte alla pressione – solo a parole – dell’esecutivo europeo, il governo israeliano ha lanciato le ultime gare per la sua realizzazione. Con il nuovo bando viene avviato il percorso per realizzare oltre 2.000 strutture, così da «seppellire», come dichiarato dal ministro israeliano Smotrich, l’ipotesi di uno Stato palestinese. Il piano di insediamento E1 è uno dei più imponenti e rilevanti progetti di colonizzazione della Cisgiordania, ma viene portato avanti in parallelo a numerosi altri progetti. Dal 7 ottobre, Israele ha annesso oltre 2.900 ettari di territori palestinesi e, solo a settembre, ha portato avanti almeno altri sei piani di espansione. L’apertura del bando per la costruzione delle nuove unità abitative riguarda uno dei due quartieri residenziali previsti dal piano E1, che conta in totale 2.167 edifici. A segnalarne l’avvio è stata l’ONG israeliana Ir Amim, con una nota ripresa dai media israeliani. Più precisamente, l’apertura delle offerte per il bando è prevista per il 25 ottobre, due giorni prima delle elezioni parlamentari in Israele; non è noto quando scadrà. Secondo Ir Amim, la data scelta per la presentazione delle offerte dimostra la determinazione del governo a portare avanti il progetto E1 e a «creare una realtà sul campo sempre più irreversibile in vista delle elezioni». Le 2.167 unità previste dal bando si aggiungono alle 1.234 unità oggetto di un precedente bando, annunciato alla fine di agosto, e portano a 3.401 il numero complessivo di unità abitative previste dal piano E1. Il piano di insediamento E1 (sigla che sta per East 1) prevede la costruzione di 3.412 abitazioni all’interno di un’area di 12mila dunam (corrispondenti a 12 chilometri quadrati) a nord e a ovest della strada che collega Gerusalemme a Maale Adumim (a 6km da Gerusalemme), una delle colonie più estese e popolate della Cisgiordania. Il progetto prevede l’edificazione di tre quartieri residenziali e aree destinate a commercio, industria e alberghi. L’area designata collegherebbe giuridicamente e urbanisticamente la parte orientale di Gerusalemme a Maale Adumim, isolando i quartieri palestinesi di Gerusalemme Est dalle aree della Cisgiordania non occupate, e separando di fatto Betlemme, la stessa Gerusalemme Est e Ramallah. La zona interessata è abitata da 18 comunità beduine che rischierebbero di venire sfollate. Finora sono stati pianificati due quartieri residenziali, quelli per i quali Israele ha aperto i bandi di assegnazione delle costruzioni; il terzo quartiere residenziale, che collegherebbe gli altri insediamenti a Gerusalemme, e la zona commerciale-industriale sono congelati per motivi urbanistici. E1 è il più ampio progetto coloniale di Israele in Cisgiordania, ma non è l’unico. Nel solo mese di settembre, l’ONG israeliana Peace Now ha annunciato l’avvio o la continuazione di almeno sei progetti di espansione e di un piano di finanziamento. I primi risalgono all’inizio del mese e prevedono la legalizzazione di 1.552 dunam di terreno in colonie situate a sud di Nablus e di altri 370 dunam destinati alla legalizzazione di Keidar Sud, insediamento connesso alla stessa area E1. A questi è seguita la legalizzazione di altri tre insediamenti coloniali, nell’ambito di un piano lanciato dal governo in estate che prevede la creazione di 104 nuove colonie. Israele ha poi annesso altri 178 dunam di terreno al confine, nei pressi della linea blu – il confine con la Cisgiordania –, a sud di Nablus. È stato infine approvato un finanziamento da 36,3 milioni di shekel (circa 10,4 milioni di euro) per l’avanzamento di progetti di insediamento e il potenziamento degli uffici ministeriali a essi dedicati. In generale, dall’escalation del 7 ottobre, Israele ha annesso oltre 29mila dunam di terreno palestinese. A riportarlo è la ONG Colonization and Wall Resistance Commission (CRCW), che condanna la «grave violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni internazionali che affermano l’illegalità della colonizzazione israeliana in tutte le sue forme». Sono diverse, infatti, le risoluzioni dell’ONU e i pareri dei tribunali internazionali che chiedono a Israele di smantellare gli insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati. A tal proposito, vale la pena ricordare le ultime risoluzioni, come la A/RES/80/72 del 2025 e la A/ES-10/L.31 del 2024, o il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del medesimo anno; in generale, la richiesta di ritirarsi dai territori palestinesi occupati va avanti sin dal 1967, con la risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. The post Israele accelera sul piano per colonizzare la Cisgiordania e “seppellire” lo Stato palestinese appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 20, 2026
L'INDIPENDENTE
La 1268ª ‘ora’ di Genova. Il 25° anniversario dell’iniziativa in una data emblematica
La settimanale “Ora in silenzio per la pace” praticata il 16 settembre ha ricordato che la manifestazione viene svolta sui gradini di Palazzo Ducale ogni mercoledì pomeriggio dal settembre 2001. Nel luglio di 25 anni fa il capoluogo ligure era stata la città italiana al centro del mondo perché dove la violenta repressione della protesta di migliaia di giovani italiani ed europei contro il summit dei G8 aveva attirato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, che l’11 settembre aveva assistito sgomenta alla serie di attentati negli USA e al crollo delle torri gemelle di New York [Percorsi. L’11 settembre 2001, per chi in quei giorni ancora non c’era / Il BOlive – Università di Padova, 11-09-2026]. Quest’anno il gruppo che da allora manifesta contro la guerra ogni settimana rammenta che in quel frangente si era espresso affermando “Non faremo distinzioni tra i terroristi che hanno commesso questi attacchi e quelli che li hanno aiutati...” e che la reazione degli USA e i loro alleati “alimentò immediatamente la certezza che la risposta sarebbe stata di guerra indiscriminata”. Ai pacifisti liguri era palese l’evidenza della realtà malcelata nei discorsi dell’autunno 2001 sulla difesa di sicurezza, libertà e valori del mondo occidentale: “la guerra, che dopo la fine della guerra mondiale non era mai cessata in varie parti del mondo, stava per entrare in una nuova fase: più larga, più diretta, più vicina. Ma rimaneva quello che ogni guerra è sempre stata: fonte di lutti e distruzioni, assassina di civili, fonte di immensi profitti per chi fabbrica e vende armamenti”. Da qui la decisione: “In giorni di così grande sgomento, decidemmo di riprendere una forma di protesta che avevamo attuato nel passato durante le guerre del Golfo [Desert Shield e Desert Storm, 1990-1991]: l’ora in silenzio“. E, a distanza di un quarto di secolo dalla prima, la manifestazione settimanale del 16 settembre scorso li ha coinvolti a protestare contro altri conflitti bellici le cui cause sono, ancora, le stesse avversioni e ostilità che allora infiammavano il mondo e i cui deflagranti effetti diretti e ‘collaterali’ incombono sul futuro dell’umanità. La 1268ª Ora in silenzio per la pace di Genova ha ricordato che in tutte le guerre combattute nel passato recente, in particolare nei conflitti armati combattuti in Medio Oriente con il coinvolgimento di molte altre e poi tutte le nazioni, sono avvenute vicende le cui conseguenze gravano nelle crisi globali del presente. IL 16 SETTEMBRE NEL 2026 E DI 4 E DI 44 ANNI FA Al mercoledì di quest’anno ricorrevano anche due anniversari di rilevanza internazionale. Nelle indagini da Amnesty International divulgate in questa data del 2026 sono documentate le responsabilità di 87 iraniani – 62 comandanti delle forze dell’ordine e 25 funzionari del ministero dell’Interno – pianificatori e artefici di ‘operazioni’ condotte in tanti anni, dal 2017 al gennaio 2026, e in particolare nel 2022, quando il 16 settembre moriva la 22enne curda Mahsa Amini, arrestata e seviziata perché non indossava il velo nel modo imposto dalla leggi in vigore dal 1981, e iniziava la rivolta Donna Vita Libertà. Nell’occasione, l’associazione ha evidenziato che oggi dissidenti e minoranze etniche in Iran sono oppressi, e vengono massacrati, in una micidiale ‘morsa’ letale: le persone “da un lato, sono esposte a violazioni del diritto internazionale umanitario da quando, il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno attaccato illegalmente l’Iran in violazione della Carta delle Nazioni Unite” e “dall’altro, rischiano di essere vittime di ulteriori crimini contro l’umanità nel contesto della repressione delle proteste”. Nel 1982 dal 16 al 18 settembre le milizie falangiste insieme alle truppe libanesi e con il supporto delle forze armate israeliane dislocate nella capitale libanese assaltarono Sabra, il quartiere di Beirut abitato da sciiti, e Chatila, il campo profughi dove erano rifugiati gli esuli palestinesi. Quante furono le vittime del massacro non è mai stato stabilito: il ‘bollettino’ ufficiale riporta che nelle macerie vennero recuperati 762 cadaveri, ma nei registri della Croce Rossa c’è riscontro di circa 2˙400 salme e i resoconti di istituzioni ed enti palestinesi riferiscono di sicuramente 2˙000 e plausibilmente 3˙500 morti e dispersi. Oltre che per la analogia del pretesto addotto nelle circostanze – la vendetta, nel 1982 a rivalsa dell’assassinio di Bashir Gemayel, leader falangista neoeletto presidente del Libano, e nel 2023 in reazione alla strage del 7 ottobre in Israele – il ricordo del massacro a Sabra e Chatila oggi riverbera nella protesta contro l’assedio della Striscia di Gaza e contro il genocidio dei palestinesi. In base ai dati forniti dalle autorità palestinesi – oltre ai 73˙786 morti accertati, di cui 1˙372 dopo l’11 ottobre 2025, data dell’entrata in vigore del cessate il fuoco (dati aggiornati il 15 settembre scorso) – risultano disperse circa 8˙000 vittime dei bombardamenti. Martedì 15 settembre scorso l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha formalmente chiesto che “agli investigatori internazionali sia consentito l’accesso a tutte le zone di Gaza”. Denunciando che nella Striscia di Gaza gli edifici in rovina, da cui dal novembre 2025 a oggi sono stati recuperati 630 corpi, “continuano a venir rasi al suolo dai bulldozer senza alcun rispetto per i morti sepolti sotto le macerie”, Volker Türk ha dichiarato che tale ‘bonifica’ – effettuata dalle truppe israeliane per ‘sgomberare’ i terreni su cui, come pianificato dai governanti e imprenditori di USA e altre nazioni ‘consociati’ nel Board of Peace, costruire lussureggianti e lucrosi palazzi, centri commerciali e resort turistici – impedisce di “documentare e identificare queste vittime” e di “preservare le prove forensi e i campioni biologici”, ovvero di raccogliere prove sulla scena del crimine e, così, di accertare con evidenze inconfutabili il compimento dei crimini di guerra commessi dall’ottobre 2023 in poi. Il giorno dopo, mercoledì 16, un praticante l’ora in silenzio per la pace a Genova ha evidenziato la rilevanza dell’anniversario del massacro a Sabra e Chatila in relazione alla realtà odierna e, in particolare, all’attuale situazione in Italia: «In questi giorni la Commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati sta deliberando in merito al disegno di legge sull’antisemitismo, già approvato il 4 marzo scorso dal Senato, che condanna il dissenso nei confronti del genocidio dei palestinesi». La precedente Ora di silenzio per la pace a Genova si era svolta in concomitanza e nell’ambito della mobilitazione nazionale del 9 settembre contro l’approvazione di tale decreto. Nella stessa data della 1268ª Ora in silenzio per la pace, in Vaticano veniva annunciata la divulgazione della Nota “Un cammino di speranza“ che esprime la posizione della Chiesa cattolica sulla strumentalizzazione dell’antisemitismo come ‘scudo’ dei fanatismi religiosi e delle ideologie razziste e come pretesto che fomenta i conflitti bellici combattuti in Medio Oriente. UN’ORA ALLA SETTIMANA, OGNI VOLTA PER TANTE RAGIONI Da ormai già tre anni i pacifisti genovesi manifestano insieme ai Sanitari per Gaza e altri gruppi e comitati cittadini per chiedere la liberazione del dottor Hussam Abu Safya e dei medici e infermieri e, come il Mandela palestinese Marwan Barghouti, di tutti i palestinesi illegalmente detenuti nelle carceri israeliani. Inoltre, il gruppo protesta contro l’arresto, e dal 27 dicembre 2025 la prigionia, dei dirigenti dell’associazione filopalestinese fondata in Italia nel 1994 (ABSPP Odv): Ryad Albunstanji, Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Mohammad Hannoun, anche un rinomato architetto e noto attivista residente a Genova. Nelle giornate di venerdì e mercoledì 14-19 novembre 2025 il collettivo ha partecipato alle manifestazioni contro il riarmo e contro gli investimenti nell’industria bellica svolte in tutta Italia davanti alle sedi locali della Leonardo SpA e venerdì 8 maggio scorso ha svolto alcune attività “E io faccio scuola lo stesso. Ed educo alla pace, non alla guerra” organizzate nella città ligure. Quest’anno il gruppo di pacifisti genovesi è stato ‘capofila’ promotore delle l’iniziative svolte a Genova e anche a Milano, Sartirana Lomellina e Savona a gennaio in concomitanza con il “35° anniversario della Guerra del Golfo, alba del nuovo millennio” e nella settimana del 6 e 9 agosto, ricorrenze delle esplosioni a Hiroshima e Nagasaki, dai gruppi praticanti il silenzio per la pace in tante altre città, insieme coinvolti a commemorare le vittime delle bombe atomiche focalizzando la propria e altrui attenzione anche sugli ‘effetti collaterali’ delle devastazioni ambientali prodotte dai conflitti bellici. Alla 1268ª Ora in silenzio per la pace, Norma ha osservato: > Spesso è compito mio distribuire i volantini, che modifichiamo ogni settimana > per seguire l’attualità. Io ho l’aspetto di una innocua vecchina, e forse > questo condiziona le reazioni dei miei destinatari, ma il mio è un > osservatorio verso la categoria passanti davvero istruttivo. > Ad un gruppo numeroso appartengono quelli che mi avvistano da lontano, e fanno > lo slalom per evitarmi… > “Me l’ha già dato”… “Non mi interessa”… “Ma perché non vi occupate di…”… > Da qualche tempo è comparso anche il passante patriota, categoria assente nei > nostri primi anni. “Pensate all’Italia!”, ci esorta. E qui la tentazione > sarebbe quella di assumere la postura del gorilla pensoso e di informarlo “ci > sto pensando”. Oppure di canticchiargli “nostra patria è il mondo intero…”… O > di citargli Don Milani. Ma di solito il passante patriota non me ne dà il > tempo. Mi ordina di pensare all’Italia, e va via. > Non è solo così, non è sempre così. Per questo invitiamo tutti, ma proprio > tutti, e tutte, ma proprio tutte, ad unirsi a noi… E a osservare i passanti. > Senza deprimersi, però.   16 SETTEMBRE 2026 * A Genova per la 1268ª volta, come ogni settimana… da 25 anni! * Nel 4° anniversario della rivolta ‘Donna Vita Libertà’, presentata l’inchiesta “Architettura delle atrocità” * Sabra e Shatila: un massacro impunito. La denuncia di un genocidio che continua ancora oggi *   Maddalena Brunasti
September 18, 2026
Pressenza
Gaza, crolla edificio bombardato dal’IDF: almeno 20 morti, decine intrappolati tra le macerie
Almeno 20 persone, per la maggior parte donne e bambini, sono rimaste uccise dopo il crollo di una palazzina a Gaza City. Un centinaio sarebbero ancora intrappolate sotto le macerie, secondo quanto riferito ai media dalla protezione civile locale, mentre per il momento i feriti sarebbero 14. L’edificio si trovava nell’area di Al-Sinaa, nella zona ovest della città, e al suo interno ospitava 24 alloggi abitati da sfollati, mentre nei suoi dintorni erano state allestite numerose tende. Le autorità hanno lanciato un appello alla comunità internazionale affinchè invii nella Striscia bulldozer e altri materiali di scavo, il cui ingresso nell’enclave dovrà comunque essere autorizzato da Israele. Il sindaco di Gaza, Yahya al-Sarraj, ha dichiarato ai media locali che, se non si intraprenderanno azioni urgenti nella Striscia, volte a mettere in sicurezza la popolazione, eventi del genere si ripeteranno sempre più spesso, soprattutto con l’avvicinarsi della stagione fredda – che porterà con sè piogge e vento. L’edificio era stato in precedenza colpito da bombardamenti israeliani, che ne avevano compromesso la tenuta. Gli attacchi israeliani contro edifici residenziali sono frequenti, come denunciato ieri dall’alto commissario per i diritti umani all’ONU, Volker Turk: «questi attacchi devono essere oggetto di indagini efficaci. Laddove vengano accertate violazioni, i responsabili devono essere chiamati a rispondere delle proprie azioni. Esorto tutti gli Stati a sollecitare una maggiore cooperazione e coordinamento per garantire il recupero delle salme in tutta Gaza in modo dignitoso e umano», ha dichiarato. Turk ha anche sottolineato come Tel Aviv si rifiuti di far entrare nella Striscia proprio i macchinari utili alla rimozione delle macerie. The post Gaza, crolla edificio bombardato dal’IDF: almeno 20 morti, decine intrappolati tra le macerie appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 16, 2026
L'INDIPENDENTE
La strategia militare-elettorale di Netanyahu e il ‘progetto’ coloniale
IL BILANCIO DELLE VITTIME NELLA STRISCIA DI GAZA È SALITO A 73˙786 PALESTINESI UCCISI E 174˙771 FERITI. UN’INCHIESTA DI B’TSELEM DIMOSTRA CHE ISRAELE STA ATTUANDO UN “PIANO DI ELIMINAZIONE” DEI PALESTINESI IN CISGIORDANIA. I dati divulgati oggi da fonti mediche riferiscono che le vittime dell’assedio cominciato il 7 ottobre 2023 sono stimate a 73˙786 morti e 174˙771 feriti e dall’entrata in vigore del falso cessate il fuoco (11 ottobre 2025), sono stati uccisi 1˙372 e feriti 4˙659 palestinesi. Ieri sera, lunedì, un palestinese è stato ucciso e altri sono stati feriti in un raid aereo israeliano nella zona di al-Safatawi, a nord di Gaza City. Un veicolo in movimento è stato preso di mira nei pressi di un supermercato. Nella Striscia di Gaza il primo ministro israeliano (ricercato a livello internazionale per crimini di guerra) sta attuando una “strategia fuori controllo”, continuando a bombardare e distruggere interi quartieri, al fine di presentare all’opinione pubblica israeliana un’immagine di “determinazione e vittoria schiacciante”. Questa escalation è uno strumento chiave nella propaganda elettorale: una tattica di pressione per placare i suoi sostenitori di estrema destra e garantire la coesione della coalizione al governo. E ieri, in coincidenza con le festività ebraiche, in Cisgiordania le aggressioni dei coloni hanno avuto un’impennata: oltre 54 attacchi alle proprietà palestinesi, con lancio di pietre contro le case di notte, incendio di raccolti, sradicamento di ulivi e alberi da frutta, occupazione di terre e insediamento di nuovi avamposti coloniali. Inoltre nella giornata di ieri sono state svolte 33 operazioni di invasione di città e villaggi palestinesi da parte dell’esercito, con rastrellamenti che hanno portato dietro le sbarre oltre 60 palestinesi. Il Ministero della Salute palestinese ha annunciato stamattina, martedì 15 settembre, l’uccisione di Ziad Muhammad Jaber (54 anni), colpito con colpi d’arma da fuoco dalle forze di occupazione israeliane nella zona di Umm al-Sharayet, nella città di Al-Bireh, e a un mese e 7 giorni dall’inizio dell’assedio, il sindaco di Qusra, Abdul-Azim Wadi, ha dichiarato che l’isolamento imposto alle 3 famiglie palestinesi e agli abitanti della zona rimane in vigore, sottolineando che le forze di occupazione impediscono anche il completamento della costruzione di 18 case attualmente in fase di realizzazione. Wadi ha spiegato che l’arrivo di cibo e beni di prima necessità alle famiglie è intermittente e richiede un preventivo coordinamento con le autorità di occupazione. Ottenere le autorizzazioni può richiedere fino a tre giorni, rendendo difficile garantire il sostentamento quotidiano dei residenti. Ha aggiunto che le misure di assedio hanno avuto un impatto negativo sulla vita dei membri delle famiglie, ostacolando il loro accesso a scuole e luoghi di lavoro, nonché impedendo loro di muoversi liberamente, di far visita ai parenti e di partecipare a eventi sociali. L’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha presentato il rapporto The Elimination Project in cui dimostra che Israele mira a consolidare la propria presenza e sovranità in Cisgiordania attraverso una serie di politiche e misure che minano la capacità dei palestinesi di mantenere la propria “esistenza come comunità nella loro patria”. L’inchiesta dimostra che questo piano coloniale viene attuato in Cisgiordania attraverso 5 meccanismi principali: “violenza e diffusione del terrore, imposizione di restrizioni alla libertà di movimento, impatto sui mezzi di sussistenza e sull’economia, indebolimento della vita sociale e politica e appropriazione indebita di terre”. L’organizzazione ha spiegato che “la cancellazione non si limita all’uccisione o allo sfollamento, ma include anche lo smantellamento delle condizioni che consentono ai palestinesi di vivere sulla propria terra, impedendo loro l’accesso alla terra e ai mezzi di sussistenza, limitando la loro libertà di movimento, indebolendo le loro istituzioni sociali e politiche e riducendo la loro capacità di pianificare il futuro”. Osservando che “dalla fine del 2022 è iniziata una nuova fase nella politica israeliana in Cisgiordania, una politica basata sul controllo, la violenza e l’espropriazione, che viene attuata apertamente, chiaramente e a un ritmo sempre più violento e accelerato”, rileva che “Le comunità palestinesi vengono sfollate, l’economia è sull’orlo del collasso e milioni di persone vivono nel costante timore della violenza dell’esercito israeliano o dei coloni”. ANBAMED
September 15, 2026
Pressenza
Come il sionismo ruba le elezioni (in video)…
… in America latina e in Europa di Marco Consolo (*) L’industria della disinformazione digitale e della manipolazione elettorale è relativamente nuova: un settore giovane e innovativo… dedito a distorcere la realtà e spargere propaganda on line. Una florida industria clandestina capace di interferire nelle elezioni e manipolare il dibattito pubblico, che ha trovato in America Latina un terreno particolarmente fertile. I
September 9, 2026
La Bottega del Barbieri